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E se il ponte sullo Stretto fosse un crack finanziario?

marzo 19, 2009

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da www.strill.it

Parliamo del Ponte sullo Stretto di Messina. Ma lasciamo perdere le sicure infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti e lasciamo perdere i probabili danni all’ambiente che l’opera potrebbe arrecare.

In fondo, la mafia (o la ‘ndrangheta) non esiste, è solo un’invenzione dei comunisti. E poi, a chi volete che interessino le rotte dei delfini o il dissesto geologico?

Parliamo di soldi. I soldi esistono, non li hanno inventati i comunisti e, soprattutto, i soldi interessano a tutti.

Dal 1981 c’è una società pubblica responsabile della progettazione, costruzione e gestione del Ponte sullo Stretto, è la Stretto di Messina SpA. La Stretto di Messina SpA ha anche rischiato di sciogliersi, ma, nell’ottobre del 2007, è stata salvata dal voto dei parlamentari dell’Italia dei Valori che si sono opposti allo scioglimento. L’Amministratore delegato della Stretto di Messina SpA è Pietro Ciucci, presidente di Anas, la società che gestisce le autostrade italiane.

Anche la A3, Salerno-Reggio Calabria.

Può sembrare una precisazione inutile, ma tra poco vedremo che non è così.

Ritorniamo a parlare di soldi: il Ponte sullo Stretto di Messina costerà 6 miliardi di euro, 2,5 miliardi saranno messi sul tavolo dalla Stretto di Messina SpA; circa due settimane fa sono stati stanziati 1,3 miliardi di euro, in seguito al via libera all’impegno delle risorse arrivato dal Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica. Gli altri 3,5 miliardi dovranno essere reperiti sul mercato finanziario attraverso prestiti o obbligazioni. Una volta costruito e inaugurato il Ponte, tali debiti verranno coperti attraverso gli incassi che il Ponte riuscirà ad accumulare. Il Ponte, insomma, dovrà autofinanziarsi. Dovrà essere costruito con dei soldi che, in futuro, dovranno essere restituiti a chi li ha concessi.

Va bene. Ma se il Ponte si dovesse rivelare un “gioco a perdere”?

Nessun ragionamento finanziario, ma, semplicemente, logico. Il traffico di automobili e camion rappresenta la parte più consistente dei flussi dello Stretto di Messina: i mezzi pesanti partono da Messina alla volta delle più disparate destinazioni. Ma, c’è da chiedersi, una volta giunti a Reggio Calabria, cosa si fa? Le condizioni della A3 sono imbarazzanti, perché un autotrasportatore dovrebbe affrontare un viaggio lungo (esistono numerosi tratti dell’autostrada in cui il traffico procede su un’unica corsia) e costoso?

E’ vero, prima o poi i lavori di ammodernamento della A3 finiranno (e sulla data della fine dei lavori, Pietro Ciucci, che è presidente di Anas, dovrebbe conoscere le cose meglio di chiunque altro) ma è anche vero che i tempi e i costi del viaggio saranno sempre troppo elevati. Poco convenienti.

Poco convenienti perché, per esempio, proprio da Messina esistono delle navi che trasportano mezzi colmi di merci a Salerno e a Civitavecchia. Da quel punto d’Italia la distribuzione dei carichi sarà molto più veloce ed economica. E infatti, il trasporto marittimo, più veloce e meno costoso, in pochi anni è cresciuto in maniera esponenziale.

Insomma, perchè un autotrasportatore dovrebbe percorrere il ponte sullo Stretto, affrontando poi l’inferno della A3 Salerno-Reggio Calabria, quando, invece, tramite il trasporto marittimo potrebbe risparmiare tempo e quattrini?

