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A Rosarno la ‘ndrangheta dà lezioni di marketing territoriale allo Stato

gennaio 10, 2010

da www.strill.it

Tra le tante catastrofi, ce n’è una che, pericolosamente, potrebbe concretizzarsi, una volta riportato l’ordine a Rosarno: quella di dove ringraziare la ‘ndrangheta

 e non lo Stato, accorso in Calabria, come spesso accade, in ritardo siderale.

La ‘ndrangheta, invece, è puntualissima.

Anche perché la ‘ndrangheta, a differenza dello Stato, in Calabria vive ogni giorno e non vive di emergenze, ma di un incessante e oscuro lavoro quotidiano.

 Quante volte abbiamo ascoltato o letto pareri di esperti, o pseudo tali, che, interrogati sulla forza delle organizzazioni mafiose hanno risposto “il controllo del territorio”?

Ebbene, minuto dopo minuto, tra i frenetici aggiornamenti sulla rivolta degli immigrati a Rosarno, il “bollettino di guerra” si arricchiva di un sospetto particolare: che dietro la contro-offensiva dei rosarnesi nei confronti degli africani vi fosse la ‘ndrangheta.

Cosa significa tutto ciò?

C’è un precedente: non è un mistero che la popolazione di Rosarno abbia sempre sopportato con malumore malcelato la presenza, ingombrante, degli immigrati. Il 12 dicembre del 2008, proprio a Rosarno, vennero feriti due immigrati raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Ma, oltre al precedente, drammatico e poco chiaro, c’è anche una dichiarazione assai inquietante che arriva da lontano e che fa riflettere.

E’ quella dell’ex presidente della Camera dei Deputati, nonché leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini che afferma una cosa gravissima: “Lo Stato in Calabria non c’è e la ‘ndrangheta regola i rapporti sociali. Lì i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore”.

La sensazione, anche tra gli inquirenti, è proprio questa: che la difesa e la reazione, violenta, dei rosarnesi sia stata presa in pugno proprio dalle potenti cosche locali. Con uno Stato che ha impiegato diverse ore prima di trasferire, in massa, gli uomini necessari per fronteggiare la sommossa, la ‘ndrangheta ha sfruttato il vuoto, si è incuneata nello spazio temporale, prendendo in pugno la situazione.

Il sospetto è pericoloso e abominevole: la ‘ndrangheta, sfruttando la propria potenza, avrebbe protetto, anche in maniera violenta, la popolazione rosarnese. Uomini vicini alle cosche, quindi, avrebbero impugnato pistole e fucili e spranghe, avrebbero organizzato vere e proprie “ronde”, al fine di rintracciare e punire gli africani ancora in circolazione. Tutto a causa della colpevole assenza dello Stato.

Sarebbe questo il famoso “controllo del territorio” tanto sbandierato dagli esperti, si concretizzerebbe così il pensiero di Casini: “La ‘ndrangheta regola i rapporti sociali”.

E non sarebbe un caso che tra i soggetti arrestati figurano anche alcuni individui già noti alle forze dell’ordine e ritenuti vicini alle cosche della zona. Territorio e affari, a Rosarno, sono divisi e gestiti da due famiglie i Pesce e i Bellocco ed è al vaglio degli inquirenti l’ipotesi che vorrebbe le famiglie rosarnesi interessate anche al mercato degli agrumi, in cui sono impiegati, sottopagati e in condizioni disumane, gli africani.

In fondo, in zone come Rosarno, dove ci sono soldi c’è, inevitabilmente, anche la ‘ndrangheta.

Ma, a prescindere dagli interessi economici, il rischio concreto è che le ‘ndrine possano aver strumentalizzato la guerriglia, fornendo ai cittadini di Rosarno quella protezione che, evidentemente, lo Stato è riuscito a dare, nella migliore delle ipotesi, solo tardivamente. E allora, alla fine della storia, la popolazione rosarnese, tramite questo meccanismo perverso, potrebbe addirittura ritrovarsi a dover “ringraziare” i dominus locali, lesti a mobilitare uomini e mezzi al fine di ristabilire le gerarchie.

