Archive for maggio 2009

Gli indecisi del Pd

maggio 30, 2009

villa_certosa

La Procura della Repubblica di Roma, per decisione del procuratore Giovanni Ferrara e del pubblico ministero Simona Maisto ha deciso di sequestrare le foto scattate dal fotografo Antonello Zappadu lo scorso Capodanno a Villa Certosa, nel corso della festa organizzata da Silvio Berlusconi, alla quale avrebbero partecipato decine di ragazze tra cui Noemi Letizia.

Le foto (che non riguarderebbero solo la festa di Capodanno, ma anche altre in tempi diversi) sarebbero state scattate da una terrazza e non autorizzate secondo la procura di Roma. Un esposto è stato presentato da Berlusconi anche al Garante della Privacy.

Le foto, consegnate spontaneamente dallo stesso Zappadu, adesso sono nelle mani dei Carabinieri.

In tutto ciò, però, c’è qualcosa che non quadra, perchè, se da un lato è comprensibile, pro domo sua, la soddisfazione del legale di Berlusconi, il deputato del Pdl Niccolò Ghedini, dall’altra sono bislacche anzichenò le dichiarazioni dei parlamentari Albertina Soliani e Roberto Di Giovan Paolo:

“Sulla base di quali leggi e di quali norme la Procura di Roma ha deciso di effettuare il sequestro anche delle fotografie fatte in luoghi pubblici dal fotografo Antonello Zappadu?”.

Ancora più duro, se possibile, Paolo Gentiloni:

“Da sempre si cerca di trovare un equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della privacy. In questo caso, tuttavia, nei confronti di un cronista sembra essersi scatenata una vera e propria caccia all’uomo. “Più che assistere ad un caso di tutela della privacy pare di trovarsi piuttosto di fronte all’introduzione del delitto di lesa maestà”.

Albertina Soliani e Roberto Di Giovan Paolo, così come Paolo Gentiloni, sono parlamentari del Partito Democratico, lo stesso partito che, non più tardi di qualche giorno fa, si era schierato, giustamente, al fianco dei magistrati, inquirenti e giudicanti, che erano stati ignobilmente insultati dal premier all’indomani della sentenza Mills.

Adesso, invece, sembrano non essere più dalla parte dei giudici.

Qualcuno, del Pd, me lo spieghi come se avessi quattro anni: ma i giudici sono bimbi buoni o cattivi?

Essere professionisti e l’alba dei dilettanti

maggio 27, 2009

blog

E’ un articolo lungo, che proprio perchè lungo, probabilmente in pochi leggeranno. Ma è un testo che racconta in maniera precisa e veritiera l’attuale stato mondiale dei media e dell’informazione e, quindi, anche (soprattutto) dei blog.. E’ una riflessione di uno sceneggiatore americano, John August, su professionalità e dilettantismo, riflessione che condivido in pieno.

Da www.unita.it

È un piacere parlarvi, stanotte. Negli ultimi due giorni ho visitato molte classi, ho parlato di sceneggiatura e film, ho parlato di me stesso. E lo so fare bene. Ma quando ho accettato di partecipare a questa conferenza, uno dei requisiti richiedeva che la presentazione avesse un titolo. Quindi un argomento, una tesi, un senso.

E’ tutto molto accademico, e mi piace. Mi mancava. Non mi crederete, ma un giorno ripenserete alla vostra carriera universitaria e sarete presi dalla nostalgia. Perché c’è qualcosa di rassicurante nel dover scrivere un saggio di quindici pagine sull’uso delle immagini floreali in “Orgoglio e Pregiudizio”.

La cosa più bella è che se sbagliate non succede nulla. Per il resto della vostra vita, vi diranno che state cazzeggiando. Quando siete in università, vi danno un voto. Ma andando avanti.

Ho deciso di non concentrare questa conferenza sulla sceneggiatura in senso stretto, ma sulla scrittura in generale. Perché tutti in questa sala sono scrittori. Che scriviate sceneggiature, o saggi di ricerca. Come minimo scrivete e-mail. Tutti voi siete, e sarete, scrittori professionisti in qualche ambito. Voglio parlare di cosa questo significhi.

Ma prima parliamo di me. Il 21 marzo del 2004, più o meno alle nove del mattino, ho ricevuto un’e-mail dal mio amico James, con scritto: “Congratulazioni per l’ottima recensione di Charlie e la Fabbrica di Cioccolato su Ain’t it Cool News”!

Questo mi ha inquietato per più di una ragione. Prima di tutto, il film non era stato ancora girato. Non avevamo neanche cominciato con la produzione. Di conseguenza, la recensione doveva essere basata sulla sceneggiatura. Gli studio e i cineasti non sono per nulla contenti quando le sceneggiature vengono diffuse e recensite su internet, perché fanno partire un meccanismo di congetture e speculazioni su cose che potrebbero o meno essere girate. Sapevo che avrei ricevuto telefonate di panico dalla Warner Bros.

Ma prima dovevo leggere il pezzo su Aint’ It Cool News. Immagino che tutti qui conosciate Aint’ It Cool News. E’ un sito internet gestito dal ciccione con i capelli rossi dove parlano dei film in arrivo e su come tutti facciano schifo. Dopo ogni articolo i lettori scrivono i loro commenti, che di solito sono deliri incomprensibili su Hulk Hogan. Questo è Aint’ It Cool News.

Quindi ho aperto il sito e ho cominciato a leggere. Leggerò solo qualche passaggio del pezzo, è molto lungo. E non è stato scritto da uno dei redattori del sito, ma da un tizio che si fa chiamare Michael Marker.

Cari lettori, non sono parte della produzione, sono solo un ragazzo fortunato con un genitore che lavora nel mondo del cinema. Con il quasi-pemesso di mio padre, un amore assoluto per Roald Dahl, e un rispetto ancora maggiore di prima per John August, scrivo qualche pensiero sul suo adattamento di Charlie e la Fabbrica di Cioccolato di Dahl. Già adesso sono nervoso. Ma “rispetto ancora maggiore” suona bene, chissà come va a finire? Vi avverto che rivelerò aspetti importanti della trama. La sceneggiatura è tutta lì. Tantissimi dettagli sono intrecciati alla trama e ai temi della storia come il rosso in un bastoncino di zucchero – è energizzante e vitalizzante. Ok, lo stile è un po’ troppo arzigogolato, ma andiamo avanti. Come l’adattamento di Peter Pan curato da P.J. Hogan, August non perde mai di vista gli aspetti più importanti del testo di Dahl, non solo sottolineando le parti fondamentali della trama e dei personaggi, ma riproducendo la visione di Dahl con straordinaria inventività. Sono un grande.