Infatti, già adesso, a dispetto delle stime effettuate dalla Stretto di Messina SpA, i traffici sullo Stretto sono in caduta libera. La Stretto di Messina SpA sembra aver sbagliato anche i calcoli sui tempi di realizzazione dell’opera. Calcoli teorici, si intende, perchè un’opera del genere non è mai stata costruita, quindi non è possibile fare alcun tipo di paragone. Ad ogni modo, si sa, più tempo si impiega a costruire qualcosa, più si spende, più i cantieri restano aperti, più i costi si alzano.

Continuiamo a parlare di soldi, ma facciamolo sotto un altro punto di vista: il ponte costa tanti quattrini che, per oltre la metà, dovranno essere racimolati attraverso dei prestiti. Più il ponte sarà utilizzato, più si rivelerà un investimento azzeccato, prima sarà possibile estinguere i debiti contratti.

Ma se il ponte, invece, non riuscisse a sostenersi economicamente? Quando un’attività economica o commerciale non riesce a far i soldi necessari per “vivere” viene dichiarata fallita dai proprietari e la bottega si chiude.

Ma il ponte non è una pizzeria. E nemmeno un negozio di abbigliamento.

C’è una clausola nel contratto tra Stato e Stretto di Messina Spa: quest’ultima avrà in gestione, per trent’anni il Ponte sullo Stretto, al termine dei trent’anni, qualora non si sia riusciti a coprire i costi di realizzazione attraverso i pedaggi, la somma restante, fino a un massimo del 50% del costo di investimento, sarà coperta dallo Stato.

Dai cittadini. Si rischia, in buona sostanza, di caricare le generazioni future di un debito per un’opera che, magari, tra trent’anni nessuno vorrà.

Il Ponte, così come è stato pensato avrà una portata di 600 automobili ogni ora e di 200 treni al giorno. Ma se, invece, dovesse rimanere “deserto”?

E’ vero, nella peggiore delle ipotesi lo Stato appianerà i debiti, ma, anche in questo caso, c’è un ultimo interrogativo: se davvero dovesse verificarsi tale ipotesi, tra trent’anni, quando la Stretto di Messina SpA vedrà finire la propria concessione, chi sarà disposto a succedere alla società nella gestione di un’opera che si è rivelata un investimento fallimentare?

Chi avrà voglia di ripescare l’opera e la sua gestione da un eventuale crack finanziario?

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Grandi opere e grandi bufale

febbraio 25, 2009

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Il Ministro dei Trasporti, Matteoli, che di nome fa Altero, ha detto:

“La stragrande maggioranza delle opere previste dal piano da 16,6 miliardi varato dal governo può partire entro il 2009, anche il Ponte sullo Stretto”.

Il Ponte sullo Stretto è una grande opera inutile, dannosa e pericolosa.

Inutile: basterebbe rendere dignitosi i collegamenti marittimi tra Calabria e Sicilia, risolvendo il problema senza spendere decine di miliardi di euro.

Dannosa: tonnellate di ferro e cemento sul territorio e tra le acque. Ora, io non ho mai votato Pecoraro Scanio & C., ma i rischi di impatto ambientale li capirebbe anche un bambino.

Pericolosa: sapete cosa successe l’11 ottobre del 1985? Ve lo dico io: a Villa San Giovanni veniva fatto saltare in aria il boss Nino Imerti, insieme con i suoi guardiaspalle. Imerti rimaneva illeso, ma cominciava la seconda guerra di mafia a Reggio Calabria. 700 morti nell’arco di sei anni. A infuocare gli animi fu il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto.

A questo, giova ricordare la dichiarazione che il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, ebbe modo di fare, a Gorizia, il 6 ottobre del 2008:

”Contiamo di aprire i cantieri per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina alla meta’ del 2010”

Per un’opera della quale, come abbiamo visto, si parlava già negli anni ’80, un anno di differenza cosa volete che sia…? Insomma, i cantieri apriranno nel 2009 o nel 2010?

Speriamo mai.

