Archive for novembre 2008

Mister 1300 preferenze

novembre 29, 2008

partito_democratico

Avevo risparmiato dalle mie analisi le primarie farsa del movimento giovanile del Partito democratico, ma, scrivendo, il caro Antonino Castorina (uno degli eletti a tavolino, a Reggio Calabria, nell’Assemblea Nazionale) a volte istiga in maniera irrefrenabile i miei polpastrelli.

Proprio ieri, sfogliando CalabriaOra a pagina 6, leggo un comunicato intitolato “Non si può generalizzare”, a firma proprio di Antonino Castorina:

Ho letto in questi giorni diverse opinioni e interventi usciti su questo giornale rispetto a quanto accaduto in occasione delle primarie dei giovani democratici.
Non si può fare di tutta l’erba un fascio, non si può generalizzare tutto, perché c’è chi come me, crede realmente nel cambiamento ed in un partito serio, e si spende ogni giorno per questo tanto da essere sì cooptato, tra l’altro da me medesimo, visto che rappresento l’area riformista (quella con Naccari) ma con più di 1300 preferenze di sopra.

Bravo! Anche io credo nel cambiamento (non solo politico) delle cose.

Ma, tutto questo, cosa c’entra con l’argomento in questione?

“Non fare di tutta l’erba un fascio”, dice Antonino Castorina. 

Sono d’accordo anche su questo.

E infatti leggete bene cosa è successo vicino ai monti della Sila: sedici giovani, tutti di area Red a Cosenza, quella guidata dall’ultimo segretario calabrese dei Democratici di sinistra, Carlo Guccione, hanno deciso di lasciare il loro posto di delegati alle assemblee costituenti nazionale e regionale dei Democratici junior.

“Questo non è certamente il nostro Pd”, dicono.

A Reggio Calabria, invece, dove sono stati presentati tanti candidati quanti i posti disponibili nessuno si è dimesso.

E’ giusto dire che non si possono accomunare i giovani pidini di Reggio ai sedici cosentini che hanno avuto decenza e dignità di lasciare la poltroncina. “Non si può fare di tutta l’erba un fascio”.

Quindi Antonino Castorina ha ragione.

Ma Antonino Castorina crede nel cambiamento.

Cosa c’entra questo con le primarie farsa?

All’apparenza ben poco, ma, con un’attenta analisi devo dire che il Pdl (tanto per citare un partito a caso) di birichinate ne combina ogni giorno, ma, che io sappia, primarie di questo genere mancano all’elenco.

Quindi, anche da questo punto di vista, il Pd si conferma essere il vero e unico partito del cambiamento. Il partito che ha portato la novità.

E questo Antonino Castorina l’aveva capito, probabilmente, fin dalle elezioni-farsa del segretario regionale, quelle che avevano visto Marco Minniti prevalere sul nulla, essendo l’unico candidato calabrese.

Ti piace vincere facile?

Iscriviti nel Pd!

Non devo esagerare, però. Perchè Antonino Castorina rivendica, giustamente, le sue 1300 preferenze!

Capperi!

1300 preferenze!

Ecco su questo punto preferisco non rispondere, ci ha già pensato quel cattivone di Montecristo, sempre su CalabriaOra (a pagina 7) che, nel commento “Datevi una calmata giovani-vecchi”, scrive:

Suvvia Castorina, ma preferenze de che se a Reggio è stato impedito anche fisicamente ad altri giovani di candidarsi?

Certo che, Montecristo non è stato per niente carino a definire Castorina un “giovane-vecchio”: non è di certo un reato essere amico di Naccari e non è nemmeno un reato essere amico di Carlizzi.

Mister 1300 preferenze sarebbe stato un nomignolo molto più azzeccato ed elegante.

La verità è che, a causa di Berlusconi, purtroppo essere di destra (o di centrodestra) è diventata una barzelletta, ma solo grazie a movimenti come il Partito democratico lo stesso Berlusconi riuscirà a rimanere in sella fino alla fine dei suoi giorni.

E questa è la colpa più grave.

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Batto un colpo

novembre 28, 2008

manette

Sono rimasto in silenzio, non di certo per paura.

Ho letto i commenti di Sara e Pietro: mi sento disgustato, ovviamente non impressionato. Sì perchè di ‘ndranghetisti veri, ma, soprattutto, di malati di ‘ndrangheta come sicuramente voi (indirizzi ip differenti…) siete, ne incontro fin troppi giorno dopo giorno: sul lavoro, in auto, financo nelle partite di calcetto; purtuttavia, l’abitudine non riesce a bloccare i miei conati di vomito.

