Archive for the ‘Mondo’ Category

Un mondo perfetto

maggio 17, 2009

omosessuali

I mondiali in Italia sarebbero cominciati qualche mese dopo: il 17 maggio 1990 l’Assemblea generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Fino a quel momento, e non stiamo parlando del Medioevo, il mondo, da Oriente, fino al tecnologico e civilizzato Occidente, considerava l’omosessualità al pari di una nevrosi, o di una psicosi.

Secondo una stima del giugno 2008, un anno fa, sarebbero 450 i milioni di persone nel mondo che soffrono di una qualche forma di malattia mentale, sia essa un disturbo psichico o una malattia neurodegenerativa o una forma di demenza.

Fortunatamente, dal 1990, con un ritardo vergognoso, nei rapporti annuali stilati dall’Oms non figurano più gli omosessuali.

L’Articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 recita:

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

L’8 febbraio del 1994, peraltro, il Parlamento Europeo ha approvato la “Risoluzione sulla parità di diritti per gli omosessuali nella Comunità”.
Nell’ambito delle “Considerazioni generali”, tale risoluzione ha ribadito la convinzione che tutti i cittadini debbano ricevere lo stesso trattamento e che, pertanto, la Comunità Europea abbia il dovere di dare realizzazione al principio della parità di trattamento delle persone indipendentemente dalle loro tendenze sessuali.

Eppure, a parte gli atti di violenza, ma qui siamo in ambito penale, che, continuamente, e in tutto il mondo, gli omosessuali subiscono, vi sono delle discriminazioni, per così dire, “istituzionalizzate”, certificate anche da diverse interrogazioni al Parlamento Europeo.

La prima è del deputato Raül Romeva i Rueda, ed è datata 23 maggio 2006:

L’Associazione dei medici progressisti (Spagna) e il sindacato UGT hanno protestato in quanto il governo del Principato di Andorra non consente agli omosessuali di donare il sangue, adducendo a giustificazione di tale misura motivi di presunto “interesse collettivo”.

C’è da precisare che l’Andorra non è un Paese membro dell’UE, ma ha firmato un rapporto di cooperazione con l’Unione.

La seconda interrogazione è datata 20 ottobre 2006, a firma dei deputati Michael Cashman , Sophia in ‘t Veld , Raül Romeva i Rueda e Alexander Stubb:

Secondo informazioni trasmesse da alcune organizzazioni agli interroganti, negli ospedali degli Stati membri dell’UE viene attualmente impedito alle persone gay, lesbiche e bisessuali, poiché ritenute un gruppo «a rischio», di donare il sangue. Ciò si è verificato, almeno, in Spagna e nel Regno Unito, dove i centri di donazione del sangue rifiutano di accettare le donazioni di qualsiasi persona gay, lesbica o bisessuale unicamente a causa dell’orientamento sessuale.

Falso: un uomo omosessuale o una donna lesbica, in quanto tali, non hanno più probabilità di contrarre il virus dell’Aids rispetto a individui, uomini o donne, eterosessuali.

Arriviamo all’ultima interpellanza, del 17 febbraio 2009, a firma di Raül Romeva i Rueda, Michael Cashman e Sophia in ‘t Veld:

A livello generale, le norme adottate dagli Stati membri in merito all’accesso delle persone omosessuali alla donazione di sangue variano notevolmente di caso in caso. In Slovacchia, ad esempio, gli uomini che hanno avuto rapporti sessuali con altri uomini negli ultimi 12 mesi vengono esclusi dalla possibilità di donare sangue, mentre nel Regno Unito e in Francia tale divieto ha carattere permanente per qualsiasi uomo che abbia avuto un rapporto sessuale, anche se unico e protetto, con un altro uomo. Ritiene la Commissione che le notevoli disparità normative esistenti nell’UE siano pienamente giustificate? Non trova essa che gli Stati membri che impongono regole estremamente rigide (quali Regno Unito e Francia) negano in realtà alle persone omosessuali un accesso equo e giusto alla donazione di sangue?

Europa, il “mondo civilizzato”, Anno del Signore 2009.

Ah, dimenticavo: la foto del post è volutamente provocatoria. Lo dico per chi, magari, si è appena svegliato.

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Messico e nuvole

maggio 7, 2009

influenza_suina

La mucca pazza, la SARS, l’influenza aviaria, ora quella suina.

