Archive for the ‘Calabria’ Category

Navi dei veleni: in due note dei servizi il coinvolgimento delle cosche

agosto 14, 2011

da www.strill.it

A partire dal 1992, fino almeno al 2003, ci sarebbe immischiato il gotha della ‘ndrangheta di Reggio Calabria e provincia. Questo, almeno, a detta dei servizi segreti. La Commissione Parlamentare sul Ciclo dei Rifiuti continua le proprie indagini sulle cosiddette “navi a perdere” e lo smaltimento di scorie in Calabria. Il Prefetto Giorgio Piccirillo, direttore dell’Aisi (l’Agenzia d’informazione e sicurezza interna), è stato ascoltato poco più di un mese fa, il 12 luglio, dalla Commissione Ecomafie, proprio sul tema del traffico di rifiuti tossici, anche radioattivi, nei territori e nel mare calabresi.

 Prima dell’inizio dell’audizione, è lo stesso presidente Gaetano Pecorella a dare comunicazione di due informative, del 1992 e del 1994, con cui i servizi segreti, avrebbero comunicato al Ros, il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, l’interessamento delle cosche nello smaltimento delle scorie: “Devo dire – afferma Pecorella rivolgendosi a Piccirillo – che i documenti che ci ha fatto pervenire sono, a nostro avviso, veramente molto significativi. In particolare, sono arrivati i documenti archiviati con i numeri 488/1 e 488/3, secondo i quali sin dal 1992 il servizio avrebbe acquisito notizie fiduciarie relative all’interesse del clan Mammoliti, in particolare i fratelli Cordì, per lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi, che sarebbero pervenuti sia dal centro sia dal nord Italia, ma anche da fonti straniere”. Ad “autorizzare” lo smaltimento di scorie in Calabria, sarebbero state, dunque, alcune tra le più potenti famiglie della ‘ndrangheta. In particolare, la nota del 3 agosto 1994, così come letta, in parte, da Pecorella, reciterebbe testualmente così: “Informatori del settore non in contatto tra loro – la precisazione è rilevante per la cosiddetta convergenza delle fonti – hanno riferito che Morabito Giuseppe, detto Tiradiritto, previo accordo raggiunto nel corso di una riunione tenutasi recentemente con altri boss mafiosi, avrebbe concesso in cambio di una partita di armi l’autorizzazione a far scaricare nella provincia di Africo un quantitativo di scorie tossiche presumibilmente radioattive”.

Il “permesso” di scaricare in Calabria porcherie d’ogni genere, in cambio di armi. Dalle poche righe, riguardanti anni piuttosto lontani (siamo ai primi anni ’90 dello scorso secolo) emergerebbe, dunque, il coinvolgimento di potenti cosche della ionica, Morabito e Cordì, in particolare. Nomi che vanno ad aggiungersi ai presunti interessamenti del clan Iamonte di Melito Porto Salvo, così come riferito, in passato, da alcuni soggetti ascoltati dagli investigatori, il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, oggi ritenuto per nulla credibile, e Giampiero Sebri, un soggetto che, negli anni ’90, ha gravitato attorno agli ambienti del Partito Socialista. Il dato più inquietante, però, sarebbe quello del coinvolgimento delle cosche di Reggio Calabria, i De Stefano e i Tegano, in particolare, e la prosecuzione degli affondamenti di navi in anni assai più recenti. Dice ancora Pecorella, spulciando le carte sul proprio tavolo: “Ci sono anche altre fonti confidenziali che riguardano le cosche Piromalli, De Stefano e Tegano e, infine, vi è una notizia relativa all’affondamento in mare di rifiuti, documento del 2003”.

Ulteriori elementi, dunque, portano a ritenere certo il paventato (e logico) coinvolgimento delle cosche nello smaltimento illecito di scorie in Calabria. Mare e terra insozzati da rifiuti di ogni genere e provenienza. Nulla, in Calabria, si fa senza il lasciapassare delle ‘ndrine. La relazione dei servizi, girata al Ros, riuscirebbe, però, anche a fare qualche nome: Mammoliti, Morabito, Cordì, Piromalli, De Stefano e Tegano. Famiglie tra le più potenti nel panorama criminale reggino, ma non solo, viste le proiezioni della ‘ndrangheta in altri luoghi d’Italia e del mondo.

Sono, sostanzialmente, queste le informazioni più utili che trapelano dall’audizione del Prefetto Piccirillo, che, per il resto, si limita a negare ogni coinvolgimento da parte dei servizi: “Nulla ha avuto a che fare il SISDE con lo spiaggiamento dalla Jolly Rosso né con le indagini relative all’affondamento di altre navi, quindi ritengo che quello che abbiamo già fornito dal punto di vista documentale sia il contributo più complessivo che oggi l’Agenzia può offrire all’attività della Commissione”. Un modo, nemmeno troppo delicato, di dire “questo è tutto, arrivederci”. Il resto dell’audizione, infatti, è caratterizzato da risposte che non forniscono particolari indicazioni sul caso: nemmeno circa i presunti rapporti del pentito Fonti con i servizi, Piccirillo riesce ad aggiungere qualcosa in più.

La Commissione Ecomafie, però, continua a indagare.

Sì perchè sono tanti i misteri insoluti e, almeno fino al 2003 (anche se è ragionevole pensare ben oltre) le cosche avrebbero continuato a utilizzare la Calabria come merce si scambio: l’affondamento di navi cariche di rifiuti, l’interramento di scorie nel sottosuolo, in cambio di denaro o di altri “beni” come le armi. Sul tema delle “navi a perdere” e dello smaltimento di rifiuti, anche radioattivi, nemmeno un mese prima dell’audizione di Piccirillo, il 21 giugno, la Commissione aveva ascoltato anche il Generale Adriano Santini, direttore dell’Aise (l’Agenzia d’informazioni e sicurezza esterna). La sua audizione, però, è stata immediatamente segretata.

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Le manovre della famiglia Zappalà

marzo 19, 2011

da www.strill.it

“Abbiamo scalato la montagna fratello, lo sai dove siamo? Nella discesa”. Il 21 gennaio 2011, Antonino Zappalà, fratello di Santi Zappalà, l’ex consigliere regionale del Pdl, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Reale 3”, è fiducioso. E’ andato a trovare il fratello, a quel tempo detenuto presso il carcere di Nuoro. Una settimana prima il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha annullato l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la cosca Pelle di Bovalino: Zappalà, nella campagna elettorale per le regionali del marzo 2010, sarebbe andato a trovare il boss Giuseppe Pelle, per parlare delle elezioni e di voti: “Ti dò una scadenza massima, che San Valentino vai e te lo passi con tua moglie. Buone, buone possibilità, stiamo lavorando, non pensare, stiamo facendo un lavoro grossissimo. Guardami negli occhi e non ti preoccupare” dice ancora Antonino Zappalà.

