Archive for giugno 2009

Silvio, gli inglesi e le siringhe

giugno 28, 2009

financial_times

Una volta letto per intero questo post qualcuno potrebbe pensare che, per raccontarvi come gli inglesi a volte facciano informazione, io stia difendendo Berlusconi. Vi prego, rinsavite e rileggete ben bene, perchè non è questo il mio intento.

Ricapitoliamo. Il 25 giugno scorso il Financial Times, organo di informazione inglese, pubblica un lungo articolo nel quale sostiene di aver consultato “alte fonti governative” pronte a prendere le distanze da Berlusconi in seguito agli squallidi scandali in cui è attualmente coinvolto.

Ecco cosa scrive il Financial Times:

“Non siamo ancora al fuggi fuggi, ma importanti alleati di Silvio Berlusconi nella coalizione di governo stanno già contemplando un futuro senza di lui”.

E’ alquanto bislacca la tesi del Financial Times, soprattutto quando riporta questo virgolettato, attribuendolo a uno dei ministri del Governo Berlusconi:

“Questo è uno scenario completamente nuovo, il panorama sta mutando”

Sono tutte frasi attribuite a ministri in carica e tutto appare assai sospetto se si pensa che tali ministri, che pure non brillano per coraggio e schiena dritta, avrebbero chiesto che fosse mantenuto l’anonimato su tali, esplosive, dichiarazioni, rimanendo certi di non incappare in nessuna fuga di notizie.

Insomma il classico “le cose stanno così, ma non dire in giro che te l’ho detto io”. E si sono fidati sulla parola.

Oggi, invece, il Sunday Times, un altro giornale britannico, scrive che persino il fedele Gianni Letta, il factotum di Berlusconi, sarebbe persino arrivato a rifiutare cene private col Cavaliere!

E le fonti sarebbero sempre i tanti paventati confidenti, spioni, all’interno del Governo.

Gole profonde, insomma, tanto per usare un termine che ben si adatta anche ai festini di Palazzo Grazioli e/o Villa Certosa.

La verità, purtroppo, è un’altra: la verità è che Berlusconi è saldamente in sella al proprio incarico, conferitogli democraticamente da un popolo miope e che nessun suo ministro avrebbe mai e poi mai personalità, coraggio e dignità per dissociarsi da un Premier per il quale i festini sono certamente il male minore rispetto a tante altre cose che tutti ben conosciamo.

E se la stampa italiana, con l’eroe Minzolini in testa, è quella che è, la stampa inglese, d’altra parte, continua a millantare contatti, confidenze e scoop. E la mente va al 1995 quando una troupe della Bbc, la principale televisione inglese, pensò bene di realizzare un documentario che testimoniasse il degrado e la pericolosità di Reggio Calabria, appena uscita dalla sua sanguinosissima guerra di mafia.

Peccato che le siringhe e i profilattici sparsi sul Corso Garibaldi, la principale via di Reggio Calabria, che avrebbero sancito una realtà da Bronx, li aveva messi proprio la Bbc!

In quel caso arrivarono le scuse. Oggi?

Annunci

Carta canta – Dario Franceschini

giugno 24, 2009

Dario_Franceschini_ferroviere

Dario Franceschini, segretario nazionale del Partito Democratico, 4/03/2009:

“Arrivato al congresso ho finito il mio lavoro e non ho nessuna intenzione di ricandidarmi”. Questa la dichiarazione rilasciata da Dario Franceschini, segretario del Partito Democratico, durante la registrazione di Matrix e anticipata dall’agenzia Dire.

“Il mio mandato è a termine, finisce ad ottobre – ha spiegato Franceschini –  Io ho un compito e se riesco a svolgerlo sarebbe importante per il paese”.

Dario Franceschini, segretario nazionale del Partito Democratico, 24/06/2009:

“Mi candido per portare il Pd nel futuro, per non tornare indietro”. Così Dario Franceschini annuncia la sua candidatura alla leadership del partito in vista del congresso di ottobre. Il segretario ha registrato un video messaggio, pubblicato sul suo sito www.dariofranceschini.it.

Agenda – In tv…da calciatore!

giugno 22, 2009

Non c’è niente da fare, ha proprio ragione chi dice che parlo solo di me…

Avete mai avuto modo di vedere, per esempio, la Domenica Sportiva, quando, tra il pubblico, il conduttore saluta la squadra della Val di Suda o del Gargano che ha assistito alla trasmissione?

Ebbene, questa sera, insieme ai compagni di squadra della rappresentativa dei giornalisti di Reggio Calabria, assisterò alla trasmissione di ReggioTv, condotta da Andrea Ripepi, “Fuorigioco”.

