Posts Tagged ‘alleanza nazionale’

Una poltrona per due

luglio 11, 2009

loieroscopelliti

Come stanno i due probabili candidati che si giocheranno, la prossima primavera, la poltrona di Presidente della Regione Calabria?

Non bene, per motivi diversi.

Loiero deve lottare un po’ contro tutti, perchè da un lato il Governo Berlusconi si è ricordato, casualmente, a meno di un anno dalle elezioni regionali, che la sanità in Calabria è assai sotto l’asticella della decenza e adesso l’unica stada percorribile per Berlusconi, Sacconi, Fazio è  il commissariamento. Una carta che, tra qualche mese, un po’ tutti, candidato di centrodestra compreso, potranno sfruttare abilmente accollando i disastri sanitari ad Agazio Loiero e alla sua Giunta: “Siamo stati costretti a commissariare”, diranno.

E se l’idea di commissariare la sanità in Calabria appare, francamente, una poco criptica mossa da campagna elettorale, per Agazio Loiero (al momento l’unico nome di un certo peso nel centrosinistra calabrese) i problemi arrivano anche dagli alleati, da quel Partito Democratico che non prova nemmeno a legittimare e valorizzare l’opera, a dire il vero non entusiasmante, del Governatore: “Loiero ricandidato? Faremo le primarie”, ha detto qualche giorno fa, a Rende, Enrico Letta.

E intanto Loiero, in un’intervista rilasciata a Gazzetta del Sud ha dichiarato che se dovesse essere rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta Why not deciderebbe di non ricandidarsi. E la possibilità di un rinvio a giudizio non appare peregrina, dal momento che, pochi giorni fa, l’accusa ha chiesto il processo per il Governatore.

Ma, se Sparta piange, Atene non ride.

Il punto, quello vero, è che a destra i problemi vengono mascherati meglio. Molto meglio.

E così Giuseppe Scopelliti, giovane sindaco di Reggio Calabria, probabile candidato del Pdl alle prossime regionali, continua a ricevere brutti colpi alla propria immagine, ma, come un buon pugile, cerca di incassare senza mostrare cenni di cedimento.

Ma i fatti, ostinati, dicono che il ruolo di coordinatore regionale del partito di Berlusconi, assunto da qualche settimana, sta portando più grane che onori: il Pdl ha straperso (nonostante l’alleanza con l’Udc) alle provinciali di Cosenza, mentre ha vinto, ma non ha convinto, a Crotone.

Come se non bastasse i mal di pancia di ex forzisti (leggi il deputato Nino Foti), di tanto in si manifestano tramite dichiarazioni al vetriolo sull’operato del coordinatore regionale. Il Pdl, in Calabria, non riesce proprio a conciliare le due anime, Forza Italia e Alleanza Nazionale: battibecchi e dispettucci cui siamo stati abituati più dal centrosinistra che non dagli allievi berlusconiani.

Una cosa è certa e questo Scopelliti lo ha capito: pensare di potersi insediare a Palazzo Alemanni contando unicamente sui voti di Reggio Calabria e provincia è soltanto un sogno. E’ un discorso prettamete numerico. Il punto è che, inevitabilmente, per recuperare terreno nelle altre province, Scopelliti “trascura” la propria città: le assenze in Consiglio Comunale, anche quando si discute di temi delicati, si fanno sempre più frequenti; lo stesso Civico Consesso senza la presenza del proprio leader fatica ad articolare, civilmente e programmaticamente, un discorso di senso compiuto; Reggio Calabria, anche nell’aspetto esteriore, sembra soffrire di un certo scollamento nei meccanismi che l’avevano certamente resa più efficiente negli ultimi anni e, da ultima, quasi a metà luglio, dell’estate reggina, fiore all’occhiello dell’Amministrazione Scopelliti non v’è traccia.

Insomma, Loiero e Scopelliti non stanno benissimo. Le elezioni regionali sono vicine, ma non vicinissime: il centrosinistra potrà provare a rialzarsi sfruttando il fatto che, al momento, possiede il governo regionale, il centrodestra potrà contare sulla potenza berlusconiana, che potrebbe manifestarsi, tramite decisioni drastiche, anche in Calabria.

Ma la poltrona resta comunque una sola.