Sulle presunte ingerenze della ‘ndrangheta negli scontri di questi giorni dovrà indagare la Procura della Repubblica di Palmi del Procuratore Giuseppe Creazzo. Ma che le cosche abbiano messo lo zampino è certa, per esempio, la parlamentare del Popolo della Libertà, Angela Napoli, secondo la quale “gli scontri avrebbero deviato l’attenzione dopo l’attentato subito dalla Procura Generale di Reggio Calabria”. E anche il neo prefetto di Reggio, Luigi Varratta, non ha escluso l’ipotesi.

La strategia sarebbe la seguente: la ‘ndrangheta avrebbe sfruttato i disordini per riaffermare, ancora una volta, il proprio predominio sul territorio. Come a voler dire: “Qui c’è qualcuno che comanda”.

E quel “qualcuno” non è lo Stato.

Se c’è una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo qualcuno sa già tutto

settembre 16, 2009

mare

da www.strill.it

“Le persone che avevo coinvolto nelle deposizioni fatte al dottor Romanelli erano Nicholas Bizzio, mafiosi, gruppo Iamonte”. A parlare non è il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, ritornato alla ribalta per le dichiarazioni su un ingente traffico di rifiuti tra la Calabria e la Somalia, dopo che, per anni, in molti hanno considerato alla stregua di barzellette le sue dichiarazioni. A parlare è, invece, un uomo, si chiama Gianpiero Sebri, al cospetto della Commissione Parlamentare sul duplice omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, trucidati proprio in Somalia il 20 marzo del 1994.

Palazzo San Macuto si trova a Roma, in via del Seminario. E’ un edificio piuttosto antico che, negli anni, ha acquisito anche un significato simbolico: diventa così il luogo ove il tribunale dell’Inquisizione, istituito da Paolo III nel 1542, svolge l’adunanza della Congregazione segreta nella quale si dà lettura delle sentenze. Dal 1974 il complesso è utilizzato dalla Camera dei Deputati. Palazzo San Macuto, infatti, è la sede delle commissioni parlamentari e della biblioteca della Camera dei Deputati.

La Commissione sul duplice omicidio Alpi-Hrovatin si riunisce proprio a Palazzo San Macuto. E’ difficile seguire in maniera completa e assidua le riunioni della Commissione presieduta da Carlo Taormina: è difficile perché il contenuto delle testimonianze raccolte è delicato, è difficile perché spesso si fa fatica anche ad avere un calendario delle riunioni, è difficile perché spesso la Commissione si riunisce la sera, terminando i lavori a notte fonda.

Succede proprio questo il 20 ottobre del 2004: l’avvocato Taormina apre la seduta alle 20.40.

Ad essere audito, in serata, è Giampiero Sebri.

Sebri è un uomo vicino agli ambienti del Partito Socialista Italiano e, nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con le sue dichiarazioni, consente alla Procura di Milano di avviare un’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maurizio Romanelli, su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. L’inchiesta verrà archiviata nel luglio del 2005.

Parla parecchio Gianpiero Sebri, alcuni giorni prima, il 14 ottobre del 2004, al cospetto della stessa Commissione, dice di essere stato “un uomo di Luciano Spada”. Anzi, per la precisione dice di essere stato “un portaborse per un gruppo che trafficava in rifiuti tossici nocivi radioattivi e credo anche in armi”, fino alla morte dello stesso Spada, faccendiere ritenuto molto vicino a Craxi, avvenuta nel 1989.