August ha scelto di cambiare lo sfondo della storia: da una cittadina in stile inglese a la Oliver Twist mischiato con uno show a premi degli anni ’60, è passato ad con un misto tra Hershey in Pennsylvania, Detroit/Pittsburgh/Chicago/Periferia. Negozi in stile Wallgreen vedono le barrette Wonka, e la madre di Charlie lavora in una fabbrica di scarpe da tennis. August rischia di essere accusato di americanizzare troppo la storia per scioccare il pubblico. Dahl ne sarebbe fiero. A questo punto comincio ad essere perplesso. “Perplesso” è probabilmente il termine sbagliato, perché si riferisce ad una reazione intellettuale, mentre quello che provavo era fisico. Il tipo di nausea che si prova quando si cade. Perché il problema è che non ho ambientato la storia ad Hershey, PA. La mamma di Charlie non lavora in una fabbrica di scarpe da tennis. Per nulla. Ma continuo a leggere. L’entrata di Wonka: la classica caduta con bastone, naturalmente. Fino a che un vecchio nella folla non rovina il divertimento. “Impostore!” urla. L’uomo tira fuori un telecomando e immobilizza Wonka con un click. L’uomo si toglie la sua stessa faccia e VIOLA! C’è scritto proprio “viola!” Ma son sicuro che lo scrittore intendesse “Voila!” Il vero Wonka si rivela. Arrotola la faccia di plastica dentro una palla e ne morde un pezzo come se fosse carne secca. Preme un bottone sul telecomando e il Wonkarobot si inchina. Questo non è neanche lontanamente quello che succede nella sceneggiatura. La nostra versione ha una parodia/omaggio di “E’ Un Mondo Piccolo” dove i burattini prendono fuoco e si sciolgono. Quindi mi fermo e penso: “che diavolo sto leggendo?” Che questo tizio abbia trovato una copia di una vecchia sceneggiatura di Charlie senza il nome dell’autore, e ha dato per scontato che fosse la mia? O sta mentendo deliberatamente? In ogni caso, la nausea sta lasciando posto a tremori. Ma continuo a leggere.

Un tocco di classe: le porte nella casa dei Bucket e nella Fabbrica di Cioccolato non si chiudono mai del tutto. Nella casa è un’abitudine degli abitanti, nella fabbrica è un soffio meccanico che blocca le porte al 99% della chiusura. Non ho idea di quello di cui parla. Non so neanche cosa significhi. Per quanto sia parsimonioso con le descrizioni visuali, ogni frase di August si scorre come l’olio: “mostra le tue mani e le tua braccia figliolo, non voglio segreti in questa casa”, “un altro cane abbaia nella distanza, un cane scuro, seducente”. Se riesco a descrivere un cane seducente, devo essere uno scrittore straordinario. E arriviamo agli Oompa Loompa. Wonka spiega la loro storia con un tono inquietante, come la lettera di Thomas Jefferson a Tom Hart, un altro proprietario di schiavi, nel 1806. “Il negro è stato trapiantato dalla Giungla Mortale dei Conflitti Tribali e dai demoni della Malattia e la Fame, ma è successo contro la sua volontà. Qualcuno potrebbe dire che sia un’opera di benevolenza da parte dell’uomo bianco. Io credo che sia il modo in cui vanno le cose”.

Thomas Jefferson? La benevolenza dell’uomo bianco? Per mettere le cose in chiaro, questo è un film su un biglietto d’oro e una magica fabbrica di cioccolato. Abbiamo cercato di evitare le ramificazioni socio politiche dell’imperialismo occidentale. L’articolo è firmato: “un affettuoso lavoro di finzione di Michael Marker”. Questo tizio sta dicendo che ha inventato tutto di sana pianta, ma è tutto online, presentato come se fosse vero. Questa recensione è largamente positiva, ma completamente sbagliata. Quindi, che faccio? Fortunatamente conosco una persona che lavora ad Aint’ It Cool News. Il suo nome è Jeremy, ma nel sito si firma “Mr. Beaks”. Ho pranzato con lui un paio di volte per parlare di Big Fish e Tarzan. Quindi gli mando una mail e scrivo che, hey, la recensione di Charlie è una bufala.

Per essere precisi, gli scrivo “questo tizio vi ha propinato una bufala”. Non è che mi sia offeso. E’ che quel tizio, Michael Marker, sta infangando il nome di Aint’ It Cool News cercando di far passare I suoi deliri per verità. Come si permette! E funziona. Mr. Beaks parla con Harry, e Harry pubblica un nuovo articolo che dice che la recensione è un falso. Non tolgono l’articolo originale, ma abbiamo praticamente risolto. Ma non posso fare a meno che pensare… il suo articolo era sbagliato, ma era molto, molto positivo. Cosa sarebbe successo se fosse stato negativo? Mr. Beaks e Harry Knowles mi avrebbero creduto lo stesso? Probabilmente no. Avrebbero detto “oh, sta rosicando”. Lamentarmi avrebbe dato ancora più credibilità alla falsa recensione. Vedete, il problema è che se provate ad andare contro ad Aint’ It Cool News, o un altro dei siti che si occupano di film, e li criticate per aver pubblicato qualcosa come una recensione di una proiezione di prova o di inventarsi qualcosa di sana pianta, riceverete sempre la stessa risposta: Hey, non siamo giornalisti professionisti. Siamo solo un gruppo di appassionati di film. E torniamo all’argomento di questa conferenza: professionisti contro dilettanti.

Che significato hanno queste parole, oggi? La distinzione classica e facile è che il professionista viene pagato per quello che fa, l’appassionato no. In molti campi, questa discriminante funziona. Ci sono i pugili professionisti e quelli dilettanti. C’è un astronomo professionista e l’appassionato di astronomia, un tizio con un telescopio nel cortile. Un mio amico ha provato a distinguere usando il criterio per cui “l’appassionato fa qualcosa per passione”. Che è un po’ deprimente se ci pensate. Come se dal momento in cui qualcuno comincia a pagarti per quello che fai smettessi di esserne appassionato.

Magari ha senso per la prostituzione, ma non credo sia un criterio universale. Ad esempio, oggi io ho lo stesso rapporto con la sceneggiatura che avevo quando ho cominciato, quando dormivo sul pavimento e mangiavo linguine di ramen. In pratica: odio abbastanza scrivere, ma adoro aver scritto. Farei praticamente qualunque cosa piuttosto che sedermi a scrivere una scena. Ma una volta che l’ho scritta, rileggerla è puro piacere.

E sinceramente la teoria del “venire pagato per farlo” non regge molto una volta analizzata. Un appassionato di fotografia può scattare una foto e venire pubblicato su Newsweek. Non per questo è un professionista. Un blogger può vendere Google Ad sul suo sito per qualche penny a click. Ma non è questo che lo fa diventare un professionista, almeno nel senso in cui credo dovremmo usare questo termine.

Da qui la mia prima tesi di stasera: Essere “Professionista” non ha nulla a che vedere con l’essere pagati. Quando parliamo di “professionisti”, credo che il vero argomento sia la “professionalità”, ovvero l’insieme di aspettative su come una persona dovrebbe comportarsi. Cercherò di mettere in fila quelle che credo siano queste caratteristiche.

La prima è “presentazione”. Di solito questo lo chiamavo “fottersene”, ma sto usando troppe parolacce per un discorso accademico. Cosa intendo per presentazione: diciamo che state scrivendo una lettera di lavoro, ed è piena di errori di battitura e grammatica. Questo non è professionale. O magari siete il direttore di un’agenzia funebre, e vi sedete accanto alla famiglia del deceduto indossando una maglietta dei Ramones. Pure questo non è professionale. Quello che sto dicendo è che c’è una certa aspettativa sul modo in cui un professionista si presenta, che sia di persona o tramite la scrittura. L’obiettivo è quello di fare in modo che il pubblico vi veda nella luce migliore possibile, il che significa correggere quello che si è scritto e indossare una maglietta pulita. Essere professionista vuol dire presentarsi come un professionista.

La seconda caratteristica dell’essere professionale è l’accuratezza. Se sei un ragioniere e metti fuori posto un decimale, non è professionale. Se sei un chirurgo e tagli il braccio sbagliato, quello è sbagliato e poco professionale. E agghiacciante.

La terza caratteristica è la consistenza. Facciamo che state andando in un ristorante, e sapete che cucinano ottimo cibo messicano. La volta dopo vi servono solo cibo ungherese. Ci tornate una terza volta? La consistenza è parte dell’essere professionista. E’ produrre quello che la gente si aspetta, ogni volta. E chiaramente bisogna essere puntuali. Se l’unica cosa in cui siete consistenti è arrivare in ritardo, non è professionale.

