Posts Tagged ‘antimafia’

Parlando di una rivoluzione

gennaio 5, 2010

Sul luogo sono arrivato per primo, appena venti minuti dopo l’esplosione. E quasi quasi finivo tra i sospettati. E’ un orgoglio (forse eccessivo) per me dire di aver scritto alle 5:36, in anticipo di almeno tre ore rispetto al resto d’Italia, dell’attentato alla Procura Generale di Reggio Calabria.

Insomma, seguo la vicenda dall’inizio e continuerò a seguirla.

A distanza di tre giorni sono preoccupato. Sono preoccupato perchè la ‘ndrangheta mai, a Reggio Calabria, si era spinta così in alto, attaccando direttamente lo Stato. In Calabria la criminalità organizzata ha sempre scelto una strategia del silenzio, a differenza di quanto accaduto in Sicilia: la carica più alta assassinata in Calabria è Franco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale. E parliamo di storia relativamente recente, essendo il fatto dell’ottobre del 2005.

Adesso, però, qualcuno, tra i denti, paventa un cambio di strategia.

E io, dicevo, ho paura. Ho paura che Reggio possa ripiombare in un clima da coprifuoco: come il clima che si respirava tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, durante la seconda guerra di mafia. Ero piccolo, ho vissuto solo in parte quei tempi.

Adesso sono un po’ più grande. Più grande per capire che gli arresti effettuati negli ultimi mesi, da Pasquale Condello a Giuseppe e Paolo De Stefano, hanno sicuramente colpito le cosche, ma non le hanno sconfitte.

Insomma, non vorrei che la ‘ndrangheta ricominciasse a uccidere per dimostrare di essere viva.

L’attentato alla Procura Generale è, di certo, un fatto di inaudita gravità: e Reggio, per la prima volta, ha risposto per ben due volte, con due sit-in nello spazio di due giorni. Niente di eclatante, a Piazza Castello non c’era di certo il pienone.

Ma è già qualcosa.

E’ sottointesa la mia incondizionata solidarietà ai giudici, ma Reggio dovrebbe scendere in piazza ogni giorno, perchè ogni giorno i cittadini, soprattutto coloro i quali gestiscono attività commerciali, risultano vittime dello strapotere mafioso.

Ecco, se dovessi fare un augurio tardivo a Reggio Calabria, per questo 2010 cominciato in maniera pessima, direi questo: sarebbe bello se l’attentato alla Procura Generale, fortunatamente senza feriti, fosse l’inizio di una rivoluzione. Ma le rivoluzioni non si fanno con i sit-in, con le passerelle, dove un po’ tutti fanno carte false per essere intervistati, ma si fanno con il comportamento quotidiano.

Indipendentemente se, nel mirino delle cosche ci sia un magistrato che, giustamente, vive con cinque uomini di scorta al proprio fianco, o un “povero cristo” che la sera rientra a casa da solo, nel silenzio.

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Agenda – Reggio Calabria: “La legalità, una lotta Comune”

agosto 10, 2009

Carissimi lettori, sono lieto di annunciarvi che stasera, alle ore 19, a Piazza Duomo, in occasione del terzo meeting antimafia, “Legalitalia”, promosso dal movimento Ammazzateci tutti e dalla Fondazione Antonino Scopelliti modererò il meet-cafè dal tema “La legalità, una lotta Comune”.

Interverranno Antonino Iannazzo, sindaco di Corleone, Vittorio Mete, ricercatore e saggista che ha curato diversi lavori sullo scioglimento delle Amministrazioni Pubbliche e Michele Tripodi, assessore alla Legalità della Provincia di Reggio Calabria.

Vince il silenzio, vince la ‘ndrangheta

gennaio 31, 2009

ndrangheta1

Avevo dedicato il primo post dell’anno alla situazione economica critica, in cui versava la “Voce di Fiore”, movimento antimafia, voce libera nel panorama calabrese oppresso dalla ‘ndrangheta. C’era tempo fino al 31 gennaio per raccogliere i fondi necessari per riaffermare i concetti sani di una Calabria che vuole reagire al malaffare. Oggi è il 31 gennaio e la raccolta per i fondi necessari a far sopravvivere “la Voce di Fiore” non ha dato gli esiti sperati: sono stati raccolti 6.470 euro e ne mancano ancora 3.530 (in calce troverete il link all’interno del quale potrete avere tutte le informazioni per fare una vostra donazione).

Ecco il comunicato diffuso dal movimento “la Voce di Fiore”:

Avevamo scritto da principio le ragioni del nostro appello: disavanzo di 10.000 euro e necessità di recupero per continuare. Lo avevamo chiarito.

Avevamo reso pubblico il nostro bilancio e aggiornato puntualmente lavocedifiore.org e ndrangheta.it, rispetto alle donazioni ricevute.