Ma il Ministro dei Trasporti, Matteoli, che di nome fa sempre Altero, parlando degli eterni lavori di ammodernamento dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria ha anche detto:

“i lavori sulla A3 termineranno entro la fine del 2011, inizio del 2012 e una volta terminata si pagherà il pedaggio”.

Pietro Ciucci, presidente di Anas, il 2 giugno del 2008, però, in un’intervista a La Repubblica, dichiarava:

“Tra la fine del 2008 e la metà del 2009 saranno avviate le gare. Il completamento di tutto il percorso avverrà entro l’inizio del 2013”.

Ora, il 2008 è finito e la metà del 2009 si avvicina sempre di più. E, ancora, per la fine dei lavori di ammodernamento, Ciucci indica come data il 2013, mentre Matteoli, al massimo il 2012: ma d’altronde, cosa volete che sia un anno di differenza per la più grande incompiuta della storia d’Italia?

Sia Matteoli che Ciucci sanno, però, che, in diversi lotti, i lavori sono fermi per mancanza di denaro. Ma Matteoli ha assicurato:

“la Salerno-Reggio Calabria è tutta finanziata, ci sono stati problemi che hanno fatto ritardare i lavori e che hanno costretto il ministro Maroni ad andare in Calabria a portare uomini e mezzi, perché le imprese se ne volevano andare, ma le abbiamo convinte a restare”.

Le imprese se ne vogliono andare perchè non vengono pagate (sono ormai decine e decine i lavoratori licenziati) e perchè vengono, continuamente, taglieggiate dalle cosche che pretendono la “tassa” sui lavori e, di tanto in tanto, a chi sgarra, bruciano una gru o qualche altro macchinario. Difficile biasimare chi si è rotto le scatole di dover obbedire alle leggi di uno stato parallelo. Senza contare le aziende che vengono bloccate per infiltrazioni mafiose, vedi Condotte SpA (poi riabilitata), dilatando, così i tempi.

Matteoli e Ciucci, queste cose, però, non le hanno dette.

Reggio Calabria: città asociale

febbraio 11, 2009

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“Reggio Calabria, messaggio gratuito, la città che lei vorrebbe raggiungere non è al momento raggiungibile. Riprovi tra qualche anno, grazie”.

Meglio soli che male accompagnati, dicono. Però con moderazione, altrimenti si rischia di diventare degli asociali…

Ragioniamo per settori:

TRASPORTO AEREO

L’aeroporto di Reggio Calabria, il “Tito Minniti”, ha le tariffe più alte d’Europa, isole comprese. Per viaggiare da e per Reggio Calabria è necessario accendere un mutuo. Pochi voli, poche compagnie di trasporto, poca concorrenza e una società di gestione, la Sogas SpA, letteralmente a secco. Dopo le 600mila visite di qualche anno fa, il buio. A pochi chilometri di distanza c’è l’aeroporto di Lamezia che “svende” viaggi low cost, mentre volare a Reggio Calabria è roba per pochi: riservato a petrolieri miliardiari, astenersi persone con reddito normale.

TRASPORTO FERROVIARIO

Pochi treni, fatiscenti e perennemente in ritardo. Alla già drammatica situazione si aggiunge l’isolamento nel quale Reggio Calabria rischia di sprofondare nel futuro prossimo venturo: la tratta ferroviaria tra Mileto e Vibo Valentia verrà chiusa per tre mesi, causa lavori. Un periodo nel quale verranno soppresse diverse corse e le restanti verranno dirottate sull’asse Tropea, con conseguente allungamento siderale dei tempi di percorrenza. Tre mesi, salvo leggerissssssssssssimi ritardi come quelli accusati, negli anni, dai lavori di ammodernamento dell’autostrada A3, Salerno-Reggio Calabria.

