Archive for the ‘Reggio’ Category

Inchiesta ”Meta”: i pentiti dipingono un quadro inquietante di Reggio Calabria

marzo 27, 2011

da www.strill.it

Fiumi. Di parole, di inchiostro, di storie. I verbali dei collaboratori di giustizia, depositati nell’ambito dell’inchiesta “Meta” dal pubblico ministero Giuseppe Lombardo, che ha notificato l’avviso di conclusione indagini per una quarantina di persone, gettano un fascio di luce sulle dinamiche criminali di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” portò, nel giugno 2010, all’arresto, operato dal Ros dei Carabinieri, di decine di persone, accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso: nel focus degli investigatori, in particolare, le tre cosche più potenti della città. De Stefano-Tegano-Condello, un tempo contrapposte, adesso unite in una pax che opprime la città, dal punto di vista economico e sociale.

E’, in particolare, il collaboratore di giustizia Roberto Moio, nipote del mammasantissima Giovanni Tegano, a delineare le gerarchie in città. In un ideale podio, Moio mette al primo posto la cosca De Stefano: “I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria” dice il collaboratore di giustizia. Un prestigio che nasce diversi anni fa, allorquando i tre fratelli terribili, Giovanni, Giorgio e Paolo decidono di fare la guerra al gotha della ‘ndrangheta, eliminando, nel giro di pochi anni, prima don ‘Ntoni Macrì e poi don Mico Tripodo.

Da quel momento saranno loro il gotha della ‘ndrangheta.

Roberto Moio, dunque, nel verbale del 19 ottobre 2010, una ventina di giorni dopo il suo arresto, avvenuto per opera della Squadra Mobile nell’ambito dell’inchiesta “Agathos”, spiega al pm Lombardo le dinamiche operanti in città:

PM:- Tutte le famiglie a Reggio, le famiglie di mafia, no? Sono sullo stesso livello?

MR:- No.

PM:- No. Quindi ci sono famiglie che hanno un prestigio.

MR:- Si.

PM:- Quali sono queste famiglie di primissima fascia?

MR:- A Reggio Calabria?

PM:- Si.

MR:- I Tegano, i De Stefano … prima i De Stefano, poi i Tegano.

PM:- Cerchiamo di metterli in ordine per quella che è la sua scala.

MR:- Allora, i De Stefano, storici, no?

PM:- Aspetti. Questo … stiamo parlando di Reggio città, no?

MR:- Si. Reggio città.

PM:- I De Stefano lei dice. Perché? Non si stupisca voglio dire della domanda, ci sarà un motivo?

MR:- Si. I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria.

Ed è proprio quella parola, “sempre”, a fotografare la potenza della cosca:

PM:- Per il prestigio che aveva Paolo, per le azioni criminali, per la ricchezza …? Per i contatto con certi ambienti? Non lo so, un motivo ci sarà?

MR:- No. Le azioni criminali, so io … all’epoca, dei vecchi, parliamo di Giovanni, di Giorgio, và … Montalto, si parla di Montalto qui insomma … delle vecchie ‘ndrine, no?

PM:- Vabbè, Montalto … c’era pure Giovanni Tegano …

MR:- Si, c’era pure Giovanni, mio zio, no?

PM:- Quindi per le azioni criminali, principalmente?

MR:- Si. Principalmente … si, per questo. Per le conoscenze pure.

PM:- Che conoscenze hanno?

MR:- Mah … in tutti … i tutti i posti in Italia, Paolo De Stefano conosceva …

PM:- Si, ma conoscenze mafiose? All’interno …

MR:- Sempre così, si.

PM:- Sempre mafiose?

MR:- Si. Mafiose, si. Anche altre che io non so …

Una cosca capace di intrecciare rapporti con il mondo delle istituzioni e dell’imprenditoria, ma, comunque, dilaniata in una lotta interna tra Peppe De Stefano, figlio di don Paolino, e lo zio Orazio, fratello del padre, come spiega, facendo eco alle dichiarazioni, di qualche mese fa, di un altro pentito, Nino Fiume, Roberto Moio: “I rapporti tra Orazio De Stefano ed il nipote Giuseppe non sono tra i migliori” dice il collaboratore di giustizia. Peppe De Stefano in ascesa e non può permettersi un appiattimento sulla cosca Tegano, come invece vorrebbe lo zio Orazio: “Inizia l’ascesa di Giuseppe De Stefano che lo porterà al vertice della cosca, allontanandosi dallo zio Orazio, che è vicino più ai Tegano”. Ma Peppe De Stefano va avanti per la sua strada, scegliendo altri scudieri per i propri affari: “Quando Giuseppe De Stefano viene scarcerato inizia a legarsi a Mario Audino. Al momento del suo arresto Giuseppe De Stefano aveva un grado di ‘ndrangheta molto alto, slegato dallo zio Orazio” racconta ancora Moio.

E, comunque, tutte le altre famiglie sarebbero di “seconda fascia”, un gradino sotto i Tegano e i Condello, ma inferiori, soprattutto, ai De Stefano. Ancora dall’interrogatorio di Moio, condotto dal pm Lombardo:

PM:- Dopo di loro chi c’è?

MR:- Parliamo dello stesso piano? Oppure …

PM:- Ma certo. La prima fascia, diciamo.

MR:- Libri, Serraino, Tegano, và … Condello.

PM:- Questi sono?

MR:- Si, questi … ‘sti fasci, tutti … la seconda fascia …

PM:- Quindi allo stesso livello ci sono i Libri, i Serraino, i Tegano ed i Condello. Ora, queste famiglie, no? Tra di loro, nel 2010, che rapporti hanno? Si parlano, si confrontano?

MR:- Si. Certo, si, si, si.

Un altro collaboratore di giustizia, Nino Lo Giudice, arrestato nell’ottobre 2010 e subito passato dalla parte della giustizia, fotografa, invece, le dinamiche, assai più tranquille a dire il vero, della cosca Condello, facente capo a Pasquale Condello, “il supremo”, arrestato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2008. Il motivo per il quale viene chiamato “il supremo” lo spiega il pentito Consolato Villani: “Per il grado … a parte del grado. Per l’importanza … perché … diciamo il prestigio criminale … diciamo che se continuava la guerra aveva vinto la guerra lui solo”. Nino Lo Giudice, invece, per anni ne avrebbe coperto la latitanza, venendo a conoscenza delle gerarchie della famiglia: a detta di Lo Giudice, il ruolo operativo nella cosca Condello sarebbe da attribuire a Domenico, detto “Micu u pacciu”, attualmente latitante: “Pasquale Condello mi diceva che tutti i soldi che entravano dalle estorsioni degli appalti di tutto andavano a lui […] in quanto Pasquale Condello diceva che lui soldi non ne tocca”. E i soldi, poi, venivano distribuiti:

Dr. Lombardo: sì, e poi che faceva di questi introiti a sua volta li distribuiva che fine facevano.

Lo Giudice Antonino: come diceva Pasquale Condello li distribuiva alle varie diciamo persone che dovevano prendere soldi.