Tanti i tentativi messi in atto dalla famiglia Zappalà, nel tentativo di far uscire dal carcere il congiunto. Tutti raccolti nell’informativa del Ros di Reggio Calabria che è stata depositata dal pubblico ministero Giovanni Musarò, nell’ambito dell’udienza preliminare “Reale 3”, che si celebra al cospetto del Gup di Reggio Calabria Roberto Carrelli Palombi, in cui tutti gli imputati (Liliana Aiello, Filippo Iaria, Francesco Iaria, Giuseppe Mesiani Mazzacuva, Pietro Antonio Nucera, Giuseppe Pelle, Mario Versaci e Santi Zappalà) hanno chiesto di essere giudicati con la formula del rito abbreviato.

Tutta l’attività difensiva di Zappalà è stata incentrata in questi due mesi (viene arrestato, infatti, a ridosso del Natale) a uscire dal carcere dove è detenuto a causa dell’ordinanza di custodia cautelare spiccata nei suoi confronti. E così Zappalà si dimette da consigliere regionale e, con una lettera formale ai giudici, si impegna a non fare più politica.

Nei colloqui in carcere è anche la moglie Francesca Parisi a rassicurare il marito, Santi Zappalà. Oltre ai due legali, Francesco Albanese e Antonino Curatola, ci sarebbe un altro soggetto pronto a interessarsi della vicenda del politico. Un certo “Antonello”:

“PARISI Francesca:              Vedi che mi ha detto tuo cugino Antonello di dirti …omissis… che non c’è solo Francesco Albanese e Tonino Curatola … c’è tuo cugino Antonello con loro.

ZAPPALA’ Antonino:          Ohh…Santo, vedi che tutto Antonello, tutto Antonello!

(ZAPPALA’ Antonino nel contempo gesticolava con le mani facendo intendere che il soggetto in questione si stava interessando costantemente alla sua problematica giudiziaria. Zappalà Carmela immediatamente  scostava, in modo discreto, il braccio dello zio seduto al suo fianco per invitarlo a cambiare discorso. Zappalà Antonino, infatti, comprendendo il senso del gesto della nipote Carmela, proseguiva la conversazione incentrandola su altri argomenti).

Allora fammi ridere, vai…”

Un uomo che gli uomini del Tenente Colonnello Stefano Russo identificano in Agatino Antonio Guglielmo, funzionario del Ministero della Giustizia, presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. I parenti di Zappalà tengono molto a rassicurare il congiunto in carcere circa l’impegno profuso per tirarlo fuori di galera:

“ZAPPALA’ Antonino:        Tu Santi non ti potrai mai immaginare …

ZAPPALA’ Carmela:            Quale cosa?

ZAPPALA’ Antonino:          … essendo qua, il lavoro che è stato fatto fuori.

ZAPPALA’ Santi:     …incompr…

ZAPPALA’ Antonino:          Quanto abbiamo lavorato”.

I familiari di Zappalà sono sicuri che Zappalà uscirà prima della scadenza dei termini di custodia cautelare, fissati per il prossimo 21 marzo e farebbero poi riferimento a una persona robusta, che avrebbe un ruolo fondamentale nelle sorti dell’ex consigliere regionale. Ancora dall’informativa che il Ros di Reggio Calabria ha spedito al Procuratore Giuseppe Pignato, adesso agli atti del processo “Reale 3”:

“ZAPPALA’ Santi:    … (dal servizio di videoripresa si nota Santi Zappalà che,  rivolgendosi al fratello Antonino, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante)…

PARISI Francesca:    Santo…

ZAPPALA’ Santi:     … (dal servizio di videoripresa si nota Santi Zappalà che,  rivolgendosi al fratello Antonino, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante)…

ZAPPALA’ Antonino:                      Chi?

ZAPPALA’ Santi:     Antonello…

ZAPPALA’ Antonino:          …incompr… (tono di voce molto basso e i due fratelli dialogano a distanza ravvicinata) …

ZAPPALA’ Santi:     … Gianfranco.

ZAPPALA’ Antonino:          Avvicinati … avvicinati …(dalle videoriprese si nota Antonino Zappalà che si alza dalla sedia e si avvicina a Santi ZAPPALA’. I due interlocutori iniziano a parlare a distanza molto ravvicinata e con un tono di voce molto basso) … lo saprà stasera … incompr …

PARISI Francesca:    Santo … (parla con tono di voce bassissimo guardando negli occhi Santi ZAPPALA’) … incompr …

ZAPPALA’ Santi:     …incompr…”

Nel corso del colloquio del 21 gennaio, nel carcere di Nuoro, Antonino Zappalà, sempre in merito alla problematica della scarcerazione del fratello Santi, dopo aver riportato al fratello quanto riferitogli dall’avvocato Albanese e cioè che il Tribunale della Libertà aveva creato un precedente  rigettando l’istanza di scarcerazione della coimputata Liliana Aiello, la cui udienza era stata tenuta prima di quella di Santi Zappalà, e che se la sua udienza fosse stata la prima sarebbero stati scarcerati anche gli altri indagati), riferisce al fratello di avere interessato alcune persone per la risoluzione della problematica giudiziaria, specificando che era in attesa di una telefonata e che a breve gli avrebbe comunicato qualcosa. Figura centrale, secondo i Carabinieri del Ros, sarebbe dunque Antonino Guglielmo che “grazie alla sua posizione lavorativa e alle connesse conoscenze all’interno dell’apparato giudiziario, avrebbe potuto acquisire e/o ricevere, con anticipo rispetto alla normale procedura, informazioni sulla vicenda giudiziaria riguardante il cugino Santi Zappalà”.

Secondo i Carabinieri del Ros di Reggio Calabria, Guglielmo sarebbe un vero e proprio factotum della famiglia Zappalà, capace di dettare le strategie difensive, entrando in contrasto con uno dei legali di Zappalà, l’avvocato Antonino Curatola:

ZAPPALA’ Antonino:          Noi abbiamo avuto una discussione con Tonino CURATOLA, ha detto…

ZAPPALÀ S.:            No, io gli … incompr … mi salgono i cazzi! Proprio così!

PARISI Francesca     Bravo!

ZAPPALA’ Antonino:          E hai fatto bene, perché lui è venuto qua determinato, perché Tonino lo sai che cosa ha messo? Ha messo in dubbio anche la mia parola, gli ho detto: “ci sono io qua e rappresento mio fratello, c’è la moglie? E si deve fare così!”… “Mah!” Allora ALBANESE dice: “vediamo cosa” … “avvocato…” gli ho detto: “…avvocato CURATOLA, basta, si deve fare così!”