Esatto, sto parlando con cognizione di nausea.

Sono convinto di essere dalla parte del giusto, di mettere firma e faccia nelle mie azioni.

Giovanni Strangio? Lasciamolo stare… Chissà in quale buco si nasconde, per ora. Eh sì, Giovanni, è bene che tu sappia che chi fugge resta libero, almeno per un po’. Però, prima o poi…

Io non credo di essere una persona speciale: penso però di avere la dignità di fare ciò che sento, di metterci passione e di non nascondermi.

Io.

Degli insulti a me, a mia madre (povera donna è una delle poche persone che ancora mi sopporta) non mi importa nulla. Contano molto di più le parole che mi dicono, quotidianamente, le persone che mi vogliono bene, contano molto di più, e dire grazie è fin troppo riduttivo, le parole che ho letto qui sul blog, in risposta ai vostri insulti.

Non sono io a dover avere paura e questo non è in discussione.

E’ vero, c’è sempre quel conato di vomito che incombe, ma anche per questo credo in quello che faccio e ciò mi basta per andare avanti.

Senza nascondermi.

Dimenticavo: la foto è un mio piccolo regalo per dimostrarvi che non sono arrabbiato. 😀

P.S. Vi chiedo scusa, ho provato e riprovato… Non ce la faccio a sbagliare i congiuntivi! E’ più forte di me!

Con affetto,

il vostro Giov…ops…

Claudio

Europaradiso…delle cosche

novembre 25, 2008

europaradiso

Progettano di uccidere il pubblico ministero Pierpaolo Bruni, progettano una recrudescenza della faida, che negli scorsi mesi è ritornata sulle prime pagine di giornali e telegiornali per l’omicidio di Luca Megna (e il ferimento della figlioletta di cinque anni) e quello, dopo soli tre giorni, di Giuseppe Cavallo. Ma il fulcro dell’operazione odierna che ha portato all’arresto di 24 individui del cartello criminale di Papanice (Crotone) è un altro: Europaradiso, quello che, nel progetto, dovrebbe essere il più grande complesso residenziale turistico del Mezzogiorno.

Un progetto, attualmente bloccato dalla Regione Calabria, poiché l’insediamento include la foce del fiume Neto, indicata come oasi naturale ed inserita in una zona a protezione speciale con un vincolo di tutela comunitario imposto dall’Unione Europea e recepito anche in ambito nazionale.

C’è il no della Regione, è vero, ma il progetto “Europaradiso” è un affare sul quale le ‘ndrine, evidentemente, non hanno intenzione di demordere.

Il progetto comprende la realizzazione di 120mila posti letto tra residence e alberghi e l’occupazione di 4mila persone. Una cattedrale nel deserto, per una terra, la Calabria, abituata a non poter usufruire, spesso, nemmeno di quelli che nel 2008 vengono definiti “servizi base”.

E infatti il progetto di “Europaradiso” è sospetto non solo per tematiche ambientali, ma, soprattutto, per l’interesse, certificato da inchieste della magistratura, che le cosche avrebbero manifestato. Come sempre, del resto, quando, da queste parti, girano soldi, che, a loro volta, porterebbero anche numerosi sbocchi occupazionali che le cosche potrebbero “colonizzare” a loro piacimento.

“Europaradiso” sarebbe l’Eden delle cosche.

Per capire qualcosa in più sul progetto di “Europaradiso” leggiamo insieme uno stralcio della relazione sulla ‘ndrangheta stilata qualche mese fa da Francesco Forgione:

I contorni dell’intera operazione hanno suscitato l’attenzione degli investigatori, trattandosi di investimenti per 5/7 miliardi di euro. La stessa relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A. evidenzia i rischi e le ambiguità del progetto e della società che dovrebbe realizzarlo, la “Europaradiso International S.p.A.”, costituita il 10 novembre 2004, con sede a Crotone, il cui amministratore unico, Appel Gil, è anche amministratore unico della “Europaradiso Italia s.r.l.”, costituita lo stesso giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto amministratore, considerato un “imprenditore molto aggressivo”, secondo la citata relazione della D.N.A., è attualmente imputato per corruzione in Israele.