“Micu u pacciu”, mano operativa della cosca, diventerebbe il capo dopo la cattura del “supremo”, che avrebbe salvaguardato, per quasi vent’anni, la propria libertà, attraverso una fitta corrispondenza di “pizzini”, cui nemmeno Lo Giudice, investito del grado di “padrino” avrebbe avuto accesso:

Dr. Lombardo: con la cattura di Pasquale Condello a febbraio 2008, Domenico Condello che cosa diventa?

Lo Giudice Antonino: diventa il capo della sua famiglia, che dirige tutto, che parte tutto da lui.

Dalle dichiarazioni dei pentiti, in particolare da quelle di Roberto Moio, emerge, comunque, una città comandata e divisa dalle tre cosche più potenti. Una città oppressa nella propria libertà, economica e sociale. Sebbene si spari molto meno rispetto agli anni ’90, Reggio Calabria rimane, comunque, soggiogata allo strapotere mafioso:

P.M.:   Senta io non ho capito, tornando un minuto indietro, questa storia delle zone, cioè i Tegano in tutta Reggio Calabria, dov’è la loro zona, quindi dove pigliano i soldi in pratica no…

MOIO:            Sì.

P.M.:   …della città, quale parte è?

MOIO:            Tutta, tutta la città dottore.

P.M.:   Eh, e le altre famiglie, i De Stefano…

MOIO:            Allora praticamente, se io mi vado a prendere… praticamente un lavoro grosso, cioè per dire un lavoro di 100.000 Euro, giusto, un lavoro di 100.000 Euro…

P.M.:   E’ un lavoro enorme.

MOIO:            …cioè ad Archi chi ci sono, i Condello, i De Stefano…

P.M.:   E i Tegano…

MOIO:            …i Tegano, giusto, se li dividono loro; se sono lavori di 5.000-10.000 Euro ci sono andato io per primo e capace che il prossimo va lui e io non ti dico niente, te lo fai tu e basta., poi ci… così funziona no.

P.M.:   Eh quindi ma questo qua da Archi…

MOIO:            Di come, di come seppi io… no, no, da Archi fino a Ponte di San Pietro, poi i De Stefano…

P.M.:   Quindi praticamente tutta la città.

MOIO:            …tutta la città, va’…

P.M.:   …chiunque va là a riscuotere poi si divide in tre, il senso questo è?

MOIO:            Quando supera una cifra però dottore.

P.M.:   Certo…

P.M.:   Le cose serie.

P.M.:   …sugli spiccioli no.

MOIO:            30.000 Euro: 10, 10 e 10, va’. Poi ci sono posti che De Stefano è una vita che ce l’hanno…

Le cosche fanno la pace, mentre la cittadinanza soffre la povertà, mentre i commercianti restano soffocati dalle richieste estorsive, avanzate con metodicità e prepotenza dalle cosche:

PM:- Decidono insieme determinate … vanno d’accordo?

MR:-Si, si, si. Ormai è tutta pace. Se io praticamente devo uccidere una persona, non lo so , a … a Spirito Santo, la zona dei Serraino, chiedo un favore e allora … se la vedono loro.

PM:- Quindi si parlano.

MR:- Si parla, si, si, si.

PM:- Concludono affari insieme? Amministrano insieme gli affari più importanti?

MR:- No, questo non lo so, veramente.

PM:- Comunque c’è uno stato di pace, abbastanza stabile?

MR:- Si, si. Di pace, di pace … si, si.

Più che un’indagine, un manuale per la conoscenza di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” è servita.

Annunci

Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

Parlando di una rivoluzione

gennaio 5, 2010

Sul luogo sono arrivato per primo, appena venti minuti dopo l’esplosione. E quasi quasi finivo tra i sospettati. E’ un orgoglio (forse eccessivo) per me dire di aver scritto alle 5:36, in anticipo di almeno tre ore rispetto al resto d’Italia, dell’attentato alla Procura Generale di Reggio Calabria.

Insomma, seguo la vicenda dall’inizio e continuerò a seguirla.

A distanza di tre giorni sono preoccupato. Sono preoccupato perchè la ‘ndrangheta mai, a Reggio Calabria, si era spinta così in alto, attaccando direttamente lo Stato. In Calabria la criminalità organizzata ha sempre scelto una strategia del silenzio, a differenza di quanto accaduto in Sicilia: la carica più alta assassinata in Calabria è Franco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale. E parliamo di storia relativamente recente, essendo il fatto dell’ottobre del 2005.

Adesso, però, qualcuno, tra i denti, paventa un cambio di strategia.

E io, dicevo, ho paura. Ho paura che Reggio possa ripiombare in un clima da coprifuoco: come il clima che si respirava tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, durante la seconda guerra di mafia. Ero piccolo, ho vissuto solo in parte quei tempi.

Adesso sono un po’ più grande. Più grande per capire che gli arresti effettuati negli ultimi mesi, da Pasquale Condello a Giuseppe e Paolo De Stefano, hanno sicuramente colpito le cosche, ma non le hanno sconfitte.

Insomma, non vorrei che la ‘ndrangheta ricominciasse a uccidere per dimostrare di essere viva.

L’attentato alla Procura Generale è, di certo, un fatto di inaudita gravità: e Reggio, per la prima volta, ha risposto per ben due volte, con due sit-in nello spazio di due giorni. Niente di eclatante, a Piazza Castello non c’era di certo il pienone.

Ma è già qualcosa.

E’ sottointesa la mia incondizionata solidarietà ai giudici, ma Reggio dovrebbe scendere in piazza ogni giorno, perchè ogni giorno i cittadini, soprattutto coloro i quali gestiscono attività commerciali, risultano vittime dello strapotere mafioso.

Ecco, se dovessi fare un augurio tardivo a Reggio Calabria, per questo 2010 cominciato in maniera pessima, direi questo: sarebbe bello se l’attentato alla Procura Generale, fortunatamente senza feriti, fosse l’inizio di una rivoluzione. Ma le rivoluzioni non si fanno con i sit-in, con le passerelle, dove un po’ tutti fanno carte false per essere intervistati, ma si fanno con il comportamento quotidiano.

Indipendentemente se, nel mirino delle cosche ci sia un magistrato che, giustamente, vive con cinque uomini di scorta al proprio fianco, o un “povero cristo” che la sera rientra a casa da solo, nel silenzio.

Le cosche gli distruggono il negozio, lo Stato lo risarcisce con 4500 euro

agosto 24, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

Definire “danno” quello che Salvatore D’Amico ha subito per mano della criminalità organizzata è davvero molto poco. E’ parimenti un eufemismo definire “beffa” il

 risarcimento che lo Stato ha riconosciuto a un uomo, della cui storia strill.it si è già occupato, che, in un sol colpo, si è visto distrutta la propria attività commerciale (un negozio di prodotti informatici sito sulla via Nazionale di Archi a Reggio Calabria) e ha dovuto ricominciare da zero, tra mille difficoltà e senza alcuna sicurezza.

A quasi due anni dall’incendio che distrusse il suo esercizio (era il settembre del 2007), Salvatore D’Amico si è visto accogliere la richiesta di contributo economico, inviata, tramite la Prefettura di Reggio Calabria, al Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antisura.