PARISI Francesca:    Antonello si è infuriato, perché poi gli ha detto a Francesco: “se continua così faccio nominare un altro.”

ZAPPALA’ Santi:     Poi io ho capito un’altra cosa, che Francesco è un’altra cosa .

ZAPPALA’ Antonino:                      Ma Antonello …

ZAPPALA’ Santi:     Mentre Tonino ho capito che … incompr …

ZAPPALA’ Antonino:                      Non hai capito! Noi gli dobbiamo dare conto solo a Francesco, solo!

PARISI Francesca:    Si, si basta!

ZAPPALA’ Santi:     Ah?

ZAPPALA’ Antonino:          Se gli dobbiamo dare conto … solo a Francesco!

ZAPPALA’ Santi:     Si ho capito, quello l’ho capito! L’ho capito, l’ho capito in una parola perché Francesco è vicino … incompr … hai capito?

Ed è grande la considerazione e l’affidamento che si fa su “Antonello”, colui il quale si informa anche presso l’ufficio Gip/Gup dell’iter giudiziario del caso Zappalà. Ancora dai colloqui in carcere:

 ZAPPALA’ Santi:     Antonello chissà cosa fà?…

ZAPPALA’ Antonino:                      Tutto, abbiamo lavorato, abbiamo…

ZAPPALA’ Santi:     Senti …

(…attimo di pausa… dal servizio di video osservazione interno, si notava che lo stesso Santi ZAPPALÀ che allargava le braccia e stringeva i pugni come ad indicare una persona robusta e/o importante).

ZAPPALA’ Antonino:          Abbiamo fatto il massimo!

La figura dell’uomo corpulento, peraltro, è assai ricorrente nei discorsi della famiglia Zappalà:

“ZAPPALA’ Santi:    Ah … ti voglio dire … (dal servizio di video osservazione interno, si notava che lo stesso Santi ZAPPALÀ che allargava le braccia e stringeva i pugni come ad indicare una persona robusta e/o importante) … la dà per sicura al cento per cento (100 %)?

ZAPPALA’ Antonino:                      Ha parlato! (dal servizio di video osservazione interno, si notava Antonio ZAPPALÀ fare cenno di  “si” con il capo).

ZAPPALA’ Santi:     Personalmente lui?

ZAPPALA’ Antonino:                      Si!

ZAPPALA’ Santi:     Ah?

ZAPPALA’ Antonino:                      Si, Santo si!”

Tra il nove e il dieci febbraio, peraltro, i familiari di Zappalà si sarebbero recati a Nuoro, dove il congiunto era detenuto, convinti della sua scarcerazione. A tal proposito, in alcune intercettazioni concorderebbero sul fatto di dichiarare che erano preoccupati per le condizioni fisiche del parente detenuto e che, quindi, avevano deciso di andare a trovarlo: “I familiari del Santi Zappalà – scrivono i militari del Ros – si stavano precostituendo una giustificazione plausibile alla loro presenza in Nuoro, proprio il giorno della scarcerazione – non avvenuta – del congiunto”.

Da ultima, la delusione per la mancata scarcerazione porta i soggetti coinvolti nelle intercettazioni a parlare delle dinamiche che avrebbero portato alla decisione. Santi Zappalà attraverso la mimica (allargava le braccia e  stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante) più volte utilizzata per indicare una terza persona, evidentemente interessata a seguire la propria situazione giudiziaria, si rivolgeva al fratello Antonino e gli chiedeva, riferendosi a Guglielmo “… incompr. … l’ha preso in giro?”. Dalle telecamere, quindi, si vede Antonino Zappalà avvicinarsi al fratello Santi e parlargli all’orecchio: “Praticamente quello della Cancelleria gli ha detto: “vedi di non nominare quello che … che non si è saputa la cosa che il Presidente gli aveva detto: “chi l’aviva a cacciare” … qua perchè abbiamo parlato noi   (Antonino Zappalà muove il dito intorno l’orecchio mimando il gesto di essere ascoltato),   per questo si è venuto a sapere qualcosa … Per questo ti dico va bene, stai più tranquillo … Santo   (nuovamente Antonino Zappalà si avvicinava all’orecchio del fratello)   … incompr … per non passare guai sopra a guai, noi ci dobbiamo … lo sai che significa “… non m’ ndii taccunu a tutti … (ndr: che non ci arrestano a tutti!!)”  a mia ed Antonello …  mettitelo in testa che siamo vicini”.

Un’ultima conversazione che, secondo il Ros, implicherebbe la figura di almeno quattro uomini, disposti, evidentemente, ad agevolare la scarcerazione di Zappalà. Adesso resta solo da vedere di chi si tratti.

Tony Vallelonga, “il sindaco di Australia”

marzo 9, 2011

da www.strill.it

In un’esilarante scenetta, interpretata per la Gialappa’s Band, il comico Fabio De Luigi, imitando il celebre scrittore e conduttore Carlo Lucarelli, a un certo punto faceva comparire un personaggio individuato come “il sindaco di Australia”. Ma, siccome spesso la realtà supera la fantasia, un “sindaco di Australia” c’è e finisce all’interno dell’inchiesta “Crimine 2”, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.

E’ Domenico Antonio Vallelonga, per tutti Tony Vallelonga. Sindaco dal 1997 al 2005 della cittadina di Stirling, popoloso sobborgo di Perth, la capitale del Western Australia, avrebbe rivestito un ruolo di vertice nel locale di appartenenza. E’ stato esponente di vari consigli regionali e presidente di importanti associazioni locali, di comitati comunitari e di alcune associazioni di cittadini italiani. Considerato un autorevole membro della Chiesa cristiana locale, nel 2002 è stato insignito del Meritorious Service Award, un prestigioso riconoscimento civile rilasciato dal Western Australia Local Government Association, e, nel luglio del 2009, gli è stato conferito l’esclusivo titolo di “Cittadino Onorario” della municipalità di Stirling.

Un recordman, eletto per ben quattro mandati, anche con percentuali plebiscitarie, originario di Nardodipace, in provincia di Vibo Valentia, Vallelonga viene intercettato dai Carabinieri, all’interno della lavanderia “Ape Green”, centro nevralgico della cosca Commisso di Siderno. La lavanderia, infatti, è gestita da Giuseppe Commisso, detto “u mastru”, elemento di spicco della ‘ndrangheta, finito in diverse inchieste dalla Dda negli ultimi mesi.

Vallelonga sembra di casa all’interno della lavanderia “Ape Green”. Lo stesso Commisso lo presenta a un altro soggetto, Carmelo Muià.