Ah, dimenticavo, siccome saremo vestiti tutti con la nostra divisa ufficiale, per riconoscermi individuate il più bello… Dopo il capitano, si intende…

L’imitato

giugno 20, 2009

Dato che si parla di me, il titolo più azzeccato sarebbe “Limitato”.

Ma ogni tanto tocca pavoneggiarmi: si dice infatti che, quando si arriva ad essere imitati, si è diventati famosi. Il mio caso sarà sicuramente l’eccezione che conferma la regola, ma devo comunque ringraziare e fare i complimenti a Pasquale Caprì, uno dei più bravi artisti reggini, che, da qualche settimana, mi onora di una bellissima imitazione sulle frequenze di Radio Touring 104 nel “Pasquale Caprì Radio Show”.

Tra veri vips, Lillo Foti, Giuseppe Scopelliti, Pino Morabito, Nino Neri, Massimo Calabrò, Dino Zoff, ecc.ecc., ci sono anche io.

Troppo buoni.

Distrutto dalla ‘ndrangheta e abbandonato dallo Stato

giugno 17, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

La svolta arriva nella notte tra il 9 e il 10 settembre del 2007, quando il suo negozio di prodotti informatici viene devastato da un’esplosione. E’ l’atto eclatante. Prima e dopo, però, la vita di Salvatore D’Amico, 39enne commerciante

 di Reggio Calabria, assume, connotati inquietanti e drammatici. L’attentato dinamitardo subito dall’attività commerciale di Salvatore D’Amico è solo l’atto finale di una lunga serie di brutti ed inequivocabili segnali, minacce e danneggiamenti. Episodi che D’Amico denuncia ai Carabinieri: si va dalle cartucce di fucile e di pistola posizionate nei pressi dell’attività commerciale (sita sulla via Nazionale di Archi, ndi), al rinvenimento di una bottiglia contenente liquido presumibilmente infiammabile, fino alle minacce telefoniche tramite sms.

Le minacce e le seguenti denunce cominciano nel periodo in cui D’Amico svolge attività politica presso la X^ Circoscrizione di Archi, dove nella legislatura del 2001 ricopre l’incarico di presidente della “Commissione Attività Culturali, Ricreative e Sportive”. Potrebbero essere legati anche alla politica i drammi di Salvatore D’Amico: i dissapori e i problemi, anche gravi, nascono dopo la scelta del commerciante consigliere circoscrizionale di abbandonare la lista di Alleanza Nazionale, nella quale era stato eletto, per passare all’UDC, quando qualche consigliere non gradisce la sua scelta cominciano le aggressioni verbali e le minacce tramite sms.

Poi, nel marzo del 2004, l’apertura dell’attività commerciale: un calvario fatto di danneggiamenti, che si conclude con la distruzione dell’intero immobile, nel settembre del 2007, tre anni e mezzo dopo l’apertura. Da quel momento comincia una seconda parte del calvario di Salvatore D’Amico, fatto di silenzi, solitudine, dinieghi e rimandi. Ad oggi, infatti, a distanza di quasi due anni dall’evento, sul quale indagano due magistrati della Procura della Repubblica di Reggio Calabria (i pm Ronchi e Arena), Salvatore D’Amico, pur avendo inoltrato una richiesta ai sensi della legge 44/99 che regolamenta le “Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”, non ha ancora ricevuto un centesimo a titolo di risarcimento per l’attentato subito, sebbene una perizia dello scorso gennaio quantifichi i danni materiali subiti dalla sua attività commerciale in 94.685,00 euro.

Il 28 novembre del 2007, a pochi mesi dall’attentato, infatti, Salvatore D’Amico presenta una richiesta di risarcimento danni ai sensi della legge 44/99, ma, nell’estate del 2008, con la delibera n.371,  il Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, Giosuè Marino, non accoglie la richiesta: D’Amico non avrebbe ricevuto richieste estorsive, quindi, nonostante i danneggiamenti e la distruzione della propria attività commerciale, secondo Marino e il suo ufficio, non può essere considerato una vittima del racket. La decisione viene notificata a D’Amico il 30 settembre del 2008. Tre giorni dopo, il 3 ottobre, il commerciante presenta una richiesta di riesame, il cui esito è atteso per i prossimi giorni.

Solitudine, ma, soprattutto, silenzi, da parte di quasi tutte le Istituzioni: “E’ per me di fondamentale importanza – ci dice Salvatore D’Amico – sottolineare la vicinanza della Prefettura, nella persona del Prefetto Musolino e della sua segreteria, nonché del Direttore della Confcommercio di Reggio Calabria, Attilio Funaro e della sua segretaria, la dottoressa Bianca Scalfari, che non mi hanno mai abbandonato”. Uniche eccezioni istituzionali, in un mare di indifferenza: “Mi preme evidenziare – aggiunge D’Amico – anche la vicinanza dei ragazzi del Collettivo Studentesco “Libera Lotta”,  capeggiato da Antonino Martino”.

