Archive for marzo 2011

Inchiesta ”Meta”: i pentiti dipingono un quadro inquietante di Reggio Calabria

marzo 27, 2011

da www.strill.it

Fiumi. Di parole, di inchiostro, di storie. I verbali dei collaboratori di giustizia, depositati nell’ambito dell’inchiesta “Meta” dal pubblico ministero Giuseppe Lombardo, che ha notificato l’avviso di conclusione indagini per una quarantina di persone, gettano un fascio di luce sulle dinamiche criminali di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” portò, nel giugno 2010, all’arresto, operato dal Ros dei Carabinieri, di decine di persone, accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso: nel focus degli investigatori, in particolare, le tre cosche più potenti della città. De Stefano-Tegano-Condello, un tempo contrapposte, adesso unite in una pax che opprime la città, dal punto di vista economico e sociale.

E’, in particolare, il collaboratore di giustizia Roberto Moio, nipote del mammasantissima Giovanni Tegano, a delineare le gerarchie in città. In un ideale podio, Moio mette al primo posto la cosca De Stefano: “I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria” dice il collaboratore di giustizia. Un prestigio che nasce diversi anni fa, allorquando i tre fratelli terribili, Giovanni, Giorgio e Paolo decidono di fare la guerra al gotha della ‘ndrangheta, eliminando, nel giro di pochi anni, prima don ‘Ntoni Macrì e poi don Mico Tripodo.

Da quel momento saranno loro il gotha della ‘ndrangheta.

Roberto Moio, dunque, nel verbale del 19 ottobre 2010, una ventina di giorni dopo il suo arresto, avvenuto per opera della Squadra Mobile nell’ambito dell’inchiesta “Agathos”, spiega al pm Lombardo le dinamiche operanti in città:

PM:- Tutte le famiglie a Reggio, le famiglie di mafia, no? Sono sullo stesso livello?

MR:- No.

PM:- No. Quindi ci sono famiglie che hanno un prestigio.

MR:- Si.

PM:- Quali sono queste famiglie di primissima fascia?

MR:- A Reggio Calabria?

PM:- Si.

MR:- I Tegano, i De Stefano … prima i De Stefano, poi i Tegano.

PM:- Cerchiamo di metterli in ordine per quella che è la sua scala.

MR:- Allora, i De Stefano, storici, no?

PM:- Aspetti. Questo … stiamo parlando di Reggio città, no?

MR:- Si. Reggio città.

PM:- I De Stefano lei dice. Perché? Non si stupisca voglio dire della domanda, ci sarà un motivo?

MR:- Si. I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria.

Ed è proprio quella parola, “sempre”, a fotografare la potenza della cosca:

PM:- Per il prestigio che aveva Paolo, per le azioni criminali, per la ricchezza …? Per i contatto con certi ambienti? Non lo so, un motivo ci sarà?

MR:- No. Le azioni criminali, so io … all’epoca, dei vecchi, parliamo di Giovanni, di Giorgio, và … Montalto, si parla di Montalto qui insomma … delle vecchie ‘ndrine, no?

PM:- Vabbè, Montalto … c’era pure Giovanni Tegano …

MR:- Si, c’era pure Giovanni, mio zio, no?

PM:- Quindi per le azioni criminali, principalmente?

MR:- Si. Principalmente … si, per questo. Per le conoscenze pure.

PM:- Che conoscenze hanno?

MR:- Mah … in tutti … i tutti i posti in Italia, Paolo De Stefano conosceva …

PM:- Si, ma conoscenze mafiose? All’interno …

MR:- Sempre così, si.

PM:- Sempre mafiose?