Commisso: C’è quest’amico che è venuto dall’Australia ed è di Nardodipace…entrate compare…—Muià:…(incomp)…—///

Commisso: Questo è un amico mio…—///

Vallelonga: Piacere Tony Vallelonga…—///

Muià: Piacere Muià…—///

Parlando con il “mastro”, Vallelonga sottopone diverse criticità che insisterebbero nel locale australiano. Al centro della vicenda vi sarebbe un tale di nome “Cosimo” che, quattro giorni prima, si darebbe per così dire “distaccato” dal “Crimine” australiano, affermando di volersi “chiamare il posto” direttamente a Siderno. Come se non bastasse, ai rimproveri mossigli dallo stesso Vallelonga – che, nella circostanza gli avrebbe detto “…tu a livello ufficiale non puoi chiamare, io ho chiamato e tu l’uomo non lo puoi fare più…” e, ancora, “…tu l’uomo non lo puoi fare più… Basta!” – costui avrebbe risposto: “sapete vado e mi chiamo il posto a Siderno”. Commisso si rivela molto interessato alla discussione e, allo stesso tempo, adirato: “Non gli possiamo permettere queste cose… non gli permettiamo…”, sostenendone anche la ragione, “Se tu non sei buono la non sei buono neanche qua…”.

Vallelonga  non avrebbe voluto sentire ragioni e, alle richieste di autonomia di “Cosimo” avrebbe risposto:“tu locale? fino a quando campo io, tu locale non ne prendi … e basta!”.

 Personaggio particolare, Tony Vallelonga. Dopo aver discusso, per parecchio tempo, con Commisso, di dinamiche criminali, censurando il secessionista “Cosimo”, si lascia andare a uno sfogo. si lamenta con il “Mastro” per il trattamento che la stampa australiana gli avrebbe riservato all’indomani di una sua schiacciante vittoria elettorale, tacciandolo di appartenerne alla mafia: “Si… sapete che cosa mi hanno combinato a me? …(inc.)… io ho vinto con l’ottantacinque per cento dei voti… e in un giornale hanno scritto che io faccio parte della mafia…”; Commisso biasima i media per le accuse infamanti rivolte al suo amico: “Bastardi! Allora sono tutti mafiosi…”.

 Tutto ciò, spiega Vallelonga, sarebbe frutto di un equivoco, giacché, precisa, egli non conosce neanche il significato della parola “mafia”: “…Ma io non so neanche la parola che significa… “e tu perché (inc.) in giro”…gli ho detto: perché io rispetto la gente… rispetto la gente…”.

 Un ragionamento che, forse, fa ridere anche più della scenetta del comico De Luigi….

Sulla Calabria pregiudizi o ”post-giudizi”?

maggio 1, 2010

da www.strill.it

Partiamo dal titolo di un bell’articolo di Mimmo Gangemi apparso ieri su “La Stampa” e partiamo dal titolo di una bella canzone di Bruce Springsteen.

“E’ stato un calabrese a trafiggere Gesù”. E’ il titolo dell’approfondimento (pagg. 42-43) con cui lo scrittore di Santa Cristina d’Aspromonte, tramite un’accurata e precisa ricostruzione storica, arriva a individuare in un soldato della Decima Legione Fretensis, di base sulla sponda reggina dello Stretto di Messina, l’uomo che trafisse con una lancia Gesù Cristo agonizzante sulla croce.

Mimmo Gangemi sa come studiare i documenti e sa come mettere nero su bianco, con grande maestria, i propri studi. Chapeau.

Ma blocchiamoci un attimo e andiamo alla canzone di Bruce Springsteen. Mi capita spesso di pensare a questa canzone quando devo tentare di fornire un’analisi, più ampia possibile, del territorio calabrese e reggino. La canzone si intitola Badlands, un termine che può essere tradotto come “bassifondi” o, più semplicemente, “postacci”. E per avere solo una minima speranza di capirli, i “bassifondi”, i “postacci”, vanno vissuti ogni giorno.

Ora, nessuno potrà negare che, per molti versi, Reggio Calabria, la Calabria intera, rappresentino i bassifondi d’Italia. E nessuno potrà obiettare se, per diversi motivi, questi territori vengano visti come dei “postacci”.

Ritorniamo all’articolo di Mimmo Gangemi.

Di norma, soprattutto nei grandi giornali, non sono gli autori a stabilire i titoli dei propri articoli. Quello è un compito a parte, affidato ad altre persone. “E’ stato un calabrese a trafiggere Gesù”. Perché non “è stato un italiano a trafiggere Gesù”? Secondo le Scritture, Cristo fu crocifisso a Gerusalemme, quindi, teoricamente, i suoi aguzzini potrebbero essere stati anche personaggi di altra etnia rispetto a quella italiana. E, ancora, se a trafiggere Gesù fosse stato un soldato originario di Pescara, il quotidiano avrebbe ugualmente titolato “E’ stato un abruzzese a trafiggere Gesù”? Avrebbe rimarcato, così precisamente, l’appartenenza regionale?

Forse sì, forse no.

Ora, è innegabile che, fuori dalla Calabria, il calabrese sia visto come un criminale, un reietto, uno che, per tornare a Bruce Springsteen, proviene dai “bassifondi”. Anzi no. Dai “postacci”.

Resta da capire se la cattiva fama sia meritata o meno. Resta da capire se la Calabria sia davvero al centro di un complotto mediatico, come ha piagnucolato per cinque anni l’ex Governatore Agazio Loiero. Se di questa terra siano di dominio pubblico le tante, tantissime, emergenze, e vengano colpevolmente tralasciate, invece, le poche, pochissime, note liete, o se, di converso, la cattiva nomea della regione non sia un pregiudizio gratuito e offensivo, ma un “post-giudizio”, dettato dalle azioni e dai comportamenti degli ultimi trent’anni.

Una volta in un film credo di aver sentito una battuta di questo genere: “Non è tanto quello che sei, ma ciò che fai che ti qualifica”.

Brevissima analisi. La Calabria, da decenni è vessata da cattivi governanti, da una corruzione degna di un paese del Sudamerica, dal malaffare. In provincia di Cosenza sembra che sotto il terreno vi siano scorie radioattive, a Crotone, invece, sulle scorie costruivano le scuole e, ancora a Crotone, i bambini vengono uccisi mentre giocano a calcetto. Senza contare lo strapotere della ‘ndrangheta che soffoca tutto il territorio.

Ecco, cosa ha fatto il calabrese, in tutti questi anni, per “smacchiarsi” la reputazione? Una cattiva reputazione che, di certo, non è dovuta alle persone laboriose che, ogni giorno, conducono la propria vita con onestà e dignità. La cattiva fama della Calabria è dovuta a una minoranza dedita al malaffare, alle ruberie e agli omicidi. Una minoranza cui, però, la maggioranza onesta sembra avere, per troppo tempo, concesso un ingiustificato consenso.

