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Le manovre della famiglia Zappalà

marzo 19, 2011

da www.strill.it

“Abbiamo scalato la montagna fratello, lo sai dove siamo? Nella discesa”. Il 21 gennaio 2011, Antonino Zappalà, fratello di Santi Zappalà, l’ex consigliere regionale del Pdl, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Reale 3”, è fiducioso. E’ andato a trovare il fratello, a quel tempo detenuto presso il carcere di Nuoro. Una settimana prima il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha annullato l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la cosca Pelle di Bovalino: Zappalà, nella campagna elettorale per le regionali del marzo 2010, sarebbe andato a trovare il boss Giuseppe Pelle, per parlare delle elezioni e di voti: “Ti dò una scadenza massima, che San Valentino vai e te lo passi con tua moglie. Buone, buone possibilità, stiamo lavorando, non pensare, stiamo facendo un lavoro grossissimo. Guardami negli occhi e non ti preoccupare” dice ancora Antonino Zappalà.

Tanti i tentativi messi in atto dalla famiglia Zappalà, nel tentativo di far uscire dal carcere il congiunto. Tutti raccolti nell’informativa del Ros di Reggio Calabria che è stata depositata dal pubblico ministero Giovanni Musarò, nell’ambito dell’udienza preliminare “Reale 3”, che si celebra al cospetto del Gup di Reggio Calabria Roberto Carrelli Palombi, in cui tutti gli imputati (Liliana Aiello, Filippo Iaria, Francesco Iaria, Giuseppe Mesiani Mazzacuva, Pietro Antonio Nucera, Giuseppe Pelle, Mario Versaci e Santi Zappalà) hanno chiesto di essere giudicati con la formula del rito abbreviato.

Tutta l’attività difensiva di Zappalà è stata incentrata in questi due mesi (viene arrestato, infatti, a ridosso del Natale) a uscire dal carcere dove è detenuto a causa dell’ordinanza di custodia cautelare spiccata nei suoi confronti. E così Zappalà si dimette da consigliere regionale e, con una lettera formale ai giudici, si impegna a non fare più politica.

Nei colloqui in carcere è anche la moglie Francesca Parisi a rassicurare il marito, Santi Zappalà. Oltre ai due legali, Francesco Albanese e Antonino Curatola, ci sarebbe un altro soggetto pronto a interessarsi della vicenda del politico. Un certo “Antonello”:

“PARISI Francesca:              Vedi che mi ha detto tuo cugino Antonello di dirti …omissis… che non c’è solo Francesco Albanese e Tonino Curatola … c’è tuo cugino Antonello con loro.

ZAPPALA’ Antonino:          Ohh…Santo, vedi che tutto Antonello, tutto Antonello!

(ZAPPALA’ Antonino nel contempo gesticolava con le mani facendo intendere che il soggetto in questione si stava interessando costantemente alla sua problematica giudiziaria. Zappalà Carmela immediatamente  scostava, in modo discreto, il braccio dello zio seduto al suo fianco per invitarlo a cambiare discorso. Zappalà Antonino, infatti, comprendendo il senso del gesto della nipote Carmela, proseguiva la conversazione incentrandola su altri argomenti).

Allora fammi ridere, vai…”

Un uomo che gli uomini del Tenente Colonnello Stefano Russo identificano in Agatino Antonio Guglielmo, funzionario del Ministero della Giustizia, presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. I parenti di Zappalà tengono molto a rassicurare il congiunto in carcere circa l’impegno profuso per tirarlo fuori di galera:

“ZAPPALA’ Antonino:        Tu Santi non ti potrai mai immaginare …

ZAPPALA’ Carmela:            Quale cosa?

ZAPPALA’ Antonino:          … essendo qua, il lavoro che è stato fatto fuori.

ZAPPALA’ Santi:     …incompr…

ZAPPALA’ Antonino:          Quanto abbiamo lavorato”.

I familiari di Zappalà sono sicuri che Zappalà uscirà prima della scadenza dei termini di custodia cautelare, fissati per il prossimo 21 marzo e farebbero poi riferimento a una persona robusta, che avrebbe un ruolo fondamentale nelle sorti dell’ex consigliere regionale. Ancora dall’informativa che il Ros di Reggio Calabria ha spedito al Procuratore Giuseppe Pignato, adesso agli atti del processo “Reale 3”:

“ZAPPALA’ Santi:    … (dal servizio di videoripresa si nota Santi Zappalà che,  rivolgendosi al fratello Antonino, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante)…

PARISI Francesca:    Santo…

ZAPPALA’ Santi:     … (dal servizio di videoripresa si nota Santi Zappalà che,  rivolgendosi al fratello Antonino, allargava le braccia e stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante)…

ZAPPALA’ Antonino:                      Chi?

ZAPPALA’ Santi:     Antonello…

ZAPPALA’ Antonino:          …incompr… (tono di voce molto basso e i due fratelli dialogano a distanza ravvicinata) …

ZAPPALA’ Santi:     … Gianfranco.