Prossimo: responsabilità. Questo significa che alla domanda “chi ha fatto questo?” voi possiate alzare la mano e dire “l’ho fatto io”. Sono stato responsabile. In un certo senso la responsabilità è l’opposto dell’anonimato. E’ il motivo per cui vedete le firme alla fine degli articoli di giornale. L’ultima caratteristica della professionalità, o almeno l’ultima che mi viene in mente, è “raggiungere gli standard della professione”.

Questo significa che all’interno della categoria delle persone che fanno quello che fate si è d’accordo su cosa sia e non sia accettabile. A volte questo è scritto su carta, come nel caso delle grosse agenzie immobiliari, o degli avvocati e i loro ordini. Spesso questo accordo è meno formale, ma non vuol dire che non esista. Che siano i camerieri che condividono le mance con i ragazzi che cambiano i servizi da tavola, o gli studenti che si scambiano gli appunti prima dei test, c’è un accordo piuttosto chiaro su cosa vada bene o meno. E soprattutto ci sono conseguenze se queste aspettative non sono raggiunte.

Riassumo gli elementi della mia definizione di Professionista.
Presentazione (o fottersene)
Accuratezza
Consistenza
Responsabilità
Standard Professionali
Non esce un buon acronimo, ci ho provato. Ma credo che questi cinque elementi siano dietro ad ogni discussione sull’uso della parola “professionale”. Che ci porta alla…

Seconda tesi: Gran parte dei media “professionali” è straordinariamente poco professionale. Questo può sembrare piuttosto ovvio, ma non per questo è meno deprimente. Ho qui due riviste che ho comprato in aeroporto mentre venivo qui. Il primo è Us Weekly. Il secondo è OK Weekly. Potete notare che in entrambi c’è un articolo su una certa coppia di celebrità. Chiaramente spendo le notti senza dormire, preoccupato per il matrimonio di Tom e Katie. Per tornare a me, così sto a più agio, conosco Katie Holmes dai tempi di Go. La adoravo. Per un bel po’ di tempo la chiamavo per il suo compleanno. Ma poi mi son reso contro che una diciannovenne e un omosessuale piuttosto più vecchio non possono avere granché in comune. Ma dio li benedica. Loro lo stan facendo funzionare. O almeno, speriamo. E’ difficile da prevedere. Se ripensate a Nick e Jessica (lo so, il cuore si spezza), una settimana era colpa di lui, quella dopo era colpa di lei. E sembrava che i giornalisti scrivessero i pezzi in entrambi i modi per poter pubblicare la versione più adatta alle foto di quella settimana.

Responsabilità: Come facciamo a sapere che ci sono problemi in paradiso? “Secondo le nostre fonti”. Ok. Le Fonti. Perché faccio fatica a credere queste fonti? Magari è perché le fonti che loro citano per nome non hanno nulla a che vedere con Tom e Katie, e stanno chiaramente congetturando. Questo è un trend pericoloso, perché è facile trovare qualcuno che ti dica più o meno qualunque cosa. Bisogna stare particolarmente attenti a termini come “cane da guardia dei media” o “osservatore di celebrità”. Non siamo tutti osservatori di celebrità? Ho comprato queste riviste. Sono un osservatore delle celebrità.

Standard professionali: mi sto concentrando su due riviste. Tutte le riviste sono uguali? Sinceramente, no. Mi pare che Time Magazine e Newsweek abbiano generalmente standard più alti, specialmente quando si occupano di “notizie che contano” piuttosto che di intrattenimento.

“Giornalismo sull’intrattenimento” è uno di quei termini che diventa più inquietante più ci si pensa. Per me è come quell’illusione ottica dove la stessa immagine si può interpretare come un vaso o due donne che si guardano. E’ giornalismo sull’intrattenimento, o giornalismo che intrattiene? Questo è un argomento per un altro seminario. Ma credo sia ovvio che non ha senso mettere Entertainment Tonight o Access Hollywood sullo stesso piano di 60 Minutes. Una volta che vediamo che “questo è uno show sulle celebrità” diamo per scontato che molto di quello che stiamo per vedere sarà costruito. Piuttosto diventa goffo e strano quando una giornalista seria come Diane Sawyer segue Brad Pitt in Africa per parlare della fame nel mondo. Non è una storia da telegiornale; non è una notizia. E credo che renda più complesso prendere sul serio Diane Sawyer quando presenta notizie reali.

Una delle cose che non è chiara a chi vive e lavora al di fuori dell’industria dell’intrattenimento è che Hollywood è una città molto piccola. Tutti si chiamano per nome, anche se non si conoscono. E abbiamo due giornali locali: Variety e l’Hollywood Reporter. Se lavorate nell’industria vi abbonate ad entrambi, e li ricevete ogni mattina. Variety è famoso per il suo liguaggio da addetti ai lavori, che lo rende quasi illeggibile. Lo chiamano Slanguage (Slang + Language, ndt). Le premiere sono chiamate preems. I presidenti prexys. E nessuno lascia un lavoro, ma “caviglia” (ankle, ndt). La loro testata più celebre è del 1935: “Sticks Nix Hicks Pix”. Il che voleva dire che la gente del Midwest non stava andando a vedere I film sui contadini. L’Hollywood Reporter, d’altro canto, è scritto in Inglese. Entrambi I giornali hanno un sito internet, dove potete leggere la maggior parte degli stessi articoli che trovate sul giornale. L’Hollywood Reporter ha anche un blog, scritto dal suo vice direttore, Anne Thompson. Il blog non ha pezzi veri e propri, ma piuttosto piccoli commenti, paragrafi. Insomma, è un blog.

Più o meno una settimana fa, ho letto sul blog una cosa che mi ha messo piuttosto a disagio. Grazie a Stax, l’esperto ufficiale di tutte le cose Bond su IGN FilmForce, per questo link a una descrizione della sceneggiatura del nuovo Bond. Se non volete leggere anticipazione, non andateci! Allegato c’era un link alla sceneggiatura del nuovo film di James Bond. Ora, se avete prestato attenzione all’inizio della mia conferenza-monologo, vi ricorderete che ho qualche problema con le recensioni delle sceneggiature. Non credo siano una buona cosa. Per me, è come decidere che è un bambino è brutto guardando un’ecografia. Ero sciocciato per la recensione della sceneggiatura di Charlie su Aint’ It Cool News, e quella era una recensione falsa. Adesso il vice direttore dell’Hollywood Reporter mette un link alla una recensione di una sceneggiatura. Pensavo non fosse corretto. Per cui l’ho chiamata.

La sua prima domanda: “Il link è rotto? Non funziona?” Si Anne, funziona. Ma non credo sarebbe dovuto essere pubblicato. Le ho chiesto se avrebbe pubblicato lo stesso pezzo nella versione cartacea dell’Hollywood Reporter. Ha detto che non l’avrebbe mai fatto. Ma questo è un blog, e I blog sono un’altra cosa.

E qui siamo entrati nel cuore del problema: lei invidiava i blog. Da un certo punto di vista invidiava Aint’ It Cool News, perché era in grado di scrivere voci di corridoio e speculazioni senza porsi gli stessi problemi dell’Hollywood Reporter. I giornali da edicola hanno un contatto non scritto con i loro lettori per cui devono solo pubblicare fatti verificabili. I blog in giro per il mondo non ce l’hanno, e per questo motivo possono permettersi molto di più.