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Applausi bipartisan

aprile 30, 2009

applausi

Sono illuso ad averci solo pensato: dopo tante leggi inutili, discutibili e/o pessime, questo centrodestra stava elaborando, finalmente, una proposta di legge seria, severa e giustamente repressiva.

Ma ognuno di noi può convincere gli altri di essere cambiato, ma mai sè stesso. Alla fine, dunque (e purtroppo), la vera natura affiora sempre.

Con un colpo di coda nella notte in seno alla Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera viene cancellato l’obbligo per l’imprenditore titolare di appalti pubblici di denunciare un’estorsione pena la perdita della commessa e l’interdizione dalle gare per tre anni.

Le opere pubbliche, dalle autostrade alla sanità, passando per le scuole, vengono costruite con vergognosa lentezza e, come accaduto in Abruzzo, si sgretolano alla prima scossa di terremoto. Senza contare, inoltre, l’impatto negativo che il racket ha su un’economia già fragile come quella italiana, precisamente nelle zone del Meridione.

Sostenuta dalle associazioni antiracket e dalla Procura Nazionale Antimafia, quella che si stava elaborando, era una proposta severa, ma, purtroppo, necessaria.

Non per tutti.

I responsabili sono tre pidiellini: Manlio Contento, avvocato, ex membro di Alleanza Nazionale, già Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze; Francesco Paolo Sisto, ex forzista, anch’egli avvocato, eminente professore universitario; Jole Santelli, avvocato ovviamente, calabrese, anch’ella ex di Forza Italia.

Cosa accade?

Accade che Contento, Sisto e Santelli reputano la misura estremamente repressiva e, addirittura, incostituzionale. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, accoglie le istanze dei tre deputati e la norma viene emendata.

Infuriati il Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, e il sottosegretario del Viminale, Alfredo Mantovano, ex magistrato ed ex di Alleanza nazionale, gli unici a difendere la bontà della norma inserita nel pacchetto sicurezza.

E al pasticcio, vuoi per invidia, vuoi per incapacità, partecipa anche la minoranza: al momento del voto, in aula, Partito democratico e Italia dei valori vanno via per protesta. Se avessero votato contro, come una vera opposizione dovrebbe fare, invece di dare vita a una delle solite scenette, con il voto contrario della Lega nord, forse, la proposta di legge non sarebbe stata cancellata.

Come si dice in questi casi? “Grazie alla proficua collaborazione tra….”

Applausi ambo ai lati.

Fare quadrato

aprile 5, 2009

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Come molti di voi sanno, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, ha dichiarato che “prenderebbe Loiero a calci nel sedere”.

A Scopelliti non è andato giù il silenzio del Governatore, Agazio Loiero, sull’istituzione di Reggio città metropolitana.

Ora, senza essere bigotti si potrebbe discettare sul buon gusto o meno di un’affermazione del genere, ma c’è anche un’altra considerazione da fare.

Contestualizziamo la frase: Scopelliti dà un consiglio agli uomini del centrosinistra, ai “piddini” di Reggio Calabria. E’, come detto, una frase molto poco politically correct.

E le reazioni?

Sono arrivate.

Ha risposto Loiero, ovviamente, ha tuonato l’Italia dei Valori e anche il segretario regionale del Pdci, Michelangelo Tripodi e financo i presidenti della Provincia di Cosenza, Oliverio, e di Crotone, Iritale. A Reggio Calabria, nel Partito Democratico (di cui, fino a prova contraria, Loiero è uno dei massimi esponenti), invece, l’unica voce ad essersi alzata è quella del “loierano” consigliere regionale Demetrio Battaglia.

Poi, il nulla. Forse in casa Pd staranno ancora festeggiando per la vittoria di Reggio città metropolitana, quella stessa istituzione per cui Scopelliti attacca il presidente della Regione.

Ma Scopelliti, che, secondo qualcuno, avrebbe offeso Loiero con la propria frase, ha invece potuto contare su un folto numero di seguaci.

In difesa della colorita dichiarazione del primo cittadino (che, almeno, ha evitato di dire “culo”), nonostante fosse domenica e nonostante la Reggina sia con un piede e mezzo in serie B, sono scesi, nell’ordine:

1) Michele Marcianò, consigliere comunale di FI

2) Giovanna Cusumano, consigliera comunale delegata alle Pari Opportunità

3) Pasquale Morisani, consigliere comunale di Alleanza per Scopelliti

4) Daniele Romeo, consigliere comunale di An

5) Giuseppe Sergi, consigliere comunale dell’MpA

Modi diversi di “fare quadrato”.