ZAPPALA’ Antonino:          Avvicinati … avvicinati …(dalle videoriprese si nota Antonino Zappalà che si alza dalla sedia e si avvicina a Santi ZAPPALA’. I due interlocutori iniziano a parlare a distanza molto ravvicinata e con un tono di voce molto basso) … lo saprà stasera … incompr …

PARISI Francesca:    Santo … (parla con tono di voce bassissimo guardando negli occhi Santi ZAPPALA’) … incompr …

ZAPPALA’ Santi:     …incompr…”

Nel corso del colloquio del 21 gennaio, nel carcere di Nuoro, Antonino Zappalà, sempre in merito alla problematica della scarcerazione del fratello Santi, dopo aver riportato al fratello quanto riferitogli dall’avvocato Albanese e cioè che il Tribunale della Libertà aveva creato un precedente  rigettando l’istanza di scarcerazione della coimputata Liliana Aiello, la cui udienza era stata tenuta prima di quella di Santi Zappalà, e che se la sua udienza fosse stata la prima sarebbero stati scarcerati anche gli altri indagati), riferisce al fratello di avere interessato alcune persone per la risoluzione della problematica giudiziaria, specificando che era in attesa di una telefonata e che a breve gli avrebbe comunicato qualcosa. Figura centrale, secondo i Carabinieri del Ros, sarebbe dunque Antonino Guglielmo che “grazie alla sua posizione lavorativa e alle connesse conoscenze all’interno dell’apparato giudiziario, avrebbe potuto acquisire e/o ricevere, con anticipo rispetto alla normale procedura, informazioni sulla vicenda giudiziaria riguardante il cugino Santi Zappalà”.

Secondo i Carabinieri del Ros di Reggio Calabria, Guglielmo sarebbe un vero e proprio factotum della famiglia Zappalà, capace di dettare le strategie difensive, entrando in contrasto con uno dei legali di Zappalà, l’avvocato Antonino Curatola:

ZAPPALA’ Antonino:          Noi abbiamo avuto una discussione con Tonino CURATOLA, ha detto…

ZAPPALÀ S.:            No, io gli … incompr … mi salgono i cazzi! Proprio così!

PARISI Francesca     Bravo!

ZAPPALA’ Antonino:          E hai fatto bene, perché lui è venuto qua determinato, perché Tonino lo sai che cosa ha messo? Ha messo in dubbio anche la mia parola, gli ho detto: “ci sono io qua e rappresento mio fratello, c’è la moglie? E si deve fare così!”… “Mah!” Allora ALBANESE dice: “vediamo cosa” … “avvocato…” gli ho detto: “…avvocato CURATOLA, basta, si deve fare così!”

PARISI Francesca:    Antonello si è infuriato, perché poi gli ha detto a Francesco: “se continua così faccio nominare un altro.”

ZAPPALA’ Santi:     Poi io ho capito un’altra cosa, che Francesco è un’altra cosa .

ZAPPALA’ Antonino:                      Ma Antonello …

ZAPPALA’ Santi:     Mentre Tonino ho capito che … incompr …

ZAPPALA’ Antonino:                      Non hai capito! Noi gli dobbiamo dare conto solo a Francesco, solo!

PARISI Francesca:    Si, si basta!

ZAPPALA’ Santi:     Ah?

ZAPPALA’ Antonino:          Se gli dobbiamo dare conto … solo a Francesco!

ZAPPALA’ Santi:     Si ho capito, quello l’ho capito! L’ho capito, l’ho capito in una parola perché Francesco è vicino … incompr … hai capito?

Ed è grande la considerazione e l’affidamento che si fa su “Antonello”, colui il quale si informa anche presso l’ufficio Gip/Gup dell’iter giudiziario del caso Zappalà. Ancora dai colloqui in carcere:

 ZAPPALA’ Santi:     Antonello chissà cosa fà?…

ZAPPALA’ Antonino:                      Tutto, abbiamo lavorato, abbiamo…

ZAPPALA’ Santi:     Senti …

(…attimo di pausa… dal servizio di video osservazione interno, si notava che lo stesso Santi ZAPPALÀ che allargava le braccia e stringeva i pugni come ad indicare una persona robusta e/o importante).

ZAPPALA’ Antonino:          Abbiamo fatto il massimo!

La figura dell’uomo corpulento, peraltro, è assai ricorrente nei discorsi della famiglia Zappalà:

“ZAPPALA’ Santi:    Ah … ti voglio dire … (dal servizio di video osservazione interno, si notava che lo stesso Santi ZAPPALÀ che allargava le braccia e stringeva i pugni come ad indicare una persona robusta e/o importante) … la dà per sicura al cento per cento (100 %)?

ZAPPALA’ Antonino:                      Ha parlato! (dal servizio di video osservazione interno, si notava Antonio ZAPPALÀ fare cenno di  “si” con il capo).

ZAPPALA’ Santi:     Personalmente lui?

ZAPPALA’ Antonino:                      Si!

ZAPPALA’ Santi:     Ah?

ZAPPALA’ Antonino:                      Si, Santo si!”

Tra il nove e il dieci febbraio, peraltro, i familiari di Zappalà si sarebbero recati a Nuoro, dove il congiunto era detenuto, convinti della sua scarcerazione. A tal proposito, in alcune intercettazioni concorderebbero sul fatto di dichiarare che erano preoccupati per le condizioni fisiche del parente detenuto e che, quindi, avevano deciso di andare a trovarlo: “I familiari del Santi Zappalà – scrivono i militari del Ros – si stavano precostituendo una giustificazione plausibile alla loro presenza in Nuoro, proprio il giorno della scarcerazione – non avvenuta – del congiunto”.