Davanti al presidente Carlo Taormina, Sebri non fa altro che ripetere quanto aveva già affermato in un’intervista ai giornalisti di “Famiglia Cristiana” Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari. I giornalisti chiedono: “Quanti rifiuti finirono in Somalia?” La risposta: “E chi può dirlo? Che io sappia, i carichi furono numerosi. La Somalia divenne la nuova pattumiera, nonché il Paese di destinazione di diverse partite d’armi. So, ad esempio, di un container di armi caricato su una nave in partenza da Ravenna, diretta in Somalia. Me lo raccontò Spada. Parlando più in generale, devo dire che spesso questi “affari” potevano avvenire grazie al coinvolgimento di mafiosi che garantivano protezione e, all’occorrenza, lavori sporchi”. C’è sempre un patto con qualche clan mafioso? “Spesso. So che alla Somalia, ad esempio, sono sempre stati molto interessati i calabresi, mentre – parlando delle spedizioni dirette nell’Est europeo – Bizzio fece esplicito riferimento alla mafia, in particolare al clan Iamonte”.

Nickolas Bizzio è un miliardario poco noto al grande pubblico, ma molto influente nel mondo degli affari. Nato a Piacenza nell’agosto 1936, ha origini italiane, passaporto americano e residenza nel Principato di Monaco. Sale agli onori della cronaca un paio d’anni fa per aver tentato la scalata alla Buffetti insieme alla Banca del Gottardo. Di rifiuti, in realtà, Bizzio si occupa da tempo. Si vanta lui stesso: “Io in questo campo ci sono da anni, sono stato uno dei primissimi”.

Sebri parlerà parecchio, citerà numerose persone, alcuni decideranno anche di querelarlo. Ma, adesso che il coperchio sui traffici di rifiuti radioattivi è stato scoperchiato grazie alla tenacia del Procuratore Bruno Giordano, sarebbe forse il caso di rivedere le dichiarazioni rese dall’ex portaborse di Luciano Spada al pubblico ministero Maurizio Romanelli, dalle quali non sfociò altro che un’archiviazione. In quelle dichiarazioni Gianpiero Sebri citava la consorteria mafiosa Iamonte di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria.

Ed è una dichiarazione che fa il paio con quanto affermato dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti, il quale afferma che l’imprenditore Giorgio Comerio, personaggio controverso che aveva inventato un metodo per interrare nei fondali dei siluri carichi di rifiuti radioattivi, ebbe modo di raccontargli di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Rigel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.

E Fonti sembra essere ritenuto piuttosto attendibile.

E allora, se il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, di recente riassegnato al programma di protezione, afferma il vero, quando parla dell’esistenza di un’altra “nave a perdere” al largo delle coste di Melito Porto Salvo, dove anche per un sospiro è necessario chiedere il permesso alla famiglia Iamonte, si sa già chi potrebbe sapere qualcosa in più in merito.

L’ultima vergogna

giugno 11, 2009

intercettazione

Anche a costo di fare la figura della verginella che si impressiona di ciò che non dovrebbe, lo dico: sono seriamente sconvolto dall’approvazione da parte della Camera dei Deputati del ddl sulle intercettazioni telefoniche.

Fino a qualche ora fa credevo, che, come diceva Albert Einstein “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”. Ho scoperto, invece, che, purtroppo, anche la vergogna non ha limiti.

Il ddl approvato dalla maggioranza berlusconiana (e da venti deputati dell’opposizione!) rischia di scatenare una crisi da paese sottosviluppato sia per quanto riguarda il settore giustizia, sia per quello dell’informazione.

Le intercettazioni restano possibili, come previsto dall’attuale articolo 266 del codice penale, per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni, per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica (MA VA…), la diffusione di materiale pedopornografico. Tuttavia saranno autorizzate soltanto quando vi siano “evidenti indizi di colpevolezza” e non più “gravi indizi di reato” come prevede la norma attuale.

Il punto è che sono proprio le intercettazioni, spesso, a fornire indizi e prove!