MR:- Si. Mafiose, si. Anche altre che io non so …

Una cosca capace di intrecciare rapporti con il mondo delle istituzioni e dell’imprenditoria, ma, comunque, dilaniata in una lotta interna tra Peppe De Stefano, figlio di don Paolino, e lo zio Orazio, fratello del padre, come spiega, facendo eco alle dichiarazioni, di qualche mese fa, di un altro pentito, Nino Fiume, Roberto Moio: “I rapporti tra Orazio De Stefano ed il nipote Giuseppe non sono tra i migliori” dice il collaboratore di giustizia. Peppe De Stefano in ascesa e non può permettersi un appiattimento sulla cosca Tegano, come invece vorrebbe lo zio Orazio: “Inizia l’ascesa di Giuseppe De Stefano che lo porterà al vertice della cosca, allontanandosi dallo zio Orazio, che è vicino più ai Tegano”. Ma Peppe De Stefano va avanti per la sua strada, scegliendo altri scudieri per i propri affari: “Quando Giuseppe De Stefano viene scarcerato inizia a legarsi a Mario Audino. Al momento del suo arresto Giuseppe De Stefano aveva un grado di ‘ndrangheta molto alto, slegato dallo zio Orazio” racconta ancora Moio.

E, comunque, tutte le altre famiglie sarebbero di “seconda fascia”, un gradino sotto i Tegano e i Condello, ma inferiori, soprattutto, ai De Stefano. Ancora dall’interrogatorio di Moio, condotto dal pm Lombardo:

PM:- Dopo di loro chi c’è?

MR:- Parliamo dello stesso piano? Oppure …

PM:- Ma certo. La prima fascia, diciamo.

MR:- Libri, Serraino, Tegano, và … Condello.

PM:- Questi sono?

MR:- Si, questi … ‘sti fasci, tutti … la seconda fascia …

PM:- Quindi allo stesso livello ci sono i Libri, i Serraino, i Tegano ed i Condello. Ora, queste famiglie, no? Tra di loro, nel 2010, che rapporti hanno? Si parlano, si confrontano?

MR:- Si. Certo, si, si, si.

Un altro collaboratore di giustizia, Nino Lo Giudice, arrestato nell’ottobre 2010 e subito passato dalla parte della giustizia, fotografa, invece, le dinamiche, assai più tranquille a dire il vero, della cosca Condello, facente capo a Pasquale Condello, “il supremo”, arrestato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2008. Il motivo per il quale viene chiamato “il supremo” lo spiega il pentito Consolato Villani: “Per il grado … a parte del grado. Per l’importanza … perché … diciamo il prestigio criminale … diciamo che se continuava la guerra aveva vinto la guerra lui solo”. Nino Lo Giudice, invece, per anni ne avrebbe coperto la latitanza, venendo a conoscenza delle gerarchie della famiglia: a detta di Lo Giudice, il ruolo operativo nella cosca Condello sarebbe da attribuire a Domenico, detto “Micu u pacciu”, attualmente latitante: “Pasquale Condello mi diceva che tutti i soldi che entravano dalle estorsioni degli appalti di tutto andavano a lui […] in quanto Pasquale Condello diceva che lui soldi non ne tocca”. E i soldi, poi, venivano distribuiti:

Dr. Lombardo: sì, e poi che faceva di questi introiti a sua volta li distribuiva che fine facevano.

Lo Giudice Antonino: come diceva Pasquale Condello li distribuiva alle varie diciamo persone che dovevano prendere soldi.

“Micu u pacciu”, mano operativa della cosca, diventerebbe il capo dopo la cattura del “supremo”, che avrebbe salvaguardato, per quasi vent’anni, la propria libertà, attraverso una fitta corrispondenza di “pizzini”, cui nemmeno Lo Giudice, investito del grado di “padrino” avrebbe avuto accesso:

Dr. Lombardo: con la cattura di Pasquale Condello a febbraio 2008, Domenico Condello che cosa diventa?

Lo Giudice Antonino: diventa il capo della sua famiglia, che dirige tutto, che parte tutto da lui.