Si chiude un cerchio, almeno dal punto di vista finanziario. Sul fatto, invece, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria sta ancora indagando.

Quanto alla somma che lo Stato elargirà a D’Amico, il Nucleo di Valutazione, esaminati gli atti, consistenti nella perizia di parte, nelle fatture, nelle quietanze relative alle somme ricevute dall’assicurazione a titolo di indennizzo e nella dichiarazione dei redditi del richiedente, ha quantificato il danno emergente subito da Salvatore D’Amico, in seguito alla completa distruzione del proprio esercizio commerciale, in circa 6000 euro e il mancato guadagno in 237 euro.

Questo il danno quantificato.

A Salvatore D’Amico, 39enne con un passato anche nella vita politica locale della Circoscrizione di Archi, verrà elargita, però, solo una provvisionale di 4500 euro, pari al 70% del danno stimato.

“Una miseria, un’offesa”, dice l’interessato.

D’Amico aveva già inoltrato un’istanza di sussidio, ma, con decreto commissariale 371/2008 era stato disposto il non accoglimento  dell’elargizione richiesta. In quel tempo la Procura della Repubblica di Reggio Calabria aveva espresso parere contrario all’accoglimento della pratica “per carenza del requisito previsto dall’art. 3 della legge 44/99, in ordine alla riconducibilità delle azioni delittuose, a estorsione o intimidazione ambientale”.

In parole povere, non emergeva dagli atti dei magistrati alcuna richiesta estorsiva subita da D’Amico. Risultato: non poteva accedere al fondo destinato a chi è vittima del racket.

Oggi, invece, l’inchiesta dei pubblici ministeri che si occupano del caso sembra aver preso una piega diversa, perché la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, interpellata dalla Prefettura, in merito all’accertamento di nuove ipotesi investigative relative ai fatti delittuosi, ha dichiarato di aver ascoltato lo stesso D’Amico in merito all’incendio subito dal negozio in Via Nazionale e che le sue dichiarazioni “hanno trovato preliminare riscontro nelle attività di indagini svolte”.

E, questa volta, il parere positivo è arrivato.                   

Ma, in ogni caso, i 4500 euro elargiti dallo Stato ai sensi della legge n.44 del 23 febbraio del 1999, per Salvatore D’Amico sono troppo pochi: “E’ una cifra che non mi consentirebbe di ricominciare. Ho intenzione di non arrendermi – dice con rabbia e delusione – mi rivolgerò al Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, voglio che conosca la mia storia”.

Contro il provvedimento di elargizione fondi è possibile proporre ricorso giurisdizionale al Tribunale Amministrativo Regionale e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e Salvatore D’Amico è deciso: “E proprio quello che farò”.

I Bronzi, trattati come stronzi

agosto 16, 2009

Bronzi_di_riace

Dovrò scusarmi, lo so, per l’abominevole titolo che ho scelto per questo post. Ma, prima, cercherò di spiegarvi che non si tratta una mera scurrilità, fine a sè stessa.

Come ci ricorda, in un gran bell’articolo, Anna Foti, il 16 agosto del 1972, il mare di Riace, restituiva alla Calabria, al mondo direi, due tesori: due statue di bronzo, ad altezza naturale, raffiguranti due guerrieri greci. I Bronzi di Riace.

Un patrimonio inestimabile che, da subito, attira tantissimi visitatori presso il Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove le statue verranno custodite. Un successo di pubblico che, a causa dell’insipienza di tante, troppe, persone messe in ruoli apicali, con eccessiva fretta, porta a un calo vertiginoso delle visite presso il Museo, come già avevo documentato in questo post di qualche mese fa.

Da quel post, però, sono cambiate alcune cose significative: i Bronzi di Riace al G8 non ci sono più andati, ma, soprattutto, e nessuno, tranne il professore Daniele Castrizio ne parla, dal 1° ottobre il Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria sarà chiuso per un anno, un anno e mezzo, forse due, per lavori di ristrutturazione.

Che ne sarà dei Bronzi di Riace (ma anche delle altre opere esposte)? Ancora è presto, sarà sufficiente pensarci due, al massimo tre, giorni prima della chiusura del Museo…

E se qualcuno dovesse proporre, sacrilegio, una destinazione temporanea per impedire che i Bronzi di Riace restino per mesi abbandonati nella polvere, allora sì che la città avrà un moto d’orgoglio: i sinistri con la sindrome di Calimero, i destri con il complesso del capoluogo di Regione scippato, gli adepti di Grillo, gli alternativi vari (quelli per cui “le regole sono zero” e “lo Stato è oppressore”) e gli pseudo-intellettuali reggini alzeranno la voce, invieranno comunicati stampa, parlando, con sdegno, “dell’ennesima spoliazione ai danni di Reggio”, come avvenuto, qualche mese fa, quando, per un capriccio di Re Silvio, i Bronzi sarebbero dovuti volare a La Maddalena per il G8, spostato poi a L’Aquila, in seguito al terribile terremoto.

E, invece, a distanza di alcuni mesi, sotto l’ombrellone, le categorie di cui sopra potrebbero cominciare a pensare a soluzioni diverse, per non trattare, come si fa da anni, questi due guerrieri, i Bronzi, come degli stronzi (da qui il pessimo titolo).

Ecco, adesso posso chiedere scusa per la mia volgarità.

Distrutto dalla ‘ndrangheta e abbandonato dallo Stato

giugno 17, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

La svolta arriva nella notte tra il 9 e il 10 settembre del 2007, quando il suo negozio di prodotti informatici viene devastato da un’esplosione. E’ l’atto eclatante. Prima e dopo, però, la vita di Salvatore D’Amico, 39enne commerciante

 di Reggio Calabria, assume, connotati inquietanti e drammatici. L’attentato dinamitardo subito dall’attività commerciale di Salvatore D’Amico è solo l’atto finale di una lunga serie di brutti ed inequivocabili segnali, minacce e danneggiamenti. Episodi che D’Amico denuncia ai Carabinieri: si va dalle cartucce di fucile e di pistola posizionate nei pressi dell’attività commerciale (sita sulla via Nazionale di Archi, ndi), al rinvenimento di una bottiglia contenente liquido presumibilmente infiammabile, fino alle minacce telefoniche tramite sms.

Le minacce e le seguenti denunce cominciano nel periodo in cui D’Amico svolge attività politica presso la X^ Circoscrizione di Archi, dove nella legislatura del 2001 ricopre l’incarico di presidente della “Commissione Attività Culturali, Ricreative e Sportive”. Potrebbero essere legati anche alla politica i drammi di Salvatore D’Amico: i dissapori e i problemi, anche gravi, nascono dopo la scelta del commerciante consigliere circoscrizionale di abbandonare la lista di Alleanza Nazionale, nella quale era stato eletto, per passare all’UDC, quando qualche consigliere non gradisce la sua scelta cominciano le aggressioni verbali e le minacce tramite sms.