Anche le ultime consultazioni elettorali, stando a ciò che trapela dalle indagini della Commissione Parlamentare Antimafia, sembra che siano state pesantemente condizionate dal voto della ‘ndrangheta. Nel mirino sarebbero finiti oltre quindici candidati. E le libere votazioni dovrebbero essere la massima espressione di una democrazia.

A Reggio Calabria, tanto per arrivare all’attualità, la cittadinanza ha reagito agli applausi a Tegano, con alcune bellissime manifestazioni che, purtroppo, non hanno avuto sugli organi nazionali, uno spazio adeguato. Mimmo Gangemi ha scritto su “La Stampa” che si è trattata di una reazione tardiva. E io sono d’accordo. Viviamo in una terra che sembra capace di reagire solo se dileggiata a livello nazionale e internazionale. Ma quello non è coraggio, quella è una reazione istintiva di chi viene attaccato. E’ istinto di sopravvivenza.

Molti si sono affrettati a dire: “Non colpevolizziamo la città, gli applausi a Tegano arrivavano solo da parenti e amici”.

Assecondiamo il ragionamento. Passi per i parenti che, purtroppo, sono quelli e restano tali. Ma, possibile che, da parte di una bella fetta dell’opinione pubblica (influenzata da una pessima informazione) non venga visto come un disvalore essere “amici” (ed erano tanti, credetemi) di un boss latitante dal 1993, condannato con sentenza definitiva per omicidio e associazione mafiosa?

Forse sta qui l’essenza di tutta la situazione.

Conoscendo Mimmo Gangemi, sicuramente il titolo affibbiato al suo articolo non gli sarà piaciuto nemmeno un po’. E allora, per chiudere il cerchio, il titolo de “La Stampa”, sicuramente tendenzioso, forse è dettato anche da un comportamento, troppo accondiscendente (nel migliore dei casi) del popolo calabrese nei confronti dei virus che lo ammorbano. Per carità, un comportamento che in Calabria trova il proprio picco ma che, sicuramente, è presente in altre zone, soprattutto del Meridione. Penso alla Campania, mentre in Sicilia, dopo anni di stragi, sembra essersi sviluppato uno spirito critico più sano. Si tratta di una “sudditanza psicologica” (come direbbero i vecchi nemici della Juventus) tipica dei “bassifondi”.

Anzi, dei “postacci”.

Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

A Rosarno la ‘ndrangheta dà lezioni di marketing territoriale allo Stato

gennaio 10, 2010

da www.strill.it

Tra le tante catastrofi, ce n’è una che, pericolosamente, potrebbe concretizzarsi, una volta riportato l’ordine a Rosarno: quella di dove ringraziare la ‘ndrangheta

 e non lo Stato, accorso in Calabria, come spesso accade, in ritardo siderale.

La ‘ndrangheta, invece, è puntualissima.

Anche perché la ‘ndrangheta, a differenza dello Stato, in Calabria vive ogni giorno e non vive di emergenze, ma di un incessante e oscuro lavoro quotidiano.

 Quante volte abbiamo ascoltato o letto pareri di esperti, o pseudo tali, che, interrogati sulla forza delle organizzazioni mafiose hanno risposto “il controllo del territorio”?

Ebbene, minuto dopo minuto, tra i frenetici aggiornamenti sulla rivolta degli immigrati a Rosarno, il “bollettino di guerra” si arricchiva di un sospetto particolare: che dietro la contro-offensiva dei rosarnesi nei confronti degli africani vi fosse la ‘ndrangheta.

Cosa significa tutto ciò?

C’è un precedente: non è un mistero che la popolazione di Rosarno abbia sempre sopportato con malumore malcelato la presenza, ingombrante, degli immigrati. Il 12 dicembre del 2008, proprio a Rosarno, vennero feriti due immigrati raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Ma, oltre al precedente, drammatico e poco chiaro, c’è anche una dichiarazione assai inquietante che arriva da lontano e che fa riflettere.

E’ quella dell’ex presidente della Camera dei Deputati, nonché leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini che afferma una cosa gravissima: “Lo Stato in Calabria non c’è e la ‘ndrangheta regola i rapporti sociali. Lì i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore”.

La sensazione, anche tra gli inquirenti, è proprio questa: che la difesa e la reazione, violenta, dei rosarnesi sia stata presa in pugno proprio dalle potenti cosche locali. Con uno Stato che ha impiegato diverse ore prima di trasferire, in massa, gli uomini necessari per fronteggiare la sommossa, la ‘ndrangheta ha sfruttato il vuoto, si è incuneata nello spazio temporale, prendendo in pugno la situazione.

Il sospetto è pericoloso e abominevole: la ‘ndrangheta, sfruttando la propria potenza, avrebbe protetto, anche in maniera violenta, la popolazione rosarnese. Uomini vicini alle cosche, quindi, avrebbero impugnato pistole e fucili e spranghe, avrebbero organizzato vere e proprie “ronde”, al fine di rintracciare e punire gli africani ancora in circolazione. Tutto a causa della colpevole assenza dello Stato.

Sarebbe questo il famoso “controllo del territorio” tanto sbandierato dagli esperti, si concretizzerebbe così il pensiero di Casini: “La ‘ndrangheta regola i rapporti sociali”.

E non sarebbe un caso che tra i soggetti arrestati figurano anche alcuni individui già noti alle forze dell’ordine e ritenuti vicini alle cosche della zona. Territorio e affari, a Rosarno, sono divisi e gestiti da due famiglie i Pesce e i Bellocco ed è al vaglio degli inquirenti l’ipotesi che vorrebbe le famiglie rosarnesi interessate anche al mercato degli agrumi, in cui sono impiegati, sottopagati e in condizioni disumane, gli africani.

In fondo, in zone come Rosarno, dove ci sono soldi c’è, inevitabilmente, anche la ‘ndrangheta.

Ma, a prescindere dagli interessi economici, il rischio concreto è che le ‘ndrine possano aver strumentalizzato la guerriglia, fornendo ai cittadini di Rosarno quella protezione che, evidentemente, lo Stato è riuscito a dare, nella migliore delle ipotesi, solo tardivamente. E allora, alla fine della storia, la popolazione rosarnese, tramite questo meccanismo perverso, potrebbe addirittura ritrovarsi a dover “ringraziare” i dominus locali, lesti a mobilitare uomini e mezzi al fine di ristabilire le gerarchie.

Sulle presunte ingerenze della ‘ndrangheta negli scontri di questi giorni dovrà indagare la Procura della Repubblica di Palmi del Procuratore Giuseppe Creazzo. Ma che le cosche abbiano messo lo zampino è certa, per esempio, la parlamentare del Popolo della Libertà, Angela Napoli, secondo la quale “gli scontri avrebbero deviato l’attenzione dopo l’attentato subito dalla Procura Generale di Reggio Calabria”. E anche il neo prefetto di Reggio, Luigi Varratta, non ha escluso l’ipotesi.

