Archive for maggio 2008

Loiero, Loiero, olè!

maggio 28, 2008

Mannaggia li pescetti!

Il Presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, ha revocato l’incarico al proprio assessore all’Ambiente, Diego Tommasi, esponente di spicco dei Verdi (Pecoraro gli aveva chiesto, ricevendo un diniego, di candidarsi alle ultime elezioni).

Dopo circa tre anni di legislatura, per Loiero si profila quindi l’ennesimo, il quinto se non vado errato, rimpasto di Giunta.

Cinque rimpasti…

Beh, sono sicuramente troppi per chiunque, ma soprattutto per una coalizione, quella di centrosinistra, che ha vinto le elezioni tre anni fa con oltre il 60% dei voti dei calabresi.

I primi tre anni di Governo Regionale targato Loiero assomigliano, ahimè, sempre più a una corrida.

La rottura con Tommasi è, infatti, per Loiero, l’ennesima prova di un modo dispotico di intendere la politica, è la prova dell’incapacità, da parte del Governatore, di tenere a bada le varie anime della sua Giunta, cosa che, dopo l’uscita di Rinfondazione Comunista, appariva ai più molto semplice.

E invece, la rottura con Nicola Adamo, quella con Doris Lo Moro, quella con Pasquale Tripodi e chi più ne ha più ne metta. E adesso si prepara proprio il ritorno, come nei peggiori film dell’orrore, di Rinfondazione nell’Esecutivo regionale.

Invece di prendersela con Minniti, il Partito democracito forse farebbe molto meglio a prendersela proprio con Loiero che con la sua collezione di figuracce mina profondamente la credibilità del Pd calabrese.

E le elezioni, nonostante presenze autorevoli in lista, come quella di Luigi De Sena, ne sono la prova più incontrovertibile.

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Ciao Bruno

maggio 26, 2008

Quando si giocava a pallone col “Tango”.

Per un vecchio amico che non c’è più.

“Cameriere, una grazia, per favore”

maggio 25, 2008

Parto dal presupposto di non provare una simpatia “epidermica” per Annamaria Franzoni. Come potrei, visto l’atroce delitto per cui è stata processata prima e condannata poi?

Parlare di antipatia e simpatia quando c’è di mezzo la morte di un bambino può sembrare un argomento banale, ancorchè puerile, ma è, a mio avviso, una doverosa precisazione per quanto sto per dire.

Quello celebrato nei confronti della Franzoni è stato un processo mediatico prim’ancora che penale. Trasmissioni, speciali, interviste, chi più ne ha più ne metta.

Il processo, però, ha sancito la condanna a 16 anni di reclusione per la donna, sebbene chiunque mastichi un po’ di diritto sappia che una sentenza che può basarsi su un movente piuttosto ballerino, ma non sul ritrovamento dell’arma del delitto, particolare che in molti casi si è rivelato fondamentale, sia una sentenza che, quanto meno, si presta a qualche discussione.

Ma, come ho detto, c’è una sentenza di un tribunale, che, per quanto possa sembrare strano in questo altrettanto strano Paese, va rispettata.

E se appare più che comprensibile, pro domo sua, la probabile richiesta di grazia che la Franzoni potrebbe presentare a breve, molto meno giustificabile appare quella, analoga, avanzata da una parte della sinistra estrema (Rifondazione Comunista, ndr), che da sempre si fregia di “rispettare l’operato dei giudici”.

Ricordo a me stesso che Annamaria Franzoni, condannata per l’omicidio del proprio figlio di pochi anni, ha avuto un giusto processo lungo i tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento italiano.

E ricordo a me stesso che la signora Franzoni è in carcere da nemmeno una settimana.

Forse è un po’ presto per parlare di grazia.

Patteggio per una buona informazione

maggio 23, 2008

Guardavo, ieri sera, “Annozero”, leggevo, nei giorni scorsi, i commenti al “pacchetto sicurezza” approvato dal Consiglio dei Ministri a Napoli.