In fondo a destra

marzo 21, 2009

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Muore oggi, ufficialmente, la destra italiana.

Alleanza Nazionale si scioglie in due giorni. In due giorni, presso la Fiera di Roma, con un colpo di spugna, si cancellano anni e anni di tradizione: non vi annoierò con il solito discorso sulla svolta di Fiuggi. La storia la conosciamo tutti.

Muore oggi, ufficialmente, la destra italiana.

Dico ufficialmente, perchè era da diversi anni che Alleanza Nazionale, salvo sporadici casi, non rappresentava nemmeno lontanamente i valori della destra. Legalità in primis.

Basta stare attenti quando qualche esponente di Alleanza Nazionale o Forza Italia viene tratto in arresto con accuse, a vario titolo, legate alla criminalità organizzata.

Aennini e forzisti si prodigano in messaggi di solidarietà: “saprà dimostrare la propria innocenza”, dicono. A destra gli unici che sembrano “tifare” per i giudici e per le forze dell’ordine che provano, giorno dopo giorno, a ripulire terre difficili come quelle del Meridione sembrano essere quelli della Fiamma Tricolore che però, non me ne vogliano, sono quattro gatti.

Nel prossimo weekend ci sarà congresso fondativo del Pdl, con la fusione tra An e Forza Italia: firma e controfirma per sancire la morte della destra.

Quella che dovrebbe essere la vera destra, Alleanza Nazionale, si fonde a Forza Italia, il partito che, a memoria (ma chiunque abbia voglia può smentirmi), conta, in tutta Italia, più indagati o condannati.

Ignazio La Russa ha pronunciato una frase, probabilmente per tranquillizzare la folla della Fiera di Roma, che però, per quanto mi riguarda, ha un suono altamente inquietante: con Forza Italia non siamo «fidanzati», ha dichiarato La Russa, ma «gemelli».

Amen.

Politica da ombrellone

febbraio 5, 2009

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da www.strill.it

di Giusva Branca e Claudio Cordova – Centrodestra e centrosinistra: due facce della stessa medaglia. In provincia di Reggio i problemi delle due coalizioni sono crescenti e, in qualche modo, speculari e caratterizzati dal medesimo immobilismo. I mesi sono passati inutilmente e lo stato dell’arte è quasi il medesimo di quando eravamo tutti sotto l’ombrellone. 

Focus sul centrosinistra
L’opposizione non si comporta da opposizione o, peggio ancora, non esiste. Demetrio Delfino, consigliere comunale di Reggio Calabria, appartenente a Rifondazione Comunista, avrebbe inviato una lettera, lo scorso primo ottobre, al proprio segretario provinciale,  Antonio Larosa, e, per conoscenza, ai componenti della segreteria del Prc, con un durissimo atto di accusa nei confronti dei suoi stessi colleghi che siedono tra gli scranni del centrosinistra in Consiglio Comunale.

Delfino non scopre l’acqua calda, per carità.

Che l’opposizione, a Palazzo San Giorgio, abbia dei grossi, enormi, problemi, è un fatto, oggettivo, detto e scritto più volte. Fin dalla candidatura, poi finita in disfatta, di Eduardo Lamberti Castronuovo, rivale di Scopelliti, la coalizione di centrosinistra ha sempre dato segni di eccessiva eterogeneità, parola che, non a caso, fa rima con fragilità.

Fin dalla campagna elettorale, alcuni candidati scelsero di omettere, sui propri manifesti di propaganda, la dicitura “con Lamberti sindaco”.

Qualcuno, oggi, siede anche in Consiglio Comunale.

Insomma, la spaccatura all’interno del centrosinistra reggino è storia vecchia, nota e, soprattutto, incontrovertibile. Ma lettera che Delfino avrebbe scritto e inviato ai vertici del proprio partito, cambierebbe, e anche di parecchio, lo scenario, perché a denunciare, oltre che le spaccature, anche il comportamento dell’opposizione non sarebbero più i giornalisti, sciacalli inaffidabili, ma sarebbe un membro della stessa minoranza.