Difficoltà, drammi: dopo l’attentato incendiario della propria attività commerciale, discretamente avviata, Salvatore D’Amico, quasi 40enne, è costretto a ritornare a vivere con i propri genitori, ma non si dà per vinto e prova e riprova a rifarsi una vita, senza trascurare il diritto, innegabile, di ottenere giustizia. Scrive anche a Francesco Forgione, allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, scrive una lunga lettera, nella quale espone la propria situazione e chiede un aiuto istituzionale. Complice, forse, la caduta del Governo Prodi, Forgione non farà in tempo a rispondere da Presidente dell’Antimafia, lo farà solo nei mesi successivi, dopo l’esclusione del suo partito, Rifondazione Comunista, dal Parlamento italiano.

Un negozio totalemnte distrutto, danni per quasi 100mila euro. Accanto alla sete di giustizia, però, Salvatore D’Amico, tenta di ricominciare una vita, anche imprenditoriale: ha inizio così una lunga serie di richieste inoltrate presso l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria. Il 17 aprile inoltra una lettera al sindaco Giuseppe Scopelliti nella quale chiede il rilascio di una concessione a titolo oneroso di uno spazio pubblico per avviare una nuova attività: “Ho inoltrato la richiesta al Comune, – spiega Salvatore D’Amico – perché, nonostante i ripetuti tentativi, non sono riuscito a ottenere l’affitto di alcun locale, poiché gli ipotetici locatari hanno paura a concedere i loro beni in affitto a persone come me che sono stati oggetto di attenzione da parte del crimine organizzato”.

Il 20 aprile del 2009, inoltra al Comune di Reggio Calabria tre diverse richieste di concessione di aree costiere, quelle per intenderci, inserite nel cosiddetto “piano spiagge”, per realizzare una zona turistico-ricreativa. D’Amico individua tre aree, una a Pellaro, una a Calamizzi e, infine, una nelle Spiagge Bianche nel rione Gebbione: tutte aree da sottoporre ad interventi di bonifica o rinaturalizzazione. Il settore “Qualità ambientale” del Comune di Reggio Calabria protocolla la richiesta di D’Amico già il 28 aprile, respingendola a causa della “assoluta genericità e mancanza di documentazione allegata della stessa”, spiegando che “le istanze potranno essere presentate solo dopo l’approvazione definitiva del nuovo Piano Comunale delle Spiagge” approvato, peraltro, proprio il giorno prima, il 27 aprile.

Sempre il 20 aprile, inoltra un’altra missiva, al sindaco Scopelliti e al consigliere comunale, con delega alla Legalità, Giuseppe Sergi, nella quale chiede lumi sulle modalità necessarie per accedere al protocollo d’intesa, riservato ai soggetti colpiti dalla criminalità organizzata, “Vedo, sento, parlo”, firmato nel febbraio del 2008.

A distanza di quasi due mesi, l’unica, circostanziata, risposta del Comune è rappresentata dal “no” alla concessione di un’area costiera demaniale. Nessuna risposta, invece, sul famigerato “Vedo, sento, parlo”, che, invece, dovrebbe costituire una “cura” parziale, ma immediata, per commercianti ed imprenditori taglieggiati dalla criminalità organizzata.

Sono passati quasi due anni da quel settembre del 2007, Salvatore D’Amico è stanco ma non molla: “A breve dovremmo ricevere il responso del riesame della pratica ai sensi della legge 44/99 – spiega -. Continuerò a lottare, perché credo nel lavoro. Da quest’esperienza negativa, comunque, nascerà un’associazione antiracket, antiusura, in difesa dell’educazione dei giovani e dei diritti civili. Si chiamerà RHEGION FREE”.

Un dramma circondato da una solitudine di cui si è macchiato soprattutto quello Stato, nei suoi vari livelli, che dovrebbe invece tutelare la gente onesta: se e quando arriverà il risarcimento pecuniario per l’attività commerciale distrutta, nessuno restituirà una vita “normale” a Salvatore D’Amico.

Il “sacco di Reggio” nelle 159 pagine della relazione della Commissione d’indagine

giugno 15, 2009

palazzo_san_giorgio

da www.strill.it

Il sindaco Scopelliti non c’è, è impegnato a Cosenza per sostenere la candidatura alla Provincia di Gentile, e molti consiglieri di maggioranza asseriscono di non aver avuto modo di visionarla, ma, finalmente, a distanza di quasi un anno dall’istituzione, datata 27 giugno 2008, la relazione della Commissione d’indagine presso Palazzo San Giorgio, composta da dieci membri e presieduta da Nuccio Barillà, giovedì verrà discussa dal Civico Consesso. A parte il duro scontro, oggi in Aula, sul rinvio, l’aspetto fondamentale riguarda, soprattutto, la fine di un percorso, avviato, di fatto, il 17 settembre del 2008, e concluso il 18 febbraio del 2009: 49 riunioni, 24 audizioni e 2 denunce alla Procura della Repubblica.