La strategia sarebbe la seguente: la ‘ndrangheta avrebbe sfruttato i disordini per riaffermare, ancora una volta, il proprio predominio sul territorio. Come a voler dire: “Qui c’è qualcuno che comanda”.

E quel “qualcuno” non è lo Stato.

La rivolta di Rosarno: epilogo drammatico e scontato

gennaio 8, 2010

A Rosarno è guerriglia tra immigrati, cittadini e forze dell’ordine. Vedo le foto, guardo le televisioni: le immagini non sembrano provenire dall’Italia, considerato uno dei Paesi più civili del mondo, ma dall’Africa, da sempre classificata come “Terzo Mondo”.

Con la rivolta degli immigrati, siamo di fronte alla tappa più drammatica di una storia vecchia: il 26 dicembre del 2008, più di un anno fa, scrivevo su strill.it, e riportavo su questo blog, un articolo. Eccolo:

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”.

Comincia così la parte che riguarda la Calabria del rapporto svolto da Medici senza frontiere sugli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.

La Piana di Gioia Tauro, ma soprattutto la zona di Rosarno, è interessata da flussi piuttosto consistenti di immigrati che, nei mesi invernali, quando il vento freddo della campagna colpisce e ferisce come una lama arroventata, lavorano la terra al posto dei “padroni”.

Rosarno è un comune, attualmente sciolto per infiltrazioni mafiose e affidato ai commissari prefettizi, di quindicimila abitanti.

Il numero di immigrati, nei mesi della raccolta, raggiunge circa le quattromila unità.

Sono per il 94% africani sub-sahariani, tutti giovani: per l’87% di età inferiore ai 30 anni. Il 90% di essi è entrato in Italia in maniera irregolare. Nessuno possiede un contratto di lavoro.

Basterebbero questi numeri per giustificare il titolo del rapporto stilato da Medici senza frontiere: “Una stagione all’inferno”.

Gli immigrati della Piana versano in condizioni spaventose. Ecco, la descrizione fornita dal rapporto di Msf: sfruttamento sul lavoro, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area.
La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria”.

Crisi umanitaria.

Un’espressione entrata da tempo nel vocabolario comune. Un’espressione che, solitamente, si attaglia ai Paesi poveri, sottosviluppati. Quelli del cosiddetto Terzo Mondo.

Repubblica democratica del Congo, Somalia, Iraq, Sudan, Pakistan, Zimbabwe, Myanmar, Etiopia, Haiti, Cecenia, Colombia, Uganda settentrionale, Costa d’Avorio.

Questa volta, però, l’espressione viene usata per Rosarno, piana di Gioia Tauro, Italia, Europa.

Eppure non si tratta di un’esagerazione. Gran parte degli immigrati della piana di Gioia Tauro, una cifra molto vicina al 90%, vive in strutture abbandonate: fabbriche dismesse, cascine disabitate. Strutture nelle quali mancano le più elementari basi su cui si poggia la civiltà moderna: riscaldamento, elettricità, acqua corrente, servizi igienici.

Lavorano in media due giorni alla settimana, per 25 euro al giorno. Da questa misera ricompensa devono sottrarre, però, i “costi d’equipaggiamento”, dato che devono acquistare, con i propri soldi, i guanti e gli stivali necessari per il lavoro.

Un lavoro che deve essere cercato, mendicato, quotidianamente: ogni giorno, fin dalle prime ore dell’alba, gli immigrati si riversano nel centro del paese aspettando di essere reclutati da datori di lavoro e caporali.

Nella piana di Gioia Tauro il feudalesimo non è ancora finito.

Il rapporto di Medici senza frontiere ha come anno di riferimento il 2007. Scrivono da Msf: “A rendere la situazione ancora più drammatica, gli immigrati intervistati hanno denunciato di essere vittime di maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti, da parte di adolescenti per lo più”.

E’ una descrizione veritiera, accurata e inquietante che riporta immediatamente all’attualità. Al 12 dicembre scorso, quando, a Rosarno, vennero feriti due immigrati che vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Per il ferimento degli immigrati i carabinieri di Rosarno, sotto le direttive del procuratore della Repubblica di Palmi, Francesco Neri e del pubblico ministero, Stefano Musolino, hanno tratto in arresto Andrea Fortugno, di 24 anni, che, comunque, non sarebbe stato il solo a partecipare all’atto criminoso. Secondo gli inquirenti gli spari contro i due extracomunitari sarebbero una reazione ad una fallita richiesta estorsiva rivolta al gruppo di immigrati impiegati nei lavori agricoli a Rosarno e che sono ospitati in un ex cartiera.

Una di quelle strutture fatiscenti per usufruire delle quali gli immigrati sono costretti a pagare anche fino a cinquecento euro al mese.

Per Andrea Fortugno gli inquirenti ipotizzano un possibile collegamento con la ‘ndrangheta del luogo che, inevitabilmente, porta a un cognome ben preciso: Pesce.

Sì perché in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, c’è la ‘ndrangheta. E se gli immigrati vivono in condizioni disumane, senza la possibilità di usufruire di cure mediche, lavorando per pochi spiccioli e, per di più, sono vittime di estorsioni e di aggressioni anche a suon di pallottole, la ‘ndrangheta c’entra eccome.

”Non è la Cunsky”: come insabbiare una nave in fondo al mare

ottobre 31, 2009

cunsky

da www.strill.it

“C’è una conferenza stampa a Roma? Allora significa che insabbieranno tutto”. Lo ha detto, quando ancora la smentita ufficiale non era arrivata, un magistrato della Repubblica italiana. Che io non creda a quanto detto dal Ministro Stefania Prestigiacomo e dal Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso che giurano che la nave al largo di Cetraro non sia la Cunsky, come invece affermato dal pentito Fonti, ha ben poca importanza. Le mie saranno sicuramente le elucubrazioni di un farabutto complottista.

Dicono che la nave al largo di Cetraro sia un piroscafo silurato dai tedeschi nel 1917, il nome sarebbe scritto sullo scafo, dicono, sostanzialmente che l’indicazione di Francesco Fonti, il collaboratore di giustizia che da anni afferma di aver affondato personalmente una motonave, la Cunsky, nelle acque di Cetraro, sia solo una coincidenza: nel punto indicato da Fonti, a cinquecento metri di profondità, c’è una nave, è vero, ma quella non è la Cunsky.

