La ricerca di nuove armi

Avevo promesso di occuparmi della vicenda delle finte confische con più serietà. Ecco il pezzo, on-line da oggi su www.strill.it nel quale rifletto su quanto accaduto, rispondendo anche a Francesco Biacca (che ringrazio, come tutti voi, per i commenti su questo blog) che mi chiedeva perchè sarebbe più utile affidare ai prefetti la gestione dei beni confiscati.

Quando nelle informative delle forze dell’ordine finiscono politici di svariate correnti, ex militari e magistrati significa che c’è di mezzo qualcosa di gargantuesco. E infatti la vicenda riguardante i beni confiscati alle cosche nel territorio di Reggio Calabria e provincia è di quelle delicate assai e il maxi coinvolgimento di amministratori pubblici (370!), di destra e di sinistra, alcuni indagati per omissione d’atti d’ufficio aggravata dall’articolo 7 (il reato avrebbe favorito associazioni mafiose), altri semplicemente ascoltati come persone informate dei fatti, impone alcune riflessioni.

I “soloni dell’antimafia” predicano spesso, ad ogni passerella nel Meridione solitamente, quanto sia fondamentale colpire le cosche nei loro patrimoni per potere avere qualche chance di vittoria nella dura lotta alle mafie.

Si tratta, in sostanza, di applicare, con efficienza e celerità, la legge n. 109 del 7 marzo del 1996, che disciplina la confisca dei beni mafiosi.

Ma, proprio ricordando le parole dei “soloni dell’antimafia” risulta inaccettabile e scandaloso che, tanto per fare qualche esempio relativo alla città di Reggio, la vedova del boss Peppe Lo Giudice potesse continuare ad abitare fino al 2006, anno del tardivo sfratto definitivo, l’immobile sequestrato alla famiglia; e lo stesso discorso si potrebbe fare per lo stabile di via Mercatello confiscato nel 1997 a Pasquale Condello e ancora abitato, fino al 2006, dai familiari del Supremo.

Inaccettabile sì, ma la realtà è questa: quando la palla passa agli Enti, ai Comuni, che dovrebbero provvedere al riutilizzo dei beni tramite l’assegnazione a famiglie indigenti e/o associazioni impegnate nel sociale, il meccanismo di “bonifica” si blocca pericolosamente.

Al di là delle responsabilità penali che, in futuro, verranno accertate, l’inchiesta condotta dal Ros di Reggio Calabria su delega del pm Franco Mollace, dimostra che qualcosa, dal punto di vista strettamente normativo, va cambiato e anche alla svelta.

Della provvidenziale ma fantomatica “Agenzia nazionale per i beni confiscati” se ne parla da tempo, ma il progetto (ammesso che esista) non ha mai preso il volo.

In atto l’Agenzia del Demanio è responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione, ma appare lampante come essa, in collaborazione, spesso nefasta, con gli Enti, sia inadeguata a svolgere un simile compito. Proprio di recente il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha annunciato che “il Governo darà parere favorevole all’istituzione dell’Agenzia per i beni confiscati, e ove ve ne fossero, anche ad altri emendamenti che mirano rafforzare la lotta alle mafie”.

Verità o bugia è impossibile attendere oltre: affidare la gestione dei beni confiscati ai Prefetti, rappresentanti del Governo nelle province, può essere una parziale soluzione, una soluzione-tampone magari, che potrebbe costituire almeno un passo in avanti. Le amministrazioni comunali calabresi hanno infatti dimostrato di non essere capaci di svolgere un compito così delicato e così significativo, anche dal punto di vista simbolico, per la lotta alle mafie. E, quando le capacità non c’entrano spesso intervengono le connivenze e le collusioni: dal 1991 (data di emanazione della legge) in Italia sono stati sciolti 172 consigli comunali, dei quali 38 in Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in provincia di Catanzaro, 5 in provincia di Vibo Valentia, 3 in provincia di Crotone. A distanza di alcuni anni, per 3 comuni – Melito Porto Salvo (RC), Lamezia Terme (CZ) e Roccaforte del Greco (RC) – si è reso necessario ricorrere ad un secondo scioglimento.

Sono i dati a dire che, in attesa della necessaria Agenzia per beni confiscati, conferire poteri ai Prefetti può essere una soluzione: basti pensare che, dall’inchiesta del Ros di Reggio Calabria, gli unici tre comuni della provincia in regola (attraverso solerti riutilizzazioni dei beni) risultano essere quelli di Fiumara, Platì e Maropati, tutti sciolti per mafia e affidati a commissioni prefettizie.

Ad ogni modo non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi.

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2 Risposte to “La ricerca di nuove armi”

  1. Francesco Biacca Says:

    continuo a non capire come i prefetti possano risolvere i problemi che esponi. Parti dall’assunto, sbagliato secondo me, che i prefetti siano persone super-partes .. non sempre è così eh 🙂

    ps: se mi fai la cortesia di mettere il link al mio blog sul mio nome in capo al post 🙂

  2. fabiuccio Says:

    ciao a tutti, mi viene solo da dire leggendo il tuo pezzo che tristezza tornare alla realtà, la nostra realtà.

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