Il focus di Nuccio Barillà e dei dieci consiglieri (6 di maggioranza, 4 d’opposizione) nasce in seguito alle pesanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Comunale, Aurelio Chizzoniti che, nella Conferenza dei Capigruppo del 21 maggio 2008, paventa la grave ipotesi delle “mazzette” in alcuni settori cruciali di Palazzo San Giorgio: quelli di Urbanistica, dei Lavori Pubblici e della Manutenzione. Tra la Commissione e lo stesso Chizzoniti, poi, dei duri contrasti che, col tempo, però, vengono colmati.

“E’ stato un lavoro difficile”, Nuccio Barillà, nella relazione, lo ripete più volte: difficile perché i settori interessati sono i più delicati, quelli più redditizi, difficile perché non tutti hanno mantenuto le proprie promesse che, soprattutto prima dell’inizio dei lavori, lasciavano presagire audizioni dai contenuti sconvolgenti: un politico regionale, due storiche ditte reggine (una tuttora attiva), il responsabile di un’associazione di categoria, tanti soggetti che, come scrive Nuccio Barillà, hanno preferito “la ritirata strategica”.

I lavori, però, sono andati avanti e si sono occupati, innanzitutto, della cosiddetta costruzione selvaggia:

“Si è costruito dappertutto, si sono realizzate superfetazioni e chiusure terrazzi al centro, sopraelevati  piani, realizzati edifici in zone franose. Ci sono in questo responsabilità della politica per il cattivo, o forse più propriamente mancato, governo del territorio. Però anche i tecnici privati e i funzionari comunali e degli altri Enti , hanno dato il loro contributo”.

Assai dura è l’accusa lanciata, in sede di audizione, dall’Ordine dei Geologi:

“Non solo viene denunciata  l’esclusione sistematica dei geologi dagli avvisi pubblici per le opere relative al piano triennale ma, addirittura, ci sarebbe, da parte degli uffici tecnici comunali, il ricorso dell’affidamento della prestazione geologica per mezzo di subappalto, per il tramite del cosiddetto progettista. Ciò è tassativamente vietato dalla legge”.

Accusa respinta dall’Amministrazione per bocca del dirigente dei Lavori Pubblici, Crucitti che spiegato

“come il settore Lavori Pubblici abbia utilizzato la professionalità del Geologo interno, in considerazione che il costo di una parcella, riferita ad un Geologo esterno, è sempre sproporzionata rispetto alla effettiva prestazione fornita”.

L’Ordine, a distanza, ha replicato che lo stesso criterio non vale per le altre professionalità, selezionate in gran parte all’esterno.

La parte più corposa e interessante della relazione, però, è quella relativa agli abusi edilizi:

“si coglie come l’abusivismo sia stato l’anello di saldatura di fasce compattamente edificate. Sono sorti quelli che qualcuno ha chiamato “quartieri senza architettura”.

Il coordinatore Barillà, per argomentare, sceglie i numeri, citando il recente rapporto “Paesaggi e Identità” promosso dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Calabria:

“Emerge che il Comune di Reggio Calabria, assai vasto per estensione territoriale, accoglie quasi la metà degli abusi SIC individuati nell’intera costa calabrese e la parte nettamente prevalente su scala provinciale( ben 215 su un totale di 280). Anche per quanto riguarda le consistenti “abusive offese edilizie”, collocate nell’ambito di pregiate aree sottoposte a vincolo archeologico, su  72 casi, la quasi totalità sono concentrati nel nostro Comune”.

Particolarmente esaustiva l’analisi del dirigente del settore Urbanistica, Putortì, che, però ha stigmatizzato i rischi di generalizzazione per un comparto così chiacchierato: “noi di urbanistica – questa è la verità ( ha detto) – siamo carne da macello”. Il lavoro della Commissione, però, non è stato semplice anche a causa di un numero assai elevato di denunce anonime che, proprio per tale motivo, vanno interpretate con grande cautela. Una lettera anonima, in particolare, è assai dura:

“viene portata all’attenzione del Procuratore della Repubblica e di altre 30 persone la descrizione di un vero e proprio sistema che da tempo impererebbe nel Settore Urbanistica. Si parte dal racconto degli ostacoli frapposti, in modo ricattatorio, all’anonimo cittadino in relazione alla richiesta di un condono “impossibile” di un fabbricato abusivo, sfociato nella pretesa da parte di due funzionati, “per sciogliere il dilemma” e operare la forzatura , di 40 mila euro. Senza sconto. La somma stando alle parole, che l’anonimo denunciante attribuisce ai due funzionari corrotti, di cui fa nome e cognome, doveva servire per “accontentare un po’ di persone, a partire dal dirigente (addirittura 50%), fino alla segretaria(10%) e all’usciere(5%)”.