Avevamo chiesto contributi liberi, anche di soli 5 euro, anzitutto per un fatto ideologico e politico, in senso nobile.

Primo, contano le piccole azioni; quando convinte, compiute per adesione a un progetto collettivo.

Secondo, avevamo inteso “misurare” la nostra credibilità e rettitudine, la nostra capacità di dare concrete speranze a una società repressa, in cerca di giustizia, colpita, offesa, affannata; vacillante ma possibilista. Consapevoli che dall’altra parte, in Calabria, c’è chi controlla, chi fa la conta delle adesioni e le liste di proscrizione: l’elenco dei sostenitori di “la Voce di Fiore”.

Avevamo voluto capire quanto incidono cultura, informazione e parola, in Calabria. Dove la politica è, insieme alla ’ndrangheta, l’azienda leader, che provvede imponendo il proprio arbitrio: una legge al di là della Legge, spesso impotente, cancellata e perfino derisa.

Avevamo stabilito un limite, per raggiungere la cifra considerata, conti disponibili a chiunque, quale “obiettivo minimo di sopravvivenza”. E questo limite lo avevamo prorogato, indicandone i motivi, persuasi d’arrivare al pareggio (siamo, purtroppo a -3.530 euro) e pronti a rimettere le nostre misere risorse per iniziative sul territorio, in Calabria. In merito alle quali avevamo coinvolto lettori e sostenitori in un aperto dibattito in rete.

Siamo andati via dalla Calabria, ma solo fisicamente. Avremmo potuto guardare ai fatti nostri, inseguire soltanto il sogno, legittimo, d’una realizzazione professionale, sociale, personale. In tempi di precarietà esistenziale e lavorativa, di orizzonti oscurati dalla crisi globale: morale, politica e finanziaria. In tempi di enormi limitazioni al progetto individuale e collettivo. Eppure, malgrado la battaglia di sopravvivenza quotidiana, propria d’ogni italiano onesto – l’eroe Giovanni delle Bicocche del rapper Caparezza -, abbiamo coerentemente anteposto le necessità della nostra terra, la Calabria, alle aspirazioni personali. Senza per questo sentirci unti, latori d’una qualche sapienza messianica.

Avevamo messo sul sito il pdf del nostro libro, “La società sparente” (Neftasia, Pesaro, 2007), scaricabile gratis. Il quale, oltre a spiegare la subordinazione della società calabrese, contiene l’elenco dei consiglieri regionali inquisiti e dei rispettivi reati ipotizzati (nel capitolo Lumen gentium: la lista dei presunti, degli assunti e dei consunti); racconta le vicende dell’inchiesta Why not e i rapporti di potere in gioco, assieme alla battaglia civile per la giustizia, condotta, da Catanzaro in poi, da movimenti e cittadini liberi. Ad oggi, 31 gennaio 2009, registriamo 3461 download da “la Voce di Fiore”. Ma il testo è disponibile in formato elettronico anche su diversi blog. Si possono ipotizzare, dunque, che ne siano state diffuse almeno 5.000 copie elettroniche.

Avevamo rappresentato la necessità delle vie legali per recuperare i diritti d’autore di “La società sparente”, che sarebbe morto, se non fosse stato diffuso su Internet.

Non avevamo chiesto compensi né offerte per il volume, obbligati a pubblicarlo su Internet per via della sua manifesta irreperibilità, di cui s’era occupato il giornalista Roberto Galullo in una puntata (21 gennaio 2009) della trasmissione “Un abuso al giorno, toglie il codice d’intorno”, in onda su “Radio 24”.

Come raccontato dal lettore Giancarlo Contu, di Genova, l’ordine del libro non viene evaso, e l’acconto è restituito dalla libreria. All’ultimo terminale di vendita, anche secondo altri lettori, il libro non risulterebbe esserci. L’editore Neftasia non è più rintracciabile e ci aveva mandato una mail, comunicando la chiusura degli uffici fino al temine di febbraio (2009).

Avevamo riferito del nostro isolamento e delle minacce e azioni legali subite dall’uscita del libro. Avevamo cercato in ogni modo, scrivendo a tutte le redazioni giornalistiche e a Beppe Grillo, di rendere pubblica la nostra storia. Storia di utopia e persecuzioni; piccola storia di voci che non vogliono tacere, ma che il sistema culturale italiano, forse prima che la ’ndrangheta, ha saputo confinare e abbandonare alla psicologia dei perdenti. Non ci interessavano celebrazioni per televisione o colonne di quotidiani, di settimanali o periodici di élite intellettuali. Ci importava solo che passasse l’immagine della Calabria nel racconto di suoi figli addolorati e costretti alla fuga. Perché questa terra si interpreta unicamente tramite i servizi di cronaca di morte, di cronaca giudiziaria; spesso realizzati da chi arriva, fotografa e torna a casina, al Nord. Ci importava che passasse l’appello alla denuncia civile in ogni angolo della provincia italiana, ormai neppure luogo di ricerca letteraria.