Da ultima, la delusione per la mancata scarcerazione porta i soggetti coinvolti nelle intercettazioni a parlare delle dinamiche che avrebbero portato alla decisione. Santi Zappalà attraverso la mimica (allargava le braccia e  stringeva i pugni come a mimare una persona robusta e/o importante) più volte utilizzata per indicare una terza persona, evidentemente interessata a seguire la propria situazione giudiziaria, si rivolgeva al fratello Antonino e gli chiedeva, riferendosi a Guglielmo “… incompr. … l’ha preso in giro?”. Dalle telecamere, quindi, si vede Antonino Zappalà avvicinarsi al fratello Santi e parlargli all’orecchio: “Praticamente quello della Cancelleria gli ha detto: “vedi di non nominare quello che … che non si è saputa la cosa che il Presidente gli aveva detto: “chi l’aviva a cacciare” … qua perchè abbiamo parlato noi   (Antonino Zappalà muove il dito intorno l’orecchio mimando il gesto di essere ascoltato),   per questo si è venuto a sapere qualcosa … Per questo ti dico va bene, stai più tranquillo … Santo   (nuovamente Antonino Zappalà si avvicinava all’orecchio del fratello)   … incompr … per non passare guai sopra a guai, noi ci dobbiamo … lo sai che significa “… non m’ ndii taccunu a tutti … (ndr: che non ci arrestano a tutti!!)”  a mia ed Antonello …  mettitelo in testa che siamo vicini”.

Un’ultima conversazione che, secondo il Ros, implicherebbe la figura di almeno quattro uomini, disposti, evidentemente, ad agevolare la scarcerazione di Zappalà. Adesso resta solo da vedere di chi si tratti.

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Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

La rivolta di Rosarno: epilogo drammatico e scontato

gennaio 8, 2010

A Rosarno è guerriglia tra immigrati, cittadini e forze dell’ordine. Vedo le foto, guardo le televisioni: le immagini non sembrano provenire dall’Italia, considerato uno dei Paesi più civili del mondo, ma dall’Africa, da sempre classificata come “Terzo Mondo”.

Con la rivolta degli immigrati, siamo di fronte alla tappa più drammatica di una storia vecchia: il 26 dicembre del 2008, più di un anno fa, scrivevo su strill.it, e riportavo su questo blog, un articolo. Eccolo:

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”.

Comincia così la parte che riguarda la Calabria del rapporto svolto da Medici senza frontiere sugli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.

La Piana di Gioia Tauro, ma soprattutto la zona di Rosarno, è interessata da flussi piuttosto consistenti di immigrati che, nei mesi invernali, quando il vento freddo della campagna colpisce e ferisce come una lama arroventata, lavorano la terra al posto dei “padroni”.

Rosarno è un comune, attualmente sciolto per infiltrazioni mafiose e affidato ai commissari prefettizi, di quindicimila abitanti.

Il numero di immigrati, nei mesi della raccolta, raggiunge circa le quattromila unità.

Sono per il 94% africani sub-sahariani, tutti giovani: per l’87% di età inferiore ai 30 anni. Il 90% di essi è entrato in Italia in maniera irregolare. Nessuno possiede un contratto di lavoro.

Basterebbero questi numeri per giustificare il titolo del rapporto stilato da Medici senza frontiere: “Una stagione all’inferno”.

Gli immigrati della Piana versano in condizioni spaventose. Ecco, la descrizione fornita dal rapporto di Msf: sfruttamento sul lavoro, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area.
La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria”.

Crisi umanitaria.

Un’espressione entrata da tempo nel vocabolario comune. Un’espressione che, solitamente, si attaglia ai Paesi poveri, sottosviluppati. Quelli del cosiddetto Terzo Mondo.

Repubblica democratica del Congo, Somalia, Iraq, Sudan, Pakistan, Zimbabwe, Myanmar, Etiopia, Haiti, Cecenia, Colombia, Uganda settentrionale, Costa d’Avorio.

Questa volta, però, l’espressione viene usata per Rosarno, piana di Gioia Tauro, Italia, Europa.

Eppure non si tratta di un’esagerazione. Gran parte degli immigrati della piana di Gioia Tauro, una cifra molto vicina al 90%, vive in strutture abbandonate: fabbriche dismesse, cascine disabitate. Strutture nelle quali mancano le più elementari basi su cui si poggia la civiltà moderna: riscaldamento, elettricità, acqua corrente, servizi igienici.

Lavorano in media due giorni alla settimana, per 25 euro al giorno. Da questa misera ricompensa devono sottrarre, però, i “costi d’equipaggiamento”, dato che devono acquistare, con i propri soldi, i guanti e gli stivali necessari per il lavoro.

Un lavoro che deve essere cercato, mendicato, quotidianamente: ogni giorno, fin dalle prime ore dell’alba, gli immigrati si riversano nel centro del paese aspettando di essere reclutati da datori di lavoro e caporali.

Nella piana di Gioia Tauro il feudalesimo non è ancora finito.

Il rapporto di Medici senza frontiere ha come anno di riferimento il 2007. Scrivono da Msf: “A rendere la situazione ancora più drammatica, gli immigrati intervistati hanno denunciato di essere vittime di maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti, da parte di adolescenti per lo più”.