Poi, nel marzo del 2004, l’apertura dell’attività commerciale: un calvario fatto di danneggiamenti, che si conclude con la distruzione dell’intero immobile, nel settembre del 2007, tre anni e mezzo dopo l’apertura. Da quel momento comincia una seconda parte del calvario di Salvatore D’Amico, fatto di silenzi, solitudine, dinieghi e rimandi. Ad oggi, infatti, a distanza di quasi due anni dall’evento, sul quale indagano due magistrati della Procura della Repubblica di Reggio Calabria (i pm Ronchi e Arena), Salvatore D’Amico, pur avendo inoltrato una richiesta ai sensi della legge 44/99 che regolamenta le “Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”, non ha ancora ricevuto un centesimo a titolo di risarcimento per l’attentato subito, sebbene una perizia dello scorso gennaio quantifichi i danni materiali subiti dalla sua attività commerciale in 94.685,00 euro.

Il 28 novembre del 2007, a pochi mesi dall’attentato, infatti, Salvatore D’Amico presenta una richiesta di risarcimento danni ai sensi della legge 44/99, ma, nell’estate del 2008, con la delibera n.371,  il Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, Giosuè Marino, non accoglie la richiesta: D’Amico non avrebbe ricevuto richieste estorsive, quindi, nonostante i danneggiamenti e la distruzione della propria attività commerciale, secondo Marino e il suo ufficio, non può essere considerato una vittima del racket. La decisione viene notificata a D’Amico il 30 settembre del 2008. Tre giorni dopo, il 3 ottobre, il commerciante presenta una richiesta di riesame, il cui esito è atteso per i prossimi giorni.

Solitudine, ma, soprattutto, silenzi, da parte di quasi tutte le Istituzioni: “E’ per me di fondamentale importanza – ci dice Salvatore D’Amico – sottolineare la vicinanza della Prefettura, nella persona del Prefetto Musolino e della sua segreteria, nonché del Direttore della Confcommercio di Reggio Calabria, Attilio Funaro e della sua segretaria, la dottoressa Bianca Scalfari, che non mi hanno mai abbandonato”. Uniche eccezioni istituzionali, in un mare di indifferenza: “Mi preme evidenziare – aggiunge D’Amico – anche la vicinanza dei ragazzi del Collettivo Studentesco “Libera Lotta”,  capeggiato da Antonino Martino”.

Difficoltà, drammi: dopo l’attentato incendiario della propria attività commerciale, discretamente avviata, Salvatore D’Amico, quasi 40enne, è costretto a ritornare a vivere con i propri genitori, ma non si dà per vinto e prova e riprova a rifarsi una vita, senza trascurare il diritto, innegabile, di ottenere giustizia. Scrive anche a Francesco Forgione, allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, scrive una lunga lettera, nella quale espone la propria situazione e chiede un aiuto istituzionale. Complice, forse, la caduta del Governo Prodi, Forgione non farà in tempo a rispondere da Presidente dell’Antimafia, lo farà solo nei mesi successivi, dopo l’esclusione del suo partito, Rifondazione Comunista, dal Parlamento italiano.

Un negozio totalemnte distrutto, danni per quasi 100mila euro. Accanto alla sete di giustizia, però, Salvatore D’Amico, tenta di ricominciare una vita, anche imprenditoriale: ha inizio così una lunga serie di richieste inoltrate presso l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria. Il 17 aprile inoltra una lettera al sindaco Giuseppe Scopelliti nella quale chiede il rilascio di una concessione a titolo oneroso di uno spazio pubblico per avviare una nuova attività: “Ho inoltrato la richiesta al Comune, – spiega Salvatore D’Amico – perché, nonostante i ripetuti tentativi, non sono riuscito a ottenere l’affitto di alcun locale, poiché gli ipotetici locatari hanno paura a concedere i loro beni in affitto a persone come me che sono stati oggetto di attenzione da parte del crimine organizzato”.

Il 20 aprile del 2009, inoltra al Comune di Reggio Calabria tre diverse richieste di concessione di aree costiere, quelle per intenderci, inserite nel cosiddetto “piano spiagge”, per realizzare una zona turistico-ricreativa. D’Amico individua tre aree, una a Pellaro, una a Calamizzi e, infine, una nelle Spiagge Bianche nel rione Gebbione: tutte aree da sottoporre ad interventi di bonifica o rinaturalizzazione. Il settore “Qualità ambientale” del Comune di Reggio Calabria protocolla la richiesta di D’Amico già il 28 aprile, respingendola a causa della “assoluta genericità e mancanza di documentazione allegata della stessa”, spiegando che “le istanze potranno essere presentate solo dopo l’approvazione definitiva del nuovo Piano Comunale delle Spiagge” approvato, peraltro, proprio il giorno prima, il 27 aprile.

Sempre il 20 aprile, inoltra un’altra missiva, al sindaco Scopelliti e al consigliere comunale, con delega alla Legalità, Giuseppe Sergi, nella quale chiede lumi sulle modalità necessarie per accedere al protocollo d’intesa, riservato ai soggetti colpiti dalla criminalità organizzata, “Vedo, sento, parlo”, firmato nel febbraio del 2008.

A distanza di quasi due mesi, l’unica, circostanziata, risposta del Comune è rappresentata dal “no” alla concessione di un’area costiera demaniale. Nessuna risposta, invece, sul famigerato “Vedo, sento, parlo”, che, invece, dovrebbe costituire una “cura” parziale, ma immediata, per commercianti ed imprenditori taglieggiati dalla criminalità organizzata.

Sono passati quasi due anni da quel settembre del 2007, Salvatore D’Amico è stanco ma non molla: “A breve dovremmo ricevere il responso del riesame della pratica ai sensi della legge 44/99 – spiega -. Continuerò a lottare, perché credo nel lavoro. Da quest’esperienza negativa, comunque, nascerà un’associazione antiracket, antiusura, in difesa dell’educazione dei giovani e dei diritti civili. Si chiamerà RHEGION FREE”.

Un dramma circondato da una solitudine di cui si è macchiato soprattutto quello Stato, nei suoi vari livelli, che dovrebbe invece tutelare la gente onesta: se e quando arriverà il risarcimento pecuniario per l’attività commerciale distrutta, nessuno restituirà una vita “normale” a Salvatore D’Amico.

Il “sacco di Reggio” nelle 159 pagine della relazione della Commissione d’indagine

giugno 15, 2009

palazzo_san_giorgio

da www.strill.it

Il sindaco Scopelliti non c’è, è impegnato a Cosenza per sostenere la candidatura alla Provincia di Gentile, e molti consiglieri di maggioranza asseriscono di non aver avuto modo di visionarla, ma, finalmente, a distanza di quasi un anno dall’istituzione, datata 27 giugno 2008, la relazione della Commissione d’indagine presso Palazzo San Giorgio, composta da dieci membri e presieduta da Nuccio Barillà, giovedì verrà discussa dal Civico Consesso. A parte il duro scontro, oggi in Aula, sul rinvio, l’aspetto fondamentale riguarda, soprattutto, la fine di un percorso, avviato, di fatto, il 17 settembre del 2008, e concluso il 18 febbraio del 2009: 49 riunioni, 24 audizioni e 2 denunce alla Procura della Repubblica.