Abbiamo dato questa immagine – d’una “Calabria che brucia”, come nel titolo d’un bellissimo saggio dell’antropologo Mauro Minervino – ed esortato alla scrittura di libri sulle emergenze democratiche locali, nei nostri 20 minuti alla manifestazione “Difendiamo la democrazia e la legalità costituzionale” (Roma, Piazza Farnese, 28 gennaio 2009).

Ed è proprio con questo spirito, utopistico sino all’estremo, che abbiamo contribuito alla causa dell’antimafia; che dovrà proseguire nella ricerca della verità e dovrà rappresentare l’alternativa culturale, prima che politica, al vuoto cosmico prodotto e diffuso dalla finzione televisiva. Costruita per sovvertire princìpi e valori, impoverire il pensiero e il linguaggio, abituare alla contemplazione del proprio successo mediatico, distruggere i contenuti, uniformare le coscienze, i desideri, gli universi individuali.

In queste ore, stiamo ricevendo messaggi di incredulità, rispetto all’imminente chiusura di “la Voce di Fiore”. Parole di incoraggiamento, finanche di mortificazione, come quelle di un breve commento su Facebook del testimone di giustizia Pino Masciari. Già gravato, nonostante il suo senso dello Stato, da pesanti problemi di sicurezza personale. Molte persone ci sono state e ci sono vicine, ma questo non è bastato.

Salvatore Borsellino venne in tribunale, a Cosenza, all’udienza d’appello riguardante la richiesta di sequestro di “La società sparente”. I giudici non lo fecero parlare, ritenendo inutile una sua testimonianza, ma senza ascoltarlo. Da ultimo, fummo condannati a una forma di autosequestro, con l’obbligo di acquistare le copie rimanenti nelle edicole e librerie dell’area di provenienza dell’attore, poi soccombente in ambito penale.

Per ogni cosa servono soldi. Anche per le iniziative dal basso, che sono quelle per cui ci siamo impegnati, senza alcuna brama di clamore.

Le mobilitazioni, l’aggregazione, l’informazione e l’ingegneria sociale costano. Tempo, energie, denaro.

Con una piccola somma, avevamo sovvenzionato dei giovani per uno spettacolo di impegno civile, andato in scena a Castrovillari il 14 dicembre scorso. Muta la stampa, nonostante due straordinari interventi di Gianni Vattimo e Salvatore Borsellino.

Lo avevamo fatto perché l’emancipazione dalla ’ndrangheta passa anche – e forse soprattutto – per i progetti culturali nei comuni. Perché gli interventi dal basso sono efficaci nel lungo periodo; anche in considerazione dell’urgente bisogno di modelli costruttivi, largamente avvertito. Le mafie, e la politica della “Casta”, non possono continuare a rappresentare riferimenti assoluti né apparire in una dimensione quasi epica, in quanto comunque vincenti.

Avevamo organizzato il Festival Internazionale della Filosofia in Sila, per due anni. Investendo modeste competenze e risorse personali, prima che ci silurassero, ritenendoci i mandanti, per gli interventi di Marco Travaglio e Aldo Pecora su Nicola Adamo, allora vicepresidente della giunta regionale calabrese, “fresco” d’avviso di garanzia. All’edizione del 2008, liberatisi della nostra ingombrante presenza, lor signori hanno invitato a parlare un pensatore gran maestro onorario del Goi.

Di cose ne abbiamo fatte, e sempre dal basso, accettando critiche e opinioni differenti, sul nostro sito; con cui, non riuscendo più a pagare le spese, avevamo sostituito la versione cartacea di “la Voce di Fiore”.

Che cosa dimostra il mancato pareggio del disavanzo, pur esistendo su Facebook un gruppo di sostegno che conta quasi 900 membri? Che cosa dimostra il fatto, nonostante l’impegno di tantissimi amici, che per la nostra causa hanno mobilitato persone, gruppi, associazioni? Che cosa dimostra lo scarsissimo interesse da San Giovanni in Fiore (Cosenza), nostra città di origine?

Adesso, non ci resta che chiudere. Ringraziando tutti coloro che ci hanno dato fiducia, che ci sono stati vicini, che ci sono venuti incontro. Con donazioni, partecipazione, attenzione; riprendendo il nostro appello su blog, forum, pagine Facebook, emittenti, testate, scrivendo e-mail agli amici, andando in giro a raccogliere fondi. Grazie di cuore.

Per sette giorni, a decorrere dal primo febbraio 2009, “la Voce di Fiore” resterà con questo solo testo presente in home page. Attenderemo di conoscere l’esito della raccolta, che renderemo pubblico, perché sappiamo che ci sono dei bonifici in arrivo – coi loro tempi tecnici.

