Indro Montanelli

Vi sengalo questo bellissimo ricordo di Indro Montanelli, a dieci anni dalla scomparsa, realizzato dall’eccellente Beppe Severgnini.

Indro Montanelli, un modello e un esempio per tutti noi che tentiamo di fare i giornalisti, senza essere cani di compagnia dei padroni.

http://www.corriere.it/cultura/11_luglio_18/severgnini-indro-montanelli_9c8bc57c-b152-11e0-8890-9ce9f56cae65.shtml

Era un irregolare. Troppo alto, troppo magro, troppo bravo, troppo malinconico, troppo buono, troppo orgoglioso per darlo a vedere. Come spiego un soggetto così, a te che hai diciott’anni e sei nato ai tempi di Manipulite? Potrei dirti, per cominciare, che le sue mani erano pulite davvero. Visto cosa maneggia un giornalista, oggi come allora, aggiungerei: conosceva bene se stesso e gli italiani. Per fortuna, ogni tanto si sbagliava.

L’Italia, diceva, ha molti rimpianti e alcuni rimorsi, ma poco orgoglio e nessuna memoria. Per questo, Montanelli era convinto che tutti si sarebbero presto scordati di lui. Sostenevo il contrario, sfidando la sua collerica misantropia. Sono arrivato a proporgli una scommessa, sapendo di non poterla riscuotere. Perché l’ho vinta. Di Montanelli ci ricordiamo eccome, in tanti, anche per merito dell’uomo che lo ha impegnato e amareggiato negli ultimi anni, e oggi continua a fare lo stesso con tanti di noi: Berlusconi.

Indro conosceva perfettamente Silvio, avendolo visto crescere: era informato di vezzi, vizi, virtù e volontà di potenza. Ne temeva il fascino, gli abbracci e le promesse. Sapeva come la destra italiana volesse cancellare un complesso d’inferiorità; e fosse disposta a seguire chiunque l’avesse fatta vincere, perdonandogli tutto: pressapochismo, incoerenza, interessi personali.

La tesi dei montanelliani passati a Berlusconi – i «montalusconiani», ricompensati abbondantemente per la loro elastica fedeltà – è che il maestro fosse geloso della folgorante ascesa dell’allievo, e non tollerasse lo scambio di posti sul podio nazionale. Certo, in piccola parte poteva esserci anche questo. Ma in gran parte la storia è esattamente come Indro l’ha raccontata. Montanelli, molto prima dell’ Economist , riteneva Berlusconi « unfit to rule », inadatto a governare. E aveva una convinzione incrollabile: un giornalista non può lavorare per un leader politico. Se lo fa, diventa il suo portavoce, il suo portaborse o il suo portacenere (quanti tristi mozziconi professionali, in giro per l’Italia).

Col senno di poi potrei dirti che Montanelli, in materia, aveva imbroccato due previsioni, e ne aveva sbagliata una terza. Indro aveva capito che la capacità di seduzione di Silvio, unita all’assenza di principi, ne avrebbe fatto un ottimo populista, ma un pessimo riformatore. Aveva intuito – sapeva? – che i metodi disinvolti dell’uomo d’affari non avrebbero retto all’esame riservato agli statisti. Ma aveva anche previsto che, dopo averlo provato una volta, gli italiani sarebbero stati vaccinati contro una ricaduta. Si sbagliava. La sindrome del 1994 si è riacutizzata nel 2001 e nel 2008. Ora, forse, stiamo guarendo. Ma il corpo è debilitato, e la convalescenza sarà lunga.

Hai capito? Bene: vuol dire che Montanelli mi ha insegnato qualcosa. Devi sapere, infatti, che Indro s’irritava per le cose che non capiva; e detestava chi non voleva farsi capire. Intere categorie, dagli storici ai critici letterari, hanno diffidato di lui. Alcuni scambiavano la sua semplicità per semplicismo (senza rendersi conto che la propria complessità era confusione). Altri pensavano: dev’esserci sotto qualcosa! E invece, sotto la scrittura e la logica di Indro, c’era solo il ritornello di una canzone di moda quando avevo la tua età: acqua azzurra, acqua chiara. Leggi Montanelli, vedi il fondo e capisci cosa si muove laggiù.

Alla chiarezza e alla semplicità Indro era disposto a sacrificare molte cose: subordinate, argomentazioni, dettagli. Sosteneva che se un articolo di giornale contiene due idee, be’, ce n’è una di troppo. E si concedeva libertà creative, nel raccontare il mondo. Quand’è uscito il mio primo libro in Inghilterra, nel 1991, conteneva una citazione di Winston Churchill. L’avevo sentita da Montanelli: «I grandi popoli non hanno il diritto, ma il dovere di essere irriconoscenti». L’editore britannico, Hodder&Stoughton, aveva cercato conferma della frase in ogni libro di storia, memoriale, biografia: e non l’aveva trovata. Quando s’è rivolto a me per conoscere la fonte, ho risposto: «Indro Montanelli». E l’editore: «Be’, se è Montanelli…». Ripensandoci, ho l’impressione che Winston Churchill disponga di una citazione in più, e non gli dispiaccia.