Parlando della coalizione di centrosinistra, Delfino, descriverebbe al proprio segretario provinciale una realtà non coesa, non compatta, che affronta la politica dentro il Palazzo a compartimenti stagni.

Un’accozzaglia di partiti, insomma. E’ bene ricordare, infatti, che, oltre al gruppo, mai costituito, del Partito Democratico, composto da ex Ds e Margherita e da un esponente del Pdm, l’opposizione alla Giunta Scopelliti si avvale anche di un consigliere del Pdci, di un esponente dell’Udeur, di un indipendente, e dello stesso Delfino, di Rifondazione Comunista.

La politica che marcia a “gruppetti”, senza un coordinatore in grado di dare un indirizzo politico all’esigua forza di contrasto delle minoranze che, in una democrazia, è anche più importante dell’azione degli amministratori. Azione di contrasto impossibile dato che il Pd, secondo la lettera-denuncia di Delfino, spaccato al suo interno, avrebbe sempre messo al margine del dibattito politico l’ala della cosiddetta “sinistra radicale”.

E per chi segue con assiduità e attenzione le vicende del Consiglio Comunale di Reggio Calabria, è facile capire, fin da subito, che tali affermazioni non sarebbero affatto fantascientifiche, ma assai aderenti alla realtà e al comportamento, talvolta bislacco e inspiegabile, di alcuni consiglieri comunali del centrosinistra.

Ritornando alla missiva, Delfino accuserebbe anche alcuni consiglieri, uno in particolare, di “flirtare” con la maggioranza, di dare vita a inciuci con il centrodestra, con preciso riferimento a una votazione per il riequilibrio di bilancio, di qualche mese fa. Un atteggiamento imbarazzante che farebbe perdere credibilità all’intera coalizione.

Atteggiamenti strani, controversi, talvolta ridicoli, sui quali avrebbe dovuto e potuto spingere con maggiore insistenza l’informazione locale, che, come l’opposizione politica, dovrebbe essere il “cane da guardia” della democrazia.

Le proteste di Delfino sono sicuramente tardive, ma sbattono contro un muro di gomma. Vista la data della missiva (1 ottobre 2008), forse il consigliere del Prc avrebbe voluto scatenare una nuova “rivoluzione d’ottobre”. Una speranza disattesa, a quanto pare, dallo stesso segretario provinciale Antonio Larosa: nelle ultime righe della lettera al partito, Delfino, infatti, avrebbe chiesto a Larosa la convocazione di una riunione con i dirigenti del Pd. Una sorta di chiarimento con quelli che avrebbero dovuto e dovrebbero essere gli alleati e un’occasione, ottimisticamente parlando, per elaborare sinergie comuni per dare vita a un’opposizione seria alla Giunta Comunale del Sindaco Scopelliti.

Niente da fare: la riunione, a quanto pare, non si sarebbe mai tenuta.

“Mancano gli interlocutori”, potrebbe obiettare qualcuno.

Difficile controbattere: il Pd, al momento, non è ancora riuscito a formare un gruppo unitario in Consiglio Comunale, viaggia a cavallo di scelte discutibili, si affida alla solita storia dei candidati unici e spera che un’ottima personalità come Peppe Strangio riesca, a livello locale, a toglierlo dai pasticci, anche se le gatte da pelare aumentano ogni giorno di più (vedi vicenda-Laganà alla Provincia)

E i problemi del Partito Democratico si ripercuotono su tutti gli elettori del centrosinistra, su tutti coloro i quali non hanno scelto Scopelliti alle ultime consultazioni che, adesso, non si vedono adeguatamente rappresentati e tutelati all’interno del Civico Consesso.

E la vicenda di Demetrio Delfino e del suo partito, Rifondazione Comunista, rappresenterebbe un’ennesima brutta pagina politica.

Nonostante la richiesta di confronto con il Pd, formulata al segretario provinciale di Rifondazione, Delfino, che, comunque, si è mosso in colpevole ritardo, non ha visto scaturire alcun risultato dal proprio grido d’accusa. Quel che è certo, infatti, è che Delfino, come è possibile apprendere tramite il sito del Prc di Reggio Calabria, incontra la segreteria provinciale il 13 novembre, a due giorni dalla riunione del Comitato Politico Federale.

Unici segnali pubblici di confronto tra il partito e il proprio consigliere, dopo la durissima lettera del primo ottobre.