Dalle dichiarazioni dei pentiti, in particolare da quelle di Roberto Moio, emerge, comunque, una città comandata e divisa dalle tre cosche più potenti. Una città oppressa nella propria libertà, economica e sociale. Sebbene si spari molto meno rispetto agli anni ’90, Reggio Calabria rimane, comunque, soggiogata allo strapotere mafioso:

P.M.:   Senta io non ho capito, tornando un minuto indietro, questa storia delle zone, cioè i Tegano in tutta Reggio Calabria, dov’è la loro zona, quindi dove pigliano i soldi in pratica no…

MOIO:            Sì.

P.M.:   …della città, quale parte è?

MOIO:            Tutta, tutta la città dottore.

P.M.:   Eh, e le altre famiglie, i De Stefano…

MOIO:            Allora praticamente, se io mi vado a prendere… praticamente un lavoro grosso, cioè per dire un lavoro di 100.000 Euro, giusto, un lavoro di 100.000 Euro…

P.M.:   E’ un lavoro enorme.

MOIO:            …cioè ad Archi chi ci sono, i Condello, i De Stefano…

P.M.:   E i Tegano…

MOIO:            …i Tegano, giusto, se li dividono loro; se sono lavori di 5.000-10.000 Euro ci sono andato io per primo e capace che il prossimo va lui e io non ti dico niente, te lo fai tu e basta., poi ci… così funziona no.

P.M.:   Eh quindi ma questo qua da Archi…

MOIO:            Di come, di come seppi io… no, no, da Archi fino a Ponte di San Pietro, poi i De Stefano…

P.M.:   Quindi praticamente tutta la città.

MOIO:            …tutta la città, va’…

P.M.:   …chiunque va là a riscuotere poi si divide in tre, il senso questo è?

MOIO:            Quando supera una cifra però dottore.

P.M.:   Certo…

P.M.:   Le cose serie.

P.M.:   …sugli spiccioli no.

MOIO:            30.000 Euro: 10, 10 e 10, va’. Poi ci sono posti che De Stefano è una vita che ce l’hanno…

Le cosche fanno la pace, mentre la cittadinanza soffre la povertà, mentre i commercianti restano soffocati dalle richieste estorsive, avanzate con metodicità e prepotenza dalle cosche:

PM:- Decidono insieme determinate … vanno d’accordo?

MR:-Si, si, si. Ormai è tutta pace. Se io praticamente devo uccidere una persona, non lo so , a … a Spirito Santo, la zona dei Serraino, chiedo un favore e allora … se la vedono loro.

PM:- Quindi si parlano.

MR:- Si parla, si, si, si.

PM:- Concludono affari insieme? Amministrano insieme gli affari più importanti?

MR:- No, questo non lo so, veramente.

PM:- Comunque c’è uno stato di pace, abbastanza stabile?

MR:- Si, si. Di pace, di pace … si, si.

Più che un’indagine, un manuale per la conoscenza di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” è servita.

Le manovre della famiglia Zappalà

marzo 19, 2011

da www.strill.it

“Abbiamo scalato la montagna fratello, lo sai dove siamo? Nella discesa”. Il 21 gennaio 2011, Antonino Zappalà, fratello di Santi Zappalà, l’ex consigliere regionale del Pdl, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Reale 3”, è fiducioso. E’ andato a trovare il fratello, a quel tempo detenuto presso il carcere di Nuoro. Una settimana prima il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha annullato l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la cosca Pelle di Bovalino: Zappalà, nella campagna elettorale per le regionali del marzo 2010, sarebbe andato a trovare il boss Giuseppe Pelle, per parlare delle elezioni e di voti: “Ti dò una scadenza massima, che San Valentino vai e te lo passi con tua moglie. Buone, buone possibilità, stiamo lavorando, non pensare, stiamo facendo un lavoro grossissimo. Guardami negli occhi e non ti preoccupare” dice ancora Antonino Zappalà.

