Le sue prigioni

alfano

Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha annunciato che il problema delle galere che “scoppiano” non verrà più risolto con indulti e amnistie, ma con l’edificazione di nuove carceri.

Il Consiglio dei Ministri, infatti, ha dato il via libera al “piano carceri”. Esso dovrà essere presentato entro 60 giorni, gli edifici dovranno essere “ecocompatibili” e per la loro costruzione il governo ha previsto anche il ricorso ai privati. Il provvedimento, ha spiegato poi il Guardasigilli, sarà inserito come emendamento nel decreto “milleproroghe”.

E’ una buona proposta.

Confermo: se non fosse per il Lodo Alfano, che definisco con certezza una vergogna, ma che, con altrettanta certezza, definisco un “male minore” nello sgangherato e corrotto mondo giudiziario italiano, l’attuale Guardasigilli, per il lavoro fin qui svolto, sarebbe da me promosso a pieni voti.

Mi riservo, comunque, il diritto di modificare decisamente il mio giudizio qualora Alfano dovessere rendersi correo della riforma-vergogna sulle intercettazioni telefoniche o di qualsiasi altra porcata “made in Silvio”.

Ritornando alle carceri: i posti disponibili dovrebbero passare dagli attuali 43mila agli oltre 60mila.

E’, sulla carta, una buona idea, che segna uno stacco piuttosto marcato rispetto alle scelte buoniste del passato, sulle quali forzisti e comunisti (buon’anime) hanno, per la prima volta, trovato un punto d’unione.

Accanto alle buone idee, però, Alfano continua a ignorare i problemi reali: in Calabria, per esempio, vi sono strutture già completate e mai utilizzate che, qualora fossero aperte alle attività, permetterebbero di tagliare (e anche di parecchio) costi e tempi. Vi riporto una notizia:

Nella sola provincia di Vibo Valentia, una tra le piu’ giovani e le piu’ piccole, meno di 200.000 abitanti, vi sono tre strutture carcerarie nuove di zecca, mai utilizzate, senza contare quelle dismesse. Costruite ad iniziare dagli anni ’80: una nel comune di Soriano, l’altra in quello di Arena e un’altra ancora a Mileto, a suon di miliardi non sono entrate appunto mai in funzione a causa della soppressione delle preture. A denunciarlo e’ l’associazione antimafia “Libera”, tramite il suo presidente provinciale, il sacerdote Giuseppe Fiorillo. “Adesso che il problema della popolazione carceraria e’ nuovamente scoppiato in tutta la sua drammaticita’ – si legge in una nota – a causa del sovraffollamento ed il ministro Alfano non sa come affrontarlo, i sindaci di quei comuni interessati che si sono visti appioppare sulle spalle quegli inutili fardelli, si chiedono perche’ quelle strutture debbono marcire quando invece potrebbero essere utilizzati per snellire l’affollamento del sistema penitenziario”.

Senza poi dimenticare il carcere di Arghillà, a Reggio Calabria.

Ma, per ora, Alfano si è fermato alle chiacchiere.

Ne riparliamo tra 60 giorni quando (si spera) le stesse chiacchiere si saranno trasformati in atti concreti.

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Una Risposta to “Le sue prigioni”

  1. Poto Says:

    OGGETTO: problematiche e disfunzioni negli Istituti penitenziari italiani.
    Palese inosservanza dei diritti dei detenuti.

