26 ottobre 1969: Alberto Sabatino scopre la ‘ndrangheta

da www.strill.it

Sono trascorsi 39 anni. Il 26 ottobre del 1969 è domenica. Proprio come oggi. Serro Juncari, frazione di Montalto, nel cuore dell’Aspromonte: un posto congeniale per chi vuole nascondersi e, quella mattina, sono tanti a volersi nascondere.

Sono in 150.

Quella mattina, sull’Aspromonte, c’è il gotha della ‘ndrangheta agro-pastorale, la vecchia ‘ndrangheta, quella di Peppe Zappia, ‘Ntoni Macrì, Mico Tripodo. In quella radura si sta celebrando quello che passerà alla storia come il “summit di Montalto”.
Quelli sono anni particolari per l’Italia dove è appena scoppiato il boom economico, dove il “vietato vietare” del ’68 riecheggia ancora, ma sono anni particolari anche per le nuove dinamiche criminali nella provincia di Reggio Calabria. La vecchia ‘ndrangheta vuole organizzarsi, bisogna bloccare il nuovo che avanza; è Peppe Zappia, cinquantasette anni, a presiedere quella riunione: “Non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì, non c’è ‘ndrangheta di Peppe Nirta”, dovrà tuonare nel corso della riunione. Un rimprovero più che dovuto perché la ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria fatica a organizzarsi e quel vertice serve proprio per trovare un accordo tra i capibastone: si discute di strategie, si discute di equilibri, si discute dell’alleanza con la destra eversiva, quella di Junio Valerio Borghese che progetterà, nel 1970 (la Rivolta di Reggio è scoppiata da alcuni mesi), il celebre golpe, poi fallito.
Le divergenze tra i clan scaturiranno, invece, negli anni ’70, nella prima guerra di mafia, dove cadranno, tra gli altri, don ‘Ntoni Macrì (assassinato da Pasquale Condello), e don Mico Tripodo (ucciso nel carcere di Poggioreale), oltre ai fratelli Giovanni e Giorgio De Stefano, che fanno parte, però, della “nuova mafia”. Del nuovo che avanza, appunto.
Ma questa è un’altra storia.
In quel summit, a Montalto, i clan cercano un accordo. La ‘ndrangheta, a quel tempo, esiste già da parecchio: gli affari vanno che è una meraviglia: ci sono le sigarette, le “bionde”, ci sono gli appalti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria; tutto è perfettamente sincronizzato e, quando, di tanto in tanto, qualcosa si inceppa, ci pensano le pallottole, come nella strage di piazza Mercato a Locri, a sbrogliare la matassa. La ‘ndrangheta esiste, ma può contare, ancora, su un alone nebuloso: si conosce poco di essa, per questo tutto, o quasi tutto, fila sempre liscio.
Quella mattina, però, qualcosa cambia.
Quella mattina partono da Reggio Calabria, con tre automezzi, sedici agenti e quattro sottoufficiali di pubblica sicurezza, nonché quattro militari dell’Arma dei carabinieri.

Sono in tutto 24.

Sono pochi, ma si tratta di una scelta inevitabile per non essere scoperti. Il convoglio giunge a Montalto quando sono da poco passate le dieci. Abbandonati gli automezzi, le forze dell’ordine avanzano a piedi e si imbattono in decine e decine di autovetture, disposte disordinatamente nella boscaglia.
Non c’è dubbio: in quella radura sta accadendo qualcosa di strano.
Vi sono tante sentinelle, giovani soprattutto. I poliziotti hanno facilmente la meglio sulle guardie e continuano la propria marcia di avvicinamento; più lontano i boss accorsi al summit sono troppo impegnati a litigare per accorgersi della presenza, sempre più incombente, delle forze dell’ordine. A coordinare l’operazione è il commissario di Polizia, Alberto Sabatino: sarà lui, inviato lì dal questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, a “scoprire”, quel giorno, la ‘ndrangheta, a portarla, per la prima volta nella storia, all’attenzione di tutti. Dal blitz di Montalto, infatti, scaturirà il processo a carico di 72 imputati per diversi reati, tra cui l’associazione a delinquere (quella mafiosa non esiste ancora, ndr).
E’ il primo maxi-processo alla ‘ndrangheta.
“Era solo una pacifica riunione tra onesti cittadini”, diranno gli avvocati difensori.
Già, ma quando scatta il blitz degli uomini di Sabatino, quella mattina, non c’è proprio niente di pacifico: molti si danno alla fuga, altri, invece, impugnano le armi e aprono il fuoco. L’operazione si conclude con un ottimo risultato conseguito dalle forze dell’ordine, ma toghe, arringhe e martelletti, come accade ancora oggi, ribalteranno il tavolo.

Il blitz diretto da Alberto Sabatino si rivelerà, infatti, una vittoria di Pirro dal punto di vista pratico: le indagini giudiziarie, i processi e le successive sentenze non indeboliscono la ‘ndrangheta, ma certamente non sviliscono il valore di quell’operazione di polizia che contribuisce a far luce su un’organizzazione, la ‘ndrangheta, che già ai tempi è in rapida espansione e che adesso, a distanza di quasi quarant’anni, è la più pericolosa forza criminale del mondo.

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Una Risposta to “26 ottobre 1969: Alberto Sabatino scopre la ‘ndrangheta”

  1. Antonino Monteleone Says:

    Questo pezzo è da conservare. Applausi!

    am

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