Il focus di Nuccio Barillà e dei dieci consiglieri (6 di maggioranza, 4 d’opposizione) nasce in seguito alle pesanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Comunale, Aurelio Chizzoniti che, nella Conferenza dei Capigruppo del 21 maggio 2008, paventa la grave ipotesi delle “mazzette” in alcuni settori cruciali di Palazzo San Giorgio: quelli di Urbanistica, dei Lavori Pubblici e della Manutenzione. Tra la Commissione e lo stesso Chizzoniti, poi, dei duri contrasti che, col tempo, però, vengono colmati.

“E’ stato un lavoro difficile”, Nuccio Barillà, nella relazione, lo ripete più volte: difficile perché i settori interessati sono i più delicati, quelli più redditizi, difficile perché non tutti hanno mantenuto le proprie promesse che, soprattutto prima dell’inizio dei lavori, lasciavano presagire audizioni dai contenuti sconvolgenti: un politico regionale, due storiche ditte reggine (una tuttora attiva), il responsabile di un’associazione di categoria, tanti soggetti che, come scrive Nuccio Barillà, hanno preferito “la ritirata strategica”.

I lavori, però, sono andati avanti e si sono occupati, innanzitutto, della cosiddetta costruzione selvaggia:

“Si è costruito dappertutto, si sono realizzate superfetazioni e chiusure terrazzi al centro, sopraelevati  piani, realizzati edifici in zone franose. Ci sono in questo responsabilità della politica per il cattivo, o forse più propriamente mancato, governo del territorio. Però anche i tecnici privati e i funzionari comunali e degli altri Enti , hanno dato il loro contributo”.

Assai dura è l’accusa lanciata, in sede di audizione, dall’Ordine dei Geologi:

“Non solo viene denunciata  l’esclusione sistematica dei geologi dagli avvisi pubblici per le opere relative al piano triennale ma, addirittura, ci sarebbe, da parte degli uffici tecnici comunali, il ricorso dell’affidamento della prestazione geologica per mezzo di subappalto, per il tramite del cosiddetto progettista. Ciò è tassativamente vietato dalla legge”.

Accusa respinta dall’Amministrazione per bocca del dirigente dei Lavori Pubblici, Crucitti che spiegato

“come il settore Lavori Pubblici abbia utilizzato la professionalità del Geologo interno, in considerazione che il costo di una parcella, riferita ad un Geologo esterno, è sempre sproporzionata rispetto alla effettiva prestazione fornita”.

L’Ordine, a distanza, ha replicato che lo stesso criterio non vale per le altre professionalità, selezionate in gran parte all’esterno.

La parte più corposa e interessante della relazione, però, è quella relativa agli abusi edilizi:

“si coglie come l’abusivismo sia stato l’anello di saldatura di fasce compattamente edificate. Sono sorti quelli che qualcuno ha chiamato “quartieri senza architettura”.

Il coordinatore Barillà, per argomentare, sceglie i numeri, citando il recente rapporto “Paesaggi e Identità” promosso dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Calabria:

“Emerge che il Comune di Reggio Calabria, assai vasto per estensione territoriale, accoglie quasi la metà degli abusi SIC individuati nell’intera costa calabrese e la parte nettamente prevalente su scala provinciale( ben 215 su un totale di 280). Anche per quanto riguarda le consistenti “abusive offese edilizie”, collocate nell’ambito di pregiate aree sottoposte a vincolo archeologico, su  72 casi, la quasi totalità sono concentrati nel nostro Comune”.

Particolarmente esaustiva l’analisi del dirigente del settore Urbanistica, Putortì, che, però ha stigmatizzato i rischi di generalizzazione per un comparto così chiacchierato: “noi di urbanistica – questa è la verità ( ha detto) – siamo carne da macello”. Il lavoro della Commissione, però, non è stato semplice anche a causa di un numero assai elevato di denunce anonime che, proprio per tale motivo, vanno interpretate con grande cautela. Una lettera anonima, in particolare, è assai dura:

“viene portata all’attenzione del Procuratore della Repubblica e di altre 30 persone la descrizione di un vero e proprio sistema che da tempo impererebbe nel Settore Urbanistica. Si parte dal racconto degli ostacoli frapposti, in modo ricattatorio, all’anonimo cittadino in relazione alla richiesta di un condono “impossibile” di un fabbricato abusivo, sfociato nella pretesa da parte di due funzionati, “per sciogliere il dilemma” e operare la forzatura , di 40 mila euro. Senza sconto. La somma stando alle parole, che l’anonimo denunciante attribuisce ai due funzionari corrotti, di cui fa nome e cognome, doveva servire per “accontentare un po’ di persone, a partire dal dirigente (addirittura 50%), fino alla segretaria(10%) e all’usciere(5%)”.

Alcune, la maggior parte, di queste lettere anonime non trovano riscontro nella realtà e si mostrano piuttosto fantasiose, purtuttavia è assai onesta e significativa l’ammissione del dirigente Putortì che non si è sentito di escludere la possibile presenza di una organizzazione di malaffare all’interno dei suoi uffici.

Di casi sospetti, comunque, ve ne sono parecchi: si va dai registri manomessi, ai permessi di costruire realizzati, artificiosamente, tramite un pc in uso alla segreteria degli uffici comunali, fino alle firme false, ottenute tramite una fotocopia, fino alla cosiddetta teoria dei “vasi comunicanti” che denuncerebbe, secondo alcune voci, un contatto tra determinati dipendenti di Urbanistica e taluni studi professionali privati che farebbero da prestanome, firmando i progetti, venendo privilegiati nell’ iter autorizzativo: si tratta, comunque, e lo scrive anche Nuccio Barillà, di “un sistema fragile”, come testimoniato dall’audizione dell’ex assessore all’Urbanistica, Adornato, che rende conto di una lettera che aveva  scritto e intendeva consegnare al Sindaco in cui denunciava  di non riuscire ad avere alcun potere sui dirigenti del proprio settore. Un sistema che, nella relazione, viene definito di “maglie larghe di cui approfitta chi vuole perseguire azioni illecite”.

Una spiegazione di un simile abusivismo, del “sacco della città”  oltre a comportamenti forse illegali, di sicuro poco edificabili, viene fornita adducendo grosse responsabilità all’artifizio dell’articolo 22 che regolamenta la procedura finalizzata all’ottenimento al permesso di edificare zona agricola, consentendo, previo parere favorevole del Consiglio Comunale, di edificare “industrie estrattive e cave, attrezzature sportive, turistiche, ricreative pubbliche e private, impianti tecnologici o servizi di interesse pubblico che richiedono localizzazioni isolate”. Uno strumento che nasce come straordinario, per evidenti interessi pubblici, ma che si trasforma ben presto in un utile escamotage per la costruzione dissennata e selvaggia.

L’analisi dei casi, delle testimonianze, anche dei dirigenti, porta la Commissione a una dura conclusione:

“Dalle relazioni, dalle denunce, dalle audizioni, oltre che dalla conoscenza della città e dei fenomeni del territorio, la Commissione ha tratto il convincimento che la Vigilanza, sugli interventi edilizi e di controllo del territorio, in fase preventiva e repressiva, rappresenta l’anello più debole della catena del Settore Urbanistica”.