TRASPORTO AUTOMOBILISTICO

A proposito di quella mulattiera nelle mani delle cosche, denominata A3: da decenni ormai interessata dai “lavori di ammodernamento” che, secondo le ottimistiche stime del presidente di Anas, Pietro Ciucci, dovrebbero concludersi nel 2011. Nel frattempo si viaggia, per lunghi tratti, su un’unica carreggiata, si impiegano tempi mastodontici per percorrere pochi chilometri e si rischia la vita, come sulla strada statale 106, altro scempio denominata “strada della morte”. Già, ma la A3 è gratis… A proposito di soldi: diversi cantieri presto chiuderanno proprio per la mancanza del denaro necessario per pagare le ditte interessate. I più tristi sembrano essere gli ‘ndranghetisti.

TRASPORTO MARITTIMO

In attesa dell’inutile, costoso e pericoloso ponte sullo Stretto, effettuare la traversata da Reggio a Messina e viceversa è un’impresa: aliscafi insufficienti a rispondere alle esigenze dei pendolari, corse soppresse e prezzi degli abbonamenti in costante aumento. Con Bluvia che fa orecchie da mercante a ogni richiesta dei passeggeri. Meglio proseguire a nuoto.

Insomma, Reggio sarà anche una città turistica, ma non potrà dimostrarlo. Con buona pace del sindaco Scopelliti.

Insomma, reggini, dove cazzo volete andare? State in casa, al calduccio: uomini, fate bricolage; donne, in cucina.

E, nel tempo perso, andate e moltiplicatevi….Il meno possibile: c’è crisi.

La terra trema. I calabresi pure

gennaio 26, 2009

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Due morti e cinque feriti. E’ questo il bilancio della frana che ha invaso entrambe le carreggiate dell’autostrada A3-Salerno Reggio Calabria nei pressi di Rogliano.

E lo Stato, inteso come politica, che fa?

“Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”, direbbe De Andrè.

Lo Stato, la politica, nella fattispecie sono rappresentati dal Presidente della Regione, Agazio Loiero che, portando la propria solidarietà ai familiari delle vittime, con riferimento alla tragedia, afferma:

“Si tratta di un problema che sollevato non piu’ di due mesi fa. Prima di ogni altro discorso, e’ giusto capire bene che cosa e’ successo”.

Loiero non è l’unico a voler capire, dato che la Procura della Repubblica di Cosenza ha avviato un’inchiesta, al momento contro ignoti, per valutare le eventuali responsabilità del disastro.

Una responsabilità ce l’hanno di sicuro i calabresi. Proprio ieri, su strill.it, l’amico Franco Arcidiaco scriveva queste parole, riferendosi a coloro i quali piangono il cedimento di un terreno che, solo per puro caso, fino a oggi non aveva causato vittime:

Sono gli stessi incivili trogloditi (che non dimentichiamo costituiscono la maggioranza della popolazione) che hanno passato la vita a: edificare abusivamente, scaricare rifiuti nelle fiumare e nelle vallate, fottersi il denaro pubblico, calpestare e schifiare ogni regola della convivenza civile e, last but not least,  considerare la politica solo come una fonte di soluzione dei propri problemi personali.

Una triste e amara riflessione che ha anticipato solo di poche ore la tragedia, ma che ha avuto il merito di coinvolgere la politica.

A prescindere da quelle penali che potrebbero essere accertate dalla magistratura, la politica, e Loiero ne è solo l’ultimo rappresentante in ordine di tempo, ha certamente delle responsabilità morali. Responsabilità morali che potrebbero diventare d’altro genere, soprattutto se, al cospetto di qualche magistrato, il presidente dell’Ordine dei geologi della Calabria, Paolo Cappadona dovesse ripetere queste parole:

“Più volte abbiamo lanciato l’allarme sulla devastazione del territorio calabrese, ma nessuno ci ha mai ascoltato. In Calabria c’è un territorio devastato, esposto fortemente al rischio ideogeologico. A questo si aggiungono la malagestione del territorio e l’incuria dell’uomo. Il fatto è che ogni volta che cerchiamo come geologi di sensibilizzare le istituzioni su questo problema ci scontriamo con un muro di gomma perchè non ne viene percepita l’importanza”.