Molti opinionisti si sono concentrati su questione serie: rifiuti e ordine pubblico a Napoli, la cosiddetta questione clandestini, ecc.ecc. Altri, invece, hanno tralasciato queste tematiche preferendo le solite stucchevoli polemiche riguardanti la persona di Berlusconi: la legge sulle tv, Fede che deve essere spedito sul satellite, la legge (sulla quale poi Maroni ha posto il proprio veto) che avrebbe favorito Re Silvio nei suoi innumerevoli processi.

Sedici anni fa moriva, nella strage di Capaci, Giovanni Falcone, ma nessuno ha ricordato che nel pacchetto sicurezza viene vietato il patteggiamento in appello per i reati di mafia.

Parlavo oggi con un collega, solitamente molto ben informato su queste vicende. Gli dico: “Hai visto che hanno tolto il patteggiamento in appello per i reati di mafia”. Mi risponde: “Ah sì? Mi era sfuggito”.

Certo, nessuno ne ha parlato…

Tempo fa ascoltavo un intervento del giudice Gratteri che definiva “una piaga” il patteggiamento in appello per i reati di mafia, omettendo, però, che per arrivare a un patteggiamento serve SEMPRE la colpevole collaborazione di pm accondiscendenti e, talvolta, collusi.

Adesso questa “piaga” (per citare Gratteri) non c’è più, ma nessuno ne parla.

E’ questa una buona informazione?

PD: non è una bestemmia

maggio 21, 2008

Parlerò di una pagliacciata andata in scena lunedì, due giorni fa: non c’è niente da fare, non sono sul pezzo, non sono un bravo cronista.

PD.

In gergo “internettiano” trattasi, ahimè, di bestemmia, ma non temete, non sto imprecando per quanto affermato inizialmente.

PD significa anche Partito Democratico e la pagliacciata di cui sopra, avvenuta, of course, in Calabria, si riferisce all’assemblea regionale del partito, tenutasi lunedì scorso in quel di Catanzaro.

All’indomani il quotidiano CalabriaOra, titola in prima pagina: “Pd, pessima performance”.

Il direttore del quotidiano, Paolo Pollichieni, si sa, è una persona educata, ma avrebbe potuto tranquillamente titolare “Pd, figura di merda” e nessuno avrebbe potuto smentirlo.

Eh già perchè il ministro ombra Marco Minniti è stato sfiduciato dopo circa sei mesi, giorno più giorno meno, dalla sua plebiscitaria (era l’unico candidato) elezione alla carica di segretario regionale. La prova fornita dal Partito Democratico in Calabria, alle ultime consultazioni, è stata infatti deficitaria. Più di qualcuno ha quindi chiesto la testa calva di Minniti su un piatto d’argento. 

Tra gli ammutinati del Bounty c’è anche il Governatore Loiero che fa la verginella, ma che sa bene di aver dato, con la sua fin qui desolante gestione della Regione Calabria,  una spintarella verso il baratro al partito alle ultime elezioni.

Fischi, urla, dissensi, ma, alla fine, prevale una soluzione, per così dire, democristiana e con uno sforzo sovraumano si arriva all’approvazione di un documento unitario, con il ritiro della mozione “contro” Minniti.

Insomma, il segretario regionale resta in sella (ma pensa di lasciare).  

Tutto mentre l’elegantissima e affascinante Doris Lo Moro suda nella sua camicietta di seta, tutto mentre la pelata di Agazio Loiero gronda di sudore, come quella di Minniti del resto, che però, forse, sente un po’ di umidità anche in qualche altra parte del corpo.

Orrore assoluto

maggio 20, 2008

Già fondatore di Tiscali, poi presidente della Regione Sardegna, adesso ha acquistato anche l’Unità.

Renato Soru ha rilevato oggi la storica testata della sinistra fondata da Antonio Gramsci.

