Berlusconi indagato a Reggio Calabria?

da www.strill.it

L’articolo lo firma, a pagina 7, Gian Marco Chiocci. L’attendibilità delle informazioni contenute nel pezzo è tutta da confermare e non di certo per disistima nei confronti dell’inviato de “Il Giornale”. Il punto è questo: il clima, ardente, delle ultime settimane, ha imbarbarito la politica, ma ha imbarbarito, purtroppo, anzi, soprattutto, i giornali, di destra e di sinistra.

La storia è questa.

Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri titola, in maniera eloquente: “Pure i pm di Reggio in gara per ‘avvisare’ il Cav”.

Il Cav è, ovviamente Silvio Berlusconi.

La notizia è fornita dallo stesso collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che, pochi giorni fa, ha tirato in ballo, a Torino, Berlusconi e Dell’Utri che, a dire dell’ex killer di Cosa Nostra (responsabile di oltre 40 omicidi), avrebbero intrattenuto rapporti assai stretti e oscuri con la mafia siciliana. Spatuzza dice di essere stato interrogato, negli ultimi mesi, anche dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L’ufficio reggino, peraltro, è diretto da un anno e mezzo da Giuseppe Pignatone, un palermitano che di indagini su Cosa Nostra ne ha fatte parecchie nella propria carriera: la presunta inchiesta di cui parla “Il Giornale” riguarderebbe gli interessi comuni di mafia e ‘ndrangheta a Milano, con particolare riferimento al mercato ortofrutticolo, alle spedizioni, alle imprese di pulizia.

Tutti business che, come è noto, interessano non poco le mafie.

Si parte da un fotogramma che, in un bar di Milano, ritrae il boss di Africo, Salvatore Morabito. La presenza degli “africoti” nel capoluogo lombardo, infatti, è certificata da ampia letteratura, nonché da sentenze passate in giudicato. Morabito sarebbe stato scovato in compagnia di Giuseppe Porto, che Gian Marco Chiocci definisce “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”.

Berlusconi e Dell’Utri nella storia rientrerebbero in maniera indiretta. A fare da collante c’è, come spesso accade quando il Premier viene accostato alla mafia, Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, ma anche “uomo d’onore” e pluriomicida di Cosa nostra, appartenente al mandamento di Porta Nuova, retto da don Pippo Calò. Giuseppe Porto, il “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”, infatti, sarebbe stato molto vicino allo stesso Mangano. Scrive Gian Marco Chiocci: “Il nome di Porto spunta infatti in più inchieste ed è spesso affiancato a quello del fattore di Arcore e dei suoi rampolli, Enrico di Grusa, genero di Mangano, e Daniele Formisano, che, secondo il pentito Angelo Chianello (tenuto in grande considerazione dalla Procura di Milano) sarebbero legati a doppio filo proprio a Porto”.

Ci sarebbero anche le figlie di Vittorio Mangano in un filmato agli atti del Procuratore Giuseppe Pignatone: gli intrecci tra Cosa nostra e ‘ndrangheta, quindi, riguarderebbero le infiltrazioni, e anche in questo caso vi sono diverse inchieste sul tema, nel mercato ortofrutticolo milanese.

Che le mafie avessero colonizzato Milano è storia nota e vecchia: qualcuno la definisce, non solo giornalisticamente, “la capitale delle mafie”.

Tanto la ‘ndrangheta, quanto Cosa nostra.

“Il Giornale” fa il proprio “dovere”: si schiera dalla parte di Berlusconi e Dell’Utri. Scrive, in conclusione, Gian Marco Chiocci: “Fatti che possano collegare logicamente tutti questi personaggi? Nessuno. Prove che associano Dell’Utri al “cinese” (Giuseppe Porto)? Nessuna”.

Niente, di niente. Secondo il quotidiano diretto da Vittorio Feltri sarebbe un’ennesima macchinazione: dopo Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano, Reggio Calabria sarebbe la quinta Procura pronta a indagare il Premier.

Sull’attendibilità dell’articolo si è già detto in apertura: “il clima infame”, tanto per citare un politico del passato, delle ultime settimane, ha fatto perdere credibilità a tutti. Pendere dalle labbra di un ex killer come Spatuzza è certamente un eccesso, ma negare aprioristicamente ogni elemento emerso nelle ultime settimane sarebbe altrettanto nocivo.

Si indaghi, se è necessario.

Ma quello tirato fuori da “Il Giornale” potrebbe essere un fatto vero (e quindi grave), ma potrebbe anche essere (e la gravità sarebbe identica) l’ennesima puntata del gioco delle parti, di giornalisti, di destra e sinistra, che si trasformano in “braccia armate” della politica, perdendo di vista il bene supremo per chi voglia tentare di fare informazione: la verità.

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