Tanti i tentativi messi in atto dalla famiglia Zappalà, nel tentativo di far uscire dal carcere il congiunto. Tutti raccolti nell’informativa del Ros di Reggio Calabria che è stata depositata dal pubblico ministero Giovanni Musarò, nell’ambito dell’udienza preliminare “Reale 3”, che si celebra al cospetto del Gup di Reggio Calabria Roberto Carrelli Palombi, in cui tutti gli imputati (Liliana Aiello, Filippo Iaria, Francesco Iaria, Giuseppe Mesiani Mazzacuva, Pietro Antonio Nucera, Giuseppe Pelle, Mario Versaci e Santi Zappalà) hanno chiesto di essere giudicati con la formula del rito abbreviato.

Tutta l’attività difensiva di Zappalà è stata incentrata in questi due mesi (viene arrestato, infatti, a ridosso del Natale) a uscire dal carcere dove è detenuto a causa dell’ordinanza di custodia cautelare spiccata nei suoi confronti. E così Zappalà si dimette da consigliere regionale e, con una lettera formale ai giudici, si impegna a non fare più politica.

Nei colloqui in carcere è anche la moglie Francesca Parisi a rassicurare il marito, Santi Zappalà. Oltre ai due legali, Francesco Albanese e Antonino Curatola, ci sarebbe un altro soggetto pronto a interessarsi della vicenda del politico. Un certo “Antonello”:

“PARISI Francesca:              Vedi che mi ha detto tuo cugino Antonello di dirti …omissis… che non c’è solo Francesco Albanese e Tonino Curatola … c’è tuo cugino Antonello con loro.

ZAPPALA’ Antonino:          Ohh…Santo, vedi che tutto Antonello, tutto Antonello!

(ZAPPALA’ Antonino nel contempo gesticolava con le mani facendo intendere che il soggetto in questione si stava interessando costantemente alla sua problematica giudiziaria. Zappalà Carmela immediatamente  scostava, in modo discreto, il braccio dello zio seduto al suo fianco per invitarlo a cambiare discorso. Zappalà Antonino, infatti, comprendendo il senso del gesto della nipote Carmela, proseguiva la conversazione incentrandola su altri argomenti).

Allora fammi ridere, vai…”

Un uomo che gli uomini del Tenente Colonnello Stefano Russo identificano in Agatino Antonio Guglielmo, funzionario del Ministero della Giustizia, presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. I parenti di Zappalà tengono molto a rassicurare il congiunto in carcere circa l’impegno profuso per tirarlo fuori di galera:

“ZAPPALA’ Antonino:        Tu Santi non ti potrai mai immaginare …

ZAPPALA’ Carmela:            Quale cosa?

ZAPPALA’ Antonino:          … essendo qua, il lavoro che è stato fatto fuori.

ZAPPALA’ Santi:     …incompr…

ZAPPALA’ Antonino:          Quanto abbiamo lavorato”.

I familiari di Zappalà sono sicuri che Zappalà uscirà prima della scadenza dei termini di custodia cautelare, fissati per il prossimo 21 marzo e farebbero poi riferimento a una persona robusta, che avrebbe un ruolo fondamentale nelle sorti dell’ex consigliere regionale. Ancora dall’informativa che il Ros di Reggio Calabria ha spedito al Procuratore Giuseppe Pignato, adesso agli atti del processo “Reale 3”:

“ZAPPALA’ Santi:    … (dal servizio di videoripresa si nota Santi Zappalà che,  rivolgendosi al fratello Antonino, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante)…

PARISI Francesca:    Santo…

ZAPPALA’ Santi:     … (dal servizio di videoripresa si nota Santi Zappalà che,  rivolgendosi al fratello Antonino, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante)…

ZAPPALA’ Antonino:                      Chi?

ZAPPALA’ Santi:     Antonello…

ZAPPALA’ Antonino:          …incompr… (tono di voce molto basso e i due fratelli dialogano a distanza ravvicinata) …

ZAPPALA’ Santi:     … Gianfranco.