E’ una descrizione veritiera, accurata e inquietante che riporta immediatamente all’attualità. Al 12 dicembre scorso, quando, a Rosarno, vennero feriti due immigrati che vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Per il ferimento degli immigrati i carabinieri di Rosarno, sotto le direttive del procuratore della Repubblica di Palmi, Francesco Neri e del pubblico ministero, Stefano Musolino, hanno tratto in arresto Andrea Fortugno, di 24 anni, che, comunque, non sarebbe stato il solo a partecipare all’atto criminoso. Secondo gli inquirenti gli spari contro i due extracomunitari sarebbero una reazione ad una fallita richiesta estorsiva rivolta al gruppo di immigrati impiegati nei lavori agricoli a Rosarno e che sono ospitati in un ex cartiera.

Una di quelle strutture fatiscenti per usufruire delle quali gli immigrati sono costretti a pagare anche fino a cinquecento euro al mese.

Per Andrea Fortugno gli inquirenti ipotizzano un possibile collegamento con la ‘ndrangheta del luogo che, inevitabilmente, porta a un cognome ben preciso: Pesce.

Sì perché in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, c’è la ‘ndrangheta. E se gli immigrati vivono in condizioni disumane, senza la possibilità di usufruire di cure mediche, lavorando per pochi spiccioli e, per di più, sono vittime di estorsioni e di aggressioni anche a suon di pallottole, la ‘ndrangheta c’entra eccome.

Gli indecisi del Pd

maggio 30, 2009

villa_certosa

La Procura della Repubblica di Roma, per decisione del procuratore Giovanni Ferrara e del pubblico ministero Simona Maisto ha deciso di sequestrare le foto scattate dal fotografo Antonello Zappadu lo scorso Capodanno a Villa Certosa, nel corso della festa organizzata da Silvio Berlusconi, alla quale avrebbero partecipato decine di ragazze tra cui Noemi Letizia.

Le foto (che non riguarderebbero solo la festa di Capodanno, ma anche altre in tempi diversi) sarebbero state scattate da una terrazza e non autorizzate secondo la procura di Roma. Un esposto è stato presentato da Berlusconi anche al Garante della Privacy.

Le foto, consegnate spontaneamente dallo stesso Zappadu, adesso sono nelle mani dei Carabinieri.

In tutto ciò, però, c’è qualcosa che non quadra, perchè, se da un lato è comprensibile, pro domo sua, la soddisfazione del legale di Berlusconi, il deputato del Pdl Niccolò Ghedini, dall’altra sono bislacche anzichenò le dichiarazioni dei parlamentari Albertina Soliani e Roberto Di Giovan Paolo:

“Sulla base di quali leggi e di quali norme la Procura di Roma ha deciso di effettuare il sequestro anche delle fotografie fatte in luoghi pubblici dal fotografo Antonello Zappadu?”.

Ancora più duro, se possibile, Paolo Gentiloni:

“Da sempre si cerca di trovare un equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della privacy. In questo caso, tuttavia, nei confronti di un cronista sembra essersi scatenata una vera e propria caccia all’uomo. “Più che assistere ad un caso di tutela della privacy pare di trovarsi piuttosto di fronte all’introduzione del delitto di lesa maestà”.

Albertina Soliani e Roberto Di Giovan Paolo, così come Paolo Gentiloni, sono parlamentari del Partito Democratico, lo stesso partito che, non più tardi di qualche giorno fa, si era schierato, giustamente, al fianco dei magistrati, inquirenti e giudicanti, che erano stati ignobilmente insultati dal premier all’indomani della sentenza Mills.

Adesso, invece, sembrano non essere più dalla parte dei giudici.

Qualcuno, del Pd, me lo spieghi come se avessi quattro anni: ma i giudici sono bimbi buoni o cattivi?

Seminara, un posto tranquillo

aprile 20, 2009

seminara

L’odierna operazione “Artemisia”, condotta contro le cosche di Seminara dall’Arma dei carabinieri e coordinata dal pubblico ministero Roberto Di Palma, è, di fatto, l’ideale continuazione della cosiddetta “Operazione Topa” che, nel novembre del 2007, portò all’arresto di 13 persone, tra cui sindaco, vicesindaco ed ex sindaco del borgo situato a metà tra la Piana di Gioia Tauro e l’Aspromonte.

Nel maggio del 2007 a Seminara si vota e, alla vigilia delle elezioni amministrative, si tiene un incontro tra Rocco Gioffrè, presunto capo della ‘ndrina di Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, sindaco uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura. Ecco cosa dice Rocco Gioffrè, presunto capo della locale composta dalle famiglie Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè, al sindaco uscente:

“Tu ti devi candidare, perché qui decido io e la tua elezione è sicura. Possiamo contare su mille e cinquanta voti e sono più che sufficienti per vincere”.

Poi cosa accade?

Accade che Marafioti si convince e si ricandida. E Rocco Gioffrè mantiene la parola data: : la lista del sindaco Marafioti, una lista civica di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.

Otto in più di quelli previsti.

Secondo gli inquirenti, dunque, la ‘ndrangheta controllerebbe l’intero Comune  in provincia di Reggio Calabria, con diramazioni anche all’esterno. Ecco cosa scrive Francesco Forgione nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia:

L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha svelato il controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul comune: dalle attività economiche gestite a livello locale alle concessioni comunali, dagli appalti ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune. Il sindaco Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria (Consorzio di 10 comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più diversi schieramenti politici, dal centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il Presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Nell’odierna “Operazione Artemisia”, gli investigatori sono convinti di aver incastrato il gotha della ‘ndrangheta di Seminara, il cui Comune, a distanza di quasi due anni, è ancora sciolto.