Anche l’arresto odierno del boss della ‘ndrangheta, Girolamo Molè, non sarebbe potuto avvenire senza intercettazioni che, secondo il ddl, non potranno durare più di 60 giorni, proroghe comprese.

Rispetto alle possibili catastrofi nel settore della giustizia e dalla lotta al crimine, paradossalmente, i gravi vincoli posti dal ddl nei confronti dell’informazione passano quasi inosservati.

Tuttavia, la situazione è grave anche sotto questo punto di vista e l’Italia, già messa piuttosto male, rischia di scivolare ulteriormente nella classifica degli Stati per quanto concerne la libertà di stampa. Infatti sarà vietata la pubblicazione delle intercettazioni anche se non più coperte da segreto, fino alla fine delle indagini preliminari. Chi pubblicherà il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione sarà punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Grave l’approvazione del ddl, grave il disegno che sembra animare il Governo, grave il voto favorevole di venti deputati dell’opposizione, reso ancora più colpevole dal fatto che la votazione fosse a scrutinio segreto. E mi sorprende, infine, che deputati di maggioranza come Angela Napoli (che stimo molto) e membri dell’Esecutivo come Alfredo Mantovano (che stimo altrettanto) non abbiano alzato la voce davanti a tale vergogna.

Ma è grave, soprattutto, che la gente non si indigni, non si incazzi di fronte a quanto stiamo assistendo.

Concludo con una citazione.

Ecco cosa diceva, nel 1979, Leonardo Sciascia, in un’intervista alla giornalista francese Marcelle Padovani (la stessa che intervistò Giovanni Falcone dando vita allo splendido “Cose di Cosa Nostra”):

Quali garanzie offre questo Stato…per quanto attiane all’applicazione del diritto della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro…l’abuso di potere, l’ingiustizia? Nessuna. L’impunità che copre i delitti commessi contro la collettività, i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano.

Applausi bipartisan

aprile 30, 2009

applausi

Sono illuso ad averci solo pensato: dopo tante leggi inutili, discutibili e/o pessime, questo centrodestra stava elaborando, finalmente, una proposta di legge seria, severa e giustamente repressiva.

Ma ognuno di noi può convincere gli altri di essere cambiato, ma mai sè stesso. Alla fine, dunque (e purtroppo), la vera natura affiora sempre.

Con un colpo di coda nella notte in seno alla Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera viene cancellato l’obbligo per l’imprenditore titolare di appalti pubblici di denunciare un’estorsione pena la perdita della commessa e l’interdizione dalle gare per tre anni.

Le opere pubbliche, dalle autostrade alla sanità, passando per le scuole, vengono costruite con vergognosa lentezza e, come accaduto in Abruzzo, si sgretolano alla prima scossa di terremoto. Senza contare, inoltre, l’impatto negativo che il racket ha su un’economia già fragile come quella italiana, precisamente nelle zone del Meridione.

Sostenuta dalle associazioni antiracket e dalla Procura Nazionale Antimafia, quella che si stava elaborando, era una proposta severa, ma, purtroppo, necessaria.

Non per tutti.

I responsabili sono tre pidiellini: Manlio Contento, avvocato, ex membro di Alleanza Nazionale, già Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze; Francesco Paolo Sisto, ex forzista, anch’egli avvocato, eminente professore universitario; Jole Santelli, avvocato ovviamente, calabrese, anch’ella ex di Forza Italia.

Cosa accade?

Accade che Contento, Sisto e Santelli reputano la misura estremamente repressiva e, addirittura, incostituzionale. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, accoglie le istanze dei tre deputati e la norma viene emendata.

Infuriati il Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, e il sottosegretario del Viminale, Alfredo Mantovano, ex magistrato ed ex di Alleanza nazionale, gli unici a difendere la bontà della norma inserita nel pacchetto sicurezza.