Quindi, i siti lavocedifiore.org, ndrangheta.it, lasocietasparente.blogspot.com ed emigrati.it, che costituiscono la rete del nostro laboratorio culturale antimafia, saranno oscurati.

Con questa scelta, forse manteniamo ancora una speranza che si possa raggiungere l’”obiettivo minimo di sopravvivenza”, non potendo escludere a priori, l’arrivo di ulteriori donazioni. Certamente, non rivolgeremo ulteriori appelli e, in ogni caso, come “la Voce di Fiore” realizzeremo un’ultima iniziativa, in Calabria, legata all’emancipazione dalla ’ndrangheta.

I giovani della rete di “la Voce di Fiore”

Clicca qui per aiutare la Voce di Fiore

Eppur si muove

gennaio 12, 2009

reggiocomepalermo

La notizia l’avete già letta sia su strill.it, sia sul blog di Antonino Monteleone.

Sono passati alcuni giorni da quando, sui muri di Reggio Calabria, sono apparsi i manifesti antiracket “Reggio come Palermo”.

E’ giunto il tempo di riflettere.

Il racket, le estorsioni, l’usura, sono attività di vitale importanza per le cosche per due motivi.

1) Per l’introito economico, ovviamente.

2) Perchè permettono, alla criminalità organizzata, di mantenere il controllo (nel senso letterale del termine) del territorio.

Nelle ultime due settimane abbiamo assistito ad alcune cose che possono farci sperare, ma, soprattutto, devono innescare, necessariamente, un moto d’orgoglio generale, collettivo.

30 dicembre: la Guardia di Finanza arresta Giuseppe Filice, già condannato per associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti Filice estorceva denaro per conto del clan Barreca, operante a Pellaro, rione a sud di Reggio Calabria.

L’arresto di Filice assume notevole importanza perchè arriva in seguito alla denuncia delle vittima, un imprenditore taglieggiato che ha avuto il coraggio di denunciare. L’imprenditore è stato, di recente, incoraggiato, attraverso i giornali, da una lettera inviata dal prefetto di Reggio Calabria, Franco Musolino.

Poi, a gennaio, l’imprenditore Nino De Masi riprende la propria battaglia: si apre il processo d’appello ai tre grandi istituti di credito Bnl, Antonveneta e Banca di Roma e ai suoi manager, Luigi Abete, Dino Marchiorello e Cesare Geronzi, alla sbarra per il reato di usura.

Il capolavoro, però, lo realizza, a Lamezia Terme, Rocco Mangiardi che, in aula, nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Progresso”, rendendo palese la propria faccia, ma, soprattutto, il proprio coraggio, punta il dito e riconosce il proprio estorsore: Pasquale Giampà, 42 anni, figlio di Francesco, detto il “professore”, da tempo in galera, ritenuto a capo dell’omonima cosca.

Alcuni giorni fa, a Reggio Calabria, infine, la manifestazione, al momento anonima, dei manifesti.

Ha ragione Salvatore Boemi quando dice che “è ora che lo stadio cominci a tifare”.

C’è una parte buona, sana e coraggiosa della Calabria.

E’ nascosta.

E’ compito di tutti trovarla e farla uscire fuori.

C’è chi sta peggio di noi

gennaio 9, 2009

Quella di ieri è stata una giornata lunga, ma molto interessante.

Partiti all’alba, io e Antonino Monteleone, siamo rientrati a Reggio alle tre di notte.

Un’intera giornata a Barcellona Pozzo di Gotto per commemorare la figura di Beppe Alfano, a sedici anni dal suo omicidio.

Un ricordo ovattato dal menefreghismo dei barcellonesi: poca, davvero, poca gente sia la mattina, presso l’Oratorio salesiano, sia in chiesa, il pomeriggio. Un po’ meglio la sera, quando i nomi di Gioacchino Genchi, Carlo Vulpio e Antonio Ingroia hanno attirato maggiore attenzione.

La cronaca, secca, della giornata, la potete leggere qui. 

Ho avuto modo di conoscere nuove persone, tra le poche, purtroppo, che credono in qualcosa a Barcellona Pozzo di Gotto.

Sì, perchè lì sono ridotti davvero male. E, a tal proposito, presto potrete leggere sia su strill.it, sia qui sul blog, un dossier/reportage piuttosto significativo.

Una realtà fatta di indifferenza, connivenze, anche con i poteri forti, una realtà oppressa da un’atmosfera negativa, quella che si respira a Barcellona Pozzo di Gotto, un paese di quasi cinquantamila abitanti, a metà tra Gioia Tauro, la Locride e la Reggio degli anni ’90.

C’è chi sta peggio di noi, insomma.