Lo stesso Cappadona, in un intervento di qualche mese fa, relativo a un’altra catastrofe, avvenuta a Vibo Valentia, affermava:

Tenendo ben presente tale circostanza e riconoscendo senza remore che la forte crescita demografica e la trasformazione dell’economia anche di piccole comunità abbinate ad un disattento governo del territorio, alla mancanza di pianificazione sostenibile, alla illegalità diffusa nel campo dell’edilizia favorita dai condoni che si sono succeduti nel tempo, hanno prodotto una pressione insopportabile sull’ambiente e sul territorio ed un consumo di suolo irrazionale con l’occupazione insensata di aree già riconosciute pericolose e che per questo sono divenute aree a rischio sia per frana che per esondazione, si tratta ora di individuare alcune priorità di prevenzione e mitigazione del rischio conseguente nel medio e nel lungo periodo. Nel breve e medio periodo, al di là della pur comprovata necessità di interventi strutturali per sanare la intrinseca fragilità strutturale del territorio calabrese, documentata in tutta la sua allarmante dimensione dal Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico, le esperienze di questi ultimi anni ci indicano con chiarezza la necessità improrogabile di azioni, per altro non eccessivamente onerose, finalizzate alla manutenzione ordinaria e straordinaria ed al ripristino della funzionalità del reticolo idrografico naturale e dell’assetto morfologico dei versanti.

 La cosa certa, al momento, è che Loiero, quando parla di problema sollevato due mesi fa, commette una grossa gaffe, autoaccusandosi. Sarebbe davvero grave se Loiero si fosse accorto dei rischi geologici in Calabria appena due mesi fa, soprattutto perchè uno studio dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), datato ottobre 2000, afferma quanto segue:

Le regioni caratterizzate dalla percentuale più alta (100%), relativa al numero totale dei comuni interessati da aree a rischio potenziale più alto, sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta, mentre la Sardegna è quella con la percentuale minore (11,2%) (dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio).

In un’intervista del 2 aprile del 2005, al settimanale di informazione regionale Mezzoeuro, l’allora Presidente Ordine dei Geologi  della Calabria, Beniamino Tenuta, denunciava i ritardi dell’attuazione della legge 19/2002, “Norme per la tutela, governo ed uso del territorio – legge urbanistica della Calabria”, con queste parole:

I ritardi inspiegabili nell’attuazione della legge 19/2002 sono sotto gli occhi di tutti e non ci sono scusanti per nessuno di coloro che avevano e hanno la responsabilità a livello regionale della sua concreta attuazione. È una legge quindi che oltre a regolare l’assetto urbanistico del territorio ha in sé una serie di elementi innovativi che partendo dallo sviluppo sostenibile del territorio regionale, passano alla garanzia dell’integrità fisica e culturale del territorio e quindi al miglioramento della qualità della vita dei cittadini, promovendo un uso appropriato delle risorse ambientali, naturali, territoriali e storico culturali. Altro elemento di forte novità è la partecipazione e la concertazione con le forze economiche e sociali e con le categorie professionali tecniche nei procedimenti di formazione ed approvazione degli strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica.

Si tratta di un allarme confermato, in seguito, dal successore di Tenuta, Paolo Cappadona:

Auspicabile sarebbe la costituzione di presidi permanenti che, attraverso una programmazione coordinata e pianificata, possano operare un controllo ed una costante e continua manutenzione del territorio. Nel lungo periodo non si può non considerare la necessità di una programmazione delle azioni antropiche che metta al centro delle attività di pianificazione di utilizzo del territorio la realtà fisica, le vocazioni morfologiche ed idrauliche, le pericolosità geologiche e, in una parola, lo “sviluppo sostenibile”.  Tale obbiettivo per la verità è stato già saggiamente individuato ed infatti la Regione Calabria nel 2002 ha emanato la Legge Urbanistica Regionale (n. 19/2002) dai contenuti fortemente innovativi e che introduce elementi di controllo e di verifica della compatibilità geomorfologica degli interventi di sviluppo urbanistico che garantiscono per il futuro una politica di gestione del territorio attenta alla prevenzione ed alla previsione dei rischi naturali. Purtroppo però è da ormai troppo tempo che si attende l’approvazione delle Linee Guida collegate alla suddetta Legge che dettano regole precise per una nuova cultura di governo del territorio calabrese. Riteniamo in tal senso che l’approvazione delle suddette Linee Guida, attualmente all’esame della IV Commissione Consiliare, sia una priorità non più procrastinabile per assicurare condizioni di sviluppo sostenibile al nostro martoriato territorio.

Loiero dice di voler capire. Forse fino a oggi non aveva la stessa volontà. Certamente la politica è stata investita da tempo dei rischi geologici in Calabria.

Era stata investita con forza.

Con la stessa forza della frana di Rogliano.

Quando vuole è bravo

dicembre 15, 2008

Qualcuno magari non ha avuto modo di gustarselo giovedì scorso. Questo video di una decina di minuti circa vi dimostrerà quanto sia bravo (probabilmente il migliore) Marco Travaglio quando non parla di Berlusconi, Schifani, di conflitto di interessi, di lodo Alfano, ecc.ecc.

In questi dieci minuti Travaglio racconta in maniera breve, ma assai precisa, quello che aveva scoperto Luigi De Magistris a Catanzaro, parla dell’inchiesta Poseidone sugli impianti che avrebbero dovuto depurare le acque calabresi, parla dell’inchiesta “Why not”, che, per quello che si è speso, avrebbe dovuto rendere la Calabria la regione più informatizzata d’Italia, parla dei rapporti di Antonio Saladino con la politica, spiega perchè Luigi De Magistris è stato mandato via da Catanzaro.

Perchè aveva ragione.

Parla anche di Clementina Forleo, parla degli sprechi italiani nel settore dei trasporti, Salerno-Reggio Calabria e Ponte sullo Stretto, parla di finanziamenti europei che non servono a nulla se non ad arricchire pochi malavitosi.

Un bello, e, purtroppo, raro esempio di giornalismo.

Nei colloqui scolastici, parlando di me, ai miei genitori dicevano sempre “E’ bravo, ma non si applica”.

Un discorso analogo, con qualche sfumatura, vale anche per Travaglio: “E’ bravo, ma si applica male”.

L’ossessione per Berlusconi ha, in passato, appiattito l’ottima preparazione di Travaglio.

La appiattirà anche in futuro.

Vedremo il miglior Travaglio quando Berlusconi sarà uscito definitivamente dalla scena politica italiana.

Per Travaglio e per tutti noi, speriamo presto.

La retta via

dicembre 10, 2008

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Roto San Giorgio, l’agenzia di stampa del Comune di Reggio Calabria, divulga una nota del consigliere comunale di Forza Italia, Demetrio Berna, presidente della seconda commissione consiliare – Programmazione e Servizi generali, alla quale, a mio giudizio, strill.it  non ha dato la giusta rilevanza.

Dalla nota di Palazzo San Giorgio apprendiamo che:

La seconda commissione consiliare – Programmazione e Servizi generali – presieduta dal consigliere di Forza Italia Demetrio Berna  ha approvato all’unanimità, nel corso dell’ultima riunione, l’adesione alla Stazione Unica Appaltante in ambito provinciale, in via sperimentale per 18 mesi.

Adesso, ovviamente, la ratifica di tale decisione passerà al Consiglio Comunale, che, come spero, approverà all’unanimità. E’ una decisione importante, dato che si individua spesso, e giustamente, la chiave di volta nella lotta alle mafie nella sottrazione dei patrimoni.