ZAPPALA’ Antonino:          Avvicinati … avvicinati …(dalle videoriprese si nota Antonino Zappalà che si alza dalla sedia e si avvicina a Santi ZAPPALA’. I due interlocutori iniziano a parlare a distanza molto ravvicinata e con un tono di voce molto basso) … lo saprà stasera … incompr …

PARISI Francesca:    Santo … (parla con tono di voce bassissimo guardando negli occhi Santi ZAPPALA’) … incompr …

ZAPPALA’ Santi:     …incompr…”

Nel corso del colloquio del 21 gennaio, nel carcere di Nuoro, Antonino Zappalà, sempre in merito alla problematica della scarcerazione del fratello Santi, dopo aver riportato al fratello quanto riferitogli dall’avvocato Albanese e cioè che il Tribunale della Libertà aveva creato un precedente  rigettando l’istanza di scarcerazione della coimputata Liliana Aiello, la cui udienza era stata tenuta prima di quella di Santi Zappalà, e che se la sua udienza fosse stata la prima sarebbero stati scarcerati anche gli altri indagati), riferisce al fratello di avere interessato alcune persone per la risoluzione della problematica giudiziaria, specificando che era in attesa di una telefonata e che a breve gli avrebbe comunicato qualcosa. Figura centrale, secondo i Carabinieri del Ros, sarebbe dunque Antonino Guglielmo che “grazie alla sua posizione lavorativa e alle connesse conoscenze all’interno dell’apparato giudiziario, avrebbe potuto acquisire e/o ricevere, con anticipo rispetto alla normale procedura, informazioni sulla vicenda giudiziaria riguardante il cugino Santi Zappalà”.

Secondo i Carabinieri del Ros di Reggio Calabria, Guglielmo sarebbe un vero e proprio factotum della famiglia Zappalà, capace di dettare le strategie difensive, entrando in contrasto con uno dei legali di Zappalà, l’avvocato Antonino Curatola:

ZAPPALA’ Antonino:          Noi abbiamo avuto una discussione con Tonino CURATOLA, ha detto…

ZAPPALÀ S.:            No, io gli … incompr … mi salgono i cazzi! Proprio così!

PARISI Francesca     Bravo!

ZAPPALA’ Antonino:          E hai fatto bene, perché lui è venuto qua determinato, perché Tonino lo sai che cosa ha messo? Ha messo in dubbio anche la mia parola, gli ho detto: “ci sono io qua e rappresento mio fratello, c’è la moglie? E si deve fare così!”… “Mah!” Allora ALBANESE dice: “vediamo cosa” … “avvocato…” gli ho detto: “…avvocato CURATOLA, basta, si deve fare così!”

PARISI Francesca:    Antonello si è infuriato, perché poi gli ha detto a Francesco: “se continua così faccio nominare un altro.”

ZAPPALA’ Santi:     Poi io ho capito un’altra cosa, che Francesco è un’altra cosa .

ZAPPALA’ Antonino:                      Ma Antonello …

ZAPPALA’ Santi:     Mentre Tonino ho capito che … incompr …

ZAPPALA’ Antonino:                      Non hai capito! Noi gli dobbiamo dare conto solo a Francesco, solo!

PARISI Francesca:    Si, si basta!

ZAPPALA’ Santi:     Ah?

ZAPPALA’ Antonino:          Se gli dobbiamo dare conto … solo a Francesco!

ZAPPALA’ Santi:     Si ho capito, quello l’ho capito! L’ho capito, l’ho capito in una parola perché Francesco è vicino … incompr … hai capito?

Ed è grande la considerazione e l’affidamento che si fa su “Antonello”, colui il quale si informa anche presso l’ufficio Gip/Gup dell’iter giudiziario del caso Zappalà. Ancora dai colloqui in carcere:

 ZAPPALA’ Santi:     Antonello chissà cosa fà?…

ZAPPALA’ Antonino:                      Tutto, abbiamo lavorato, abbiamo…

ZAPPALA’ Santi:     Senti …

(…attimo di pausa… dal servizio di video osservazione interno, si notava che lo stesso Santi ZAPPALÀ che allargava le braccia e stringeva i pugni come ad indicare una persona robusta e/o importante).