Alcune, la maggior parte, di queste lettere anonime non trovano riscontro nella realtà e si mostrano piuttosto fantasiose, purtuttavia è assai onesta e significativa l’ammissione del dirigente Putortì che non si è sentito di escludere la possibile presenza di una organizzazione di malaffare all’interno dei suoi uffici.

Di casi sospetti, comunque, ve ne sono parecchi: si va dai registri manomessi, ai permessi di costruire realizzati, artificiosamente, tramite un pc in uso alla segreteria degli uffici comunali, fino alle firme false, ottenute tramite una fotocopia, fino alla cosiddetta teoria dei “vasi comunicanti” che denuncerebbe, secondo alcune voci, un contatto tra determinati dipendenti di Urbanistica e taluni studi professionali privati che farebbero da prestanome, firmando i progetti, venendo privilegiati nell’ iter autorizzativo: si tratta, comunque, e lo scrive anche Nuccio Barillà, di “un sistema fragile”, come testimoniato dall’audizione dell’ex assessore all’Urbanistica, Adornato, che rende conto di una lettera che aveva  scritto e intendeva consegnare al Sindaco in cui denunciava  di non riuscire ad avere alcun potere sui dirigenti del proprio settore. Un sistema che, nella relazione, viene definito di “maglie larghe di cui approfitta chi vuole perseguire azioni illecite”.

Una spiegazione di un simile abusivismo, del “sacco della città”  oltre a comportamenti forse illegali, di sicuro poco edificabili, viene fornita adducendo grosse responsabilità all’artifizio dell’articolo 22 che regolamenta la procedura finalizzata all’ottenimento al permesso di edificare zona agricola, consentendo, previo parere favorevole del Consiglio Comunale, di edificare “industrie estrattive e cave, attrezzature sportive, turistiche, ricreative pubbliche e private, impianti tecnologici o servizi di interesse pubblico che richiedono localizzazioni isolate”. Uno strumento che nasce come straordinario, per evidenti interessi pubblici, ma che si trasforma ben presto in un utile escamotage per la costruzione dissennata e selvaggia.

L’analisi dei casi, delle testimonianze, anche dei dirigenti, porta la Commissione a una dura conclusione:

“Dalle relazioni, dalle denunce, dalle audizioni, oltre che dalla conoscenza della città e dei fenomeni del territorio, la Commissione ha tratto il convincimento che la Vigilanza, sugli interventi edilizi e di controllo del territorio, in fase preventiva e repressiva, rappresenta l’anello più debole della catena del Settore Urbanistica”.

Il tutto dovuto, anche, a un serio problema di comunicazione tra il settore dell’Urbanistica e la Polizia Municipale cui, ovviamente, toccherebbe l’opera di controllo e repressione:

“Lo conferma, tra l’altro, un rilievo forte venuto dalla Polizia Municipale, riguardante i ritardi riscontrati nella trattazione dei fascicoli da parte dell’U.O. Pianificazione Territoriale. Spesso si va avanti per mesi tra rinvii e solleciti…. Si va dai  4 mesi ai nove, dodici, ventitré,venticinque mesi tra la richiesta di sopralluogo e il sequestro, o tra la richiesta di sopralluogo e le notizie d reato alla Procura… Le pratiche di abusivismo che aspettano, avendone i requisiti, di chiudersi con le demolizioni  sono tantissime. Dai tabulati trasmessi alla Commissione dall’Ufficio Urbanistica, le ordinanze di demolizione esecutive  risultano essere un numero elevato:194 nel 2006, 201 nel 2007, 171 (parziale) nel 2008”.

Rimpallo delle responsabilità, veri e propri atti da scaricabarile che portano, inevitabilmente, al fatto che le pratiche giacciano, sommerse dalla polvere, in fondo ai cassetti.

Il caso più emblematico, riguardante il settore dell’Urbanistica, riguarda, paradossalmente, una sede istituzionale, quella della Direzione Investigativa Antimafia, a Calamizzi: costruita abusivamente, come la Caserma dei Carabinieri del Viale Calabria, allorquando la Società si è avvalse, di una concessione edilizia piuttosto datata, indebitamente e incredibilmente data, all’epoca, dall’Ufficio Urbanistica (n.39 del 18.03.1987). Una vicenda che arriva fino al febbraio del 2007, quando viene portata alla valutazione del Consiglio Comunale la proposta che l’edificio, piuttosto che demolito, venga mantenuto in vita, per via dei prevalenti interessi pubblici, dati dal fatto che è utilizzato dalla D.I.A.