Tra i cinque e i sette miliardi di euro, in un territorio come la Calabria e un amministratore unico che, con un elegante eufemismo, potremmo definire chiacchierato. Tre indizi fanno una prova, dicono gli investigatori bravi. Ma, da queste parti, non ci facciamo mancare nulla. Il quarto indizio, il più importante probabilmente, ce lo fornisce ancora Francesco Forgione:

Interessato all’esecuzione del progetto di Appel sarebbe un noto personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti malavitosi locali e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero, il “denaro sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro. Tali sospetti sono risultati confermati dalle indagini bancarie effettuate dal Reparto Operativo Carabinieri di Crotone e dalla D.I.A. di Catanzaro, che hanno riscontrato movimentazioni finanziarie sui conti correnti del soggetto in questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna apparente giustificazione.

“Europaradiso”, che peraltro appare anche nell’inchiesta Poseidone di Luigi De Magistris, è un progetto che non deve essere realizzato; l’operazione odierna si inquadra anche in questo senso. Importante, adesso, sarà tutelare anche l’attività del pm Pierpaolo Bruni, che, come “Europaradiso”, è una cattedrale nel deserto.

Un deserto un po’ diverso, però: il deserto della legalità.

Il Magnifico concorso

novembre 24, 2008

lettera_tomasello

Franco Tomasello è il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Messina.

Franco Tomasello è stato di recente rinviato a giudizio. Il prossimo 5 marzo si presenterà davanti ai giudici per rispondere dell’accusa di tentata concussione per il concorso che sarebbe stato truccato a Veterinaria per favorire il figlio dell’ex preside Macrì e per due ipotesi di abuso d’ufficio.

Di Franco Tomasello e dell’Università di Messina, ma anche dell’Unical di Cosenza, ha parlato Michele Santoro nel corso dell’ultima puntata di Annozero.

Franco Tomasello è, indiscutibilmente, uno che ricerca il consenso.

Dallo scoppio dello scandalo, condito, peraltro, da diverse intercettazioni telefoniche, il Magnifico Rettore di Messina ha fatto scrivere al proprio ufficio stampa lettere a tutti meno che a Babbo Natale, per certificare, non solo trasparenza e correttezza, ma anche per illustrare gli eccellenti risultati ottenuti dall’Università di Messina negli ultimi anni.

Ah, dimenticavo di dirvi che io sono uno studente dell’Università di Messina, per cui alla mia casella di posta elettronica arrivano i comunicati di InFormazione, giornale web realizzato dagli studenti di Giornalismo.

Dicevo, Franco Tomasello ricerca il consenso. Ecco cosa ha fatto negli ultimi dieci giorni:

  • ha dato mandato ai propri avvocati di adire le vie legali, a tutela della onorabilità e del decoro, propri e della Istituzione che rappresenta, nei confronti degli estensori dei servizi giornalistici che, in questi ultimi giorni fornendo una rappresentazione dei fatti chiaramente deformata, hanno avuto come obiettivo l’Università di Messina e il suo Rettore.
  • ha risposto ad alcuni senatori del Partito Democratico che hanno chiesto al ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, la sospensione del Rettore di Messina, definendo “Affermazioni infamanti, ingenerose, ancora una volta frutto di una non corretta informazione e soprattutto gravemente offensive, quelle contenute nell’interrogazione presentata da alcuni senatori del Partito Democratico”.
  • ha partecipato alla Conferenza Generale di Ateneo nella quale sono state illustrate le realizzazioni dell’Università degli anni 2004-2008, tramite la divulgazione di dati relativi a reclutamento; misure per la trasparenza; numeri dell’Università; bilancio; ricerca, premialità e merito; servizi per gli studenti; strutture edilizie; relazioni internazionali.
  • ha incassato la solidarietà del Governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo.
  • ha chiesto al ministro Gelmini un’ispezione sugli ultimi dieci anni dell’Università.

Da ultima, oggi, alla mia casella di posta elettronica, è pervenuta un’altra lettera, questa volta a firma proprio del Magnifico Rettore, Franco Tomasello.

Una lettera accorata, indirizzata a noi studenti, in cui il Magnifico si preoccupa per le accuse

infamanti in questo attacco mediatico che ben precise finalità ed una chiara regia interna ed esterna.

E ancora, il Magnifico Rettore Tomasello si traveste da Superman e assicura:

Gli organi accademici non si faranno intimidire da questi giochi di potere vetero-integralisti… L’Università è al vostro fianco e farà di tutto per farvi essere fieri della vostra appartenenza.

Adesso mi sento più tutelato e, una volta laureatomi in Lettere Moderne, farò un concorso a Veterinaria.