Abbiamo avuto una bella discussione sulla sua decisione di pubblicare il link, e sulla difficile distinzione tra il giornalismo con la G maiuscola e quello che succede sulla rete. Alla fine ha deciso di rimuovere il link.

Ma quello che non le ho detto, e che vi dico ora, è che credo che l’atto di pubblicare il link in sé sia stato incredibilmente poco professionale da parte sua. E’ ridicolo che abbia dovuto chiamarla perché accettasse di toglierlo.

Tornando al problema della professionalità: non c’è dubbio che lei sia una giornalista professionista a tutti gli effetti. E’ un direttore pagato in uno dei giornali più rispettati nel giro dell’industria cinematografica. Non può decidere di dire tutto ad un tratto che in questo contesto è “solo una blogger, non mi puoi giudicare con gli stessi standard”.

E questa è la tesi numero 3: Non spetta a te decidere quando essere un professionista o no. Forse il modo migliore per dimostrare questo è pensare a quando eravate a lezione di geometria al liceo. Ovvero l’anno scorso, per molti di voi. Ricordate che ci sono due tipi di dimostrazione? Ci sono le dimostrazioni dirette, dove si parte dal postulato e l’assioma per provare qualcosa, e poi c’è la dimostrazione indiretta. Per la dimostrazione indiretta si fa il ragionamento opposto al postulato, finché non si dimostra la sua illogicità.

Usiamo la dimostrazione indiretta. Quindi diciamo che tu puoi decidere quando essere un professionista e quando puoi essere un non professionista. Seguiamo questa logica fino in fondo. Quando posso scegliere di essere un professionista? Probabilmente quando stai facendo bene a lavoro. Quando stai lavorando qualcosa su cui ti senti a tuo agio, che ti fa sentire bene. E’ facile essere professionale quando tutti ti lodano.

Che cosa si guadagna quando ci si definisce professionisti? A volte si guadagna accesso. Se siete fotografi professionisti, potete avere accesso ad eventi chiusi agli appassionati. Potreste essere pagati. In quanto sceneggiatore professionista, vengo pagato piuttosto bene per scrivere dialoghi interessanti. Un attore è pagato molto di più per recitare i dialoghi interessanti che scrivo (ma quello è un altro argomento). In quanto professionista, ricevi anche il rispetto dei tuoi colleghi. Ti puoi sedere al tavolo degli adulti, piuttosto che in quello dei bambini. In termini di soddisfazione personale, può essere molto importante. Chiaramente ci sono un sacco di ragioni per voler essere considerati professionisti.

Quando potreste decidere di essere considerati dei dilettanti? Probabilmente nei momenti in cui state facendo schifo, che sia perché non avete idea di che state facendo, o perché non siete buoni a farlo. O quanto meno nel momento in cui la gente vi critica. Dite: “che vi aspettate? Sono solo un dilettante”. Questo è quello che fa Aint’ It Cool News. Stanno usando il loro essere appassionati come scusa. E’ come dire “non giudicatemi”. E qui la dimostrazione indiretta crolla: La gente vi giudicherà sempre. Non avete nessun potere in proposito. Non potete controllare i criteri con cui sarete giudicati, o che criterio sia più importante. L’unica cosa che potete controllare è il vostro lavoro. Perché il vostro lavoro, tutto il vostro lavoro, deve essere professionale. E cosa intendo per professionale?

Tornando ai cinque punti per cui non ho un acronimo: Presentazione: se la vostra scrittura è delirante, incoerente e sgrammaticata, la gente vi giudicherà per questo.

Accuratezza: se vi state sbagliando, quello è un problema. E non vale solo per il giornalismo. Se giungete a conclusioni che non sono sono supportate dai fatti, quello è un problema. Se state studiando la clonazione umana, potete passare dall’essere il più grande eroe della Corea del Sud ad essere il suo peggior nemico nel giro di una settimana. Credetemi, quel tizio non dirà “no, avete frainteso, sono un clonatore dilettante.”

Consistenza: la gente può contare su di voi? Sono sicuro che tutti in questa stanza hanno partecipato ad un progetto di gruppo. E c’è sempre quello che non fa la sua parte. Si presenta in ritardo. Non finisce di scrivere la sua parte. Evitate di diventare quel tizio. Dovete presentarvi in tempo ed essere pronti.

Responsabilità: vi prendete la responsabilità di quello che dite, e di quello che fate? È facile prendere posizioni forti. È più difficile viverle con coerenza. Raggiungere gli standard della professione: quando tornate a casa per il ringraziamento, una volta che sedete nel tavolo degli adulti non potete tornare a quello dei bambini. Non puoi più lanciare il cibo, o smetteranno di invitarvi. La mia tesi era: “non puoi decidere quando essere professionista, e quando sei un dilettante”. Possiamo renderlo più breve.

Tesi 3.01: Non potete mai essere dilettanti.

Adesso molti di voi starà pensando minchia, troppa pressione. Quando mi laureo, quando sarò nel mondo reale, devo essere, cioè, professionale. E io vi dico no. Questo È il mondo reale. Dovete essere professionali ora. Perché tutto quello che state scrivendo, che sia un compito di inglese o il vostro profilo su Facebook, porta il vostro nome. Vi rappresenta. E nell’era di Google, tutto quello che avete scritto, anche quel commento acido lasciato nel forum, è collegato a voi. Per cui dovete chiedervi: tra un anno, tra cinque anni, come mi sentirò quando qualcuno mi chiederà di quella cosa che ho scritto?

In tutta onestà, sinceramente, non voglio sembrare il Signor Oppressione e Disperazione. Se volete scrivere 1500 parole sul vostro gatto sul vostro blog, fatelo senza problemi. Vi sto solo chiedendo, implorando, di correggere quello che scrivete: Mr. Fusa se lo merita. Rimboccate le vostre maniche virtuali e prendete sul serio anche le cose leggere.

Fatemi citare due esempi tratti dalla mia esperienza: La prima cosa che io abbia mai scritto si chiamava Here and Now. Era una tragedia romantica ambientata a Boulder, Colorado. Era la classica prima sceneggiatura, dove ho provato di infilare tutto quello che sapevo su tutto, perché avevo la sensazione che magari non avrei scritto un’altra sceneggiatura, per cui ho messo tutto in quella. La sceneggiatura è venuta fuori bene, mi ha procurato il mio primo agente, e in seguito un lavoro scrivendo una sceneggiatura per qualcun altro.

Quando leggo quella sceneggiatura, oggi, mi vengono i brividi. Sono uno scrittore migliore oggi di quanto lo fossi ai tempi. Ma non mi vergogno di quella sceneggiatura perché è professionale. È ben presentata, non ci sono errori di battitura rilevanti. È accurata, almeno per quanto riguarda le emozioni descritte nella storia. È consistente: ci sono una manciata di modi per presentare una sceneggiatura, e finché si sceglie uno e lo si segue fino alla fine non si sbaglia. Mi sento ancora responsabile per la sceneggiatura. Non mando più quella sceneggiatura come dimostrazione del mio lavoro, ma se qualcuno l’ha letta sono felice di parlare delle scelte che ho fatto.

E infine, e questa è la cosa più importante: la sceneggiatura ha raggiunto gli standard della professione. Per quanto fossi uno sceneggiatore esordiente, non stavo scrivendo per altri sceneggiatori esordienti. Stavo scrivendo come se fossi uno sceneggiatore professionista, e volevo che gli altri mi leggessero allo stesso modo.