Le indagini sul nucleo Seminara cominciano dal dicembre 2006, all’indomani dell’omicidio del “boss” locale Domenico Gaglioti. Ad accendere i riflettori sul borgo reggino è la lunga scia di sangue che, da qualche tempo (dopo quella ben più famosa degli anni ’70) ha ricominciato a scorrere da quelle parti: ferimenti e tentati omicidi culminati, il 27 marzo del 2008, con l’omicidio di Silvestro Luigi Galati, poco più che ventenne.

Alla base i contrasti tra le due famiglie Gioffrè, quella degli “ndoli” e quella degli “ingrisi”, associata ai Caia e ai Laganà, da cui, poi, questi ultimi, sono fuoriusciti.

Lo strano caso del dottor Olindo Canali

aprile 7, 2009

csm

da www.strill.it

Il senatore Beppe Lumia, del Partito Democratico, sul suo conto ha presentato svariate interrogazioni parlamentari, in diversi periodi; al suo nome è legata anche la figura di Beppe Alfano, giornalista assassinato  dalla mafia l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina; il suo nome compare, insieme a quello del collega Franco Cassata, procuratore generale di Messina, nell’informativa del Ros dei Carabinieri, denominata “Tsunami”, poi archiviata a Reggio Calabria; e, da ultimo, il suo nome comparirebbe anche nel presunto memoriale che il professore Adolfo Parmaliana avrebbe scritto poco prima di suicidarsi, il 2 ottobre del 2008.

La figura di Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto si interseca, da anni, con quella di vicende misteriose e controverse accadute in provincia di Messina. Canali, insieme a Cassata e a un altro magistrato, Rocco Scisci, avrebbe anche ostacolato le indagini di un giovane sostituto, De Feis. Tutte ipotesi, nessuna prova.

Ma ritorniamo a Beppe Lumia, uno dei pochi politici che non hanno paura di nominare la parola “mafia”; è stato anche presidente della Commissione Parlamentare Antimafia ed è uno dei parlamentari maggiormente schierati nella lotta alla criminalità organizzata. Ecco, in una nota molto recente, datata 25 marzo 2009, Lumia, a proposito di Olindo Canali, afferma:

“La vicenda che vede coinvolto il magistrato Olindo Canali è incredibile. Mi chiedo come sia possibile che si possano essere verificate vicende così, che vedono sempre gli stessi protagonisti”.

Le vicende a cui allude Lumia sono vicende dolorose. Dolorose e tragiche. Sì perché di casi strani, misteriosi,  in provincia di Messina ne sono accaduti parecchi:

“Dalle indagini sui delitti di Beppe Alfano, di Graziella Campagna, di Attilio Manca e sulle denunce di Adolfo Parmaliana – aggiunge Lumia – emerge sempre un quadro di comportamenti da parte di singoli magistrati come Canali e il procuratore Cassata che devono essere capiti fino in fondo”.

Ma non finisce qui. Lumia si è occupato più volte delle vicende messinesi, di Terme Vigliatore, il Comune sciolto grazie alle denunce del professor Parmaliana, ma anche di Barcellona Pozzo di Gotto: il 9 ottobre del 2008, a sette giorni dal suicidio del docente, Lumia interroga il Guardasigilli, parlando di Franco Cassata e Olindo Canali e sollecitando l’invio degli ispettori presso gli uffici della Procura della Repubblica.

Il 4 giugno del 2008, inoltre, lo stesso Lumia, aveva già interrogato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro della Giustizia, parlando del procuratore generale di Messina, Franco Cassata, ma citando anche le vicende relative all’informativa “Tsunami”, che portavano, inevitabilmente (ai tempi il procedimento non era ancora stato archiviato) al dottor Olindo Canali.

Lo stesso Olindo Canali che, proprio ieri, è stato audito, in qualità di testimone, nell’ambito del processo “Mare Nostrum”: il magistrato è stato ascoltato in merito a un suo manoscritto redatto allorquando temeva di essere arrestato nel corso dell’operazione del Ros dei Carabinieri “Tsunami” per certe presunte frequentazioni (la sua posizione è stata invece poi archiviata a Reggio Calabria). Lo stesso Canali ha avanzato dubbi sulla gestione del collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto e soprattutto sulla colpevolezza del boss della famiglia mafiosa dei barcellonesi, Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, condannato con sentenza definitiva a 30 anni quale mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

A proposito di Beppe Alfano, e quindi di storie dolorose, tragiche e misteriose. Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato, da anni accusa pubblicamente  e nelle sedi giudiziarie il magistrato, per i suoi comportamenti. Beppe Alfano, secondo la figlia, confidò a Canali che “aveva potuto appurare con le sue inchieste giornalistiche che a Barcellona Pozzo di Gotto si nascondeva il boss catanese, allora latitante Nitto Santapaola”. Era effettivamente così, Nitto Santapaola trascorse parte della sua latitanza nel grosso centro del messinese e Beppe Alfano, per la sua voglia di indagare e scoprire la verità, fu ucciso.

Dunque Olindo Canali temeva di essere arrestato e aveva affidato a un manoscritto alcune “valutazioni personali”. L’informativa “Tsunami”, infatti, segnalava Canali per certe presunte frequentazioni, in particolare per quella con Salvatore Rugolo

“personaggio – si legge nell’informativa Tsunami – ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese che, grazie allo schermo protettivo di cui beneficia per via della sua professione di medico, parrebbe dirigere ponendosi in un ruolo di vera e propria “cerniera” tra gli ambienti criminali e quelli istituzionali”.