Il tutto dovuto, anche, a un serio problema di comunicazione tra il settore dell’Urbanistica e la Polizia Municipale cui, ovviamente, toccherebbe l’opera di controllo e repressione:

“Lo conferma, tra l’altro, un rilievo forte venuto dalla Polizia Municipale, riguardante i ritardi riscontrati nella trattazione dei fascicoli da parte dell’U.O. Pianificazione Territoriale. Spesso si va avanti per mesi tra rinvii e solleciti…. Si va dai  4 mesi ai nove, dodici, ventitré,venticinque mesi tra la richiesta di sopralluogo e il sequestro, o tra la richiesta di sopralluogo e le notizie d reato alla Procura… Le pratiche di abusivismo che aspettano, avendone i requisiti, di chiudersi con le demolizioni  sono tantissime. Dai tabulati trasmessi alla Commissione dall’Ufficio Urbanistica, le ordinanze di demolizione esecutive  risultano essere un numero elevato:194 nel 2006, 201 nel 2007, 171 (parziale) nel 2008”.

Rimpallo delle responsabilità, veri e propri atti da scaricabarile che portano, inevitabilmente, al fatto che le pratiche giacciano, sommerse dalla polvere, in fondo ai cassetti.

Il caso più emblematico, riguardante il settore dell’Urbanistica, riguarda, paradossalmente, una sede istituzionale, quella della Direzione Investigativa Antimafia, a Calamizzi: costruita abusivamente, come la Caserma dei Carabinieri del Viale Calabria, allorquando la Società si è avvalse, di una concessione edilizia piuttosto datata, indebitamente e incredibilmente data, all’epoca, dall’Ufficio Urbanistica (n.39 del 18.03.1987). Una vicenda che arriva fino al febbraio del 2007, quando viene portata alla valutazione del Consiglio Comunale la proposta che l’edificio, piuttosto che demolito, venga mantenuto in vita, per via dei prevalenti interessi pubblici, dati dal fatto che è utilizzato dalla D.I.A.

Quanto al settore della Manutenzione, i disastri comportati dai lavori di realizzazione delle condutture del metano sono certificati dalla Commissione tramite diversi sopralluoghi che hanno

“confermato un quadro generale non certo rassicurante. Troppo spesso le imprese incaricate della metanizzazione non hanno eseguito i lavori ad opera d’arte, con gravi danni inflitti al patrimonio stradale ed a quello del sottosuolo urbano. In particolare, in fase di ripristino, contrariamente agli accordi, non viene messo lo strato di cemento e  non viene fatta bene la copertura. Inoltre l’area di scavo non è quella prevista ma molto più estesa. Per non parlare dei tempi di realizzazione, protratti oltre ogni ragionevole tolleranza”.

Assai significative, in questo senso, due audizioni. La prima è del dirigente al settore Manutenzione, Cammera, che la dice lunga su un certo modo di lavorare da parte delle ditte interessate:

“Durante l’esecuzione dei lavori e degli scavi venivano danneggiate le condotte idriche che non venivano prontamente riparate o se coperte subito dopo spuntava la perdita idrica e poi chiamavano noi che dovevamo affrontare le spese attingendo al bilancio comunale…veniva estratto sotto il manto bituminoso il basolato che costituiva la sottostante pavimentazione”.

La seconda è, addirittura, del sindaco Scopelliti:

“il nostro tecnico di riferimento che deve seguire queste cose è stato da me tempestato e insultato più volte e anche minacciato che l’ avrei tolto da responsabile. Questo soprattutto nei primi anni, quando bastava guardare i danni che si facevano. Io passavo, telefonavo in continuazione, facevo anche qualche riunione, ho più volte bloccato i lavori del metano, perchè chiedevo che le aziende realizzassero i lavori in maniera adeguata e perfetta”.

Problemi che attengono al decoro, ma anche alle casse comunali, dato che le richieste di risarcimento danni che attengono al problema “manutenzione strade” costituiscono l’oggetto prevalente degli atti di citazione nei confronti del Comune: Nel 2004 sono state notificate all’Ente 91 sentenze di condanna che hanno comportato una spesa di 708.546,41 euro, nell’anno 2005 sono state notificate 114 sentenza di condanna che ha comportato una spesa di 748.576,89 euro. Nell’anno 2006, notificato al 30 giugno, sono state notificate 46 condanne di risarcimento danni di manutenzione stradale. A queste spese vanno naturalmente aggiunte quelle legali per CPT e difesa dell’Ente.

Per quanto riguarda il settore degli appalti pubblici, che adesso otterrà una grossa mano, in termini di trasparenza, da parte della Stazione Unica Appaltante Provinciale approvata dal Civico Consesso il 19 novembre del 2008, il nodo più difficile da sciogliere è quello relativo ai lavori per affidamento diretto:

“Oggetto di grande contestazione da parte di numerosi imprenditori (che purtroppo non hanno inteso esporsi) è il fatto che per anni i lavori sarebbero stati assegnati, in modo fiduciario, più o meno sempre alle stesse ditte e con una “fiducia” attribuita sulla base di criteri che non sarebbero stati oggettivi, che non sempre avrebbero rispettato la competenza e la professionalità e, addirittura, in molti casi, la disponibilità adeguata di mezzi e di addetti o il rispetto delle norme sulla sicurezza”.

Si tratta di storie difficili da capire appieno, di storie pericolose, fatte anche di gravi attentati, come quelli subiti dai dirigenti Putortì e Crucitti. Storie portate alla luce dal lavoro della Commissione d’indagine che, accanto alla “denuncia” offre delle soluzioni: informatizzazione dei servizi che offrirebbe meno discrezionalità e “potere” ai dipendenti comunali, rotazione dei dipendenti (peraltro annunciata dal sindaco Scopelliti), che eviterebbe le “incrostazioni” negli uffici, dato che in alcuni settori vi sono dipendenti che operano da trent’anni, e l’incremento del personale, che faciliterebbe la velocità con cui l’Ente offrirebbe il servizio al cittadino.

Questo il parere della Commissione. Per sapere cosa ne pensa la compatta maggioranza e, soprattutto, il sindaco Scopelliti, bisognerà aspettare giovedì.

Lillo il misterioso

giugno 7, 2009

lillo_foti

No, non parliamo di calcio giocato, non interessa a nessuno.

Non parliamo nemmeno di calciomercato, di Walter Alfredo Novellino che, con ogni probabilità, sarà il nuovo allenatore della Reggina per il prossimo campionato di serie B.

Parliamo, invece, del quotidiano economico Il Sole 24 ore che ha pubblicato i dettagli degli accordi di sponsorizzazione, investimenti per stagione e data di scadenza, per le società della serie A di calcio.