Secondo esempio: al momento mi occupo di un sito internet, praticamente un blog sulla sceneggiatura. Il sottotitolo del progetto è “una tonnellata di informazioni utili sullo sceneggiare”, e spero sia veritiero. Ho creato il sito perché quando ero un aspirante sceneggiatore – notate che ho usate “aspirante”, non “dilettante” – era molto difficile trovare buone informazioni sulle sceneggiature e su come scriverle. Ho cominciato a scrivere una rubrica settimanale di domande e risposte sull’Internet Movie Database, e ho infine usato queste rubriche come base del sito.

Aggiorno il sito più o meno due volte a settimana, e lo prendo piuttosto sul serio. Non è il mio lavoro; non vengo pagato per farlo; non ho neanche la colonna di Google ad nel sito. Ma sono molto professionale nel sito, in tutti e cinque i sensi che considero facciano un professionista. Voglio che abbia un bell’aspetto. Controllo che quello che scrivo sia corretto. Controllo che i link che pubblico funzionino. Cerco di essere sicuro di dare consigli utili settimana dopo settimana. E per quanto riguarda il rispetto degli standard dei miei pari, non controllo siti di altri sceneggiatori, ma i siti più utili che si dedicano ad altri argomenti. Cerco di attenermi a quegli standard. E lo faccio perché ci metto il mio nome. Credo che sia importante pensare al proprio nome come al proprio marchio. Così come la Walt Disney Corporation non vuole che Topolino venga rappresentato con un’accetta insanguinata nella sua mano bianca e pacioccosa, io non voglio che il mio nome venga associato a della cattiva scrittura poco professionale. Tutto quello che avete è il vostro lavoro. Quindi date il meglio di voi stessi. Sempre e comunque.

Per chiudere, voglio chiarire che le mie critiche ad Aint’ It Cool News, o Us Weekly o ai blog di bassa lega non vogliono essere scoraggianti. Stiamo vivendo uno dei momenti più elettrizzanti della storia dei media. Le barriere per entrare nel discorso pubblico non sono mai state così basse. Potete girare un cortometraggio con una videocamera da 500 dollari, pubblicarlo su Youtube, e diventare un successo mondiale il giorno dopo. Tramite un blog avete la possibilità di rispondere ai media come mai è successo prima, e i vostri lettori possono rispondervi.

Credo che il periodo più vicino a quello che stiamo vivendo sia l’inizio degli anni ‘90, quando abbiamo avuto le prime stampanti laser. Ero un designer grafico, ed ero in paradiso. Ma ci possiamo ricordare tutti quello che è successo, no? Tutto ad un tratto sono spuntate fuori un sacco di notiziari orribili. E abbiamo imparato una lezione dolorosa: solo perché puoi creare un notiziario con 50 font in copertina, non vuol dire che sia il caso di farlo.

Quello che vi chiedo, quello che vi supplico di fare, se potete leggere tra le righe, è di affrontare questi nuovi strumenti da professionisti, non da dilettanti. Al contrario di quell’orribile notiziario, che è stato riciclato, il vostro blog sarà disponibile per sempre. Per sempre. Gli storici lo leggeranno e si chiederanno, “Cristo. Ma non avevano il correttore automatico?”

A prescindere dalla carriera che decidiate di intraprendere, sarete scrittori per il resto della vostra vita. Promettete a voi stessi, stanotte, che sarete per sempre professionisti. Grazie.

Traduzione a cura di Emilio Bellu

Agenda – A Cittanova ricordando Giovanni Falcone

maggio 23, 2009

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Diciassette anni fa, a Capaci, perdevano la vita i magistrati Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.

Oggi sarò a Cittanova a moderare l’incontro-dibattito “Per non dimenticare l’eredità di Giovanni Falcone”, organizzato dal movimento “Ammazzateci tutti” e dalla Fondazione Antonino Scopelliti. Oltre ad Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti, interverranno Salvatore Boemi, ex magistrato, attuale Commissario della Stazione Unica Appaltante della Regione Calabria, Renato Cortese, capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria, Rocco Lentini, giornalista e storico, Presidente Istituto “Ugo Arcuri”. Nel corso dell’incontro verrà proiettato anche un video-messaggio di Maria Falcone, moglie del magistrato ucciso diciassette anni fa.

Perchè Berlusconi si salverà ancora

maggio 20, 2009

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L’avvocato inglese David Mills è stato condannato in primo grado nello scorso febbraio: 4 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari. Secondo i giudici, che in questi giorni hanno depositato le motivazioni della sentenza di condanna, Mills avrebbe mentito per scagionare il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. L’inchiesta, che tirava in ballo anche il Cavaliere, nel 2004 aveva visto lo stesso avvocato Mills ammettere ai pubblici ministeri di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Berlusconi: le tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian.

Ma, l’abc del diritto dice che se c’è un corrotto, c’è anche un corruttore. Quel corruttore che i giudici di Milano Gandus, Dorigo e Caccialanza avrebbero individuato in Silvio Berlusconi.

La posizione del Premier, però, è stata stralciata dal processo grazie al Lodo Alfano, che, nel luglio 2008, ha sancito la sospensione dei processi per le prime quattro cariche dello Stato.

E se, per una volta, le parole di Antonio Di Pietro, che invita Berlusconi alle dimissioni, hanno un senso, il più comico di tutti è, come spesso accade, Dario Franceschini, il segretario del Partito Democratico.

Leggiamo insieme questo lancio di agenzie di ieri:

Berlusconi “venga in Parlamento, ma venga a dire: rinuncio ai privilegi del lodo Alfano e mi sottopongo a un giudizio come tutti i normali cittadini”. E’ la richiesta del segretario del Partito democratico, Dario Franceschini, che commenta così la condanna di David Mills per falsa testimonianza in favore del premier. Una sentenza, a suo avviso, “che dimostra in modo purtroppo incontestabile il coinvolgimento del presidente del Consiglio e allo stesso modo che la legge Alfano è stata fatta apposta per sottrarlo al giudizio”.

“Berlusconi rinunci al Lodo Alfano”. Suona bene.

A parte la musicalità, però, Franceschini dovrebbe chiedersi e spiegare il senso delle sue richieste.

Quello che forse il segretario del Pd non sa è che Berlusconi, il corruttore Berlusconi, secondo quanto dicono i giudici, è ormai intoccabile.

Berlusconi non deciderà mai e poi mai di privarsi dello scudo, assai resistente, del Lodo Alfano. Potrebbe avvenire un’altra cosa, però: potrebbe succedere, anzi, è assai probabile che succeda, che la Consulta, a fine 2009, prenda in mano le carte del Lodo Alfano e le faccia in mille pezzettini, come già accaduto, nel 2004, per il Lodo Schifani.

Questo accadrà però quando all’inizio del 2010 mancheranno pochi giorni e l’eventuale processo a Berlusconi dovrebbe partire da zero, perchè i tre giudici che hanno condannato Mills sarebbero “incompatibili” (un vocabolo sempre di moda quando ci sono toghe di mezzo) a giudicare il Premier.

In quel caso la difesa di Berlusconi (rappresentata da quel Niccolò Ghedini che non è per niente fesso) avrebbe tutto il diritto di riascoltare i 22 testimoni che sono serviti a condannare Mills e chissà quanti altri. E i tempi della giustizia, si sa, sono lunghi assai. E comunque sarebbe solo il primo grado di giudizio!

Nel frattempo i mesi passerebbero e la legge n.251 del 5 dicembre 2005, la cosiddetta ex-Cirielli, farebbe il resto:

La prescrizione estinguerà il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorchè puniti con la sola pena pecuniaria.

In parole povere, la prescrizione scatta dopo dieci anni dal presunto reato: e i fatti che sarebbero contestati a Berlusconi, che poi sono gli stessi che hanno portato alla condanna di Mills, si riferiscono al 2000.