Nel corso dei lavori mattutini ho anche avuto modo di parlare per qualche minuto alla platea. Di portare una piccola testimonianza.

Se dovessi riuscire a rintracciare il video del mio intervento, ve lo proporrò sicuramente.

In ricordo di Beppe Alfano

gennaio 8, 2009

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Tra 32 giorni avrò 23 anni. Sono un giornalista.

Sono un giornalista che ha sempre voluto fare il giornalista. E il mio modello (tutti abbiamo almeno un modello) non è mai stato Indro Montanelli, e nemmeno Enzo Biagi, nè Travaglio o Santoro.

Tutti professionisti che stimo.

Il mio modello è sempre stato Beppe Alfano, giornalista, di quelli veri.

Era corrispondente del quotidiano catanese, La Sicilia, lo stesso quotidiano che, adesso, concede diritto di parola a Vincenzo Santapaola, condannato a tredici anni di reclusione per estorsioni, rapine, traffico di sostanze stupefacenti. Figlio del più famoso boss Nitto Santapaola.

Beppe Alfano aveva denunciato più volte gli affari criminali delle cosche di Barcellona Pozzo di Gotto. Insegnava educazione tecnica e il giornalista lo faceva “solo” per passione. Era questa la sua forza: la passione per la giustizia e per la legalità.

L’ho sempre ammirato tanto per questo.

Beppe Alfano è iscritto dal Movimento Sociale Italiano, è un uomo di Destra. Di una certa Destra, non dell’attuale partito della pagnotta, che ha lasciato, per ovvi motivi, l’esclusiva della lotta alla mafia alla sinistra.

L’ho sempre ammirato tanto anche per questo.

E’ stato ucciso perchè era bravo, perchè era onesto e perchè era caparbio.

Storie di donne, di debiti.

All’inizio si diceva questo.

No, Beppe Alfano l’ha ucciso la mafia.

Oggi sarò a Barcellona Pozzo di Gotto per ricordare, per parlare, per confrontarmi con quanti vorranno farlo. A sedici anni, era l’8 gennaio del 1993, dall’omicidio di Beppe Alfano.

Lottiamo per salvare la Voce di Fiore

gennaio 1, 2009

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Mi giunge una richiesta da Francesco Saverio Alessio. Una richiesta che soddisfo con piacere anche se, ovviamente, la situazione mi rattrista estremamente.

La Voce di Fiore è un laboratorio culturale antimafia, uno di quei movimenti sani, veri, che lottano, giorno dopo giorno, per ristabilire la legalità nella nostra terra, la Calabria, partendo dal livello più importante: quello culturale.

La Voce di Fiore rischia di chiudere: potete leggere qui l’ultimo appello per salvare un movimento di inestimabile importanza per l’intera regione. Una delle forze del bene che si contrappongono, apertamente e con coraggio, alle forze oscure della ‘ndrangheta, della criminalità, del sopruso, del malaffare. Della morte.

Ma, adesso, a rischiare di morire è la Voce di Fiore e questo noi, tutti, dobbiamo impedirlo. Dobbiamo impedirlo perchè, per ogni giusto che non può più parlare, urlare, la ‘ndrangheta raccoglie una nuova vittoria e si rafforza.

La ‘ndrangheta è un’associazione a delinquere. Solo associandoci, tutti insieme, condividendo il percorso dell’onestà e del coraggio potremo avere concrete speranze di sopravvivere e di vincere.

Da soli si è più vulnerabili e, quindi, più deboli.

C’è tempo fino al 31 gennaio per sostenere, con un piccolo contributo, la Voce di Fiore.

Sostenendo la Voce di Fiore si sostiene la lotta alla ‘ndrangheta:

La Ndrangheta, quella con la maiuscola, ha vinto. Per ora. Come si poteva prevedere.

Ha vinto l’indifferenza, ha vinto il menefreghismo, ha vinto lo scetticismo esibito alla bisogna. Ha vinto il silenzio, ha vinto l’ordine naturale delle cose. Effetto della recessione o volontà di far morire un’attività antimafia leale ed effettiva?

Avevamo chiesto un sostegno per “la Voce di Fiore”, laboratorio culturale antimafia e testata on-line che dal 2004 segue i più deboli e, con iniziative e denunce pubbliche, la causa dell’emancipazione della Calabria, regione in cui i fondi europei sono scomparsi, l’emigrazione prosegue a ritmo spaventoso, le prospettive di legalità e sviluppo dipendono in qualche modo dalla reazione civile di poche coscienze vigili, prive di mezzi e protezione.