Poi, il nulla.

Come se non fosse un preciso dovere della politica, investita di responsabilità primarie dal popolo sovrano, tutelare ogni interesse della collettività e rispettare, con coraggio e rigore, il mandato dei cittadini che, a Reggio Calabria, hanno voluto che il centrosinistra sedesse al posto dell’opposizione.

E, invece, tutto si riduce alle poche righe della lettera, riservata e interna, di Demetrio Delfino, il più giovane dei consiglieri di centrosinistra.

Quella lettera che si conclude con i “saluti comunisti” del consigliere comunale al proprio segretario provinciale e che rappresenta l’ultimo rantolo di una parte della (presunta) opposizione di Palazzo San Giorgio.


Focus sul centrodestra
Ma, dicevamo, se Atene piange Sparta non ride di certo; ed allora i mal di pancia che il centrosinistra, come sempre, non riesce a gestire privatamente sono tipici anche del centrodestra che, però, i panni sporchi riesce quasi sempre a lavarli in famiglia.

Il fatto è che, anche nel Pdl, come nel Pd, l’unità di misura temporale per poter pervenire a scelte, cambiamenti pare sssere il lustro.

Nulla è cambiato, anche qui, dall’estate scorsa, se non l’acuirsi delle lotte intestine.

Allo stato attuale il Pdl in Calabria è, più o meno, una finzione politica; di gruppi unici non c’è traccia, ma, soprattutto, di coordinatori nemmeno a parlarne.

Dalla poltrona di numero uno regionale a scendere verso gli scranni provinciali e comunali la musica è sempre uguale e la parola d’ordine una sola: immobilismo.

Troppe caselle devono andare a posto, troppe aspettative devono omogenizzarsi tra di loro, troppe aspettative diffuse attendono risposta. Una risposta che, fatalmente, per molte di queste avrà il sapore della delusione.

C’è chi ambisce alle cariche direttive in virtù di ruoli politici già ricoperti e chi, invece, sottolinea che proprio questo presente/passato sia ostativo al coordinamento di alcunchè.

Ma i problemi del Pdl non finiscono sul piano dei nomi; quando si capirà che un’organizzazione è necessaria, ai fini dell’azione politica, ma anche della credibilità, sarà una bella grana riuscire a trovarsi d’accordo sulla gestione delle “poltrone”, con le due anime del Popolo della Libertà, Forza Italia e Alleanza Nazionale, che si sentiranno parimenti legittimate, ciascuna per sè, a reclamare i migliori incarichi.

Sì, perchè, se a livello nazionale, e lo dicono i numeri, Forza Italia non teme rivali, a livello regionale, a Reggio Calabria in particolare, e anche in questo caso lo dicono i numeri, la situazione è diversa, opposta: Scopelliti, esponente di Alleanza Nazionale, è riuscito a creare attorno a sè soprattutto, ma anche intorno al partito, un consenso che gli azzurri di FI, per svariati motivi, non sono riusciti a calamitare (vedasi risultati elettorali alle ultime comunali).

E allora quale linea riuscirà a prevalere?

I posti calabresi saranno decisi, come spesso è accaduto in passato, a Roma? Oppure la volontà e l’indirizzo del “popolo sovrano” verrà rispettato?

Saper aspettare, per i Calabresi è una dote innata

Il paese immobile

gennaio 10, 2009

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da http://www.strill.it

Ci sono tanti tipi di paese: i paesi che si affacciano sul mare, quelli di montagna, paesi grandi e paesi piccoli. E ci sono tanti tipi di crisi: la crisi culturale, la crisi delle Istituzioni, politica e magistratura, la crisi dell’economia, la crisi della società che fa sempre il paio con la crisi della legalità.

Ci sono tanti tipi di paese e ci sono tanti tipi di crisi. Barcellona Pozzo di Gotto è un paese.
Un paese in piena crisi.

Barcellona Pozzo di Gotto è un paese di quasi cinquantamila abitanti: non è un paese piccolo, anzi. E’ il centro più popoloso dell’intera provincia di Messina.

PIEDI INCHIODATI

E’ un paese, però, immobile, fermo su se stesso, come se avesse in piedi inchiodati al terreno.
Palazzi lasciati allo stato rustico, decine di strade interrotte che costringono a numerose deviazioni, anche per percorrere poche centinaia di metri.