A3: citofonare ‘ndrangheta

novembre 21, 2008

a3_salerno_reggio_calabria

E’ vero che dopo la revoca del certificato antimafia a Condotte S.p.A (poi restituito da una sentenza del Tar) non ci si dovrebbe meravigliare di nulla: Condotte è infatti sorta nel 1880 e nel 2006, tanto per fare qualche numero, ha avuto un giro d’affari di 713 milioni di euro con un utile di 6,9 milioni. Insomma, se anche una ditta come Condotte viene “sfiorata” dal sospetto della connivenza con le cosche non ci si dovrebbe meravigliare se altre ditte, certamente con un capitale più modesto, vengono investite dalla revoca del certificato antimafia.

Per uno come me che in matematica aveva uno, avere paura dei numeri è quasi fisiologico, ma apprendere che ben 31 (trentuno!) ditte operanti sul tracciato della A3 Salerno Reggio Calabria sono state interdette per la revoca del certificato antimafia è davvero inquietante.

Non sorprende, ma inquieta.

Inquieta, ancor di più, perchè appena due settimane fa, circa, degli operai di una ditta impegnata presso Bagnara Calabra sono stati minacciati a suon di lupara.

Del resto, le cosche, con la pretesa di ricevere il famoso 3% sul costo dei lavori, hanno messo lo zampino fin dalla realizzazione del primo metro quadro di asfalto della Salerno-Reggio Calabria.

Ma, dagli anni ’60/’70, quando fu cominciata e ultimata la A3, di tempo ne è passato: ma gli ‘ndranghetisti, si sa, sono tipi abitudinari.

Ecco, con l’ausilo dell’ottima relazione sulla ‘ndrangheta di Francesco Forgione, un piccolo riassunto delle più recenti inchieste con al centro gli eterni (e per questo redditizi, per le cosche) lavori della Salerno-Reggio Calabria:

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,  nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.

L’inchiesta della D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza.

Anno del Signore 2002: ero troppo giovane per occuparmene.

Sull’inchiesta Arca, che invece è molto più recente (estate 2007), so qualcosina in più:

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria  ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.  

Il sindacalista in questione è Noè Vazzana (da qui il nome “Arca”, che mattacchioni!) e sarebbe il personaggio chiave di tutta la vicenda: l’anello di congiunzione tra la legalità e l’illegalità. L’inchiesta si è occupata dei lavori ricadenti nel tratto Mileto-Gioia Tauro. Ci sono cognomi che contano parecchio nell’occ Arca: Bellocco, Pesce, Raso, Piromalli, De Stefano.

Le cosche mettono lo zampino: è ovvio che se 31 ditte vengono interdette ne devono arrivare di nuove a lavorare sul territorio. E questo richiede del tempo.

Ma questo alla ‘ndrangheta sta più che bene.

Facile capire, infatti, perchè le cosche abbiano tutti gli interessi per rallentare il corso dei lavori: più i cantieri rimangono attivi, più soldi entrano nelle casse della ‘ndrangheta. Con buona pace dell’amministratore Anas, Pietro Ciucci che è convinto di ammodernare l’autostrada A3 entro il 2013.

E, mentre attendo l’avvio dei lavori del commissario Boemi e della Stazione Unica Appaltante, devo dire che allora hanno davvero ragione, e con me sfondano una porta già spalancata, gli onorevoli Franco Laratta (Pd) e Angela Napoli (Pdl) quando invocano l’esercito nei cantieri. Da sempre, infatti, sono un fautore della militarizzazione di tutte le zone calde, quali Palermo, Napoli, Catania, ma, soprattutto, la Calabria intera, dove lo Stato, oramai, è costretto a fare (malissimo) la parte dell’infiltrato.

Tieni duro, Ricky!

novembre 20, 2008

villari

Sarebbe bello se il pressocchè sconosciuto (fino a qualche settimana fa) senatore Riccardo Villari la mettesse in quel posto, contemporaneamente, a Popolo della Libertà e Partito democratico.

Sarebbe un colpo alla Rocco Siffredi o John Holmes.

Eletto alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai con i voti del Pdl che non voleva lasciare campo libero al professionista dell’antimafia Leoluca Orlando, adesso il parlamentare napoletano vuole rimanere ben ancorato alla poltroncina.

E’ uno sport piuttosto comune.