Fate un po’ due calcoli…

Un mondo perfetto

maggio 17, 2009

omosessuali

I mondiali in Italia sarebbero cominciati qualche mese dopo: il 17 maggio 1990 l’Assemblea generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Fino a quel momento, e non stiamo parlando del Medioevo, il mondo, da Oriente, fino al tecnologico e civilizzato Occidente, considerava l’omosessualità al pari di una nevrosi, o di una psicosi.

Secondo una stima del giugno 2008, un anno fa, sarebbero 450 i milioni di persone nel mondo che soffrono di una qualche forma di malattia mentale, sia essa un disturbo psichico o una malattia neurodegenerativa o una forma di demenza.

Fortunatamente, dal 1990, con un ritardo vergognoso, nei rapporti annuali stilati dall’Oms non figurano più gli omosessuali.

L’Articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 recita:

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

L’8 febbraio del 1994, peraltro, il Parlamento Europeo ha approvato la “Risoluzione sulla parità di diritti per gli omosessuali nella Comunità”.
Nell’ambito delle “Considerazioni generali”, tale risoluzione ha ribadito la convinzione che tutti i cittadini debbano ricevere lo stesso trattamento e che, pertanto, la Comunità Europea abbia il dovere di dare realizzazione al principio della parità di trattamento delle persone indipendentemente dalle loro tendenze sessuali.

Eppure, a parte gli atti di violenza, ma qui siamo in ambito penale, che, continuamente, e in tutto il mondo, gli omosessuali subiscono, vi sono delle discriminazioni, per così dire, “istituzionalizzate”, certificate anche da diverse interrogazioni al Parlamento Europeo.

La prima è del deputato Raül Romeva i Rueda, ed è datata 23 maggio 2006:

L’Associazione dei medici progressisti (Spagna) e il sindacato UGT hanno protestato in quanto il governo del Principato di Andorra non consente agli omosessuali di donare il sangue, adducendo a giustificazione di tale misura motivi di presunto “interesse collettivo”.

C’è da precisare che l’Andorra non è un Paese membro dell’UE, ma ha firmato un rapporto di cooperazione con l’Unione.

La seconda interrogazione è datata 20 ottobre 2006, a firma dei deputati Michael Cashman , Sophia in ‘t Veld , Raül Romeva i Rueda e Alexander Stubb:

Secondo informazioni trasmesse da alcune organizzazioni agli interroganti, negli ospedali degli Stati membri dell’UE viene attualmente impedito alle persone gay, lesbiche e bisessuali, poiché ritenute un gruppo «a rischio», di donare il sangue. Ciò si è verificato, almeno, in Spagna e nel Regno Unito, dove i centri di donazione del sangue rifiutano di accettare le donazioni di qualsiasi persona gay, lesbica o bisessuale unicamente a causa dell’orientamento sessuale.

Falso: un uomo omosessuale o una donna lesbica, in quanto tali, non hanno più probabilità di contrarre il virus dell’Aids rispetto a individui, uomini o donne, eterosessuali.

Arriviamo all’ultima interpellanza, del 17 febbraio 2009, a firma di Raül Romeva i Rueda, Michael Cashman e Sophia in ‘t Veld:

A livello generale, le norme adottate dagli Stati membri in merito all’accesso delle persone omosessuali alla donazione di sangue variano notevolmente di caso in caso. In Slovacchia, ad esempio, gli uomini che hanno avuto rapporti sessuali con altri uomini negli ultimi 12 mesi vengono esclusi dalla possibilità di donare sangue, mentre nel Regno Unito e in Francia tale divieto ha carattere permanente per qualsiasi uomo che abbia avuto un rapporto sessuale, anche se unico e protetto, con un altro uomo. Ritiene la Commissione che le notevoli disparità normative esistenti nell’UE siano pienamente giustificate? Non trova essa che gli Stati membri che impongono regole estremamente rigide (quali Regno Unito e Francia) negano in realtà alle persone omosessuali un accesso equo e giusto alla donazione di sangue?

Europa, il “mondo civilizzato”, Anno del Signore 2009.

Ah, dimenticavo: la foto del post è volutamente provocatoria. Lo dico per chi, magari, si è appena svegliato.

Puoi trovare questo articolo anche su reportonline.it

Complotto-bis

maggio 13, 2009

berlusconi_milan

Veronica Lario, La Repubblica, 28 aprile 2009:

“Ciarpame senza pudore”. Il vaso si è colmato di nuovo e Veronica Lario esplode come già fece alla fine di gennaio di due anni fa con la famosa lettera a Repubblica. Questa volta, la moglie del premier attacca sull’uso delle candidature delle donne che a suo avviso si sta facendo per le elezioni europee.

Silvio Berlusconi, Bruxelles, 29 aprile 2009:

“Ex show girl in lista? Ma quando mai. E’ tutta una manovra della stampa di sinistra. Mi sembra che la situazione sia molto chiara, c’è una manovra montata dalla stampa di sinistra e dell’opposizione sulle nostre liste con notizie assolutamente infondate. Mi spiace che la signora (ovvero la moglie, ndr) abbia creduto alla stampa”.

Veronica Lario, La Repubblica, 28 aprile 2009:

La signora Berlusconi prende anche l’iniziativa di parlare della notizia, pubblicata oggi da la Repubblica, secondo cui il premier sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno d’una ragazza di 18 anni: “Che cosa ne penso? La cosa mi ha sorpreso molto, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato”.

Noemi Letizia, 18 anni appena compiuti, corrieredelmezzogiorno. corriere. it, 28 aprile 2009:

“Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme”.

Silvio Berlusconi, Bruxelles, 29 aprile 2009:

Altra questione, altra piccata replica del Cavaliere. Stavolta tocca alla partecipazione di Berlusconi a una festa di compleanno di una diciottenne napoletana che dice di chiamarlo “papi”. La cosa non è piaciuta a Veronica. Il premier minimizza: “Solo un brindisi e qualche fotografia. il padre della ragazza era l’autista di Craxi. Si tratta di una strumentalizzazione veramente assurda e contro la realtà”.

Claudio Tito per La Repubblica, 12 maggio 2009:

“E’ tutta colpa di Ancelotti”. Qualcosa si deve essere proprio rotto tra Silvio Berlusconi e il tecnico. Anche con l’allenatore del Milan sembra esserci aria di divorzio. E già, perché altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui ieri sera, a Sharm el Sheik, davanti ad un gruppetto di turisti italiani il premier si sia lasciato andar ad un lungo sfogo contro l’allenatore rossonero. Accuse e recriminazioni con tanto di spiegazioni tattiche.

Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, parla della vicenda Berlusconi-Ancelotti, 13 maggio 2009:

“Ho sentito il presidente Berlusconi, che mi ha detto di essere caduto dalle nuvole”.

Operazione “Leucopetra”: rifiuti pericolosi a 300 metri dal mare

maggio 12, 2009

operazione_leucopetrada www.strill.it

E’ una centrale a carbone il nucleo da cui si irradiavano tutte le attività illecite nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti pericolosi, scoperte dal Corpo Forestale dello Stato tramite l’operazione “Leucopetra” che ha portato all’arresto di dieci persone nelle provincie di Reggio Calabria, Brindisi e Lecce.