Ma, mi sovviene proprio ora una cosa…

L’Unità è il giornale su cui scrive più assiduamente (collabora con altre 999 testate) il baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio!!!!!

“Sì, ma che c’entra?”. Anzi, “che c’azzecca?”, per dirla alla maniera di Antonio Di Pietro, l’inquisitore di Montenero di Bisaccia, colui il quale ha ricevuto i prestigiosi voti del Baluardo Travaglio.

Beh, c’azzecca che Renato Soru è attualmente indagato dai giudici (che mai sbagliano, come possono testimoniare il Baluardo e l’Inquisitore) per il cosiddetto “Caso Saatchi”. Risparmio a tutti voi ogni dettaglio sulla vicenda, mi limito a dire che i reati contestati dall’accusa sono di falso ideologico e turbativa d’asta.

Per quanto mi riguarda, l’avviso di garanzia è una cosa seria, da valutare attentamente, ma può tranquillamente (come accaduto in diversi casi) generare la classica bolla di sapone.

Ma il Baluardo e l’Inquisitore non la pensano mica così…

Ora, il baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio, ha sempre detto di avere orrore per coloro i quali hanno a che fare con la giustizia e io mi chiedo: questo di cui parla il Baluardo è un orrore assoluto? Si materializza a partire dal rinvio a giudizio? Dalla sentenza di primo grado? Può coinvolgere anche il nuovo editore che permette (insieme alle altre 999 testate) di portare la pagnotta a casa?

Troppe domande insolenti.

Rassegniamoci al Ponte

maggio 19, 2008

Nelle email si scrive “come da oggetto”.

Eh già, oggi ho avuto la conferma. Una conferma necessaria per quelli come me, che sono un po’ tardi e che cercano sempre di non accettare fino all’ultimo l’idea di vedersi cadere addosso una tonnellata di merda.

Oggi ho seguito per strill.it l’incontro in Prefettura tra i sindaci dei luoghi interessati dai lavori del tratto finale della A3 e il presidente di Anas, Pietro Ciucci.

Si è parlato di Salerno-Reggio, ovviamente, si è parlato di tangenziali, si è parlato, purtroppo, del Ponte sullo Stretto.

“Un opera necessaria che contiamo di cominciare nel 2010 e di finire nel 2016”.

Parole e musica proprio di Pietro Ciucci.

Non è fesso il garbato presidente dai capelli bianchi: la Stretto di Messina SpA, la società che ha in appalto (da diversi anni) i lavori dell’infrastruttura, è infatti gestita per circa l’81% dalla stessa Anas, che, dopo il ritorno al Governo di Re Silvio, gonfia il petto dato che lo stesso Primo ministro già in campagna elettorale aveva annunciato la volontà di realizzare l’opera; il Ministro delle Infrastrutture, Matteoli, inoltre, pochi secondi dopo la sua nomina non ha trovato niente di meglio che parlare del Ponte: “il progetto ripartirà”, ha detto, mentre per ora tace il Ministro dell’Ambiente, Prestigiacomo che ricordo a me stesso essere di Messina…

Insomma questo Ponte tutti lo vogliono, ma nessuno si interroga (o lo fa e se ne infischia) sulla completa inutilità dell’opera, che collegherebbe Calabria e Sicilia, separate da solo tre chilometri!!!!

Nessuno si interroga sui tempi di realizzazione, che sono ben più lunghi di quelli indicati, con il sorriso sulle labbra, da Ciucci.

Nessuno si interroga sull’impatto ambientale che quell’ammasso di ferro e cemento potrebbe avere sull’ecosistema (non sono assolutamente un ambientalista).

Nessuno si interroga sul fatto che una torta così grande e succulenta potrebbe scatenare gli appetiti delle cosche, calabresi e siciliane, che potrebbero schierarsi l’un contro l’altro armate, ciascuna sul proprio territorio, per accaparrarsi più denaro possibile e controllare i cantieri. Non dico di certo che l’esistenza di mafia o ‘ndrangheta debba bloccare qualsiasi tipo di progresso in Sicilia e Calabria, ma porgere su un piatto d’argento miliardi e miliardi di euro alla malavita (è ormai acclarato che lo Stato non sia in grado di prevenire infiltrazioni), mi sembra davvero un suicidio.