E al pasticcio, vuoi per invidia, vuoi per incapacità, partecipa anche la minoranza: al momento del voto, in aula, Partito democratico e Italia dei valori vanno via per protesta. Se avessero votato contro, come una vera opposizione dovrebbe fare, invece di dare vita a una delle solite scenette, con il voto contrario della Lega nord, forse, la proposta di legge non sarebbe stata cancellata.

Come si dice in questi casi? “Grazie alla proficua collaborazione tra….”

Applausi ambo ai lati.

Rallegratevi ed esultate!

marzo 29, 2009

reggio_calabria_citta_metropolitana

Sono ancora leggermente nauseato da come destra e sinistra reggina abbiano dato vita a una stucchevole lotta per il pennacchio di “Reggio città metropolitana”.

Questione di tempo, passerà. Spero.

Lo scorso 24 marzo, la Camera dei Deputati ha approvato l’emendamento all’articolo 22 della legge inerente il federalismo fiscale.

Da sinistra si ringrazia Maria Grazia Laganà parlamentare del Partito Democratico, da destra invece, tutti a elogiare l’interessamento di Italo Bocchino, del Popolo della Libertà.

Una delle due parti si sbaglia, è evidente.

E molti tra quelli che adesso si compiacciono per la “vittoria di Reggio” sono gli stessi che, nemmeno poche settimane fa, conducevano crociate contro l’invio dei Bronzi di Riace al G8 del prossimo luglio. Voi dite che le cose non siano collegate?

Non divaghiamo. Dove eravamo rimasti? Ah sì, Reggio esulta!

Alè ohhhhhhh, alè ohhhhhh!

Eh sì, basta fare un giro in città: non avete notato i numerosi manifesti di soddisfazione bipartisan? Molti del Pd, molti del Pdl.

Sono uno sciocco: qui ci sono in ballo gli interessi di Reggio Calabria e io sto a parlare di destra e sinistra.

Tanti esultano, ma, parliamoci chiaro, in pochi sanno cosa comporti effettivamente essere una “città metropolitana”.

Ha provato a spiegarcelo, qualche giorno fa, la Gazzetta del sud, intervistando, a riguardo, Gabriella Andriani.

A che titolo? Shhhh, non fate domande impertinenti!

A parte questo, comunque, non è affatto facile sapere a che diavolo servano queste dannatissime città metropolitane e, soprattutto, perchè i cittadini di Reggio Calabria dovrebbero rallegrarsi. Non è facile, se non altro perchè, al momento, le città metropolitane non esistono. Si sa solo che, quando entreranno in funzione, esautoreranno il ruolo delle Province.

Sarà contento il presidente Pinone Morabito.

Insomma, le città metropolitane esistono solo sulla carta e sono le seguenti:

Bari
Bologna
Firenze
Genova
Milano
Napoli
Reggio Calabria
Roma
Torino
Venezia

Sì sa quali sono, ma non si sa quando inizieranno ad avere un ruolo e, soprattutto, che funzioni avranno.

Nel dubbio, però, è meglio esultare e chi non lo fa è:

1) un ignorante

2) un idiota

3) un nemico di Reggio Calabria

E allora, in attesa di sapere perchè lo facciamo, esultiamo!

Esultano tutti: esulta il sindaco Giuseppe Scopelliti, esulta il presidente del Consiglio Regionale, Giuseppe Bova, esulta il segretario provinciale del Partito Democratico, Giuseppe Strangio.

Esulta il Popolo della libertà, esulta il Partito democratico.

A proposito del Pd: il 30 marzo, presso la sala Nicholas Green del Consiglio Regionale si terrà “una grande assemblea aperta a tutti i cittadini per salutare uno dei più importanti successi politici ottenuti dalla città: il via libera della Camera dei Deputati all’Area metropolitana di Reggio Calabria”.

Si discuterà, ma si “saluterà uno dei più importanti successi politici…”.

Una festa, insomma.

E’ il vero banco di prova del Partito Democratico: più sarà noiosa la festa, più si capirà se il Pd è davvero un partito “di sinistra”.