Per gli italiani – ci conosceva bene, nella nostra grandezza improvvisa e nelle mediocrità quotidiane – Indro nutriva una passione iraconda. Ne diffidava, amandoli. Nutriva sportive, entusiasmanti antipatie: di solito erano riservate a persone di valore, altrimenti le avrebbe liquidate con un sorriso distratto. Si considerava però un uomo di mondo, e riteneva che non si possa passare la vita a litigare. Evitava perciò gli attacchi sbracati oggi tanto di moda. Si limitava a fulminanti giudizi privati dove utilizzava la tecnica preferita, quella che ha reso celebri i suoi «Incontri» e i suoi coccodrilli: se vuoi lodare una persona, criticala; se vuoi criticarla, coprila d’elogi. Un nome? Oriana Fallaci, con cui aveva firmato un armistizio bellicoso. Troppo bravi e troppo toscani tutt’e due, per andar d’accordo.

Montanelli – tu non ci crederai, visto che sei cresciuto negli anni Duemila, il decennio gaglioffo – era un uomo discreto. Sceglieva accuratamente quali parti della propria vita tenere private e quali rendere pubbliche, romanzandole; e da queste ultime s’aspettava il giusto ritorno. Era un narcisista pragmatico: il riconoscimento pubblico – non gli è mai mancato – era un ricostituente, e lo nutriva più del cibo, che invece affrontava con passione minimalista e diffidente. Il suo tavolo da «Elio» in via Fatebenefratelli era un porto di mare, dove passavano pochi piatti, ma molti giovani colleghi, vecchi conoscenti, galantuomini, belle donne, corsari della politica e simpatici filibustieri (per cui aveva una debolezza, a patto che fornissero buoni aneddoti e non fingessero improbabile correttezza).

Altrettanto accogliente – e ancora più spettacolare – era il suo ufficio di direttore in via Gaetano Negri: un altro porto, con un comandante solo. Montanelli era Conrad imbarcato su una Lettera 22: sapeva raccontare, e amava ascoltare i racconti. A parte alcuni riti – il riposino pomeridiano sulla poltrona, protetto da Iside, affettuoso cerbero – tutti potevano andare a trovarlo, e parlargli. I logorroici e gli inopportuni erano pochi, i paranoici solo un paio; e nessuno di loro era un ragazzo. Rispetto e soggezione ci insegnavano i tempi giusti, e quando andavamo da lui eravamo sempre bene accolti, soprattutto se gli portavano il profumo del mondo chiuso dentro quattro cartelle (non di più).

Più che una direzione, il secondo piano del Giornale di Montanelli era un club inglese, dove le regole erano poche e chiare, l’atmosfera brillante e l’eccentricità non era tollerata: era obbligatoria. Per un giovanotto come te – abituato ai presenzialisti televisivi, dobermann di un padrone assente – penso sia difficile immaginare un giornale degli anni Ottanta. Fuori poteva esserci burrasca; ma i marinai, in porto, erano felici di stare insieme, e capire come armare le vele. Ricordo le chiose di Mario Cervi, le ansie transatlantiche di Pasolini Zanelli, i sarcasmi eleganti di Scarpino, i silenzi pettinati di Biazzi Vergani e gli strilli di Giorgio Soavi – mai capito se lui e Indro litigassero davvero. Quando Angelo Rizzoli finì in carcere, Montanelli sì offrì d’ospitarne il merlo. Il nero pennuto, dentro la sua gabbia, parlava meglio di un pappagallo e peggio di uno scaricatore di porto. Lo spettacolo dell’austero Giovanni Spadolini che incedeva tra i lazzi feroci del merlo, e di Montanelli che difendeva il merlo, è tra i miei ricordi più belli.

 
Un altro è la breve avventura de La Voce, affondata nella tempesta perfetta. Come insegnano i romanzi e l’esperienza, è stato il comandante a soffrire di più: noi avevamo l’incoscienza del giovane equipaggio che sa di avere altri imbarchi davanti. Per fortuna, è arrivato il Corriere : regalandogli sei anni di lavoro entusiasmanti, di nuovo a contatto con i lettori: gli unici padroni, talvolta in passato crudeli. «La stanza di Montanelli» è diventato qualcosa di più di una bella metafora giornalistica. Era il luogo fisico dove Indro andava, ogni tanto, per annusare l’aria quotidiana del suo giornale; l’ultimo baluardo contro una deriva italiana che gli piaceva sempre meno. Un giorno, quando gli dicevo di venire più spesso, che i colleghi di ogni età erano felici di vederlo – ed era vero – mi ha risposto: «Lo so, mi vogliono bene al Corriere . Ma ormai mi sento un antenato: e gli antenati stanno bene sui quadri, non vengono a rallentare il lavoro».

Ecco: ho provato a spiegarti un uomo che ho conosciuto bene, e al quale devo molto. È la seconda volta che lo faccio, di nuovo sul giornale dove Indro ha iniziato, ha brillato e ha chiuso. La prima volta dieci anni fa, scrivendo su un tavolo davanti al mare di Gallura; oggi sotto una spettacolare magnolia lombarda. Montanelli era stato qui, l’aveva vista, gli era piaciuta. Quella sera – era l’inizio dell’estate 1997 – abbiamo cenato sotto il portico, e le rondini sfrecciavano sopra di noi, ignorandoci, dirette ai loro nidi fra le travi. Indro le osservava, ipnotizzato. Le vedeva libere, eleganti, velocissime, sicure, con le ali forti e le traiettorie precise. Aveva l’aria di invidiarle. Voleva proporle come modelli nelle scuole di giornalismo, immagino.

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