Rugolo è il cognato del boss Gullotti, il mandante dell’omicidio Alfano sulla cui colpevolezza, il magistrato Canali avrebbe avanzato dei dubbi.

L’informativa Tsunami per quasi tre anni ha fatto avanti ed indietro tra a Procura di Barcellona e la Dda di Messina fino a quando non è stata trasferita a Reggio Calabria, proprio a causa del coinvolgimento nelle indagini di due magistrati, Canali e Cassata. A Reggio Calabria il procedimento è stato archiviato.

Resta da vedere se farà la stessa fine il procedimento disciplinare a carico dello stesso Canali già avviato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quel “testamento”, scritto da Canali quando temeva l’arresto,  infatti, è stato già acquisito dalla prima commissione di Palazzo dei Marescialli che dovrà valutare il comportamento del magistrato che rischia di essere trasferito da Barcellona Pozzo di Gotto per “incompatibilità ambientale”, la motivazione più “classica” e, probabilmente, anche più indolore per disporre il trasferimento di un magistrato della Repubblica.

E poi ci sarebbe il memoriale di Adolfo Parmaliana. Ma anche questa è una storia dolorosa, tragica e misteriosa.

Quel bocconcino dell’Expo 2015

marzo 3, 2009

expo2015

L’annuncio lo ha dato, alcuni giorni fa, Roto San Giorgio, l’agenzia di stampa del Comune di Reggio Calabria:

Sullo skyline di Milano 2015 ci sarà anche Palazzo San Giorgio. La città di Reggio Calabria, infatti, svolgerà un ruolo da protagonista nell’organizzazione di eventi collaterali all’esposizione universale che si terrà tra sei anni nel capoluogo lombardo. E’ quanto prevede il  protocollo d’intesa che martedì prossimo il sindaco Giuseppe Scopelliti  e il primo cittadino di Milano firmeranno  nel corso di una visita ufficiale  dell’onorevole Letizia Moratti  nella sede dell’Amministrazione comunale della città dello Stretto.

L’Esposizione universale 2015 sarà organizzata dalla città di Milano. Il tema proposto per la Expo è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, e include, quindi, tutto ciò che riguarda l’alimentazione, dal problema della mancanza di cibo per alcune zone del mondo, a quello dell’educazione alimentare, fino alle tematiche legate agli OGM.

Sarà un evento di portata internazionale:

L’accordo  permetterà a Reggio Calabria di porsi al centro dell’attenzione mondiale e proseguire così il suo cammino di penetrazione sui mercati turistici internazionali. All’Expo Milano 2015 la città calabrese, storicamente riconosciuta  come una delle più importanti polis  della Magna Grecia, che nei vari periodi storici  è stata luogo  di interesse strategico  per le varie culture del Mediterraneo,  avrà la possibilità di mettere in vetrina  i suoi tesori d’arte custoditi nei musei, nella pinacoteca  ed i reperti di una millenaria civiltà.

Oggi, a Palazzo San Giorgio, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, e quello di Milano, Letizia Moratti hanno sottoscritto il protocollo d’intesa che portera’ ad un ”tavolo di cooordinamento”
specifico, finalizzato alla progettazione congiunta di iniziative dedicate alla valorizzazione di eventi culturali, artistici, dell’offerta turistica e del sistema universitario.

Fino al 2015, anno in cui si svolgerà l’Expo, Reggio e Milano saranno gemellate.

E’ una bella cosa l’Expo.

Sì, ma è anche un’altra cosa.

Una cosa brutta, per certi versi. O, meglio, con la sua storia, bella, si intrecciano tante storie brutte, bruttissime.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 26 giugno del 2008 , il Gip di Milano Guido Salvini ha lanciato l’allarme:

Milano è la vera capitale della ‘ndrangheta. Attenti alle infiltrazioni negli appalti dell’esposizione universale.

Del resto, che Milano sia una vera roccaforte delle mafie, della ‘ndrangheta soprattutto, lo sappiamo tutti da tempo. Lo scrive anche Francesco Forgione nella relazione per la Commissione Parlamentare antimafia:

Milano e la Lombardia rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il nord, dalle coste adriatiche della Romagna ai litorali del Lazio e della Liguria, dal cuore verde dell’Umbria alle valli del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Ci sono i Morabito, ci sono i Palamara, ci sono gli Strangio, ci sono le famiglie di Careri e tante altre consorterie. Milano è un terreno congeniale per le mafie: non per niente, tanto per citare un esempio, Lucianeddu Liggio aveva scelto proprio Milano per la propria latitanza, poi sfociata nell’arresto che l’avrebbe relegato al carcere a vita.

Ma questa è un’altra storia. Un po’ vecchia.

A Milano ci sono le mafie, anche perchè le mafie non vengono combattute. Scrive Francesco Forgione:

…le scarse risorse specializzate messe in campo dalla Stato in Lombardia e in genere nel Nord-Italia per combattere la mafia. Basti pensare ad un distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, con le forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40 uomini del R.O.S. Carabinieri, 50 uomini del G.I.C.O., 55 dello S.C.O. della Polizia di Stato cui si aggiungono 68 uomini della D.I.A. che ha competenza peraltro su tutta la Lombardia.