L’hospice rischia di scomparire. In silenzio

maggio 17, 2008

http://www.strill.it/index.php?option=com_content&task=view&id=15468&Itemid=70

Questa la cronaca, impeccabile, di Gianluca Del Gaiso per strill.

Ma vorrei soffermarmi solo per qualche istante su questo argomento, perchè riguarda tematiche profonde, perchè riguarda Reggio Calabria (ma non solo), perchè riguarda la vita.

Ecco la definizione di “hospice”, tratta da un mio scritto per una trasmissione andata in onda, pochi giorni dopo l’inaugurazione del “Via delle stelle” di Reggio, su Telereggio: “L’Hospice viene anche definito centro residenziale di cure palliative. Si tratta di un luogo situato presso le strutture ospedaliere o sul territorio, ispirato originariamente da principi cristiani, che tuttavia non vengono mai imposti a nessuno. L’obiettivo di queste strutture è quello di confortare i pazienti dai problemi che affliggono le fasi terminali di malattie inguaribili, come il cancro, ma non solo”.

L’Hospice di Reggio Calabria, il “Via delle stelle”, è stato inaugurato solo pochi mesi fa, tra applausi e complimenti da parte di tutti gli Enti, da parte dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria. Quella stessa ASP che adesso, non erogando più i soldi dovuti all’hospice e necessari per mandare avanti le attività del centro, rischia di far chiudere la struttura.

Una struttura che ospita, come detto nella definizione, alcuni malati terminali, che cerca, attraverso l’amore del personale medico e dei volontari di alleviare le sofferenze dei degenti che in cambio, come ho avuto modo di ascoltare dalla voce di chi lavora all’interno dell’hospice, forniscono tante “lezioni” che nella vita di tutti i giorni è impossibile cogliere.

Sì perchè liberato dal dolore fisico, restituito alla sua dignità umana, il tempo del malato terminale, considerato dalla nostra società come privo di significato, quasi un tempo “non-vita”, da abbreviare, ridurre per pietà, può rivelare a noi che siamo dall’altra parte, nel tempo produttivo, della fretta, dell’efficienza, la verità sulla nostra esistenza.

Ma, adesso, l’hospice di Reggio Calabria che, nel suo piccolo, rappresenta un’oasi di pace per chi è afflitto da gravi malattie, rischia di scomparire senza che nessuno, nè nell’ambito dell’ASP, nè, fatto, forse, ancora più grave, in ambito istituzionale, faccia qualcosa per impedire che si concretizzi la chiusura, che sarebbe una vergogna per tutta la città.

L’hospice “Via delle stelle” rischia di scomparire in silenzio. Con lo stesso silenzio e con la stessa dignità con cui scompaiono i malati che esso ospita.

Un timer in Procura

maggio 16, 2008

Avrei voluto dire la mia, dopo aver affidato ogni sberleffo sul “caso Travaglio”, all’illustre firma di Repubblica, Giuseppe D’Avanzo, ma preferisco glissare, non vorrei essere ripetitivo, nè diventare monotematico.

Cambio quindi argomento.

Il titolo del post non si riferisce ad altri ritrovamenti sospetti all’interno del Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria.

Mi riferisco, invece, al caso Inter e mi spiego meglio.

Innanzitutto mi ripugna non poco dover “difendere” l’Inter, essendo io uno dei più accesi anti-interisti del panorama nazionale.

Però, eh sì, c’è un però.

Perchè si parla spesso di giustizia a orologeria e alcune discussioni come queste, sono, talvolta, contagiose.