    A più di otto anni dall’ entrata in vigore del nuovo Regolamento di esecuzione dell’ Ordinamento Penitenziario (D.P.R. 230/2000) il Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria non è ancora in grado di garantire i diritti fondamentali sanciti.
    Infatti, allo stato attuale, nella maggior parte degli Istituti penitenziari italiani non vengono rispettati gli standard previsti dalla normativa vigente sia per quel che riguarda il trattamento penitenziario sia per quello rieducativo.
    Basti pensare che in quasi tutte le strutture penitenziarie italiane a fronte di una capienza massima prevista attualmente risultano ospitati più del doppio dei detenuti.
    Tutto ciò vede costretti gli addetti ai lavori ad “ammassare” in esigui spazi, progettati al massimo per 1–2 persone, fino a tre detenuti.
    Appare evidente che in simili condizioni venga a mancare proprio lo spazio vitale, a maggior ragione prioritario se si considera lo status degli utenti che vedono già limitata la propria libertà personale.
    In tale contesto, per evidenti motivi di spazio (una stanza detentiva ha più o meno le dimensioni di 2 metri x 2metri ed è dotato di un unico servizio igienico), oltre a veder sacrificato lo spazio vitale del singolo, alla pari degli schiavi che venivano stipati nelle galere in tempi fortunatamente ormai lontani, i detenuti vengono fatti dormire su brande sistematiche verticalmente.
    Si precisa che nel caso di celle in cui vi siano ubicate tre persone (come attualmente accade nella maggior parte dei casi per carenza di ulteriori posti disponibili) la terza branda si trova sistemata ad un’altezza di circa tre metri dal suolo.
    Tutto ciò, oltre a creare evidenti disagi in coloro – magari non più giovani o affetti da particolari patologie – trovino gravoso arrampicarsi fino a queste altezze, crea anche grave pregiudizio per quel che riguarda l’integrità fisica dei ristretti in quanto sovente accade che qualcuno riporti lesioni di vario tipo dovute a cadute accidentali dalle brande.
    A ciò si aggiunge, nella maggior parte dei penitenziari italiani, la completa mancanza della doccia in cella sebbene parecchi di questi siano stati progettati o realizzati in tempi relativamente recenti.
    Come se ciò non bastasse, nonostante sia negato un legittimo diritto al detenuto, in alcune realtà non viene neppure concessa – per problematiche tecnico – strutturali – la fruizione della doccia giornaliera.
    Infatti una capienza doppia rispetto a quella massima prevista mette a dura prova le risorse idriche di qualche Istituto (specialmente del sud) che è stato progettato e realizzato senza un allaccio alla rete idrica e fognaria locale.
    Per questo motivo nella stagione estiva – oltre al danno anche la beffa – i detenuti si vedono anche razionare le risorse idriche e sovente devono sorbirsi i maleodoranti spurghi dell’ apparato fognario che non riesce a soddisfare le esigenze di un numero così cospicuo di persone.
    Per tutta risposta l’ Amministrazione Penitenziaria si ostina a ristrutturare vecchi Istituti, alcuni dei quali addirittura risalenti agli inizi del secolo scorso (antichi conventi, castelli, manieri, ecc…), la cui sistemazione oltre che risultare estremamente esosa per il bilancio dello Stato ottiene come ultimo risultato la creazione di “nuove vecchie” strutture obsolete, per niente funzionali e spesso con standard di sicurezza sotto la media.
    Basti pensare a quelle strutture che sorgono in pieno centro cittadino, senza possibilità di accesso con i mezzi né parcheggi per il personale dipendente e per i visitatori.
    Edifici che si ergono a ridosso di abitazioni civili, con muri di cinta perimetrali troppo bassi e spesso sovrastati da altre strutture.
    Senza contare le enormi problematiche gestionali incontrate da quanti – garanti dell’ordine e della sicurezza dell’ Istituto – operano nelle strutture interessate dai lavori di ristrutturazione posto che, durante tali lavori, nella migliore delle ipotesi il Dipartimento acconsente solamente ad un parziale trasferimento dei detenuti ivi ristretti.
    Le problematiche sopra esposte, oltre ad apparire poco umane per quel che riguarda il trattamento dei detenuti, appaiono seriamente preoccupanti anche per quel che riguarda la gestione del pianeta carcere.
    Infatti tale stato di cose crea continue situazioni di conflittualità, sia tra gli stessi detenuti, sia nei rapporti con il Personale preposto al controllo che, in condizioni di assoluta inferiorità numerica, deve arginare, gestire e porre rimedio a molteplici problematiche.
    In particolare si sottolinea l’ insostenibile situazione relativa al sistema sanitario penitenziario che, entrato a partire dal 01 aprile c.a. sotto le dirette dipendenze del S.S.N., allo stato attuale vede ancora impiegato all’interno degli Istituti Penitenziari un numero troppo esiguo di Personale, sia medico che infermieristico, che – costretto ad operare in un contesto ove anche i più banali farmaci sono un genere raro e prezioso – a stento riesce a gestire una situazione a dir poco esplosiva.