Eppure il suo valoroso Partito democratico, mettendosi a 90 gradi (per ritornare a Siffredi e Holmes) ha rinunciato a sostenere Orlando dell’Idv (povero Tonino Di Pietro!), accordandosi col partito di Re Silvio sul nome dell’ottimo (e non scherzo) vegliardo Sergio Zavoli.

Villari non si dimette e viene espulso dal Partito democratico e questa, per lui, non è di certo una cattiva notizia.

La cattiva notizia, per me, è che la strenua resistenza di Villari durerà ancora per poco, dopodichè tutto andrà per il meglio (per Berlusconi, ovviamente).

Insomma, tanto per citare ancora Rocco e John, Villari terrà duro ancora per poco.

Nel frattempo Villari, in questa situazione isteriana (isterica+italiana, l’ho copiata al bravo Beppe Severgnini), avrà avuto i suoi giorni di celebrità.

Farà la figura di Pulcinella, ma “chissenefrega”.

Professione vacanze

novembre 18, 2008

professione_vacanze

Leggo che il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria ha vietato la lettura dei giornali locali ai detenuti in regime di 41bis.

Questa la spiegazione fornita da un lancio dell’Ansa:

…in seguito a indagini scaturite dalle minacce rivolte da boss detenuti a giornalisti o imprenditori, alcuni dei quali sono adesso sotto scorta. Molti mafiosi risultano abbonati a giornali della propria citta’ che ricevevano ogni giorno in cella prima che entrasse in vigore il divieto.

Niente paura, però: Santo Araniti, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato (27 agosto 1989), potrà leggere in santa pace, davanti a una buona tazza di caffè, le pregevoli e coraggiose inchieste di Gazzetta del Sud.

Giuro che è vero!

Il carcere, soprattutto per chi se lo merita, sta diventando una barzelletta, come quelle raccontate da Jerry Calà & C. nella fortunata serie “Professione Vacanze”: Santo Araniti, alleato del Supremo Pasquale Condello (anch’egli condannato per l’omicidio Ligato), non è più rinchiuso in regime di 41bis:

Lo ha deciso la Cassazione respingendo il ricorso del Procuratore della Corte di Appello di Torino che chiedeva, appoggiato dal parere favorevole espresso dal Ministero della Giustizia, il ripristino del ‘carcere duro’ per Araniti a causa della sua perdurante pericolosita’ e del ruolo di capocosca che tuttora ricoprirebbe. Senza successo il Pg di Torino ha sostenuto – nel suo ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale di sorveglianza del capoluogo piemontese che a gennaio ha revocato il 41 bis ad Araniti – che la cosca del boss ”e’ tuttora attiva, che perdura la latitanza di Pasquale Condello (ai tempi ancora uccel di bosco, ndr), sodale di Araniti e complice dell’omicidio Ligato, che Araniti e’ indagato per concorso in un altro omicidio”.

Del resto, se Santo Araniti è nato il 25 aprile (classe ’47) un motivo ci sarà.

Lo spessore criminale di Santo Araniti è percepibile fin dai tempi del processo Olimpia, fino ad arrivare, poi, all’operazione Bless, di un anno e mezzo fa.

Santo Araniti è, per esempio, l’esecutore materiale dell’agguato a Sebastiano Utano, del 12 dicembre del 1975 in cui perse la vita la figlioletta di quest’ultimo.

Giuseppina, tre anni.

Già condannato per detenzione di armi, estorsione e traffico di droga, Santo Araniti è il reggente dell’omonima cosca di Sambatello.

Per avvalorare la mia tesi vi propongo questa notizia dello scorso 22 maggio:

Beni per un valore di due milioni e 750 mila euro sono stati confiscati dalla Dia di Reggio Calabria a due presunti affiliati alla ‘ndrangheta.  G.C. indicato dalla Dia come elemento di spicco delle cosca Libri e capo del gruppo criminale dominante nel quartiere San Giorgio Extra di Reggio Calabria, accusato di avere gestito un traffico di droga con il Brasile, dove il suo gruppo criminale avrebbe una base operativa. C. A. secondo l’accusa, sarebbe un prestanome del boss Santo Araniti, con una partecipazione diretta in attivita’ di traffico di droga ed usura. le forze dell’ordine hanno confiscato un fabbricato di cinque piani ed un terreno in localita’ San Giorgio di Reggio Calabria, tre appartamenti ed un edificio di cinque piani. 

Insomma, come si dice in gergo, Santo Araniti, anche da dietro le sbarre è “unu chi cunta”.