Lo avevamo fatto con onestà e col cuore, esibendo il nostro bilancio, pubblicando il nostro disavanzo da recuperare e un libro su ‘ndrangheta e politica divenuto stranamente irreperibile, “La società sparente” (Neftasia, Pesaro, 2007) – testo politico, nel senso più vero del termine, sulla formazione del consenso in Calabria, sulle sorti delle inchieste di Luigi De Magistris e su azioni concrete per fermare la sparizione dei calabresi, distribuendo produttivamente le risorse. Ci eravamo rivolti ai lettori e a quanti condividono la necessità di mantenere forme di opposizione, legittima e democratica, rispetto al dominio dei potenti, malavitosi, colletti sporchi, politici, collusi.

Avevamo domandato un contributo, anche piccolo, che ci consentisse di andare avanti, di proseguire nel nostro lavoro (volontario) di inchiesta, sensibilizzazione, formazione; nella nostra opera, anzitutto culturale, di produrre aggregazione e coesione attorno ai temi e ai bisogni della legalità e della giustizia.

Avevamo utilizzato gli strumenti più accessibili – e liberi – di cui possono disporre giovani animati da passione civile, senso della cosa pubblica, sete di verità: Internet, la posta elettronica, i social network. Di fatto, una risposta al nostro appello c’è stata, significativa e commovente. Da parte di giovanissimi, di persone che ci conoscono e da parte di chi, leggendoci, ci ha ritenuto onesti, motivati, obiettivi, sinceri. Chi ha donato a “la Voce di Fiore” ha sicuramente scelto di stare da una parte; ha deciso di concorrere a una lotta dura, difficile, doverosa, impari. Sull’altro fronte, c’è la ‘ndrangheta dei santisti e l’onorata società di quartiere, l’organizzazione degli affaristi, la politica autoreferenziale che baratta con le mafie e la borghesia dei contigui, di chi trae vantaggio dallo squallore generale in Calabria, dall’omertà, dal sonno delle menti e delle coscienze.

Purtroppo, sin qui abbiamo raccolto meno della metà di quanto ci serve per respirare e organizzarci (10 mila euro), per riattivarci e realizzare altre iniziative a difesa della cosa pubblica contro l’assalto dei soliti predatori, portatori di morte, disperazione, rassegnazione, abbandono.

Il sito di “la Voce di Fiore” rimarrà sino alla fine di gennaio, senza ulteriori aggiornamenti. Dopo di che, se non riusciamo a raggiungere l’obiettivo minimo per continuare il nostro impegno civile contro la Ndrangheta (‘ndrangheta + politica + colletti sporchi), verrà oscurato e non esisterà più, come tutta la nostra rete. Grazie a tutti e buon 2009.

I giovani della rete di “la Voce di Fiore”

A3: citofonare ‘ndrangheta

novembre 21, 2008

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E’ vero che dopo la revoca del certificato antimafia a Condotte S.p.A (poi restituito da una sentenza del Tar) non ci si dovrebbe meravigliare di nulla: Condotte è infatti sorta nel 1880 e nel 2006, tanto per fare qualche numero, ha avuto un giro d’affari di 713 milioni di euro con un utile di 6,9 milioni. Insomma, se anche una ditta come Condotte viene “sfiorata” dal sospetto della connivenza con le cosche non ci si dovrebbe meravigliare se altre ditte, certamente con un capitale più modesto, vengono investite dalla revoca del certificato antimafia.

Per uno come me che in matematica aveva uno, avere paura dei numeri è quasi fisiologico, ma apprendere che ben 31 (trentuno!) ditte operanti sul tracciato della A3 Salerno Reggio Calabria sono state interdette per la revoca del certificato antimafia è davvero inquietante.

Non sorprende, ma inquieta.

Inquieta, ancor di più, perchè appena due settimane fa, circa, degli operai di una ditta impegnata presso Bagnara Calabra sono stati minacciati a suon di lupara.

Del resto, le cosche, con la pretesa di ricevere il famoso 3% sul costo dei lavori, hanno messo lo zampino fin dalla realizzazione del primo metro quadro di asfalto della Salerno-Reggio Calabria.

Ma, dagli anni ’60/’70, quando fu cominciata e ultimata la A3, di tempo ne è passato: ma gli ‘ndranghetisti, si sa, sono tipi abitudinari.

Ecco, con l’ausilo dell’ottima relazione sulla ‘ndrangheta di Francesco Forgione, un piccolo riassunto delle più recenti inchieste con al centro gli eterni (e per questo redditizi, per le cosche) lavori della Salerno-Reggio Calabria:

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,  nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.

L’inchiesta della D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza.

Anno del Signore 2002: ero troppo giovane per occuparmene.

Sull’inchiesta Arca, che invece è molto più recente (estate 2007), so qualcosina in più:

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria  ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.  

Il sindacalista in questione è Noè Vazzana (da qui il nome “Arca”, che mattacchioni!) e sarebbe il personaggio chiave di tutta la vicenda: l’anello di congiunzione tra la legalità e l’illegalità. L’inchiesta si è occupata dei lavori ricadenti nel tratto Mileto-Gioia Tauro. Ci sono cognomi che contano parecchio nell’occ Arca: Bellocco, Pesce, Raso, Piromalli, De Stefano.