Quanto al settore della Manutenzione, i disastri comportati dai lavori di realizzazione delle condutture del metano sono certificati dalla Commissione tramite diversi sopralluoghi che hanno

“confermato un quadro generale non certo rassicurante. Troppo spesso le imprese incaricate della metanizzazione non hanno eseguito i lavori ad opera d’arte, con gravi danni inflitti al patrimonio stradale ed a quello del sottosuolo urbano. In particolare, in fase di ripristino, contrariamente agli accordi, non viene messo lo strato di cemento e  non viene fatta bene la copertura. Inoltre l’area di scavo non è quella prevista ma molto più estesa. Per non parlare dei tempi di realizzazione, protratti oltre ogni ragionevole tolleranza”.

Assai significative, in questo senso, due audizioni. La prima è del dirigente al settore Manutenzione, Cammera, che la dice lunga su un certo modo di lavorare da parte delle ditte interessate:

“Durante l’esecuzione dei lavori e degli scavi venivano danneggiate le condotte idriche che non venivano prontamente riparate o se coperte subito dopo spuntava la perdita idrica e poi chiamavano noi che dovevamo affrontare le spese attingendo al bilancio comunale…veniva estratto sotto il manto bituminoso il basolato che costituiva la sottostante pavimentazione”.

La seconda è, addirittura, del sindaco Scopelliti:

“il nostro tecnico di riferimento che deve seguire queste cose è stato da me tempestato e insultato più volte e anche minacciato che l’ avrei tolto da responsabile. Questo soprattutto nei primi anni, quando bastava guardare i danni che si facevano. Io passavo, telefonavo in continuazione, facevo anche qualche riunione, ho più volte bloccato i lavori del metano, perchè chiedevo che le aziende realizzassero i lavori in maniera adeguata e perfetta”.

Problemi che attengono al decoro, ma anche alle casse comunali, dato che le richieste di risarcimento danni che attengono al problema “manutenzione strade” costituiscono l’oggetto prevalente degli atti di citazione nei confronti del Comune: Nel 2004 sono state notificate all’Ente 91 sentenze di condanna che hanno comportato una spesa di 708.546,41 euro, nell’anno 2005 sono state notificate 114 sentenza di condanna che ha comportato una spesa di 748.576,89 euro. Nell’anno 2006, notificato al 30 giugno, sono state notificate 46 condanne di risarcimento danni di manutenzione stradale. A queste spese vanno naturalmente aggiunte quelle legali per CPT e difesa dell’Ente.

Per quanto riguarda il settore degli appalti pubblici, che adesso otterrà una grossa mano, in termini di trasparenza, da parte della Stazione Unica Appaltante Provinciale approvata dal Civico Consesso il 19 novembre del 2008, il nodo più difficile da sciogliere è quello relativo ai lavori per affidamento diretto:

“Oggetto di grande contestazione da parte di numerosi imprenditori (che purtroppo non hanno inteso esporsi) è il fatto che per anni i lavori sarebbero stati assegnati, in modo fiduciario, più o meno sempre alle stesse ditte e con una “fiducia” attribuita sulla base di criteri che non sarebbero stati oggettivi, che non sempre avrebbero rispettato la competenza e la professionalità e, addirittura, in molti casi, la disponibilità adeguata di mezzi e di addetti o il rispetto delle norme sulla sicurezza”.

Si tratta di storie difficili da capire appieno, di storie pericolose, fatte anche di gravi attentati, come quelli subiti dai dirigenti Putortì e Crucitti. Storie portate alla luce dal lavoro della Commissione d’indagine che, accanto alla “denuncia” offre delle soluzioni: informatizzazione dei servizi che offrirebbe meno discrezionalità e “potere” ai dipendenti comunali, rotazione dei dipendenti (peraltro annunciata dal sindaco Scopelliti), che eviterebbe le “incrostazioni” negli uffici, dato che in alcuni settori vi sono dipendenti che operano da trent’anni, e l’incremento del personale, che faciliterebbe la velocità con cui l’Ente offrirebbe il servizio al cittadino.

Questo il parere della Commissione. Per sapere cosa ne pensa la compatta maggioranza e, soprattutto, il sindaco Scopelliti, bisognerà aspettare giovedì.

L’ultima vergogna

giugno 11, 2009

intercettazione

Anche a costo di fare la figura della verginella che si impressiona di ciò che non dovrebbe, lo dico: sono seriamente sconvolto dall’approvazione da parte della Camera dei Deputati del ddl sulle intercettazioni telefoniche.