Insieme a lui, però, escono dal regime di carcere duro anche altri illustri personaggi della ‘ndrangheta (ma anche esponenti di mafia e camorra): Giuseppe Iamonte, Fioravante Abbruzzese e Mario Pranno,  Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà (per questi ultimi il regalo risale alla scorsa estate).

Insomma, il carcere si trasforma in villaggio turistico, tanto per ritornare a “Professione vacanze: “libidine, doppia libidine…libidine coi fiocchi!”

Tutto mentre il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si dimena riuscendo a rispedire in 41bis il solo Antonino Madonia, uno dei mandanti dell’omicidio del generale Dalla Chiesa, e l’emendamento sul nuovo 41 bis, approvato all’ unanimità nei giorni scorsi dalla commissione Giustizia e Affari costituzionali del Senato, deve ancora andare in aula.

Ma, francamente me ne infischio e corro dal consigliere regionale Maurizio Feraudo a firmare contro il lodo Alfano: peccato che si possa fare solo una volta… Non c’è gusto!

L’uccisione del maiale

novembre 17, 2008

Pubblico con piacere queste parole di Maria Teresa D’Agostino, amica (prima di tutto) e collega: Maria Teresa parla di una tematica delicata, che le sta molto a cuore, quella che riguarda l’uccisione degli animali (spesso tra atroci sofferenze), nella fattispecie del maiale, antica usanza presente in tutta la provincia di Reggio Calabria, ma non solo.

Si tratta, come dicevo, di una tematica delicata e controversa: io, per esempio, mangio la carne di maiale.

Ma, al di là delle opinioni diverse che ognuno di noi può avere, quel che è certo è che su questo blog troverà sempre spazio chi lotta per qualcosa in cui crede, chi vive, con tutto il cuore, delle battaglie che sente sue e che, proprio per questo, vanno combattute con tutte le forze.

di Maria Teresa D’Agostino

Tre notti prima di morire il maiale vede in sogno i coltelli. Così riferiscono gli avi, di una credenza diffusa nella Locride secondo cui questi animali avrebbero la capacità di presagire la fine. Sensibilità e intelletto per riconoscere l’uomo, per affezionarglisi, per avvertirne l’inganno. Pensavano così i nostri nonni, con l’antica e inoppugnabile saggezza popolare. Una leggenda di cui, oggi, rigorosi studi scientifici dimostrano la veridicità collocando i maiali tra gli animali più intelligenti del creato. I coltelli e tutti insieme gli altri strumenti del rito sanguinoso: il tavolaccio, le corde, la caldaia. I preparativi che precedono il giorno stabilito. Magari, in tempi di norme legali ed etiche, non sarà l’affondo di una lama, non subito almeno, forse sarà preceduto dal “pietoso” colpo di pistola del macellaio. Ma non cambia molto. Vede i coltelli, in una notte fredda di luna chiara. Possiamo immaginare un sussulto. Possiamo sentirne le grida, in un’alba quasi sempre di ghiaccio. Ancora, come il secolo scorso, come cinquanta anni fa, venti… Ancora. E non bastano le mani strette forte sulle orecchie, bambina, accucciata nell’angolo più recondito della casa. Grida la paura di quegli uomini che lo strappano a forza dal giaciglio, a volte con un beffardo cesto di ghiande, grida il sentirsi immobilizzato, bloccato, grida la sua inutile ribellione al destino. “Signore fa’ che muoia presto, fa’ che muoia presto…” Le grida e gli occhi sbarrati, stupiti e terrorizzati, a cercare gli occhi degli stessi uomini che lo hanno nutrito. Stupiti, increduli. Limpidi, chiari, senza macchia. Fredda la notte. L’alba. La lama.

Il maiale
era lì che mi guardava.
Il macellaio
faceva finta di niente
e gli girava intorno indeciso
col coltellaccio allucinato.
Voltai l’angolo
il maiale pareva
implorarmi a restare
posando alla catena
come un lupo in olfatto.
Così rimasto incantato
non sentì il coltello
forargli la gola
e non vide il sangue
colargli a dirotto.
Era tutto concentrato
a rivedermi apparire.
(Salvatore Toma 1951-1987)

Messina, la mafia vive sotto la cappa della pax

novembre 16, 2008

messina

da www.strill.it

Ha 41 anni Mariano Nicotra. E’ un giovane imprenditore, abbastanza vecchio, però, per aver imparato quanto sia difficile lavorare al sud, in Sicilia. Mariano Nicotra è, da anni, impegnato sul campo per la lotta alla criminalità organizzata sul terreno più importante, ma anche più pericoloso: quello dei soldi.

