Inchiesta ”Meta”: i pentiti dipingono un quadro inquietante di Reggio Calabria

da www.strill.it

Fiumi. Di parole, di inchiostro, di storie. I verbali dei collaboratori di giustizia, depositati nell’ambito dell’inchiesta “Meta” dal pubblico ministero Giuseppe Lombardo, che ha notificato l’avviso di conclusione indagini per una quarantina di persone, gettano un fascio di luce sulle dinamiche criminali di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” portò, nel giugno 2010, all’arresto, operato dal Ros dei Carabinieri, di decine di persone, accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso: nel focus degli investigatori, in particolare, le tre cosche più potenti della città. De Stefano-Tegano-Condello, un tempo contrapposte, adesso unite in una pax che opprime la città, dal punto di vista economico e sociale.

E’, in particolare, il collaboratore di giustizia Roberto Moio, nipote del mammasantissima Giovanni Tegano, a delineare le gerarchie in città. In un ideale podio, Moio mette al primo posto la cosca De Stefano: “I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria” dice il collaboratore di giustizia. Un prestigio che nasce diversi anni fa, allorquando i tre fratelli terribili, Giovanni, Giorgio e Paolo decidono di fare la guerra al gotha della ‘ndrangheta, eliminando, nel giro di pochi anni, prima don ‘Ntoni Macrì e poi don Mico Tripodo.

Da quel momento saranno loro il gotha della ‘ndrangheta.

Roberto Moio, dunque, nel verbale del 19 ottobre 2010, una ventina di giorni dopo il suo arresto, avvenuto per opera della Squadra Mobile nell’ambito dell’inchiesta “Agathos”, spiega al pm Lombardo le dinamiche operanti in città:

PM:- Tutte le famiglie a Reggio, le famiglie di mafia, no? Sono sullo stesso livello?

MR:- No.

PM:- No. Quindi ci sono famiglie che hanno un prestigio.

MR:- Si.

PM:- Quali sono queste famiglie di primissima fascia?

MR:- A Reggio Calabria?

PM:- Si.

MR:- I Tegano, i De Stefano … prima i De Stefano, poi i Tegano.

PM:- Cerchiamo di metterli in ordine per quella che è la sua scala.

MR:- Allora, i De Stefano, storici, no?

PM:- Aspetti. Questo … stiamo parlando di Reggio città, no?

MR:- Si. Reggio città.

PM:- I De Stefano lei dice. Perché? Non si stupisca voglio dire della domanda, ci sarà un motivo?

MR:- Si. I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria.

Ed è proprio quella parola, “sempre”, a fotografare la potenza della cosca:

PM:- Per il prestigio che aveva Paolo, per le azioni criminali, per la ricchezza …? Per i contatto con certi ambienti? Non lo so, un motivo ci sarà?

MR:- No. Le azioni criminali, so io … all’epoca, dei vecchi, parliamo di Giovanni, di Giorgio, và … Montalto, si parla di Montalto qui insomma … delle vecchie ‘ndrine, no?

PM:- Vabbè, Montalto … c’era pure Giovanni Tegano …

MR:- Si, c’era pure Giovanni, mio zio, no?

PM:- Quindi per le azioni criminali, principalmente?

MR:- Si. Principalmente … si, per questo. Per le conoscenze pure.

PM:- Che conoscenze hanno?

MR:- Mah … in tutti … i tutti i posti in Italia, Paolo De Stefano conosceva …

PM:- Si, ma conoscenze mafiose? All’interno …

MR:- Sempre così, si.

PM:- Sempre mafiose?

MR:- Si. Mafiose, si. Anche altre che io non so …

Una cosca capace di intrecciare rapporti con il mondo delle istituzioni e dell’imprenditoria, ma, comunque, dilaniata in una lotta interna tra Peppe De Stefano, figlio di don Paolino, e lo zio Orazio, fratello del padre, come spiega, facendo eco alle dichiarazioni, di qualche mese fa, di un altro pentito, Nino Fiume, Roberto Moio: “I rapporti tra Orazio De Stefano ed il nipote Giuseppe non sono tra i migliori” dice il collaboratore di giustizia. Peppe De Stefano in ascesa e non può permettersi un appiattimento sulla cosca Tegano, come invece vorrebbe lo zio Orazio: “Inizia l’ascesa di Giuseppe De Stefano che lo porterà al vertice della cosca, allontanandosi dallo zio Orazio, che è vicino più ai Tegano”. Ma Peppe De Stefano va avanti per la sua strada, scegliendo altri scudieri per i propri affari: “Quando Giuseppe De Stefano viene scarcerato inizia a legarsi a Mario Audino. Al momento del suo arresto Giuseppe De Stefano aveva un grado di ‘ndrangheta molto alto, slegato dallo zio Orazio” racconta ancora Moio.

E, comunque, tutte le altre famiglie sarebbero di “seconda fascia”, un gradino sotto i Tegano e i Condello, ma inferiori, soprattutto, ai De Stefano. Ancora dall’interrogatorio di Moio, condotto dal pm Lombardo:

PM:- Dopo di loro chi c’è?

MR:- Parliamo dello stesso piano? Oppure …

PM:- Ma certo. La prima fascia, diciamo.

MR:- Libri, Serraino, Tegano, và … Condello.