LA PROCEDURA

I rifiuti, infatti, venivano prodotti dalla Centrale ENEL di Brindisi e classificati come rifiuti pericolosi, secondo la normativa del Codice Europeo in materia di rifiuti, ma, mediante certificazioni analitiche, svolte da laboratori privati, venivano declassificati nella categoria di rifiuti non pericolosi. La fase successiva era semplicissima: i rifiuti invece di essere smaltiti in una discarica idonea, venivano avviati al recupero per la produzione di laterizi. Un recupero, che, però, non veniva mai effettuato, perché le scorie venivano occultate sotto terra. La centrale di Brindisi, “Federico II”, tra l’altro, nel documento “Dirty Thirty” del maggio 2007, stilato dal WWF, è stata indicata come la venticinquesima peggiore centrale elettrica d’Europa in termini di efficienza energetica in relazione alle emissioni di anidride carbonica.

IL VIAGGIO

Ricapitolando, i rifiuti venivano prodotti a Brindisi, in località Cerano, per essere trasportati tramite un’Associazione Temporanea d’Impresa, dalle ditte Sabatelli, Ikos e Caserta, fino alla Calabria, in particolare, presso l’industria di laterizi “Caserta S.n.c”, in via Nazionale 197, a Lazzaro, nel Comune di Motta San Giovanni, e presso la Cava d’argilla in località Giammassaro di Lazzaro, sempre all’’interno del Comune di Motta San Giovanni. E si tratta di una quantità ingente di rifiuti: migliaia di tonnellate a distanza di circa trecento metri dal mare, in una zona abitata, peraltro individuata, con Decreto del Ministero dell’Ambiente, come sito di importanza comunitaria (SIC), denominato “Fondali da Punta Pezzo a Capo dell’Armi”.

GLI ARRESTATI E I REATI CONTESTATI

Ai dieci individui arrestati (quattro tradotti in carcere e sei agli arresti domiciliari) viene contestato il reato di disastro ambientale. Tra gli arrestati figurano Antonio Caserta, 47 anni, amministratore della “Caserta snc”, Antonio Giuseppe Marraffa, 55 anni dopodomani, comproprietario della ditta di trasporti “Ikos Puglia srl”, Giovanni Monna, 44 anni, amministratore unico della stessa “Ikos Puglia” e Vito Sabatelli, 52 anni, titolare dell’omonima ditta di trasporti, “Sabatelli”. Assai significativo, invece, è il coinvolgimento di alcuni funzionari dell’ENEL, tra i quali Michele Palermo, 52 anni, dell’ufficio appalti per l’Italia meridionale e Diego Baio, 51 anni, responsabile della sicurezza della centrale ENEL di Brindisi. Ai funzionari dell’ENEL, inoltre, viene contestato anche il reato di turbativa d’asta. Nessuno dei funzionari, però, è stato tradotto in carcere.

I NUMERI DELL’OPERAZIONE

Tra i provvedimenti adottati dal GIP di Reggio Calabria, Filippo Leonardo, il sequestro preventivo di beni a carico degli indagati: un’area di cava e un’industria di laterizi, di proprietà della ditta “Caserta”, nonché ruspe, escavatori e camion della stessa azienda. Le ditte di trasporto, invece, si sono viste sequestrare quindici automezzi che servivano per il viaggio dalla Puglia alla Calabria. La quantità di rifiuti smaltiti illecitamente, stando alle indagini tuttora in corso, è stimata, negli anni 2006 e 2007, in oltre centomila tonnellate. L’attività messa in atto fruttava quasi sei milioni e mezzo di euro annui.

LE VALUTAZIONI INVESTIGATIVE

“Non esiste, al momento, un rischio per la salute delle persone che abitano nelle zone interessate dallo scarico dei rifiuti”, ha affermato il Procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Nell’indagine, al momento, non sarebbero coinvolti dipendenti dell’Asl, ma il mirino degli inquirenti sarebbe puntato su alcuni laboratori privati che avrebbero permesso, tramite le proprie certificazioni analitiche, la declassificazione dei rifiuti. Intanto, però, secondo fonti investigative, si starebbe valutando il coinvolgimento di consorterie della ‘ndrangheta nell’attività illecita smascherata dall’operazione “Leucopetra”.

Messico e nuvole

maggio 7, 2009

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La mucca pazza, la SARS, l’influenza aviaria, ora quella suina.

Il mondo corre sul filo delle emergenze, se ne parla per giorni, anche per settimane, a volte anche in maniera esagerata. Non v’è dubbio che sia sempre e comunque meglio parlare di una malattia che, per rimanere all’ultima arrivata, nel solo Messico (da dove si è propagata) ha causato centinaia di vittime, che non dei balletti in casa Berlusconi (e se cede, parlandone, anche Annozero, allora siamo fritti).

Ma ritorniamo alle varie influenze e malattie che, ciclicamente, investono l’intero pianeta, scatenando il rischio di un’epidemia su scala planetaria, che quindi prende il nome di pandemia.

Nel rispetto delle tantissime vittime dell’influenza suina, in Messico e non solo, il mondo sembra essere alla continua ricerca di un male che lo distrugga. Sembra bruciare dalla voglia di trovare un male, naturale, che lo riduca in una landa deserta.

Ciclicamente, quindi, scoppiano le emergenze, come a rievocare le pestilenze medievali, la “morte nera” del 1348 che uccise tra il trenta e il cinquanta per cento della popolazione mondiale.

I governi stanziano enormi quantità di quattrini per fronteggiare l’emergenza: solo quello messicano ha stanziato 450 milioni di dollari su proposta del ministro della Salute, che di nome fa Jose Angel e di cognome Cordova…

E intanto le varie ondate di allarmismo che si sono succedute negli anni, arricchiscono le aziende farmaceutiche: è la cosiddetta “industria della malattia”.

E per trovare dei farmaci adatti, si sa, è necessario fare studi, ricerche ed esperimenti, valutando, in laboratorio, la bontà della terapia. Studi, ricerche ed esperimenti, che le ditte farmaceutiche, le multinazionali, non sono tenute a divulgare, rimanendo ben dentro i paletti fissati dalla legge.

E’ l’industria della malattia.

Come per la realizzazione di un film: i costi di produzione devono essere ampiamente superati dai ricavi totali, dopo l’uscita nelle sale. Allo stesso modo, mesi, o anni, di ricerche, anche piuttosto esose, verranno ripagati dal “successo” del farmaco, perchè chiunque tiene estremamente alla propria pellaccia.

E le vendite si impennano, e tutto va certamente a gonfie vele, se, di tanto in tanto, scoppia una epidemia mortale.

I farmaci allora, anche se inutili, diverranno un blockbuster.

Come cambierà l’ex Fiera di Pentimele: le idee, i rischi, e quei 30 milioni di euro che ballano in una zona “calda”

maggio 4, 2009

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da www.strill.it

Nel degrado da anni, quando, in realtà, per tanto tempo, ha rappresentato uno dei pochi polmoni verdi di Reggio Calabria: quel che resta della Fiera delle attività agrumarie di Pentimele, nella periferia nord della città, difficilmente può fare pensare al fatto che, in passato, quella stessa area ospitasse una prestigiosa fiera internazionale. Il complesso è da parecchi anni abbandonato al proprio destino: regnano incuria e sterpaglie, nonché lamiere e porte divelte e anche la recinzione muraria presenta diverse falle, facile accesso per chiunque volesse “colonizzare” la struttura.

Per quell’area, l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria ha in mente una riqualificazione, sdoganando la zona dall’antica destinazione d’uso. Il progetto, sul quale, probabilmente, sarebbe bene riflettere con attenzione, è particolare e ambizioso, ed è inserito all’interno del Piano triennale delle opere pubbliche 2009-2011: l’Amministrazione Comunale avrebbe infatti intenzione di riqualificare la zona attraverso la “realizzazione di strutture ad indirizzo sportivo-alberghiero e congressuale”.