Eh sì, Milano è “la vera capitale della ‘ndrangheta” (lo dice la Direzione Nazionale Antimafia, non io), ma ci si arma poco e male per combatterla.

La ‘ndrangheta a Milano (e nel suo hinterland) esiste: sono ormai frequentissimi i sequestri di immobili riconducibili alle cosche.

Ma ritorniamo all’Expo 2015 e alle dichiarazioni di Guido Salvini:

Letizia Moratti ha bocciato la proposta dell’opposizione di creare una locale commissione per vigilare sulle organizzazioni criminali. La bocciatura non è stato un buon segnale: è stato un favore concesso a chi vuole che le mafie procedano indisturbate.

Ah, dimenticavo di dirvi: per l’Expo 2015 ci sono degli appalti assai succulenti da aggiudicarsi.

E questi appalti alle mafie, la ‘ndrangheta, cosa nostra, la camorra, interessano moltissimo.

Infatti, oltre alle sagge parole della Dna ci sono anche le inchieste a testimoniare l’interesse delle cosche sugli appalti dell’Expo 2015. Ce ne è una della Procura di Varese, per esempio, cominciata nel marzo 2008 e sfociata nel settembre dello stesso anno: gli accertamenti affidati alla squadra mobile riguardano un traffico di cocaina che sarebbe gestito da Giovanni Cinque, 55 anni, legato alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto. Ma nei progetti delle cosche ci sarebbero anche gli appalti dell’Expo 2015.

Quell’Expo 2015 che, tramite l’accordo siglato tra Scopelliti e la Moratti, potrà dare lustro (e me lo auguro sinceramente) a tutta la città. Quell’Expo 2015 che sarà di sicuro un successo e che rischia, purtroppo, di arricchire anche (e soprattutto) le tasche sbagliate.

Il tesoro di Zio Paperone

gennaio 29, 2009

ziopaperone

Cominciamo dalla notizia di oggi:

Beni del valore di circa 3 milioni di euro sono stati confiscati dagli uomini del Centro Operativo Dia di Reggio Calabria che hanno dato esecuzione ad un provvedimento di confisca emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale della citta’ calabrese. Il patrimonio confiscato era costituito da aziende, beni mobili ed immobili riconducibili ad Antonio Crea, 45 anni, di Taurianova (RC), titolare di una ditta di autotrasporti, cugino del piu’ noto Teodoro Crea , ritenuto capo dell’omonima cosca operante nel comprensorio di Rizziconi (RC). 

Tre milioni di euro non sono pochi, ma non sono nemmeno tantissimi per un clan come quello dei Crea, abituato a manovrare tanti, tantissimi, soldi. La cosca dei Crea di Rizziconi è, infatti, una delle più potenti della ‘ndrangheta. Ecco cosa scrive, a riguardo, Francesco Forgione nella relazione sulla ‘ndrangheta, rifacendosi alla pagina numero 18 della Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” stilata dal R.O.S. dei Carabinieri:

“La famiglia mafiosa dei “Crea”, capeggiata dal boss Teodoro Crea,  esercita l’egemonia nell’area di Rizziconi, con diramazioni anche nel Nord Italia, dove è particolarmente attiva con imprese edili nell’accaparramento di appalti pubblici. Il potere mafioso dei “Crea” si è rafforzato per i legami con altre famiglie storiche della ‘ndrangheta, come i “Mammoliti” di Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,  concretizzatosi nel controllo diretto di attività economiche nel settore delle costruzioni, degli autotrasporti e della grande distribuzione”.

Teodoro Crea è attualmente detenuto in carcere, dal quale, evidentemente, riesce comunque a dettare i propri ordini e, soprattutto, a fare soldi. E’ stato arrestato il 13 luglio del 2006 nella frazione Castellace del comune di Oppido Mamertina, nella piana di Gioia Tauro, a 67 anni, durante una riunione di ‘ndrangheta insieme ad altri due affiliati.

Teodoro Crea ha un soprannome particolare. Lo chiamano “Zio Paperone”.

Chissà perchè.

Anche il cugino di Teodoro Crea, Antonio Crea, 45 anni, a cui oggi sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro, ha un soprannome. Lo chiamano “u malandrinu”.

Chissà perchè.

Di alcune vicende relative anche la cosca Crea si è occupata di recente (quasi un anno fa) la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Se non vado errato fu la prima conferenza stampa retta dal Procuratore Capo, Giuseppe Pignatone.

L’inchiesta in questione, che ci aiuta a capire qualcosa in più sul conto della cosca Crea di Rizziconi, è la cosiddetta operazione “Saline” che ha portato all’arresto, tra gli altri, del politico-imprenditore Pasquale Inzitari.

L’operazione “Saline” è, di fatto, un’ideale prosecuzione della cosiddetta operazione “Toro” che ha coinvolto proprio la cosca Crea, attiva a Rizziconi, soprattutto in azioni estorsive nei confronti dei soci della DEVIN spa e cioè di Pasquale Inzitari, Rosario Vasta e Ferdinando De Marte, che avevano acquistato dai Crea il terreno su cui realizzare il centro Commerciale “Porto degli Ulivi”. Sulla vicenda è già intervenuta sentenza di condanna del Tribunale di Palmi nei confronti anche del boss Teodoro Crea, “zio Paperone”.

Pasquale Inzitari, peraltro, è considerato personaggio molto vicino a “Zio Paperone” per via di un rapporto di comparatico fra il primo e l’omonimo nipote del citato boss, il pregiudicato Teodoro Crea, classe ’67.