Fino a qualche ora fa credevo, che, come diceva Albert Einstein “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”. Ho scoperto, invece, che, purtroppo, anche la vergogna non ha limiti.

Il ddl approvato dalla maggioranza berlusconiana (e da venti deputati dell’opposizione!) rischia di scatenare una crisi da paese sottosviluppato sia per quanto riguarda il settore giustizia, sia per quello dell’informazione.

Le intercettazioni restano possibili, come previsto dall’attuale articolo 266 del codice penale, per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni, per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica (MA VA…), la diffusione di materiale pedopornografico. Tuttavia saranno autorizzate soltanto quando vi siano “evidenti indizi di colpevolezza” e non più “gravi indizi di reato” come prevede la norma attuale.

Il punto è che sono proprio le intercettazioni, spesso, a fornire indizi e prove!

Anche l’arresto odierno del boss della ‘ndrangheta, Girolamo Molè, non sarebbe potuto avvenire senza intercettazioni che, secondo il ddl, non potranno durare più di 60 giorni, proroghe comprese.

Rispetto alle possibili catastrofi nel settore della giustizia e dalla lotta al crimine, paradossalmente, i gravi vincoli posti dal ddl nei confronti dell’informazione passano quasi inosservati.

Tuttavia, la situazione è grave anche sotto questo punto di vista e l’Italia, già messa piuttosto male, rischia di scivolare ulteriormente nella classifica degli Stati per quanto concerne la libertà di stampa. Infatti sarà vietata la pubblicazione delle intercettazioni anche se non più coperte da segreto, fino alla fine delle indagini preliminari. Chi pubblicherà il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione sarà punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Grave l’approvazione del ddl, grave il disegno che sembra animare il Governo, grave il voto favorevole di venti deputati dell’opposizione, reso ancora più colpevole dal fatto che la votazione fosse a scrutinio segreto. E mi sorprende, infine, che deputati di maggioranza come Angela Napoli (che stimo molto) e membri dell’Esecutivo come Alfredo Mantovano (che stimo altrettanto) non abbiano alzato la voce davanti a tale vergogna.

Ma è grave, soprattutto, che la gente non si indigni, non si incazzi di fronte a quanto stiamo assistendo.

Concludo con una citazione.

Ecco cosa diceva, nel 1979, Leonardo Sciascia, in un’intervista alla giornalista francese Marcelle Padovani (la stessa che intervistò Giovanni Falcone dando vita allo splendido “Cose di Cosa Nostra”):

Quali garanzie offre questo Stato…per quanto attiane all’applicazione del diritto della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro…l’abuso di potere, l’ingiustizia? Nessuna. L’impunità che copre i delitti commessi contro la collettività, i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano.

Lillo il misterioso

giugno 7, 2009

lillo_foti

No, non parliamo di calcio giocato, non interessa a nessuno.

Non parliamo nemmeno di calciomercato, di Walter Alfredo Novellino che, con ogni probabilità, sarà il nuovo allenatore della Reggina per il prossimo campionato di serie B.

Parliamo, invece, del quotidiano economico Il Sole 24 ore che ha pubblicato i dettagli degli accordi di sponsorizzazione, investimenti per stagione e data di scadenza, per le società della serie A di calcio.

Atalanta: Sit-In Sport, Daihatsu, 1.400.000 euro (scadenza 2010);

Cagliari: Tiscali, 1.200.000 (2009);

Catania: Energia Siciliana, Prov. di Catania, 1.550.000 (2009);

Fiorentina: Toyota, 4.250.000 (2010);

Genoa: Erobet.it, 1.000.000 (2009);

Inter: Pirelli, 9.000.000 (non definita);

Lazio: nessuno

Milan: Bwin, 10.000.000 (2010);

Napoli: Acqua Lete, 5.000.000 (2012);

Palermo: Betshop, 1.000.000 (2011);

Reggina: Gicos, Regione Calabria (2009);

Sampdoria: Erg, 2.700.000 (2009);

Roma: Wind, 6.000.000 (2009);

Siena: Monte dei Paschi, 7.000.000 (2010);

Torino: Renault Trucks, Reale Mutua, 3.300.000 (2011);

Udinese: Dacia, il Granchino, 1.600.000 (2009);

Bologna: Unipol, Cogei, 1.500.000 (2009);

Chievo: B.P. di Verona, Paluani, 2.150.000 (non definita);

Lecce: Salento d’amare, Lachifarma, 1.200.000 (2009).

Il Sole 24 ore, quindi, pubblica gli accordi di tutte le società, ad esclusione della Reggina.