E’ davvero una decisione importante quella presa dalla commissione di Demetrio Berna, la cui agenzia immobiliare, Management 2000 è stata perquisita, nel luglio del 2007 dai carabinieri di Reggio Calabria, nell’ambito di un’inchiesta, coordinata dai magistrati della Dda reggina, Boemi, Mollace, Lombardo e Galletta,  che ha interessato le principali sedi di compravendita di case di Reggio Calabria, sospettate di legami con le cosche mafiose.

E’ una decisione importante, perchè, per esempio, con una Stazione Unica Appaltante attiva ed efficiente i lavori per la realizzazione della nuova Piazza Carmine a Reggio Calabria (graziosa e già devastata dai bifolchi reggini) non sarebbero potuti finire alla Co.For. srl, di proprietà dei fratelli Antonino e Giovanni Guarnaccia, arrestati nell’ambito dell’operazione “Arca” con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, ma anche (copio e incollo dall’ordinanza di custodia cautelare) per:

il delitto previsto e punito dagli artt. 81, cpv., 110, 629 c.p. e art. 7 legge 203/91, per avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro e con violenza e minacce costituite dagli attentati subiti dalle ditte sub-appaltatrici e dalla condizione di assoggettamento ed omertà che deriva dall’appartenenza all’associazione per delinquere di stampo mafioso costretto le ditte appaltatrici dei lavori (parliamo della A3, Salerno-Reggio Calabria, ndr) ad assegnare alla propria ditta i sub-appalti, le forniture, gli incarichi lavorativi, a scapito di altre imprese, al fine di agevolare l’attività dell’associazione per delinquere di stampo mafioso.

Per questo motivo, per dare atto all’Amministrazione comunale di Reggio Calabria di aver imboccato (ma non ancora percorso completamente) una strada corretta, ma anche per una questione “simbolica” strill.it avrebbe dovuto dare più risalto alla notizia divulgata da Roto San Giorgio.

A3: citofonare ‘ndrangheta

novembre 21, 2008

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E’ vero che dopo la revoca del certificato antimafia a Condotte S.p.A (poi restituito da una sentenza del Tar) non ci si dovrebbe meravigliare di nulla: Condotte è infatti sorta nel 1880 e nel 2006, tanto per fare qualche numero, ha avuto un giro d’affari di 713 milioni di euro con un utile di 6,9 milioni. Insomma, se anche una ditta come Condotte viene “sfiorata” dal sospetto della connivenza con le cosche non ci si dovrebbe meravigliare se altre ditte, certamente con un capitale più modesto, vengono investite dalla revoca del certificato antimafia.

Per uno come me che in matematica aveva uno, avere paura dei numeri è quasi fisiologico, ma apprendere che ben 31 (trentuno!) ditte operanti sul tracciato della A3 Salerno Reggio Calabria sono state interdette per la revoca del certificato antimafia è davvero inquietante.

Non sorprende, ma inquieta.

Inquieta, ancor di più, perchè appena due settimane fa, circa, degli operai di una ditta impegnata presso Bagnara Calabra sono stati minacciati a suon di lupara.

Del resto, le cosche, con la pretesa di ricevere il famoso 3% sul costo dei lavori, hanno messo lo zampino fin dalla realizzazione del primo metro quadro di asfalto della Salerno-Reggio Calabria.

Ma, dagli anni ’60/’70, quando fu cominciata e ultimata la A3, di tempo ne è passato: ma gli ‘ndranghetisti, si sa, sono tipi abitudinari.

Ecco, con l’ausilo dell’ottima relazione sulla ‘ndrangheta di Francesco Forgione, un piccolo riassunto delle più recenti inchieste con al centro gli eterni (e per questo redditizi, per le cosche) lavori della Salerno-Reggio Calabria:

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,  nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.

L’inchiesta della D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza.