ZAPPALA’ Antonino:          Abbiamo fatto il massimo!

La figura dell’uomo corpulento, peraltro, è assai ricorrente nei discorsi della famiglia Zappalà:

“ZAPPALA’ Santi:    Ah … ti voglio dire … (dal servizio di video osservazione interno, si notava che lo stesso Santi ZAPPALÀ che allargava le braccia e stringeva i pugni come ad indicare una persona robusta e/o importante) … la dà per sicura al cento per cento (100 %)?

ZAPPALA’ Antonino:                      Ha parlato! (dal servizio di video osservazione interno, si notava Antonio ZAPPALÀ fare cenno di  “si” con il capo).

ZAPPALA’ Santi:     Personalmente lui?

ZAPPALA’ Antonino:                      Si!

ZAPPALA’ Santi:     Ah?

ZAPPALA’ Antonino:                      Si, Santo si!”

Tra il nove e il dieci febbraio, peraltro, i familiari di Zappalà si sarebbero recati a Nuoro, dove il congiunto era detenuto, convinti della sua scarcerazione. A tal proposito, in alcune intercettazioni concorderebbero sul fatto di dichiarare che erano preoccupati per le condizioni fisiche del parente detenuto e che, quindi, avevano deciso di andare a trovarlo: “I familiari del Santi Zappalà – scrivono i militari del Ros – si stavano precostituendo una giustificazione plausibile alla loro presenza in Nuoro, proprio il giorno della scarcerazione – non avvenuta – del congiunto”.

Da ultima, la delusione per la mancata scarcerazione porta i soggetti coinvolti nelle intercettazioni a parlare delle dinamiche che avrebbero portato alla decisione. Santi Zappalà attraverso la mimica (allargava le braccia e  stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante) più volte utilizzata per indicare una terza persona, evidentemente interessata a seguire la propria situazione giudiziaria, si rivolgeva al fratello Antonino e gli chiedeva, riferendosi a Guglielmo “… incompr. … l’ha preso in giro?”. Dalle telecamere, quindi, si vede Antonino Zappalà avvicinarsi al fratello Santi e parlargli all’orecchio: “Praticamente quello della Cancelleria gli ha detto: “vedi di non nominare quello che … che non si è saputa la cosa che il Presidente gli aveva detto: “chi l’aviva a cacciare” … qua perchè abbiamo parlato noi   (Antonino Zappalà muove il dito intorno l’orecchio mimando il gesto di essere ascoltato),   per questo si è venuto a sapere qualcosa … Per questo ti dico va bene, stai più tranquillo … Santo   (nuovamente Antonino Zappalà si avvicinava all’orecchio del fratello)   … incompr … per non passare guai sopra a guai, noi ci dobbiamo … lo sai che significa “… non m’ ndii taccunu a tutti … (ndr: che non ci arrestano a tutti!!)”  a mia ed Antonello …  mettitelo in testa che siamo vicini”.

Un’ultima conversazione che, secondo il Ros, implicherebbe la figura di almeno quattro uomini, disposti, evidentemente, ad agevolare la scarcerazione di Zappalà. Adesso resta solo da vedere di chi si tratti.

Tony Vallelonga, “il sindaco di Australia”

marzo 9, 2011

da www.strill.it

In un’esilarante scenetta, interpretata per la Gialappa’s Band, il comico Fabio De Luigi, imitando il celebre scrittore e conduttore Carlo Lucarelli, a un certo punto faceva comparire un personaggio individuato come “il sindaco di Australia”. Ma, siccome spesso la realtà supera la fantasia, un “sindaco di Australia” c’è e finisce all’interno dell’inchiesta “Crimine 2”, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.