Le cosche mettono lo zampino: è ovvio che se 31 ditte vengono interdette ne devono arrivare di nuove a lavorare sul territorio. E questo richiede del tempo.

Ma questo alla ‘ndrangheta sta più che bene.

Facile capire, infatti, perchè le cosche abbiano tutti gli interessi per rallentare il corso dei lavori: più i cantieri rimangono attivi, più soldi entrano nelle casse della ‘ndrangheta. Con buona pace dell’amministratore Anas, Pietro Ciucci che è convinto di ammodernare l’autostrada A3 entro il 2013.

E, mentre attendo l’avvio dei lavori del commissario Boemi e della Stazione Unica Appaltante, devo dire che allora hanno davvero ragione, e con me sfondano una porta già spalancata, gli onorevoli Franco Laratta (Pd) e Angela Napoli (Pdl) quando invocano l’esercito nei cantieri. Da sempre, infatti, sono un fautore della militarizzazione di tutte le zone calde, quali Palermo, Napoli, Catania, ma, soprattutto, la Calabria intera, dove lo Stato, oramai, è costretto a fare (malissimo) la parte dell’infiltrato.

I professionisti dell’Antimafia

novembre 5, 2008

professionisti_antimafia

Finalmente martedì prossimo si insedierà la nuova Commissione parlamentare antimafia, la cui presidenza verrà affidata, presumibilmente, all’ex ministro dell’Interno, Beppe Pisanu.

Prima di giocare un po’, dico subito che poteva andare molto peggio: all’interno della commissione bicamerale ci sono personaggi di ottimo spessore che hanno fatto della lotta alla criminalità organizzata una ferma battaglia nel corso della loro attività politica. Penso ad Angela Napoli e Fabio Granata, del Pdl, penso a Beppe Lumia, che è, sicuramente, il politico che più stimo in Italia, penso agli ex prefetti Luigi De Sena e Achille Serra, del Pd.

Purtuttavia, tra i componenti della commissione c’è anche qualche personaggio un po’ birichino, per svariati motivi.

A cominciare dal probabile presidente, Beppe Pisanu, intercettato insieme con Luciano Moggi, si interessa per il la Torres Calcio. Coinvolto nello scandalo P2; Beppe Pisanu in persona è stato interrogato, l’ottobre 2005, dalla procura di Cagliari: a proposito di un presunto giro di favori nel corso dell’inchiesta sulla maxi-truffa Ranno-Fideuram per corruzione, peculato, truffa e riciclaggio.

C’è poi Alfonso Papa, del Pdl: magistrato napoletano in aspettativa, vicecapo di gabinetto del ministero della Giustizia sotto i ministeri Castelli e Mastella, viene indagato dal Tribunale dei ministri di Roma per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze “facili” insieme allo stesso Castelli e ad altri dirigenti di Via Arenula. Ma si salva dal processo grazie al voto del Senato, che nel dicembre 2007 respinge la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro leghista e dei suoi collaboratori, regalando l’immunità parlamentare anche a quelli che parlamentari non sono. Come, appunto, Papa.

C’è Carlo Vizzini, del Pdl, condannato in primo grado a 10 mesi e salvato dalla prescrizione in appello per il finanziamento illecito di 300 milioni di lire dalla maxitangente Enimont; assolto dal Tribunale dei ministri di Roma dall’accusa di aver preso tangenti quand’era ministro socialdemocratico delle Poste.

C’è Francantonio Genovese, del Pd, ex sindaco di Messina, decaduto per un’opposizione alla regolarità della competizione elettorale, legata alla mancata presenza del simbolo del Nuovo PSI di Gianni De Michelis, a seguito della quale, quasi un anno dopo, il TAR di Catania dichiarò nulle le stesse elezioni.

C’è Luigi Li Gotti, che non ha alcuna pendenza con la Giustizia, ma che è conosciuto per essere stato difensore di noti pentiti quali Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Giovanni Brusca. Un po’ contraddittorio, dunque.

C’è Luigi Lazzari, del Pdl, già assessore di San Cassiano, in provincia di Lecce, che, dopo appena un anno si dimette insieme al gruppo di maggioranza che amministra il Paese a seguito di vicende giudiziarie che riguardano il “suo” sindaco Raffaele Petracca.

C’è Antonio Gentile, del Pdl, che nel 1987 fu arrestato per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco. Il processo, comunque, non portò ad alcun tipo di colpevolezza da parte di Gentile.