La Reggina Calcio del Presidente Lillo Foti sarebbe, quindi, l’unica società della serie A italiana a non aver comunicato i dettagli degli accordi di sponsorizzazione? Oppure i giornalisti del quotidiano economico non hanno cercato bene tra la documentazione di cui sono in possesso?

Perchè?

Ma è ovvio: perchè ciò che non si sa è più affascinante. Perchè, come dice Battiato, “c’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero…”

Recensione – Toghe rosso sangue

giugno 5, 2009

toghe_rosso_sangue

Estraendo dall’oblio i casi dei ventisette magistrati uccisi in Italia dal 1969, Paride Leporace, oltre a raccontare ventisette vite spezzate per quello che viene definito “il senso del dovere”, ripercorre, inevitabilmente, le vicende più controverse, oscure e drammatiche della storia d’Italia del dopoguerra. Un Paese strano, l’Italia. Un Paese che ha sempre vissuto sul sottile filo di emergenze, economico-sociali, come la cosiddetta Questione Meridionale, eversive, legate al terrorismo, nero e rosso, politico-criminali, rappresentate dalla corruzione e dagli intrecci tra aule parlamentari e le mafie: il libro, racconta, quindi, storie di morte, di lacrime e di colpevoli.

In “Toghe rosso sangue” – La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia, edito da Newton Compton, ci sono proprio tutti i giudici uccisi in Italia: ci sono Francesco Coco, Girolamo Tartaglione ed Emilio Alessandrini, assassinati dal terrorismo rosso, Brigate Rosse e altri movimenti che negli anni di piombo hanno sparso il terrore per tutta l’Italia, ci sono Mario Amato, il giudice dalle scarpe bucate, e Vittorio Occorsio, trucidati dal terrorismo nero, quello di estrema destra, quello dei Nar (Nuclei armati per il terrorismo) e di Ordine nuovo. C’è poi l’infinita lista di giudici uccisi dalle mafie, da Cosa nostra: Terranova, Costa, Ciaccio Montalto, Chinnici, Livatino, il giudice ragazzino, fino a Falcone e Borsellino. Ci sono anche Francesco Ferlaino e Bruno Caccia, uccisi dalla ‘ndrangheta e Antonino Scopelliti, il giudice solo, per eliminare il quale si è resa necessaria una sinergia, una partnership tra siciliani e calabresi. C’è anche un giudice, Paolo Adinolfi, che ufficialmente non è nemmeno morto: lo hanno fatto scomparire. Un classico caso di “lupara bianca”. Tutti uomini, tranne una, Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone, magistrato, rimasta vittima nella strage di Capaci.
La toga, dunque, non è solo un vestiario richiesto dai codici, dalla procedura. Non è la parrucca dei giudici inglesi: è uno status, è il simbolo, come la bilancia lo è della Giustizia, di una vita che dovrebbe essere spesa, totalmente, per salvaguardare il diritto dei più deboli. La toga l’avevano sposata tutti i ventisette giudici uccisi in Italia dal 1969: non sarebbero stati uccisi se non avessero fatto con passione, ma, soprattutto, con competenza e coraggio, il proprio mestiere. L’Italia, probabilmente, sarebbe un Paese diverso, se solo una parte delle “Toghe rosso sangue” fosse viva. Un Paese strano, quello è nel DNA, ma, forse, migliore. Ma, come detto, le storie dei ventisette giudici trucidati, sono anche storie di colpevoli. Con la morte di questi giudici, infatti, l’Italia paga la propria colpa: la colpa di aver lasciato soli, alcuni persino senza scorta, quelli che erano dei semplici uomini, fatti di carne e ossa, rendendoli, di fatto, dei facili bersagli. Osteggiati in vita, eroi da morti. Falcone e Borsellino sono solo i casi più noti: il primo passo verso la solitudine e, quindi, la fragilità, è la delegittimazione, in passato come oggi.

Le emergenze, quelle che da sempre affliggono l’Italia, non si combattono e sicuramente non si vincono con gli eroi. Quelle partite, contro il terrorismo e le mafie, l’Italia le ha perse per colpe proprie, sacrificando, volutamente, alcune tra le migliori personalità e questo Paride Leporace, giornalista, già direttore di Calabria Ora e attuale direttore de Il Quotidiano della Basilicata, lo sa bene: per questo, tramite un minuzioso lavoro di ricerca, tramite la consultazione di giornali dell’epoca, degli atti giudiziari, l’ascolto delle testimonianze, riporta alla memoria di tutti la morte, ma, soprattutto, la vita di ventisette magistrati.

Perché il ricordo del sacrificio, la conoscenza del passato, sono il modo, unico e infallibile, di riappropriarsi della coscienza e dell’intero Paese. Sono l’unico modo di risalire la china e vincere e ripulire quelle toghe sporche di sangue.