Anno del Signore 2002: ero troppo giovane per occuparmene.

Sull’inchiesta Arca, che invece è molto più recente (estate 2007), so qualcosina in più:

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria  ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.  

Il sindacalista in questione è Noè Vazzana (da qui il nome “Arca”, che mattacchioni!) e sarebbe il personaggio chiave di tutta la vicenda: l’anello di congiunzione tra la legalità e l’illegalità. L’inchiesta si è occupata dei lavori ricadenti nel tratto Mileto-Gioia Tauro. Ci sono cognomi che contano parecchio nell’occ Arca: Bellocco, Pesce, Raso, Piromalli, De Stefano.

Le cosche mettono lo zampino: è ovvio che se 31 ditte vengono interdette ne devono arrivare di nuove a lavorare sul territorio. E questo richiede del tempo.

Ma questo alla ‘ndrangheta sta più che bene.

Facile capire, infatti, perchè le cosche abbiano tutti gli interessi per rallentare il corso dei lavori: più i cantieri rimangono attivi, più soldi entrano nelle casse della ‘ndrangheta. Con buona pace dell’amministratore Anas, Pietro Ciucci che è convinto di ammodernare l’autostrada A3 entro il 2013.

E, mentre attendo l’avvio dei lavori del commissario Boemi e della Stazione Unica Appaltante, devo dire che allora hanno davvero ragione, e con me sfondano una porta già spalancata, gli onorevoli Franco Laratta (Pd) e Angela Napoli (Pdl) quando invocano l’esercito nei cantieri. Da sempre, infatti, sono un fautore della militarizzazione di tutte le zone calde, quali Palermo, Napoli, Catania, ma, soprattutto, la Calabria intera, dove lo Stato, oramai, è costretto a fare (malissimo) la parte dell’infiltrato.

SUA maestà

settembre 13, 2008

Ho partecipato, ieri sera, a un convegno sulla Stazione Unica Appaltante: la SUA.

Ora, mi sembra lapalissiano specificare (ma ieri sera l’ho fatto) l’importanza di questo istituto: ieri il ministro dell’Interno del Governo Ombra (ihihihihihih), Marco Minniti, ha spiegato il funzionamento della SUA regionale, ben diverso da quella di Crotone, che ha dato ottimi risultati (nel giro di un anno l’80% degli appalti crotonesi passerà da lì).

La Stazione Unica Appaltante dovrà monitorare il settore, sempre pericoloso e quasi sempre colluso, degli appalti: non dimentichiamo che già dagli anni ’60, ai tempi della costruzione della A3, le ditte pagavano il famoso 3% sulla cifra degli appalti alle cosche. Ora, come dimostrato dall’operazione “Arca” dello scorso luglio e, spostandoci sulla SS106, quella denominata “Bellu lavuru”, le cose non sono cambiate, ma, come un bubbone che nel tempo s’ingrossa, sono peggiorate. E non dimentichiamo che una società prestigiosa, come Condotte SpA, si è vista revocare il certificato antimafia, salvo poi riceverlo indietro, dopo qualche mese, dal TAR.

Ma questa è un’altra storia.

In un territorio, quello calabrese, infestato da 160 cosche, è quanto mai necessario che la Stazione Unica Appaltante, già approvata dal Consiglio Regionale, sia perfettamente efficiente e funzionante.

In Sicilia la SUA (quella non “ufficiale”, specifico) era affidata ad Angelo Siino, referente delle più potenti famiglie di Cosa Nostra, detto Bronson per la sua somiglianza con l’attore (Il giustiziere della notte, C’era una volta il West, ecc. ) Charles Bronson.

Ovviamente la speranza è che, in Calabria, la SUA (quella vera) non venga affidata all’Angelo Siino di turno.

P.S. Come ho detto ieri a Minniti, De Sena e Cisterna, sono sempre in attesa dell’Agenzia sui beni confiscati.

Grazie.