Il baluardo dell’informazione italiana

 Quest’oggi, anzichè annoiarvi con le mie stupidaggini, sottoporrò alla vostra attenzione un parere autorevole. Prima però, mi sembra d’uopo fare una premessa.

Leggendo certe cose sul proprio conto, una persona con un po’ di dignità farebbe domanda per una cattedra di dattilografia comparata per una scuola serale femminile. Ma, dato che non parlerò di una persona con dignità, credo ce lo ritroveremo giovedì prossimo a sputacchiare sentenze su RaiDue (e io pago!).

Sto parlando, ovviamente, di Marco Travaglio, per il quale non provo alcuna stima professionale, a causa del quale devo, seppure particolarmente a malincuore, prendere le difese del Presidente del Senato, Schifani. Ma, come dicevo, non affiderò alla mia discutibile eloquenza le argomentazioni per sbeffeggiare colui il quale, da qualche mese (forse anno) a questa parte è visto come il paladino della libera informazione in Italia.

Mi affiderò a un parere autorevole, equidistante, di un giornalista, di un giornale, che tutti, nessuno escluso, stimiamo.

Sto parlando del Foglio di Giuliano Ferrara.

C’eravate cascati, scherzo!

Il pezzo che sto per copiare e incollare è tratto da Repubblica.it (è tuttavia presente anche sull’odierna edizione cartacea) ed è scritto da uno dei più autorevoli giornalisti d’Italia, Giuseppe D’Avanzo.

Non è brevissimo, ma, sono sicuro che molti di voi, pur di difendere Travaglio, concederanno alcuni minuti della propria esistenza a questa attività.

Leggiamo insieme:

E’ utile ragionare sul “caso Schifani”. E – ancora una volta – sul giornalismo d’informazione, sulle “agenzie del risentimento”, sull’antipolitica.

Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin “dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate” e protesta: “I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c’era di falso in quello che ho detto”. Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) – per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli “i fatti” quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E’ un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce “giornalismo d’informazione”.

Le lontane “amicizie pericolose” di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell’anno furono riprese dall’Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l’agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).

Non se n’è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent’anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.

I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il “giornalismo dei fatti” ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov’è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: “Non abbiamo mentito” (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris).

Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei “fatti” che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d’informazione, come si autocertifica. E’, nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d’opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell’asettico, neutrale watchdog – di “cane da guardia” dei poteri (“Io racconto solo fatti”) – per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come “fatti” ciò che “fatti”, nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare “fatti” quel che potrebbero accusare più di d’un malcapitato).

L’operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro (“Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso…”). E’ un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E’ un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste “agenzie del risentimento” lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale.

Nel “caso Schifani” non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi – nell’opposizione – ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un’informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.

Giuseppe D’Avanzo

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3 Risposte to “Il baluardo dell’informazione italiana”

  1. vittoriodelfo Says:

    ALETHEIA. Ciò che non è nascosto.
    La verità non è ciè che si dice, ma ciè che non si nasconde.
    e spiego subito il perche. due interlocutori che si “affrontano” su una tematica comune posso arrivare ( se è vero ciò che si dice) a tesi anti-tetiche e vere.
    Logicamente il vero e il non vero non possono essere uguali.
    Tradotto ciò che si dice deve essere legato a ciò che nn si dice, se no è fissa u fattu.
    Tutti ,anche con limitati mezzi dialettici, possono dire “il vero” senza verità.
    Tralasciata questa elucubrazione mentale, un pò logorroica, dirò cosa penso del giornalista in questione, e in genere della tipologia di giornalismo.
    Travaglio è un uomo normale (non è un genio nè un ignorante) a cui piace il palcoscenico, e che è pervaso dalla sindrome eroica di paladino della giustizia ( che è “fatta” dai giudici, non dai cronisti).
    Invito Travaglio a vivere in Calabria e in Sicilia, anzi gli chiederei di nascere in Calabria e in Sicilia, per capire che il ragazzo per bene di Corleone o dell’Aspromonte nasce, va all’asilo con il figlio del presunto Boss, prende i sacramenti in chiesa con il nipote del presunto Boss, gioca a calcio nella squadra in cui gioca il futuro Boss.
    Non è una scusa, anzi. Però il ragazzo per bene decide di non colludere, di non affiliarsi, di non diventare picciotto, anche se conosce, ha conosciuto il Boss.
    Si accusa l ‘Italia di non essere un paese libero, ci informano di una graduatoria in cui saremmo al 99esimo posto per libertà di informazione.
    Io sarò miope( mi mancano 7 gradi!!!) ma non lo penso.
    Di certo non crederò mai ciecamente alle parole di colui il quale ritene a priori di essere superiore ai suoi lettori e ai suoi interlocutori.

  2. cervello pensante Says:

    mi permetto di suggerire a vittoriodelfo ke forse non è “colui il quale ritiene di essere superiore” ma sei tu che ti ritieni inferiore. detto questo non credo che la questione abbia senso se la si esamina analizzando in termini di supposta superiorità o iferiorità di qualcuno.

  3. vittoriodelfo Says:

    Non ho fatto paragoni tra me e lui. Non mi permetto.
    Io ho la forte sensazione che Travaglio sia convinto della supremazia del suo IO.
    Lo intravedo nei gesti, nel tono, nello sguardo. Magari sono fuorviato.
    La supponenza comunque è molto diffusa tra gli operatori dell informazione-

    Per quanto dici nel secondo periodo: penso che nessuno possa presumere di possedere la Verità ( “tantomeno lui” è una mia opinione)
    Non ho giudicato la questione puntuale su Schifani, non mi interessava; ho voluto esprimere la mia idea su un giornalista, ma ancor più su un genus di giornalista, che se da un lato tende alla scoperta del vero fattulale con ottimi risultati, dall altro usa il fatto per esprimere se stesso.( non scrivo altro, non ho tempo, devo scappare all’UNIVERSITà)

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