E’ Domenico Antonio Vallelonga, per tutti Tony Vallelonga. Sindaco dal 1997 al 2005 della cittadina di Stirling, popoloso sobborgo di Perth, la capitale del Western Australia, avrebbe rivestito un ruolo di vertice nel locale di appartenenza. E’ stato esponente di vari consigli regionali e presidente di importanti associazioni locali, di comitati comunitari e di alcune associazioni di cittadini italiani. Considerato un autorevole membro della Chiesa cristiana locale, nel 2002 è stato insignito del Meritorious Service Award, un prestigioso riconoscimento civile rilasciato dal Western Australia Local Government Association, e, nel luglio del 2009, gli è stato conferito l’esclusivo titolo di “Cittadino Onorario” della municipalità di Stirling.

Un recordman, eletto per ben quattro mandati, anche con percentuali plebiscitarie, originario di Nardodipace, in provincia di Vibo Valentia, Vallelonga viene intercettato dai Carabinieri, all’interno della lavanderia “Ape Green”, centro nevralgico della cosca Commisso di Siderno. La lavanderia, infatti, è gestita da Giuseppe Commisso, detto “u mastru”, elemento di spicco della ‘ndrangheta, finito in diverse inchieste dalla Dda negli ultimi mesi.

Vallelonga sembra di casa all’interno della lavanderia “Ape Green”. Lo stesso Commisso lo presenta a un altro soggetto, Carmelo Muià.

Commisso: C’è quest’amico che è venuto dall’Australia ed è di Nardodipace…entrate compare…—Muià:…(incomp)…—///

Commisso: Questo è un amico mio…—///

Vallelonga: Piacere Tony Vallelonga…—///

Muià: Piacere Muià…—///

Parlando con il “mastro”, Vallelonga sottopone diverse criticità che insisterebbero nel locale australiano. Al centro della vicenda vi sarebbe un tale di nome “Cosimo” che, quattro giorni prima, si darebbe per così dire “distaccato” dal “Crimine” australiano, affermando di volersi “chiamare il posto” direttamente a Siderno. Come se non bastasse, ai rimproveri mossigli dallo stesso Vallelonga – che, nella circostanza gli avrebbe detto “…tu a livello ufficiale non puoi chiamare, io ho chiamato e tu l’uomo non lo puoi fare più…” e, ancora, “…tu l’uomo non lo puoi fare più… Basta!” – costui avrebbe risposto: “sapete vado e mi chiamo il posto a Siderno”. Commisso si rivela molto interessato alla discussione e, allo stesso tempo, adirato: “Non gli possiamo permettere queste cose… non gli permettiamo…”, sostenendone anche la ragione, “Se tu non sei buono la non sei buono neanche qua…”.

Vallelonga  non avrebbe voluto sentire ragioni e, alle richieste di autonomia di “Cosimo” avrebbe risposto:“tu locale? fino a quando campo io, tu locale non ne prendi … e basta!”.

 Personaggio particolare, Tony Vallelonga. Dopo aver discusso, per parecchio tempo, con Commisso, di dinamiche criminali, censurando il secessionista “Cosimo”, si lascia andare a uno sfogo. si lamenta con il “Mastro” per il trattamento che la stampa australiana gli avrebbe riservato all’indomani di una sua schiacciante vittoria elettorale, tacciandolo di appartenerne alla mafia: “Si… sapete che cosa mi hanno combinato a me? …(inc.)… io ho vinto con l’ottantacinque per cento dei voti… e in un giornale hanno scritto che io faccio parte della mafia…”; Commisso biasima i media per le accuse infamanti rivolte al suo amico: “Bastardi! Allora sono tutti mafiosi…”.

 Tutto ciò, spiega Vallelonga, sarebbe frutto di un equivoco, giacché, precisa, egli non conosce neanche il significato della parola “mafia”: “…Ma io non so neanche la parola che significa… “e tu perché (inc.) in giro”…gli ho detto: perché io rispetto la gente… rispetto la gente…”.

 Un ragionamento che, forse, fa ridere anche più della scenetta del comico De Luigi….