Qualcuno dice che l’urbanistica di un luogo sia la cartina di tornasole per verificare il livello culturale (nel senso più ampio possibile) del luogo stesso. Ecco, l’aspetto di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, rispecchia perfettamente l’humus culturale di gran parte dei suoi abitanti: ristretto. Tutti chiusi in un involucro, difeso da un muro di gomma, contro il quale è impossibile non rimbalzare.

Gli eventi in ricordo di Beppe Alfano, assassinato l’8 gennaio del 1993, sono l’occasione per verificare, in maniera empirica, quanto sia rimasta immobile, nell’arco di sedici anni, Barcellona Pozzo di Gotto. I manifesti che “pubblicizzano” gli eventi in ricordo di Alfano sono pochi, alcuni anche strappati. Così com’è poca, pochissima, è la gente che partecipa ai dibattiti, agli incontri, della giornata: alcune decine, forse un centinaio, tra mattina e pomeriggio, in un paese che conta quasi cinquantamila abitanti.

SCELTE

Dal punto di vista culturale, il dato più sconfortante arriva, però, dal mondo giovanile: sono pochissime le scolaresche che aderiscono alla giornata del ricordo, mentre gran parte dei presidi di Barcellona negano il permesso di assistere agli incontri. Chi vorrà farlo autonomamente, da “disertore”, dovrà collezionare un’assenza sul registro: è una scelta che non fa quasi nessuno.

Una scelta coraggiosa la fa, invece, Chiara Siragusano, 17 anni. Decide di prendere le redini del primo movimento antimafia di Barcellona Pozzo di Gotto: raccoglie alcune adesioni. Non moltissime, ma è già qualcosa: i tempi difficili arriveranno, ma, per vedere l’alba bisogna, necessariamente, superare la notte buia.

LE VICENDE COMUNALI

Il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, il 4 gennaio, concede, sul proprio sito ufficiale,  poche righe a Beppe Alfano. Lo stesso Comune dedica una piazza ad Alfano: prove tecniche di redenzione.

Quello stesso Comune che, per diverso tempo, ha rischiato di essere sciolto, come è capitato a quello di Terme Vigliatore, grazie alle denunce coraggiose del professor Adolfo Parmaliana. L’ex ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha cincischiato troppo, però. A lungo, la relazione della commissione d’accesso, è rimasta sul tavolo del responsabile del Viminale dell’ultimo governo Prodi, prima che il prefetto di Messina, Stefano Scammacca, optasse per il “non scioglimento”.
E questo, nonostante il coinvolgimento di alcuni membri della Giunta in inchieste giudiziarie e le dichiarazioni rese dal Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, che, il 13 febbraio del 2007, al cospetto della Commissione parlamentare antimafia, ebbe modo di affermare che era “stata la magistratura, a seguito di alcune indagini, a rilevare alcuni fatti di una certa gravità ed a trasmettere una richiesta di accesso ispettivo al comune di Barcellona Pozzo di Gotto da parte del prefetto di Messina”.

PREFETTO PERFETTO

Niente da fare: il prefetto Scammacca suggerisce al ministro Amato di lasciare tutto com’è. Scammacca, commissario straordinario, a partire dal 1993, di S. Giovanni la Punta, cittadina a monte di Catania nella quale Scammacca a lungo aveva abitato e la cui amministrazione era stata sciolta per mafia. In quell’occasione il dottor Scammacca crea, per farsi collaborare nelle scelte amministrative, una “consulta cittadina”, all’interno della quale personalmente inserisce l’imprenditore multimiliardario Sebastiano Scuto. Con quest’ultimo Scammacca instaura anche rapporti di frequentazione personale, allargata anche alle rispettive mogli.

Scuto, nel 2001, finisce in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma questa è un’altra storia.

PAESE VECCHIO

La nostra storia è quella di Barcellona Pozzo di Gotto e il sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto si chiama Candeloro Nania ed è adesso al secondo mandato, avendo prevalso sugli avversari, con il 56,5% dei voti, nel 2007. Il vero capolavoro lo fece, però, nel 2001, quando fu eletto con l’81% dei consensi. In entrambi i casi, la sua candidatura è stata appoggiata da Domenico Nania, attuale vicepresidente del Senato e segretario regionale di Alleanza Nazionale.