PM:- Questi sono?

MR:- Si, questi … ‘sti fasci, tutti … la seconda fascia …

PM:- Quindi allo stesso livello ci sono i Libri, i Serraino, i Tegano ed i Condello. Ora, queste famiglie, no? Tra di loro, nel 2010, che rapporti hanno? Si parlano, si confrontano?

MR:- Si. Certo, si, si, si.

Un altro collaboratore di giustizia, Nino Lo Giudice, arrestato nell’ottobre 2010 e subito passato dalla parte della giustizia, fotografa, invece, le dinamiche, assai più tranquille a dire il vero, della cosca Condello, facente capo a Pasquale Condello, “il supremo”, arrestato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2008. Il motivo per il quale viene chiamato “il supremo” lo spiega il pentito Consolato Villani: “Per il grado … a parte del grado. Per l’importanza … perché … diciamo il prestigio criminale … diciamo che se continuava la guerra aveva vinto la guerra lui solo”. Nino Lo Giudice, invece, per anni ne avrebbe coperto la latitanza, venendo a conoscenza delle gerarchie della famiglia: a detta di Lo Giudice, il ruolo operativo nella cosca Condello sarebbe da attribuire a Domenico, detto “Micu u pacciu”, attualmente latitante: “Pasquale Condello mi diceva che tutti i soldi che entravano dalle estorsioni degli appalti di tutto andavano a lui […] in quanto Pasquale Condello diceva che lui soldi non ne tocca”. E i soldi, poi, venivano distribuiti:

Dr. Lombardo: sì, e poi che faceva di questi introiti a sua volta li distribuiva che fine facevano.

Lo Giudice Antonino: come diceva Pasquale Condello li distribuiva alle varie diciamo persone che dovevano prendere soldi.

“Micu u pacciu”, mano operativa della cosca, diventerebbe il capo dopo la cattura del “supremo”, che avrebbe salvaguardato, per quasi vent’anni, la propria libertà, attraverso una fitta corrispondenza di “pizzini”, cui nemmeno Lo Giudice, investito del grado di “padrino” avrebbe avuto accesso:

Dr. Lombardo: con la cattura di Pasquale Condello a febbraio 2008, Domenico Condello che cosa diventa?

Lo Giudice Antonino: diventa il capo della sua famiglia, che dirige tutto, che parte tutto da lui.

Dalle dichiarazioni dei pentiti, in particolare da quelle di Roberto Moio, emerge, comunque, una città comandata e divisa dalle tre cosche più potenti. Una città oppressa nella propria libertà, economica e sociale. Sebbene si spari molto meno rispetto agli anni ’90, Reggio Calabria rimane, comunque, soggiogata allo strapotere mafioso:

P.M.:   Senta io non ho capito, tornando un minuto indietro, questa storia delle zone, cioè i Tegano in tutta Reggio Calabria, dov’è la loro zona, quindi dove pigliano i soldi in pratica no…

MOIO:            Sì.

P.M.:   …della città, quale parte è?

MOIO:            Tutta, tutta la città dottore.

P.M.:   Eh, e le altre famiglie, i De Stefano…

MOIO:            Allora praticamente, se io mi vado a prendere… praticamente un lavoro grosso, cioè per dire un lavoro di 100.000 Euro, giusto, un lavoro di 100.000 Euro…

P.M.:   E’ un lavoro enorme.

MOIO:            …cioè ad Archi chi ci sono, i Condello, i De Stefano…

P.M.:   E i Tegano…

MOIO:            …i Tegano, giusto, se li dividono loro; se sono lavori di 5.000-10.000 Euro ci sono andato io per primo e capace che il prossimo va lui e io non ti dico niente, te lo fai tu e basta., poi ci… così funziona no.

P.M.:   Eh quindi ma questo qua da Archi…

MOIO:            Di come, di come seppi io… no, no, da Archi fino a Ponte di San Pietro, poi i De Stefano…

P.M.:   Quindi praticamente tutta la città.

MOIO:            …tutta la città, va’…

P.M.:   …chiunque va là a riscuotere poi si divide in tre, il senso questo è?

MOIO:            Quando supera una cifra però dottore.

P.M.:   Certo…

P.M.:   Le cose serie.

P.M.:   …sugli spiccioli no.

MOIO:            30.000 Euro: 10, 10 e 10, va’. Poi ci sono posti che De Stefano è una vita che ce l’hanno…

Le cosche fanno la pace, mentre la cittadinanza soffre la povertà, mentre i commercianti restano soffocati dalle richieste estorsive, avanzate con metodicità e prepotenza dalle cosche:

PM:- Decidono insieme determinate … vanno d’accordo?

MR:-Si, si, si. Ormai è tutta pace. Se io praticamente devo uccidere una persona, non lo so , a … a Spirito Santo, la zona dei Serraino, chiedo un favore e allora … se la vedono loro.

PM:- Quindi si parlano.

MR:- Si parla, si, si, si.

PM:- Concludono affari insieme? Amministrano insieme gli affari più importanti?

MR:- No, questo non lo so, veramente.

PM:- Comunque c’è uno stato di pace, abbastanza stabile?

MR:- Si, si. Di pace, di pace … si, si.

Più che un’indagine, un manuale per la conoscenza di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” è servita.

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