Insomma il collaboratore di giustizia c’ha provato, magari per rientrare nel protocollo di protezione, attualmente negatogli e che adesso, alla luce della smentita, difficilmente otterrà. Fonti ha indicato un luogo, per qualche settimana il suo gioco ha retto, ma poi è stato smascherato. Ha indicato il mare ha detto: “Lì c’è una nave”. E ha indovinato, perché lì, proprio in quel punto, una nave c’è, ma, stando a quello che dicono Prestigiacomo e Grasso, non è la Cunsky, ma una nave affondata, in guerra, oltre novanta anni fa. Sarebbe stato molto più semplice azzeccare un sei al Superenalotto.

C’è la smentita ufficiale, ma io non credo alle coincidenze.

La mia sarà sicuramente dietrologia, però. Mi piace la definizione di dietrologia fornita, tanto per restare in tema, da Carlo Lucarelli nel suo libro Navi a perdere: “Ci sarà sempre una città che si trova a una distanza dalla piramide di Cheope che moltiplicata, sottratta, divisa ed elevata al quadrato fa 666, il numero della Bestia”.

Vedere qualcosa sotto, pensare che, per l’ennesima volta, le navi dei veleni possano essere risucchiate, nuovamente, nel porto delle nebbie, sarà pure dietrologia ma di certo il caso si chiude (lo hanno detto Grasso e Prestigiacomo che il caso è chiuso) positivamente e nel modo più semplice: “Cari calabresi, la nave di Cetraro non è quella che pensavate che fosse. Arrivederci e grazie”.

Insomma, alla luce delle conclusioni, rese note dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dal Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, Fonti ci ha preso in giro: “Non è un collaboratore di giustizia attendibile”, hanno detto gli investigatori. Però, oltre a Fonti, ci avrebbero preso in giro anche le immagini, realizzate da un filmato girato dalla Regione Calabria, che sembravano mostrare chiaramente che alcuni fusti, a bordo di quello scafo a cinquecento metri di profondità, ci fossero.

E, in mezzo a tutti i calabresi, le immagini hanno preso in giro anche persone piuttosto esperte: l’assessore regionale Silvio Greco, per esempio. Ma anche il Procuratore di Paola, Bruno Giordano, il primo a indagare, con grande impegno, sul relitto di Cetraro, prima che il fascicolo fosse trasferito alla Dda di Catanzaro: “Se sia davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, una serie di elementi lo fanno pensare: la lunghezza complessiva, tra i 110 e i 120 metri, la relativamente recente costruzione, perché non presenta bullonature ma le lamiere sono saldate, il fatto che non sia registrata come affondata, tutto ciò fa pensare che sia una delle tre navi indicate dal pentito”. Insomma, nei giorni successivi allo scorso 12 settembre, data in cui, per la prima volta, si sa qualcosa sul relitto di Cetraro, Giordano manteneva la giusta cautela, ma sembrava convinto della veridicità delle affermazioni di Fonti. Molto più esplicito era stato, per esempio, Nicola Maria Pace, attuale procuratore di Trieste che, nella sua carriera, si è occupato di navi dei veleni di concerto con il giudice Francesco Neri e il Capitano della Marina Militare, Natale De Grazia. Commentando il memoriale di Fonti, Pace aveva detto: “…riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagini che ho condotto proprio come procuratore di Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, su cui svolsi delle indagini in collegamento investigativo con la procura di Reggio Calabria”.

Sarebbe interessante sapere, oggi, cosa pensano dei risultati ottenuti dalla nave “Oceano” quella che il Ministero dell’Ambiente ha inviato in Calabria per gli accertamenti e che, secondo alcuni, non sarebbe attrezzata per una simile opera: ma Giordano e Pace sono magistrati competenti e responsabili, quindi difficilmente interverranno in indagini che non sono più sulle loro scrivanie.

Sarebbe altresì interessante capire perché, circa un anno e mezzo fa, il Dipartimento di Reggio Calabria dell’Arpacal abbia evidenziato nelle acque di Cetraro, esaminando le specie ittiche per i radionuclidi appartenenti alle famiglie dell’uranio, del torio e del cesio, la presenza di tracce di Cesio 137.

Lo stesso elemento diffusosi dopo la catastrofe di Chernobyl.

No, mi dispiace, rispetto la versione data dalle Istituzioni, ma non ci credo. Ma questo ha ben poca importanza: ha molta più importanza il rapporto dell’Arpacal di appena un anno e mezzo fa, hanno molta più importanza i pareri, espressi in periodi diversi, di tre magistrati della Repubblica.

Intanto quella nave c’è, ma, secondo i rilievi, non è la Cunsky: che esigenza c’è di recuperarla? C’è una nave in fondo al mare, ma, adesso, è insabbiata. E se con essa si fosse insabbiata, per l’ennesima volta, la verità?

L’ultimo schiaffo

ottobre 7, 2009

calabria

Tutta Italia è informata, grazie agli articoli pubblicati dalle maggiori testate nazionali, delle offese rivolte alla Calabria da parte di Antonello Venditti, nel corso di un concerto in Sicilia, delle quali, per primo in assoluto, ha dato notizia strill.it, la testata per la quale lavoro.

Ecco le parole pronunciate da Venditti nell’introdurre un proprio brano, Stella:

“Ma perché Dio ha fatto la Calabria? Io spero che si faccia il ponte, almeno la Calabria esisterà. Qualcuno deve fare qualcosa per la Calabria». E, ancora. Ho conosciuto un ragazzo calabrese che prendeva il traghetto per la Sicilia, dove trovava una ragione, la cultura. In Calabria non c’è veramente niente, ma niente che sia niente”.

Venditti ha smentito ciò che è difficile smentire: “Non volevo offendere la Calabria”.

A parte ciò, si tratta dell’ennesima uscita, verbale e non, contro la regione. Ve ne ricordo qualcuna, più o meno recente:

1) Qualche mese fa, su LA7, il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale, nel non considerare una priorità la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (a mio avviso giustamente, peraltro), ha definito “due cloache” le città di Messina e Reggio su cui si fonderanno i piloni del ponte.

2) Ancor prima il suo collega Curzio Maltese, in un pessimo reportage su Reggio Calabria, aveva affermato che un reggino su due è “coinvolto a vario titolo in attività criminali”.

Per entrambi è scattata la querela.

3) Nello scorso dicembre, invece, Poste italiane divulga un francobollo celebrativo in occasione del centenario del devastante terremoto del 1908 che rase al suolo Reggio Calabria e Messina: ma la dicitura presente sul francobollo è lapidaria: “Terremoto di Messina”, di Reggio nessuna parola. Eppure i morti ci sono stati anche a Reggio Calabria.

4) Il giornale tedesco “Der Spiegel”, invece, criticando (anche qui a mio avviso giustamente) l’operato della Giunta Regionale di Loiero sull’elargizione di fondi pubblicitari alla nazionale di calcio, ha definito la Calabria “piccola, povera e mafiosa”. Querela anche in questo caso.