Atalanta: Sit-In Sport, Daihatsu, 1.400.000 euro (scadenza 2010);

Cagliari: Tiscali, 1.200.000 (2009);

Catania: Energia Siciliana, Prov. di Catania, 1.550.000 (2009);

Fiorentina: Toyota, 4.250.000 (2010);

Genoa: Erobet.it, 1.000.000 (2009);

Inter: Pirelli, 9.000.000 (non definita);

Lazio: nessuno

Milan: Bwin, 10.000.000 (2010);

Napoli: Acqua Lete, 5.000.000 (2012);

Palermo: Betshop, 1.000.000 (2011);

Reggina: Gicos, Regione Calabria (2009);

Sampdoria: Erg, 2.700.000 (2009);

Roma: Wind, 6.000.000 (2009);

Siena: Monte dei Paschi, 7.000.000 (2010);

Torino: Renault Trucks, Reale Mutua, 3.300.000 (2011);

Udinese: Dacia, il Granchino, 1.600.000 (2009);

Bologna: Unipol, Cogei, 1.500.000 (2009);

Chievo: B.P. di Verona, Paluani, 2.150.000 (non definita);

Lecce: Salento d’amare, Lachifarma, 1.200.000 (2009).

Il Sole 24 ore, quindi, pubblica gli accordi di tutte le società, ad esclusione della Reggina.

La Reggina Calcio del Presidente Lillo Foti sarebbe, quindi, l’unica società della serie A italiana a non aver comunicato i dettagli degli accordi di sponsorizzazione? Oppure i giornalisti del quotidiano economico non hanno cercato bene tra la documentazione di cui sono in possesso?

Perchè?

Ma è ovvio: perchè ciò che non si sa è più affascinante. Perchè, come dice Battiato, “c’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero…”

Come cambierà l’ex Fiera di Pentimele: le idee, i rischi, e quei 30 milioni di euro che ballano in una zona “calda”

maggio 4, 2009

fiera_pentimele1

da www.strill.it

Nel degrado da anni, quando, in realtà, per tanto tempo, ha rappresentato uno dei pochi polmoni verdi di Reggio Calabria: quel che resta della Fiera delle attività agrumarie di Pentimele, nella periferia nord della città, difficilmente può fare pensare al fatto che, in passato, quella stessa area ospitasse una prestigiosa fiera internazionale. Il complesso è da parecchi anni abbandonato al proprio destino: regnano incuria e sterpaglie, nonché lamiere e porte divelte e anche la recinzione muraria presenta diverse falle, facile accesso per chiunque volesse “colonizzare” la struttura.

Per quell’area, l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria ha in mente una riqualificazione, sdoganando la zona dall’antica destinazione d’uso. Il progetto, sul quale, probabilmente, sarebbe bene riflettere con attenzione, è particolare e ambizioso, ed è inserito all’interno del Piano triennale delle opere pubbliche 2009-2011: l’Amministrazione Comunale avrebbe infatti intenzione di riqualificare la zona attraverso la “realizzazione di strutture ad indirizzo sportivo-alberghiero e congressuale”.

Un investimento da 30 milioni di euro che, però, non graverebbe sul bilancio comunale: l’aspetto più particolare dell’idea è la volontà, da parte dell’Ente, di costruire l’opera in project financing.

Contattato telefonicamente, l’assessore ai Lavori Pubblici, Franco Sarica, spiega a strill.it le ragioni della scelta:

“Quella di riqualificare l’area dell’ex Fiera di Pentimele – dice – è una ferma volontà dell’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria. L’attuale, vergognoso, stato di incuria in cui versa quella zona ci impone di fare qualcosa”.

In Italia il Project Financing è attuabile secondo quanto prescritto dalla normativa sui lavori pubblici. La legge di riferimento, la legge 109/1994, è stata sottoposta fino ad oggi una serie di modifiche. Il project financing è una metodologia rivolta al finanziamento di uno specifico progetto produttivo di un reddito autonomo e sufficiente a remunerare il capitale investito: in parole povere, il project financing è riservato alle opere che, una volta realizzate, saranno in grado di finanziarsi e di coprire i costi di progettazione e costruzione. In Italia, Il project financing (o finanza di progetto) ha trovato spazio specialmente nella realizzazione di opere di pubblica utilità. Il primo passo, per la realizzazione di un’opera tramite lo strumento del project financing, è la costituzione di una nuova società (Special Purpose Company) che avrà il compito di reperire i fondi necessari per costruire l’opera tramite azioni, fornite generalmente dai promotori e sponsor, che non dovranno superare l’ammontare del 15-20%, mentre il rimanente 80-85% da obbligazioni ottenute da un pool di banche.

La tecnica del project financing, verso la quale gli Enti guardano con crescente interesse, permette alle Pubbliche Amministrazioni di non sovraccaricare i propri bilanci con spese eccessive:

“La scelta di inserire il progetto nel Piano triennale delle opere pubbliche, approvato venti giorni fa dal Consiglio Comunale – spiega ancora l’assessore Sarica – ci permette di accelerare i tempi per la necessaria riqualificazione dell’area. In più – aggiunge – la scelta del project financing permetterà la realizzazione dell’opera senza spese eccessive per il Comune. In questo senso abbiamo già un precedente positivo, riguardante il porticciolo turistico di Catona (25 milioni di euro, ndi), per il quale, circa due mesi fa, è giunta una proposta”.

Come detto, però, la tecnica del project financing è, solitamente, adoperata per la costruzione di opere di pubblica utilità, quelle che si ripercuotono positivamente, e in maniera tangibile, sulla pelle dei cittadini: le operazioni effettuate seguendo gli schemi del project financing hanno prodotto cimiteri, parcheggi, tratti autostradali, scuole, ospedali, tunnel. La costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, per fare un esempio illustre, dovrebbe avvenire tramite project financing.

Carlo Sinatra, già responsabile dell’Associazione Italiana Giuristi di Impresa per la Lombardia e la Liguria, a tal proposito afferma:

“Appare evidente che ad esempio il settore dello smaltimento rifiuti, quello dell’energia, del petrolchimico, della telecomunicazione, dei trasporti e dei servizi, quest’ultimo inteso in senso lato, anche sotto il profilo delle infrastrutture in un contesto connesso alle privatizzazioni in atto nel sistema Italia, appaiono strutturalmente idonei a beneficiare di un sistema puro, di project financing”.

Ed effettivamente, consultando svariate statistiche in merito, non si può fare a meno di notare che i settori nei quali, in Italia, la tecnica del project financing viene utilizzata con maggiore frequenza sono quelli relativi all’arredo urbano e verde pubblico, ai parcheggi e ad acqua, gas, energia, e telecomunicazioni. Li chiamano opere di pubblica utilità: sono quelli che migliorano il traffico, l’aspetto e la funzionalità di una città e, di conseguenza, la vita dei cittadini che la abitano.

Resta da capire se un centro congressuale, che risponda alle ambizioni turistiche di Reggio Calabria, possa essere inteso come opera di pubblica utilità. Secondo l’assessore ai Lavori Pubblici, Franco Sarica, sì:

“Reggio Calabria negli anni, grazie all’operato della Giunta Scopelliti è cambiata molto, e ci proponiamo di cambiarla ancora, in senso positivo. L’implementazione di strutture ricettive e congressuali rende appetibile una realtà, adesso per di più nobilitata dal titolo di città metropolitana”.