    Si rammentano infatti le molteplici problematiche legate all’ utenza del carcere che, spesso, giunge all’interno dell’ Istituto già con pregresse problematiche di carattere fisico, psichico il più delle volte legate a vicende di alcool/tossicodipendenza.
    Si comprenderà come – in assenza di un costante e congruo presidio di Personale medico e paramedico specializzato – risulti estremamente problematica la gestione di tali soggetti da parte del Personale di Polizia Penitenziaria che, seppur adoperandosi sempre con la massima professionalità e volontà di collaborazione, non possiede la preparazione necessaria.
    Preoccupante è anche la carenza di Educatori ed Assistenti sociali che operano all’interno degli Istituti che è fortemente percepita dai ristretti i quali sentono venir meno gli strumenti loro forniti dalla normativa vigente per cercare di far valere i loro legittimi diritti.
    Ci si riferisce in particolare a quanti, soprattutto stranieri, non essendo in possesso di un adeguato grado di istruzione e/o di conoscenze tecnico-giuridiche vedono loro preclusa la possibilità – non essendo a conoscenza o in grado di presentare la relativa istanza – di venir ammessi, ad esempio, a misure alternative alla detenzione.
    A riscontro di quanto sopra emblematico è il caso della Casa Circondariale di Lecce dove, proprio per questa situazione di forte disagio generalizzato, l’inasprimento dei rapporti tra popolazione detenuta e Personale di Polizia Penitenziaria è sfociato negli ultimi mesi in numerose aggressioni.
    Si vuol concludere questo breve excursus sottolineando i grossi sprechi per l’erario pubblico derivanti dalle spese sostenute per il continuo spostamento di detenuti in tutta Italia per motivi di giustizia. Come mai non viene presa in considerazione la possibilità di estendere il sistema delle videoconferenze (già utilizzato per i detenuti inseriti nel circuito “41 bis” O.P.) anche x quelli “meno pericolosi”?
    Quotidianamente si assiste ad un vero e proprio pellegrinaggio di detenuti (specialmente di quelli appartenenti al circuito penitenziario denominato “Alta Sicurezza”) che vengono tradotti da un Istituto all’altro per espletare le numerose incombenze giudiziarie alle quali sono sottosti. Sovente capita che questi soggetti affrontino un viaggio di centinaia di chilometri solamente per poi avvalersi nell’ Aula di Giustizia della “facoltà di non rispondere”.
    Sembra superfluo sottolineare quanto sia dispendiosa per il Contribuente ogni singola traduzione, sia in termini materiali (gasolio, autostrada, usura del mezzo, diaria di missione al Personale impiegato, biglietti aerei, ecc…) sia per quel che riguarda l’aspetto legato alla sicurezza.
    E come mai per cercare di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri non si pensa di creare nuove strutture, specialmente in quelle province ove – per oscuri motivi – la struttura esistente non è stata creata in posizione centrale bensì totalmente decentrata creando notevoli difficoltà ed inutili spese anche alle Forze dell’ordine che per accompagnarvi gli arrestati sono costretti a compiere veri e propri viaggi, il tutto sempre a carico dei cari Contribuenti.
    Si prenda ad esempio la Casa Circondariale di Lecce (denominata “Nuovo complesso” proprio perché di recente costruzione – 1997). La struttura in questione è sorta all’estremo nord della provincia di Lecce (a soli 40 km dal limitrofo carcere di Brindisi), ma la provincia di Lecce si estende fino a Santa Maria di Leuca (la punta del tacco d’ Italia) distante circa 70 km!!!!
    E chi paga le spese per coprire tale distanza ?
    Quotidianamente si assiste ad un’inutile e vergognoso spreco di carburante, risorse umane ed usura dei mezzi di servizio per trasporto arrestati da una punta all’altra della provincia, notifiche sul territorio, comparizione di detenuti ad udienze presso Tribunali sparsi per tutta la provincia, accompagnamento di detenuti agli arresti domiciliari, ecc…
    E dire che ci sarebbero già altre strutture (Case mandamentali) sparse per la provincia che potrebbero benissimo (e praticamente a costo zero) esser utilizzate – almeno come primo appoggio – per i detenuti neo arrestati ed in attesa di udienza di convalida dell’arresto o come case lavoro o sezioni attenuate per tossicodipendenti.
    Ad esempio a Maglie, in posizione centrale e ben collegata con tutta la provincia, è già esistente una Casa Mandamentale che però attualmente è solo parzialmente utilizzata come Istituto per semiliberi.
    Quindi il Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria – seppur avendo a disposizione Personale di Polizia Penitenziaria a sufficienza per supplire a tale compito- preferisce devolvere fior di quattrini all’ Amministrazione Comunale di Maglie per gestire per suo conto questa struttura nella quale sono impiegati dei custodi civili.
    Invece a Galatina, anch’essa cittadina della provincia di Lecce, in posizione piuttosto centrale e ben collegata, è sito un vero e proprio Istituto penitenziario finora mai utilizzato.

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