Racconto i fatti in parole povere: le intercettazioni riguardanti Domenico Brescia, sarto, con vari precedenti penali, e alcuni tesserati del club nerazzurro, si riferiscono al 2006, però sono state tirate fuori dai giornali, a causa dell’ennesima, ignobile, fuga di notizie di un ufficio giudiziario del Belpaese solo adesso, a qualche giorno dall’ultimo turno di campionato, andando ad alimentare una situazione già difficile per Mancini e i suoi che è vero, sono in vantaggio di un punto sulla Roma, seconda in classifica, ma sono palesemente in bambola dal punto di vista psicologico.

Ora, mi rifiuto di pensare che tutto sia stato fatto scientemente, mi rifiuto di pensare che questioni gravi (c’è di mezzo un ingente traffico di droga) possano mischiarsi con il pallone (credo peraltro che le posizioni dei tesserati dell’Inter siano irrilevanti dal punto di vista penale), ma mi limito a registrare, da diligente cronista quale sto cercando di diventare, come si tratti dell’ennesima coincidenza sospetta che vede come protagonista uno dei tanti uffici giudiziari italiani, sempre più simili a dei colabrodo.

Guardati nello specchio, gran ridicolo

maggio 15, 2008

 Non posso resistere alla tentazione. Non posso tralasciare questo argomento, non posso rimanere inerme, non posso trattenere le risate mentre il paladino dell’informazione italiana, Marco Travaglio, viene ridicolizzato da un altro giornalista che, adesso, qualcuno potrebbe far finta di non conoscere, ma che è tra le firme più autorevoli del giornalismo italiano e che risponde al nome di Giuseppe D’Avanzo di Repubblica.

Al pezzo di D’Avanzo di qualche giorno fa che avevo riportato integralmente sul blog, era seguita una replica di Travaglio. Una replica di cui non avevo dato conto, non per faziosità, non per “censura”, ma semplicemente per pietà. Una replica in cui il paladino si fregiava dei suoi maestri (Montanelli, per citarne uno, si starà ribaltando nella tomba) e metteva in fila una serie stucchevole di luoghi comuni e ovvietà. Ma, siccome il paladino mi ha fatto arrabbiare, ecco il link della suddetta replica: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/insulti-schifani/replica-travaglio/replica-travaglio.html

Mentre si autosbeffeggia inconsapevolmente, Travaglio non sa che oggi sarebbe arrivata un’altra lezione di come si fa giornalismo, da parte di D’Avanzo.

Lezione che ho letto attentamente, perchè sono il primo a “sapere di non sapere”.

Intanto per Travaglio la cattedra di dattilografia comparata nella scuola serale femminile che avevo auspicato non basta più. Gli suggerirei un soggiorno obbligato a Bangkok, così, per ossigenarsi il cervello:

Non so che cosa davvero pensassero dell’allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il “vero” e il “falso”: “qualifiche fluide e manipolabili” come insegna un altro maestro, Franco Cordero.

Di questo si parla, infatti, cari lettori – che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti, incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto curiosi di capire.

Che cos’è un “fatto”, dunque? Un “fatto” ci indica sempre una verità? O l’apparente evidenza di un “fatto” ci deve rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore? Non è questo l’esercizio indispensabile del giornalismo che, “piantato nel mezzo delle libere istituzioni”, le può corrompere o, al contrario, proteggere? Ancora oggi Travaglio (“Io racconto solo fatti”) si confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: “Ancora a metà degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia” indica una traccia di lavoro e non una conclusione.

Mandalà (come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo “la metà degli Anni Novanta”, dunque) e soltanto “di lì a poco” (appunto) il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l’Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità.

E’ l’impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso”. Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv – e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio – lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso…”. Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.

Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del “metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento”. Di una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E’ un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.

8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.

Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo?

Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un'”agenzia del risentimento” potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che “la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso” . Basta dare per scontato il “fatto”, che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca.

Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio”. Travaglio – temo – non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque.

Giuseppe D’Avanzo