Il mondo corre sul filo delle emergenze, se ne parla per giorni, anche per settimane, a volte anche in maniera esagerata. Non v’è dubbio che sia sempre e comunque meglio parlare di una malattia che, per rimanere all’ultima arrivata, nel solo Messico (da dove si è propagata) ha causato centinaia di vittime, che non dei balletti in casa Berlusconi (e se cede, parlandone, anche Annozero, allora siamo fritti).

Ma ritorniamo alle varie influenze e malattie che, ciclicamente, investono l’intero pianeta, scatenando il rischio di un’epidemia su scala planetaria, che quindi prende il nome di pandemia.

Nel rispetto delle tantissime vittime dell’influenza suina, in Messico e non solo, il mondo sembra essere alla continua ricerca di un male che lo distrugga. Sembra bruciare dalla voglia di trovare un male, naturale, che lo riduca in una landa deserta.

Ciclicamente, quindi, scoppiano le emergenze, come a rievocare le pestilenze medievali, la “morte nera” del 1348 che uccise tra il trenta e il cinquanta per cento della popolazione mondiale.

I governi stanziano enormi quantità di quattrini per fronteggiare l’emergenza: solo quello messicano ha stanziato 450 milioni di dollari su proposta del ministro della Salute, che di nome fa Jose Angel e di cognome Cordova…

E intanto le varie ondate di allarmismo che si sono succedute negli anni, arricchiscono le aziende farmaceutiche: è la cosiddetta “industria della malattia”.

E per trovare dei farmaci adatti, si sa, è necessario fare studi, ricerche ed esperimenti, valutando, in laboratorio, la bontà della terapia. Studi, ricerche ed esperimenti, che le ditte farmaceutiche, le multinazionali, non sono tenute a divulgare, rimanendo ben dentro i paletti fissati dalla legge.

E’ l’industria della malattia.

Come per la realizzazione di un film: i costi di produzione devono essere ampiamente superati dai ricavi totali, dopo l’uscita nelle sale. Allo stesso modo, mesi, o anni, di ricerche, anche piuttosto esose, verranno ripagati dal “successo” del farmaco, perchè chiunque tiene estremamente alla propria pellaccia.

E le vendite si impennano, e tutto va certamente a gonfie vele, se, di tanto in tanto, scoppia una epidemia mortale.

I farmaci allora, anche se inutili, diverranno un blockbuster.

Scuoiati. Vivi. Ma a norma di legge

dicembre 3, 2008

volpe

di Maria Teresa D’Agostino – “Questa pelliccia è di animale non protetto dalla Convenzione di Washington e perciò perfettamente a norma di legge”.

Un cartellino su uno dei tanti capi d’abbigliamento che invadono le vetrine dello shopping natalizio. L’etichetta “anti-barbarie”.

Un marchio etico. Una garanzia.

L’animale scuoiato vivo per essere trasformato in vestiario non appartiene alle specie protette perché minacciate d’estinzione ed elencate dalla normativa CITES (Convention of International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) 338/97. La pelliccia non sarà, quindi, di tigre o di leone e neppure di orso o panda. Neanche di giaguaro o scimpanzè. E vista la scrupolosità dei produttori, probabilmente, possiamo ritenere che non si tratti nemmeno di pelo di cane o di gatto, perché l’Italia è stato il primo paese europeo, nel 2004, a decretarne il bando, mentre l’UE ha deciso il divieto di importazione e commercio di pelli di questi animali (sottoposti a migliaia per le strade di Pechino a un’orribile uccisione) con ordinanza in vigore dal 1 gennaio del 2009. Possiamo presumere che pure i poveri cuccioli di foca, massacrati a colpi di bastoni e uncini sui ghiacciai del Canada, non rientrino negli impieghi delle solerti aziende, visto l’altro opportuno divieto italiano. Nessun animale protetto, quindi. Animale “protetto”. Suona come una contraddizione, un’antitesi, un ossimoro, quasi, in tempi in cui regna sovrana l’indifferenza verso tutti gli esseri viventi.

Ma questo sarebbe un altro discorso.

Nessun felino in via d’estinzione, comunque, è finito su quel capo così esaustivamente etichettato. Nessun pastore tedesco o gatto persiano.