Un investimento da 30 milioni di euro che, però, non graverebbe sul bilancio comunale: l’aspetto più particolare dell’idea è la volontà, da parte dell’Ente, di costruire l’opera in project financing.

Contattato telefonicamente, l’assessore ai Lavori Pubblici, Franco Sarica, spiega a strill.it le ragioni della scelta:

“Quella di riqualificare l’area dell’ex Fiera di Pentimele – dice – è una ferma volontà dell’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria. L’attuale, vergognoso, stato di incuria in cui versa quella zona ci impone di fare qualcosa”.

In Italia il Project Financing è attuabile secondo quanto prescritto dalla normativa sui lavori pubblici. La legge di riferimento, la legge 109/1994, è stata sottoposta fino ad oggi una serie di modifiche. Il project financing è una metodologia rivolta al finanziamento di uno specifico progetto produttivo di un reddito autonomo e sufficiente a remunerare il capitale investito: in parole povere, il project financing è riservato alle opere che, una volta realizzate, saranno in grado di finanziarsi e di coprire i costi di progettazione e costruzione. In Italia, Il project financing (o finanza di progetto) ha trovato spazio specialmente nella realizzazione di opere di pubblica utilità. Il primo passo, per la realizzazione di un’opera tramite lo strumento del project financing, è la costituzione di una nuova società (Special Purpose Company) che avrà il compito di reperire i fondi necessari per costruire l’opera tramite azioni, fornite generalmente dai promotori e sponsor, che non dovranno superare l’ammontare del 15-20%, mentre il rimanente 80-85% da obbligazioni ottenute da un pool di banche.

La tecnica del project financing, verso la quale gli Enti guardano con crescente interesse, permette alle Pubbliche Amministrazioni di non sovraccaricare i propri bilanci con spese eccessive:

“La scelta di inserire il progetto nel Piano triennale delle opere pubbliche, approvato venti giorni fa dal Consiglio Comunale – spiega ancora l’assessore Sarica – ci permette di accelerare i tempi per la necessaria riqualificazione dell’area. In più – aggiunge – la scelta del project financing permetterà la realizzazione dell’opera senza spese eccessive per il Comune. In questo senso abbiamo già un precedente positivo, riguardante il porticciolo turistico di Catona (25 milioni di euro, ndi), per il quale, circa due mesi fa, è giunta una proposta”.

Come detto, però, la tecnica del project financing è, solitamente, adoperata per la costruzione di opere di pubblica utilità, quelle che si ripercuotono positivamente, e in maniera tangibile, sulla pelle dei cittadini: le operazioni effettuate seguendo gli schemi del project financing hanno prodotto cimiteri, parcheggi, tratti autostradali, scuole, ospedali, tunnel. La costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, per fare un esempio illustre, dovrebbe avvenire tramite project financing.

Carlo Sinatra, già responsabile dell’Associazione Italiana Giuristi di Impresa per la Lombardia e la Liguria, a tal proposito afferma:

“Appare evidente che ad esempio il settore dello smaltimento rifiuti, quello dell’energia, del petrolchimico, della telecomunicazione, dei trasporti e dei servizi, quest’ultimo inteso in senso lato, anche sotto il profilo delle infrastrutture in un contesto connesso alle privatizzazioni in atto nel sistema Italia, appaiono strutturalmente idonei a beneficiare di un sistema puro, di project financing”.

Ed effettivamente, consultando svariate statistiche in merito, non si può fare a meno di notare che i settori nei quali, in Italia, la tecnica del project financing viene utilizzata con maggiore frequenza sono quelli relativi all’arredo urbano e verde pubblico, ai parcheggi e ad acqua, gas, energia, e telecomunicazioni. Li chiamano opere di pubblica utilità: sono quelli che migliorano il traffico, l’aspetto e la funzionalità di una città e, di conseguenza, la vita dei cittadini che la abitano.

Resta da capire se un centro congressuale, che risponda alle ambizioni turistiche di Reggio Calabria, possa essere inteso come opera di pubblica utilità. Secondo l’assessore ai Lavori Pubblici, Franco Sarica, sì:

“Reggio Calabria negli anni, grazie all’operato della Giunta Scopelliti è cambiata molto, e ci proponiamo di cambiarla ancora, in senso positivo. L’implementazione di strutture ricettive e congressuali rende appetibile una realtà, adesso per di più nobilitata dal titolo di città metropolitana”.

A dire il vero l’idea di realizzare “strutture ad indirizzo sportivo-alberghiero e congressuale”, viene lanciata già nel passato: è il movimento “Forza Reggio” a farsene promotore. In un intervista di circa due anni fa (il 25 aprile 2007), in vista delle elezioni comunali a Reggio Calabria, Enzo Ricordo, esponente di “Forza Reggio” e candidato nei ranghi di Forza Italia, afferma:

“L’area dell’ex fiera di Pentimele deve accogliere un complesso turistico alberghiero. È bene non dimenticare che il Consiglio Comunale nel 2002 aveva approvato la nostra petizione popolare, la quale, sottoscritta da migliaia di cittadini, prevedeva di dotare la città di duemila e cinquecento nuovi posti letto”.

I rischi che la realizzazione dell’opera tira in ballo, in particolare, sono soprattuto due: il primo riguarderebbe l’ambiente e l’eventualità che l’area dell’ex Fiera possa essere ricoperta da una colata di cemento. Ma, d’altronde, in città, movimenti come Legambiente, che pure dovrebbero fare “opposizione”, non hanno mosso un dito nemmeno dopo l’abbattimento degli alberi, proprio nella zona in questione. Dall’altra parte, mettere sul piatto una cifra così alta per un’opera edile, in una città come Reggio Calabria, in una zona come Pentimele, appannaggio delle cosche, della famiglia Tegano, soprattutto, comporta, inevitabilmente, delle possibilità di infiltrazioni mafiose.

Insomma, l’investimento di 30 milioni di euro destinato per l’opera e riservato all’anno 2009, che però slitterà agli anni successivi se non dovesse giungere alcuna offerta, può far sorgere diverse, legittime, perplessità:

“La nostra idea – precisa Franco Sarica – è quella di svolgere le attività nella piena trasparenza, come, peraltro, è sempre avvenuto. Per quanto riguarda il progetto, è bene sottolineare che quanto scritto nel Piano delle opere pubbliche non è affatto vincolante: se una società, in futuro, dovesse presentare un progetto convincente per un’opera diversa da quella indicata, l’Amministrazione potrebbe prendere tutto in seria considerazione. Dal canto mio – conclude – la speranza è quella di salvaguardare anche l’ambiente, mantenendo vivo il polmone verde dell’area, magari tramite la costruzione di un porticciolo turistico”.

Trenta milioni di euro per un centro congressuale che dovrebbe sorgere grazie alla tecnica del project financing: quella dell’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria è, come detto, un’idea ambiziosa e particolare. Farà discutere, soprattutto qualora giungesse davvero una società vogliosa di realizzare qualcosa all’interno dell’area dell’ex fiera agrumaria; in quel momento il Comune dovrà valutare i cosiddetti “pro e contro”: l’effettiva pubblica utilità di un centro congressuale a Pentimele, il rischio, assolutamente da scongiurare, di una cementificazione della zona, i possibili, ancorché probabili, tentativi di infiltrazioni delle cosche in una parte della città in cui il predominio mafioso è innegabile. Fino a quel momento, come sottolineato anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Franco Sarica si resterà “nella fase delle idee”.

La lezione di State of play

maggio 3, 2009

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Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?