A dire il vero l’idea di realizzare “strutture ad indirizzo sportivo-alberghiero e congressuale”, viene lanciata già nel passato: è il movimento “Forza Reggio” a farsene promotore. In un intervista di circa due anni fa (il 25 aprile 2007), in vista delle elezioni comunali a Reggio Calabria, Enzo Ricordo, esponente di “Forza Reggio” e candidato nei ranghi di Forza Italia, afferma:

“L’area dell’ex fiera di Pentimele deve accogliere un complesso turistico alberghiero. È bene non dimenticare che il Consiglio Comunale nel 2002 aveva approvato la nostra petizione popolare, la quale, sottoscritta da migliaia di cittadini, prevedeva di dotare la città di duemila e cinquecento nuovi posti letto”.

I rischi che la realizzazione dell’opera tira in ballo, in particolare, sono soprattuto due: il primo riguarderebbe l’ambiente e l’eventualità che l’area dell’ex Fiera possa essere ricoperta da una colata di cemento. Ma, d’altronde, in città, movimenti come Legambiente, che pure dovrebbero fare “opposizione”, non hanno mosso un dito nemmeno dopo l’abbattimento degli alberi, proprio nella zona in questione. Dall’altra parte, mettere sul piatto una cifra così alta per un’opera edile, in una città come Reggio Calabria, in una zona come Pentimele, appannaggio delle cosche, della famiglia Tegano, soprattutto, comporta, inevitabilmente, delle possibilità di infiltrazioni mafiose.

Insomma, l’investimento di 30 milioni di euro destinato per l’opera e riservato all’anno 2009, che però slitterà agli anni successivi se non dovesse giungere alcuna offerta, può far sorgere diverse, legittime, perplessità:

“La nostra idea – precisa Franco Sarica – è quella di svolgere le attività nella piena trasparenza, come, peraltro, è sempre avvenuto. Per quanto riguarda il progetto, è bene sottolineare che quanto scritto nel Piano delle opere pubbliche non è affatto vincolante: se una società, in futuro, dovesse presentare un progetto convincente per un’opera diversa da quella indicata, l’Amministrazione potrebbe prendere tutto in seria considerazione. Dal canto mio – conclude – la speranza è quella di salvaguardare anche l’ambiente, mantenendo vivo il polmone verde dell’area, magari tramite la costruzione di un porticciolo turistico”.

Trenta milioni di euro per un centro congressuale che dovrebbe sorgere grazie alla tecnica del project financing: quella dell’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria è, come detto, un’idea ambiziosa e particolare. Farà discutere, soprattutto qualora giungesse davvero una società vogliosa di realizzare qualcosa all’interno dell’area dell’ex fiera agrumaria; in quel momento il Comune dovrà valutare i cosiddetti “pro e contro”: l’effettiva pubblica utilità di un centro congressuale a Pentimele, il rischio, assolutamente da scongiurare, di una cementificazione della zona, i possibili, ancorché probabili, tentativi di infiltrazioni delle cosche in una parte della città in cui il predominio mafioso è innegabile. Fino a quel momento, come sottolineato anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Franco Sarica si resterà “nella fase delle idee”.

Reggio Calabria Film Fest: costa solo 250mila euro

aprile 23, 2009

filmfest-reggio_calabria

L’unico a non avere alcuna responsabilità nel caso è l’assessore all’Ambiente, Antonio Caridi, che, alla riunione della Giunta Comunale dello scorso 20 aprile era assente.

Tutti gli altri assessori di Reggio Calabria, con il sindaco Giuseppe Scopelliti in testa, hanno dato il proprio voto favorevole alla delibera n.135.

La delibera elargisce alla Minerva Pictures Group s.r.l. 250.000,00 euro affinchè realizzi la quinta edizione della manifestazione “Reggio Calabria Film Fest – Retrospettiva sul cinema italiano”.

Duecentocinquantamilaeuro.

Perchè? Ce lo spiegano i (pochi) “considerato che” della delibera: 

  1. tale progetto è coerente con l’intervento n° 12 del PSU che ha l’obiettivo di potenziare e valorizzare l’offerta di eventi artistici di qualità della Città dello Stretto;
  2. la realizzazione del Film Fest consentirà inoltre l’inserimento della Città di Reggio Calabria in circuiti culturali di rilevanza nazionale ed internazionale;
  3. valutato che la realizzazione di siffatto progetto potrebbe risvegliare interesse e coinvolgimento di larghe fasce di cittadini, nonchè essere di richiamo per ulteriori soggetti interessati, provenienti da realtà vicine e lontane e che il piano di comunicazione in esso contenuto dovrebbe diffondere ulteriormente l’immagine positiva della città.

Una manifestazione “simpatica e importante”, direbbe qualcuno: infatti, con separata votazione, valutata l’urgenza, la Giunta ha anche deliberato di dichiarare l’atto immediatamente esecutivo.

Duecentocinquantamilaeuro.

Un bel gruzzolo, potrebbe pensare qualcuno, soprattutto in tempo di crisi. Ma d’altronde, come espresso nella delibera di Giunta e come riporta il sito ufficiale della manifestazione, il “Reggio Calabria Film Fest”

si inserisce nel quadro di iniziative che da alcuni anni l’amministrazione porta avanti per rendere la città calabrese un polo di attrazione turistica e culturale.

E la Minerva Pictures Group s.r.l. è una casa di produzione assai prestigiosa, ha prodotto anche dei film di Asia Argento, figlia del celebre Dario: la Minerva Pictures Group s.r.l. viene fondata nei primi anni ’70 da Ermanno Curti e poi, come ci dice il sito ufficiale,

Nel 1987, l’ingresso nel management aziendale di Gianluca Curti, permette di sviluppare notevolmente l’internazionalizzazione del marchio e consente alla Minerva di affermarsi nel settore dell’entertainment e dell’audiovisivo a livello nazionale e internazionale producendo, distribuendo e commercializzando diritti filmistici.

Gianluca Curti, il patròn, è anche direttore della manifestazione e conduttore delle serate che si stanno tenendo, in questi giorni, al Teatro Francesco Cilea.

Questa piccola presentazione della Minerva Pictures Group s.r.l., è doverosa per introdurvi al prospetto finanziario che la stessa casa di produzione aveva inoltrato al Comune di Reggio Calabria.

Sedici voci, comprese le classiche “varie ed eventuali”, per un totale di 422.600,00 euro.

Quattrocentoventiduemilaeseicento euro.

Si andava delle 75.000,00 euro per “compensi e rimborso spese per collaboratori, consulenti etc. compresi viaggi a/r” ai 3.500,00 euro da versare alla SIAE, fino alle 3.000,00 di “missioni e trasferte.

E se 20.600,00 euro erano le risorse quantificate per le già citate “varie ed eventuali” dalla casa di produzione di Curti (che per sè, in quanto direttore della manifestazione, aveva richiesto 15.000,00 euro), la richiesta più buffa, quantificata in 25.000,00 riguardava la voce “premi, targhe, omaggi”

Anche qui: un po’ troppo per delle targhe, soprattutto in tempo di crisi.

Ma poi, dato che il bene trionfa sempre, l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria è riuscita a stringere i cordoni della borsa liquidando la manifestazione con 250.000,00.

Duecentocinquantamilaeuro.

Urrà!