Domenico Nania e Candeloro Nania sono cugini.

Il senatore Nania, anch’egli barcellonese, si spende continuamente per il proprio paese natio: Barcellona Pozzo di Gotto, che dista trentasette chilometri da Messina, ha due corsi distaccati dell’Università del capoluogo e circa 200 studenti. Una sede pagata dal Parlamento, che, nel 2003, approva una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario è il senatore del Popolo delle Libertà, Domenico Nania.

Un modo per far crescere il paese. Per ringiovanirlo.

Barcellona Pozzo di Gotto, tra le altre cose, è un paese destinato a invecchiare precocemente. Un paese nel quale per i giovani non c’è, non potrà esserci, futuro. E’ un paese dove non esiste nemmeno un pub per bere una birra in compagnia.

L’unico circolo ricreativo, non per giovani, è la Corda Fratres, un circolo fra i cui soci hanno militato insieme Domenico Nania, il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca (anch’egli barcellonese), Rosario Cattafi, estremista di destra in gioventù, legato a Pietro Rampulla (l’artificiere della strage di Capaci) in età adulta, il giudice Cassata, promotore del circolo, attuale procuratore generale di Messina, il capomafia Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva, in qualità di mandante, per l’omicidio di Beppe Alfano.

La Corda Fratres: una congrega di vecchi amici.

GIUDICI & C.

Si diceva all’inizio che Barcellona Pozzo di Gotto esistono tutte le crisi possibili: oltre a quelle già brevemente raccontate la più preoccupante sembra essere quella della magistratura.

Partiamo dal giudice Cassata, promotore della Corda Fratres.

Dal maggio del 2008 è procuratore generale presso la Corte d’Appello di Messina, dopo aver ricoperto, dal 1989 il ruolo di sostituto procuratore presso lo stesso ufficio. Le frequentazioni “particolari” del dottor Cassata cominciano nel 1974, quando è protagonista di un viaggio in auto a Milano in compagnia del boss Pino Chiofalo. Oltre alla frequentazione con Gullotti presso la Corda Fratres, ma non solo, Cassata è avvistato, nel 1994, da due carabinieri, mentre conversa in strada con la moglie proprio del boss Gullotti. Il dottor Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla Regione Siciliana e da enti locali, quali il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la Provincia regionale di Messina, che operano nel territorio del proprio ufficio giudiziario.

Cassata è sodale del sostituto procuratore di Barcellona, Olindo Canali, che, insieme al luogotenente della Guardia di Finanza, Santi Antonio Pino e all’appuntato dei carabinieri Antonino Granata, intrattiene rapporti con Salvatore Rugolo, medico, ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese, una “cerniera” tra gli ambienti criminali e gli ambienti istituzionali. Salvatore Rugolo è figlio di Francesco Rugolo, ucciso nel 1987 nel quadro della guerra di mafia tra barcellonesi e chiofaliani, allorquando era ritenuto il capo indiscusso della mafia barcellonese ed è il cognato del boss Giuseppe Gullotti.

Su queste strane amicizie, su questi inquietanti intrecci, indaga, qualche anno fa, un giovane sostituto procuratore, De Feis che, però, ben presto riceve delle pressioni da parte di Franco Cassata, sostituto procuratore generale della Corte di assise e d’appello di Messina, da parte di Rocco Sisci, procuratore capo del tribunale di Barcellona, e dallo stesso Olindo Canali, che nonostante gli elementi compromettenti emersi a suo carico, sarebbe stato informato più volte proprio da Sisci, affinché le indagini venissero bloccate, insabbiate.

De Feis si ribella, racconta tutto ai carabinieri che svolgono le indagini. Ma il suo destino è segnato: dell’indagine non si sa più nulla, mentre sia il sostituto procuratore De Feis, sia il capitano dei carabinieri, che indagavano sul caso, Cristaldi, sono trasferiti.

Se nel resto del mondo tutto scorre, a Barcellona Pozzo di Gotto tutto resta immobile, compresi gli uomini di potere.

E’ sull’immobilismo che poggia la corruzione e il malaffare.

Barcellona: un paese immobile. Immobile come i suoi palazzi disastrati, privi di facciata. Quella facciata di posto tranquillo, sano, che la città vorrebbe mantenere.

Ma, ormai, non ci crede più nessuno.