E’ esponente dell’Asam, l’associazione antiracket messinese, e, dal 1996, nel mirino dei clan: proprio ieri l’ennesimo avvertimento. Questo uno dei lanci d’agenzia relativo a quanto accaduto:

“L’operatore economico, stamattina poco dopo le 5, era uscito da casa a bordo della sua Fiat Bravo quando, giunto al sottopasso che collega il villaggio di Zafferia alla statale 114, nella zona sud della città, ha sentito degli spari. Qualcuno, appostato nell’ombra, con tre colpi di pistola calibro 6.35, avevano centrato lo sportello posteriore lato destro dell’auto senza colpirlo”.

Un altro avvertimento per un imprenditore che lavora tanto, ma soprattutto, che vuole lavorare onestamente, senza sottomettersi al giogo della criminalità organizzata. Nicotra sta infatti ristrutturando per conto del Comune le case “Arcobaleno” del rione di Santa Lucia sopra Contesse, ad alta densità mafiosa.

E di pagare il pizzo non ha mai avuto voglia, battendosi in prima linea, superando la comprensibile paura per i propri rischi personali.

Una cosa, comunque, è certa: a Messina, quella che un tempo era considerata la “provincia babba”, dove si spara poco, perchè c’è la “pax”, qualcosa sta accadendo.

Prima l’operazione “Zaera”, contro il clan guidato da Armando Vadalà, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Verzera, che ha svelato un collaudato ed esteso meccanismo di imposizione del pizzo nel rione Camaro, specie nei confronti degli ambulanti a posto fisso del mercato di viale Europa, nonché di usura, ricettazione e truffe assicurative. Un sistema collaudato, sul quale, come ha spiegato lo stesso Verzera, “il Comune chiudeva gli occhi”.

Poi il suicidio del professor Parmaliana, un caso oscuro, avvenuto proprio in quella che era la “provincia babba”.

Adesso l’intimidazione a un imprenditore onesto, che lavora anche per conto del Comune, avvenuto alle prime ore del giorno, segnale della perfetta conoscenza delle abitudini di Nicotra.

Insomma, la mafia a Messina è più viva che mai.

E tutto viene gestito con precisione svizzera. Ecco cosa c’è scritto nella relazione della Dia relativa al primo semestre del 2008:

“A Messina, il panorama dell’organizzazione mafiosa continua a essere caratterizzato dalla suddivisione delle influenze criminali in tre aree geografiche… Due aree sono costituite dalle fasce di territorio che, dipartendosi dai margini della città, si estendono, rispettivamente, lungo la costa tirrenica, sino alla provincia di Palermo e, lungo quella jonica,  sino alla provincia di Catania… La terza area, costituita dall’aggregato urbano del capoluogo, può essere considerata una sorta di punto di convergenza delle predette influenze criminali e della ‘ndrangheta calabrese”.

A Messina, qualcosa di sinistro accade, in silenzio, sottobanco. La testimonianza viene data anche dal confronto, tra il secondo semestre del 2007 e il primo semestre del 2008, relativo ai fatti delittuosi avvenuti nella provincia di Messina: un computo sostanzialmente in pareggio, senza grosse differenze, ad esclusione di una diminuzione, quantificabile nel 28%, delle denunce per estorsione. Nonostante le iniziative virtuose e coraggiose attuate, a più riprese, da Confindustria Sicilia e, fattore ancor più significativo, nonostante la sostanziale crescita di denunce che invece si può riscontrare nel resto della regione.

La mafia a Messina vive e vive anche bene, visto che le operazioni di polizia giudiziaria, condotte in simbiosi con le investigazioni di natura economico – patrimoniale, secondo il principio del “doppio binario”, sancito dalla Legge 646/82, confermano l’interesse costante delle cosche per l’aggiudicazione degli appalti pubblici, sia mediante imprese controllate direttamente, sia agevolando imprese “vicine” alle famiglie mafiose.

L’intimidazione a Mariano Nicotra è solo l’ultimo episodio che certifica la sopravvivenza del fenomeno estorsivo, peraltro già accertata nel recente passato dalle operazioni “Vivaio” (15 arresti del clan Mazzarroti a Barcellona Pozzo di Gotto), “Pastura” (19 arresti, anche per traffico di droga), “Dracula”, “Grifone”  e “Micio”.