C’è infine Carolina Lussana, della Lega Nord, moglie del deputato del Pdl, Giuseppe Galati, ex Udc, indagato a Catanzaro per associazione a delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il pm Luigi De Magistris (nell’indagine «Poseidone», poi avocata dal procuratore Mariano Lombardi) ipotizza che Galati facesse parte di un comitato d’affari che si occupava di spartire tra i vari partiti i fondi pubblici stanziati dalla Regione e dall’Unione europea.

C’è poi Tonino Di Pietro, ma su di lui meglio non parlare…

Un nome, una garanzia

ottobre 16, 2008

Un anno fa, a quest’ora, mi trovavo, in “missione” per TeleReggio, insieme ad Antonino Monteleone, a Locri, per la commemorazione del secondo anniversario della morte di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale, assassinato dalla ‘ndrangheta nel 2005. A distanza di 365 giorni Locri ricorda, ancora, l’onorevole Fortugno, mentre il processo contro presunti mandanti ed esecutori va avanti con buon ritmo, tanto da farmi sperare nella sentenza di primo grado entro la fine dell’anno.

A distanza di 365 giorni io sono qui a scrivere, per ricordare Franco Fortugno.
365 giorni fa, Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno, era già indagata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per questioni inerenti il suo passato incarico (sino all’elezione in Parlamento) di Responsabile del Personale – Vice Direttore Sanitario di quella Asl di Locri sciolta per infiltrazione mafiosa, avvenuta dopo l’omicidio di Franco Fortugno.

Avanzando nel tempo, il nome di Maria Grazia Laganà, peraltro, compare anche nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Onorata Sanità” che portò in carcere, tra gli altri, il consigliere regionale, Domenico Crea, tuttora detenuto.

Ma, nonostante tutto, Maria Grazia Laganà di strada ne fa parecchia: eletta in Parlamento, componente della Commissione Parlamentare Antimafia (!), eletta nuovamente in Parlamento.

Non male.

Lunedì, però, la Polizia di Stato arresta, tra gli altri, ex sindaco e vicesindaco di Gioia Tauro e sindaco di Rosarno in un’operazione contro il potentissimo clan Piromalli.
Anche nell’ordinanza di custodia cautelare che porta in carcere Dal Torrione, Gioacchino Piromalli e tutto il cucuzzaro appare il nome Maria Grazia Laganà Fortugno. E la tematica è piuttosto delicata: si parla della Commissione d’accesso che avrebbe indagato e poi sciolto, per mafia, il consiglio comunale di Gioia Tauro, tuttora commissariato.

Intercettazione telefonica del 21.02.2008 – ore 10.40
Fabio chiama il sindaco Dal Torrione Giorgio per dirgli che ha avuto la notizia della proroga firmata  ieri sera anche se non sa per quanti altri giorni, che bisogna stare con gli occhi aperti ma che comunque è un dato  positivo altrimenti avrebbero già chiuso il discorso. Il sindaco commenta: “se no ci avrebbero fatto il culo  a cappello di prete!”. Fabio continua il discorso sulle vicende che riguardano il sindaco e che sta seguendo tramite giornali. Fabio chiede dello scioglimento della giunta e se non sarebbe bastato che si dimettesse il personaggio equivoco. Dal Torrione risponde che questo soggetto non si è dimesso e lui ha dovuto azzerare la giunta anche per dare un segnale di trasparenza. L’intenzione del sindaco è di mettere su una giunta di transizione composta da tecnici esterni. Fabio chiede di Nicola, Dal Torrione risponde che deve aspettare che si chiarisca il problema prima di farlo rientrare.

 
Ho dimenticato di dirvi che Fabio chiama dall’utenza intestata a Laganà Fortugno Maria Grazia: va bene, ma chi è Fabio? Fabio è, udite udite, il fratello di Maria Grazia Laganà. E’ la stessa Maria Grazia Laganà ad affermarlo.

Viva la sincerità!

Peccato che l’onorevole Laganà definisca quella del fratello “una leggerezza”.
La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, invece, interpreta in maniera leggerisssssssssssimamente diversa la telefonata del 21 febbraio del 2008 tra “Fabio” e l’allora sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione:

Particolarmente significativa la superiore conversazione, almeno per due ordini di motivi.
Il primo è quello relativo alla esigenza ed alle iniziative che il DAL TORRIONE ha adottato per ritardare al massimo l’accesso della Commissione, al punto che il “Fabio”, membro della segreteria dell’On. LAGANA’ si affretta a chiamarlo per comunicargli della proroga. E non manca di sottolineare il valore positivo della cosa, segno evidente del fatto che ben sa come tale risultato fosse particolarmente desiderato dal DAL TORRIONE.
Il secondo è quello relativo al timore manifestato da entrambi gli interlocutori con riferimento agli esiti del lavoro della Commissione, su cui essi mostrano di voler intervenire, quanto meno per ritardarne l’inizio dei lavori.

 
Ma io, oggi, volevo solo ricordare Franco Fortugno.