5) Infine (sto andando a memoria, quindi dimenticherò per forza qualcosa) lo “scandalo delle siringhe” orchestrato negli anni ’90 dalla Bbc che cosparse il Corso Garibaldi di Reggio Calabria di siringhe, per rendere il proprio reportage più succulento. La Bbc chiese scusa.

Quello di Venditti è solo l’ultimo schiaffo a una terra che, comunque, giorno dopo giorno, per non farsi mancare nulla, provvede in maniera molto efficiente ad autoflagellarsi. Ecco, forse questi insulti sono la diretta (e spesso meritata) conseguenza dei nostri comportamenti.

I veleni della Pertusola Sud che ammorbano i bimbi di Crotone: un’indagine nel cassetto per 10 anni

settembre 30, 2009

pertusolasud

da www.strill.it

Veri e propri viaggi della speranza, in località del Settentrione. I genitori di molti bambini di Crotone le tentano tutte per salvare i propri figli. Glieli hanno avvelenati.

Andavano a scuola ogni giorno, non potevano pensare di poggiare i piedi su un immenso tappeto di scorie radioattive, non potevano pensare di respirare veleno per diverse ore della giornata. Adesso molti di loro sono affetti da patologie tumorali, devono essere curati. Le sostanze, zinco, cadmio, nichel, gliele hanno trovate nello stomaco, nei capelli.

Appoggiavano i piedi sulle scorie dell’ex Pertusola Sud, respiravano i veleni dell’ex Pertusola Sud.

Lo hanno fatto per dieci anni.

Si perché sui veleni della Pertusola Sud era stata aperta un’indagine già nel 1998. Per dieci anni, però, oblio e polvere hanno avvolto il fascicolo. Ci ha pensato il sostituto procuratore di Crotone, Pierpaolo Bruni, a riaprire il caso nel 2008 con l’inchiesta “Black Mountains”. Secondo la stima effettuata da Bruni, fino al 1996, nei depositi dell’azienda erano stoccati almeno 200.000 metri cubi di materiale, pari a 400.000 mila tonnellate di scorie.

“Black Mountains”, montagne nere. Nere di veleno.

Il sindaco di Crotone, Peppino Vallone, è tra i più attivi: alcuni giorni fa ha disposto la chiusura a tempo indeterminato della scuola elementare San Francesco e dell’istituto tecnico commerciale Lucifero. Deve fare i conti con una città in cui la ‘ndrangheta uccide i bambini mentre giocano a calcetto, “la gente non si indigna più”, ha detto a strill.it il 21 settembre scorso, deve fare i conti con una città avvelenata.

La gente a Crotone muore e i bambini si ammalano. Che qualcosa di strano stesse accadendo, negli anni, è certificato anche nel “Rapporto Annuale su Salute e Ambiente in Italia” del 2001 dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel quale viene considerato, tra le diverse zone di criticità ambientale presenti nel nostro paese, anche quello di Crotone. A riguardo è scritto:

“Gli eccessi osservati a Crotone, con particolare riferimento al tumore polmonare tra gli uomini, suggeriscono un possibile ruolo delle esposizioni legate alle attività industriali dell’area, soprattutto di carattere professionale (…). Anche prescindendo dalle singole cause di morte, è inoltre da segnalare un eccesso di mortalità totale intorno al 10 % in entrambi i sessi, ad indicare un carico negativo non trascurabile sulla salute”.

Lo stabilimento della Pertusola Sud, sequestrato nel dicembre del 2008, cessa la produzione nel 1999, lasciando in attività un numero ridotto di unità lavorative per completare lo smaltimento delle ferriti; l’industria trattava solfuro di zinco, proveniente dal Canada, dall’Australia e dall’Irlanda, per la produzione primaria del metallo, con un ultimo passaggio che avveniva di norma presso gli impianti di Porto Vesme, a Portoscuso, in Sardegna. L’inchiesta “Black Mountains” si occupa dell’utilizzo, a Crotone, per l’esecuzione di lavori pubblici, di scorie tossiche derivanti appunto dalla produzione della Pertusola. Sono in tutto 23 i siti sequestrati, dislocati tra i comuni di Crotone, Isola Capo Rizzuto e Cutro. Sarebbero tutti avvelenati dalle scorie dello stabilimento di Crotone, un tempo appartenuto all’Eni, e da quelle dell’Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa.

Zinco, cadmio, nichel e altri metalli pesanti: le basi delle scuole di Crotone, ma anche di altri edifici pubblici e complessi residenziali. Un piazzale sarebbe stato realizzato con il cubilot, una miscela letale di zinco e altri veleni. La ditta Pertusola si difende: l’uso di tali rifiuti per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali di opere pubbliche e private sarebbe previsto dal Decreto Ministeriale del 5 febbraio 1998 relativo alla procedura semplificata per lo smaltimento di rifiuti.

Ma la realtà è questa: un simile smaltimento appare assai conveniente perché permette di risparmiare, eccome, i costi di costruzione e, nello stesso tempo, di far sparire enormi, e scomodissimi, carichi di veleno.

Appena alcuni giorni fa, il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni ha notificato l’avviso di conclusione dell’indagine “Black Mountains” ai 47 indagati tra cui figurano Edo Ronchi, Ministro dell’Ambiente dal maggio del 1996 all’aprile del 2000; l’allora direttore generale del Ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini; l’ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale, l’ex sindaco ed attuale consigliere regionale della Calabria, Pasquale Senatore. Sono anche indagati il legale rappresentante pro-tempore della Pertusola Sud; quelli di tre imprese edili, due di Crotone e una di Parma, e tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro. Le accuse sono gravi: si va dal disastro ambientale, alla realizzazione di discariche abusive, passando per avvelenamento di acque, turbativa d’asta e frode in pubblica fornitura.

I tecnici non si sbilanciano sui possibili danni arrecati alla catena alimentare: “Ci vorrà del tempo per capirlo”, dicono. Quel che è certo è che Crotone è, da anni, immersa nel veleno. C’è una perizia inquietante di un consulente della Procura della Repubblica di Crotone: le scorie adoperate per il conglomerato idraulico catalizzato utilizzato nelle aree sequestrate a Crotone sono

“altamente tossiche e cancerogene, le scorie rilasciano veleni nelle falde acquifere. Se ingerite o inalate sono altamente tossiche e cancerogene”.

La Calabria soffocata dalla ‘ndrangheta, dalla malapolitica, da faccendieri senza scrupoli, dopo le navi dei veleni viene risucchiata in un nuovo incubo. Questa volta, però, tutto è ancora più sconvolgente e spregevole per i responsabili, perché di mezzo ci sono bambini che, come unica colpa, pagano il fatto di essere nati in una terra senza speranza.