Sotto la cappa della pax mafiosa a Messina si muovono soldi ed equilibri e la legge è sempre la solita: guai a chi s’impiccia, guai a chi prova a resistere.

Terre senza speranza

novembre 14, 2008

provenzano

Ritorno a parlare di ‘ndrangheta, mafia e camorra. Da qualche giorno non lo facevo e qualcuno si era già insospettito.

Nonostante l’incipit tutt’altro che serio, voglio riflettere ad alta voce di cose gravi: per quanto mi riguarda Calabria e Campania sono due regioni oramai perdute.

Sono terre senza speranza.

Discorso a parte merita, invece, la Sicilia dove, anche nei miei sporadici viaggi universitari, riesco a “intercettare” una vitalità maggiore, una voglia di reagire alle logiche mafiose che in Calabria, vivendoci, non vedo e che in Campania, documentandomi, vedo ancor meno.

La Sicilia, Palermo in particolare, roccaforte della mafia, è quella terra che, all’indomani dei vergognosi murales che inneggiavano alla figura di Matteo Messina Denaro, rispondeva con le immagini, le icone, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Le loro idee camminano con le noste gambe”.

Le idee di Falcone e Borsellino erano e sono idee sane, come sono sane le idee di molti personaggi, magistrati e non (penso a don Ciotti) che operano in Calabria.

Ma in Calabria le idee non camminano con le gambe di nessuno, o quasi. La Calabria, da questo punto di vista, è una terra di paralitici, dove in pochissimi hanno la voglia e il coraggio di mettere in discussione uno status quo deviato, fatto di ingiustizie e di oppressione.

A Palermo, dopo l’arresto di Provenzano, di fronte alla Questura c’erano centinaia di persone che esultavano per la vittoria dello Stato e sputavano nei confronti dell’oppressore.

A Reggio Calabria, in occasione dell’arresto di Pasquale Condello, c’erano solo quindici giornalisti, poco più.

Io c’ero e, oltre a prendere appunti, riflettevo.

La Calabria convive (e qui mi rifaccio al poeta) con la ‘ndrangheta e il malaffare.

A Crotone, per esempio, i bambini studiano e giocano su rifiuti nocivi, ma praticamente nessuno è sceso in piazza per protestare.

I giornalisti si limitano a riportare la notizia, copiata da qualche comunicato, ma sono poche le “penne” che provano a dire qualcosa, che provano a creare movimenti di opinione sani.

Penso a Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, autori coraggiosi de “La società sparente”.

Trattati come dei traditori, degli infami, dei nemici.

In Campania va anche peggio: Roberto Saviano, 29 anni, è costretto a vivere sotto scorta giorno e notte per aver denunciato la cappa camorristica che si stende su Casal di Principe, ma, in generale, su tutta la regione.

I giornalisti, le persone in generale, si dividono in due categorie: chi prova, tenta disperatamente, di dire qualcosa (e può non riuscirci per mancanza di capacità, magari) e chi, invece, rinuncia a priori a ogni forma di dissenso, di riflessione.

Un’autocastrazione, fondamentalmente.

Un’autocastrazione assecondata, anzi incoraggiata, dal resto della società: se scrivi, se gridi, se ti arrabbi, nella migliore delle ipotesi sei solo “uno che non ha un cazzo da fare”.

Per questo dico che il coraggio è merce rara. Come è merce rara l’intelligenza: l’intelligenza di capire che ribellarsi con forza e decisione darebbe un senso più profondo alla vita di tutti noi.

La politica non aiuta di certo. Se il valente consigliere regionale Maurizio Feraudo, anzichè raccogliere firme sul lodo Alfano, le raccogliesse per le premature (e scandalose) scarcerazioni di Carmelo e Antonino Iamonte, oppure per fare in modo che vicende come quella di Silvio Farao non si ripetano più, farebbe una cosa molto più sensata e “onorevole”.

Calabria e Campania: si tratta di terre rubate, delle quali i cittadini onesti non reclamano la legittima proprietà.

Ma delle mie cose io sono parecchio geloso e, nel mio piccolo (minuscolo, direi), continuerò a scrivere.

Perchè ci credo in primis, e perchè mi sembra l’unico modo a mia disposizione di ringraziare quanti si impegnano sul serio nella lotta alla criminalità organizzata: a cominciara da Falcone e Borsellino, passando per don Ciotti, fino ad arrivare ai carabinieri del Ros che hanno arrestato, alcuni mesi fa, Pasquale Condello.

Anche se questi post sono i tipici articoli da “nessun commento”.