Nessun piccolo di foca dagli occhi scuri e atterriti. Solo volpi, visoni, conigli, scoiattoli, agnellini. E tanti altri. Solo allevati per questo. Per impazzire dentro gabbie esposte al vento e al freddo perché il manto si faccia più folto. Per circa sette mesi di ossessivi gesti frenetici e senza sbocco: ripercorrendo di continuo lo spazio esiguo come a cercare un varco, poi aggrapparsi alle sbarre e mordersi la coda e poi da capo, ancora. O pure fuori dalle gabbie, allevamento “a terra”, per un ciclo di vita comunque innaturale. Per sentire l’istinto richiamare ataviche gioie. Boschi, frutti succosi, libertà. Sette mesi, poi un colpo alla nuca o una scossa elettrica o una camera a gas. Un’agonia lentissima e impietosa, perché il prezioso mantello possa essere strappato via ben prima che la morte ne pregiudichi morbidezza e brillantezza. Nudi, alla fine.

E un coraggioso operatore – svizzero, se ben ricordo – riuscì a filmare un procione che, ormai privo del manto, aveva tuttavia la forza per sollevare il capo e guardare la telecamera. Nudi e ammassati come in orride fosse comuni, mentre il cuore batte ancora, a volte per minuti interminabili, cinque, dieci. Allevati per divenire “cosa”. Nati per essere “cosa”. Scuoiati. Vivi. Ma a norma di legge.

Una poltrona per due

giugno 5, 2008

Alla fine Obama ce l’ha fatta.

Nel prossimo week-end Hillary Clinton abbandonerà la corsa alla Casa Bianca, ratificando la vittoria del senatore dell’Illinois nelle primarie democratiche. Obama è il primo afro-americano a scontrarsi nella lotta finale per il posto di “uomo più potente del mondo”. Ad attenderlo c’è, già da qualche mese, il candidato repubblicano John McCain, che ha stravinto le primarie della sua coalizione e che, mentre dall’altra parte tutti si affannano, prosegue la propria marcia di avvicinamento, come la saggia tartarughina delle favole.

“Chi va piano va sano e va lontano”, ci dicevano le nostre mamme.

McCain è il favorito. E’ il favorito perchè repubblicano, un repubblicano atipico, diverso dalla stirpe a cui appartiene Bush, vecchio texano che dorme con il fucile sotto il cuscino. McCain è un repubblicano parzialmente progressista. Insomma, sarà una bella lotta, perchè Obama, il vero progressista, ha, comunque, qualche buona freccia nella propria faretra per scrivere l’happy end sulla propria magica storia.

Vincerà McCain o la spunterà, con un colpo di coda, Obama?

Il senatore nero ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. Probabilmente, già mentre faceva il proclama, sapeva bene di non poter mantenere la promessa. E’ giovane, imparerà, qualora venisse eletto, che la guerra che adesso, giustamente, lo ripugna, è un ottimo mezzo per accumulare consenso e quattrini.

McCain o Obama poco cambierà: il partito, mondiale, degli anti-americani è, e resta, comunque, il più forte. Lo è sempre stato, con Bush senior, con Bush junior, ma anche durante l’era Clinton.

“Gli americani sono i cattivi”. Uno slogan vecchio come il mondo, ma sempre efficace.

Presenze imbarazzanti

giugno 3, 2008

Ma sì che ci sono! Ho solo fatto riposare un po’ i polpastrelli!

Si parla tanto della presenza a Roma del presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, per il vertice della Fao. Ahmadinejad ha dichiarato di voler vedere scomparire dalla cartina lo stato di Israele. E’ di certo una presenza oscura e imbarazzante, una presenza che, però, non poteva, non può e non potrà mai essere evitata.

Tutto sta nel capire se si è favorevoli o meno all’esistenza dell’Onu e, di conseguenza, della Fao. Io dico subito di esserlo, per cui non posso di certo scandalizzarmi se a questo tipo di vertici, riguardanti temi fondamentali come la fame nel mondo, debbano partecipare anche guerrafondai come Ahmadinejad.

E’ giusta, ancorchè inevitabile la sua presenza a Roma, sebbene essa crei imbarazzo nell’animo di molti.

Il punto, semmai, è un altro: non accoglierlo come un star, come qualcuno fece anni fa con Fidel Castro.