Piccoli Crea crescono.

Nella vicenda entra anche Nino Princi, l’imprenditore fatto saltare in aria, a bordo della propria automobile, a Gioia Tauro. Princi, oltre a essere cognato di Pasquale Inzitari, era genero del boss di Castellace, Domenico Rugolo.

Ecco cosa scrive il Gip Filippo Leonardo nell’ordinanza dell’inchiesta “Saline”:

Gli esiti della presente indagine consentono di ritenere sussistente nel territorio di Castellace una consorteria criminale, denominata Rugolo, capeggiata dall’anziano boss Domenico Rugolo e risorta dalle ceneri della cosca Mammoliti-Rugolo…In tale “rinnovata” cosca Rugolo è emerso prepotente il ruolo dei generi di Domenico Rugolo ed, in particolare, di Domenico Romeo, impegnato quale prestanome del suocero nel settore degli appalti, e soprattutto di Antonino Princi, impegnato nella riorganizzazione del sodalizio criminoso e nell’attività di riciclaggio e reimpiego nel settore imprenditoriale dei proventi illeciti della cosca. E’ quest’ultimo un personaggio capace di assicurare unità e continuità al sodalizio criminoso anche oltre il ruolo di vertice svolto dal suocero ed indipendentemente dalla presenza del medesimo.

Nino Princi muore il giorno successivo agli arresti dell’operazione “Saline”, nella quale era egli stesso coinvolto.

Sarebbe stato Nino Princi a collaborare con la Polizia di Stato, svelando il luogo in cui si nascondeva Teodoro Crea. I Rugolo, inoltre, sono attivi a Castellace. Proprio dove è stato arrestato, dalla Polizia di Stato, “Zio Paperone”, dopo il suo vano tentativo di fuga nelle campagne, trasportato sulle spalle proprio da Mico Rugolo, con un gesto fatto per certificare la propria “lealtà”, ma, che, invece, hanno sostenuto gli inquirenti, viene scoperto come una “tragedia”, “una delazione”, allo scopo di liberarsi di un temibile concorrente.

Tutto per favorire le attività della Devin SpA nella vicenda del Centro Commerciale “Porto degli Ulivi”.

Stando all’ordinanza del Gip Leonardo, la società riuscirà poi a vendere l’intero capitale alla Credit Suisse, per 11 milioni e 600mila euro, di cui circa 2 milioni sarebbero stati incassati dal socio occulto, Nino Princi.

Lo stesso uomo che, con la propria “spiata” (materialmente affidata a Rosario Vasta, che ha poi avvertito la Polizia) ha posto fine alla latitanza di “Zio Paperone”.

La famiglia Crea, però, continua a far soldi. D’altra parte, il boss Teodoro, è Zio Paperone…

Brinda anche Mimmo Ganci

gennaio 13, 2009

giustizia

Non parlerò del fatto del giorno, almeno qui a Reggio Calabria: l’arresto di Gioacchino Campolo.

Parlerò dell’ennesimo scandalo della Giustizia.

E’ di poche ore fa, infatti, la notizia che i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41 bis, ovvero il regime di carcere duro, al boss Mimmo Ganci, detenuto a Rebibbia dove sta scontando diverse condanne all’ergastolo, molte delle quali definitive, per alcune stragi (tra cui quella di Capaci del ’92) e delitti eccellenti compiuti in Sicilia. Ganci è accusato di oltre 40 delitti.

Ganci, oltre per che per la strage di Capaci, è condannato anche per la strage del 13 giugno del 1981, avvenuta a Palermo, quando, sotto i colpi dei killer di Cosa nostra, caddero il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bonmarito, il carabiniere Pietro Marici.

La firma di Mimmo Ganci c’è anche sull’omicidio di Giuseppe Insalaco, avvenuto alle 19,45 del 12 gennaio del 1984 in via Alfredo Cesareo, a Palermo. Insalaco era stato sindaco del capoluogo siciliano per cento giorni: aveva denunciato più volte i legami tra mafia e politica.
Si racconta, infine, che, a poche ore dalla strage di via D’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino, in una casa si brindasse al “colpo grosso”.

Tra i commensali c’era anche Mimmo Ganci.

Mimmo Ganci, da poche ore, non è più rinchiuso in regime di 41bis.
Tutto a pochi mesi dai premi ricevuti dai boss Giuseppe La Mattina,  Giuseppe Barranca, Gioacchino Calabrò, Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà, Santo Araniti e Luigi Graziano.

Così lo Stato combatte la mafia.

AGGIORNAMENTO

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano firmera’ oggi una nuova richiesta di applicazione del regime di carcere duro per Domenico Ganci, l’esponente di Cosa Nostra che ha ottenuto dai giudici la revoca del 41 bis. Lo ha dichiarato lo stesso guardasigilli in mattinata presente a Milano per un incontro con i vertici dell’amministrazione giudiziaria e delle istituzioni milanesi. ”Ho incaricato il mio ufficio ieri di valutare nuovi elementi per riproporre il regime di 41 bis nei confronti di Ganci. Oggi – ha sottolineato – ho avuto notizia che questi elementi sono stati trovati. Nel pomeriggio firmero’ una nuova richiesta di applicazione”. (Adnkronos)

Complimenti al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, qualora dovesse rispedire in isolamento Mimmo Ganci.