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Scuoiati. Vivi. Ma a norma di legge

dicembre 3, 2008

volpe

di Maria Teresa D’Agostino – “Questa pelliccia è di animale non protetto dalla Convenzione di Washington e perciò perfettamente a norma di legge”.

Un cartellino su uno dei tanti capi d’abbigliamento che invadono le vetrine dello shopping natalizio. L’etichetta “anti-barbarie”.

Un marchio etico. Una garanzia.

L’animale scuoiato vivo per essere trasformato in vestiario non appartiene alle specie protette perché minacciate d’estinzione ed elencate dalla normativa CITES (Convention of International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) 338/97. La pelliccia non sarà, quindi, di tigre o di leone e neppure di orso o panda. Neanche di giaguaro o scimpanzè. E vista la scrupolosità dei produttori, probabilmente, possiamo ritenere che non si tratti nemmeno di pelo di cane o di gatto, perché l’Italia è stato il primo paese europeo, nel 2004, a decretarne il bando, mentre l’UE ha deciso il divieto di importazione e commercio di pelli di questi animali (sottoposti a migliaia per le strade di Pechino a un’orribile uccisione) con ordinanza in vigore dal 1 gennaio del 2009. Possiamo presumere che pure i poveri cuccioli di foca, massacrati a colpi di bastoni e uncini sui ghiacciai del Canada, non rientrino negli impieghi delle solerti aziende, visto l’altro opportuno divieto italiano. Nessun animale protetto, quindi. Animale “protetto”. Suona come una contraddizione, un’antitesi, un ossimoro, quasi, in tempi in cui regna sovrana l’indifferenza verso tutti gli esseri viventi.

Ma questo sarebbe un altro discorso.

Nessun felino in via d’estinzione, comunque, è finito su quel capo così esaustivamente etichettato. Nessun pastore tedesco o gatto persiano.

Nessun piccolo di foca dagli occhi scuri e atterriti. Solo volpi, visoni, conigli, scoiattoli, agnellini. E tanti altri. Solo allevati per questo. Per impazzire dentro gabbie esposte al vento e al freddo perché il manto si faccia più folto. Per circa sette mesi di ossessivi gesti frenetici e senza sbocco: ripercorrendo di continuo lo spazio esiguo come a cercare un varco, poi aggrapparsi alle sbarre e mordersi la coda e poi da capo, ancora. O pure fuori dalle gabbie, allevamento “a terra”, per un ciclo di vita comunque innaturale. Per sentire l’istinto richiamare ataviche gioie. Boschi, frutti succosi, libertà. Sette mesi, poi un colpo alla nuca o una scossa elettrica o una camera a gas. Un’agonia lentissima e impietosa, perché il prezioso mantello possa essere strappato via ben prima che la morte ne pregiudichi morbidezza e brillantezza. Nudi, alla fine.

E un coraggioso operatore – svizzero, se ben ricordo – riuscì a filmare un procione che, ormai privo del manto, aveva tuttavia la forza per sollevare il capo e guardare la telecamera. Nudi e ammassati come in orride fosse comuni, mentre il cuore batte ancora, a volte per minuti interminabili, cinque, dieci. Allevati per divenire “cosa”. Nati per essere “cosa”. Scuoiati. Vivi. Ma a norma di legge.