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Rifiuti: la Calabria rischia grosso. Ma a qualcuno l’emergenza conviene

aprile 29, 2009

rifiuti

da www.strill.it

Se si esclude l’assennato e fermo “no” sfoggiato contro la centrale a carbone di Saline Joniche, la decisione più significativa della Presidente Loiero, nei suoi quattro anni di governo della Calabria, in tema di ambiente, è stata, nel maggio del 2008, la revoca della delega all’assessore Diego Tommasi e la nomina del successore, Silvio Greco. Undici anni fa cominciava, ufficialmente, l’emergenza rifiuti in Calabria. Undici anni, tanto è passato dal 1998. Dire che in questi anni si sia navigato a vista, sarebbe, probabilmente, un complimento troppo generoso per le classi dirigenti (ancora troppo simili, negli uomini, a undici anni fa) che si sono alternate sul territorio.

Si è andati avanti di deroga in deroga: l’ultima il 18 dicembre del 2008, quando il Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi ha prorogato l’emergenza rifiuti fino al 31 dicembre del 2009, nominando commissario straordinario il Prefetto Goffredo Sottile.
E La dichiarazione di ieri del il vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, Roberto Tortoli, del Pdl, ha il sapore della beffa e getta inquietudine sul futuro calabrese: “”Se Veolia va via la Calabria si trova in crisi perché in questa regione c’è un’emergenza rifiuti più della Campania”, dice Tortoli.
Il sistema impiantistico integrato di smaltimento rifiuti della Calabria è costituito da un impianto di termovalorizzazione situato nel comune di Gioia Tauro e da cinque impianti di selezione e produzione di compost e CDR situati nei comuni di Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno, Crotone e Rossano Calabro, per una potenzialità complessiva di trattamento di 411.000 t/anno di RSU.
TM.E. SpA, ditta di termomeccanica ecologica con sede a Milano, si aggiudica il contratto, in regime di project financing, per la fornitura dell’intero sistema impiantistico e la sua gestione per 15 anni.
Da  TM.E. si passa poi a TM.T. S.p.A. – Tecnitalia, la società che, dal 1992, con concessione ventennale, gestisce anche il Termovalorizzatore di Vercelli, e successivamente a Veolia Servizi Ambientali.
Perché, allora, il vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, Roberto Tortoli, dice “se Veolia va via dalla Calabria…”?
Perché Veolia SpA non è più certa di poter continuare la propria opera, a due anni di distanza dall’impegno assunto per la gestione degli impianti di smaltimento dei rifiuti in Calabria.
E’ la stessa società a comunicarlo, lo scorso 5 febbraio, tramite una nota stampa, nella quale si afferma che: 

“Veolia-Tec si trova in una situazione economico-finanziaria non più a lungo sostenibile, con 200 milioni di euro di investimenti, 85 milioni di euro di crediti pregressi nei confronti della Regione non versati e perdite nella gestione ordinaria, dovute al mancato rispetto del contratto, pari a 10 milioni di euro. I debiti della Regione sono composti da fatture non pagate (per 27,3 milioni di euro per il servizio espletato, di cui 11,4 milioni di euro da oltre un anno), una tariffa di smaltimento di gran lunga inferiore alla media di mercato, pari a 68,4 euro/t in confronto ai 120 euro/t della Versilia, un residuo di contributo pubblico di 33 milioni di euro previsto dal contratto per poter tenere la tariffa di smaltimento ai più bassi livelli nazionali, maturato e non corrisposto”.

Nella partita, entra, ed era inevitabile, anche l’operato della Regione Calabria, morosa, stando a quanto afferma Veolia, per diversi milioni di euro.
Eppure il 18 novembre del 2008, le agenzie battevano le dichiarazioni del presidente della Regione, Agazio Loiero, che, dopo due incontri avuti con Gianni Letta e successivamente nella sede della Protezione civile con il sottosegretario Guido Bertolaso, affermava:

“Abbiamo concordato le linee generali su come procedere nei prossimi mesi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda e perseguiamo lo stesso obiettivo: portare la Calabria fuori dalla decennale emergenza ambientale”.

Di quella riunione, della quale il Governatore Loiero si diceva estremamente soddisfatto, oggi non resta traccia.

E sarà interessante vedere se, a luglio, sarà stato individuato il sito per il raddoppio del termovalorizzatore, inizialmente previsto a Gioia Tauro, dato che lo stesso presidente della Giunta Regionale, il 24 aprile, all’agenzia di stampa Il Velino, dichiarava:

“Stiamo lavorando per individuare il sito che ospiterà il nuovo termovalorizzatore dopo la decisione di delocalizzare la seconda linea prevista a Gioia Tauro e fra un paio di mesi indicheremo precisamente il sito che sarà in provincia di Cosenza”.

Resta da vedere, e queste perplessità accompagnano l’animo del Governatore, quale azienda si occuperà del nuovo impianto, dato che Veolia, società che ha realizzato la prima linea del termovalorizzatore, che si è aggiudicata i lavori anche per la seconda a Gioia Tauro, ma che, come abbiamo visto, asserisce di essere sull’orlo del crack finanziario.
La Regione (intesa come Istituzione) annaspa; la regione (quella dei cittadini) convive con la paura di rimanere sepolta dalla spazzatura e il sindaco di Lamezia Terme, tanto per citare l’esempio più grottesco, è costretto a prendere in considerazione addirittura l’ipotesi di installare una discarica, abbattendo dieci ettari di vigne in una zona dove si produce un ottimo vino, pur di scongiurare l’ipotesi di fare la fine di Napoli.
E intanto l’emergenza rifiuti al sud, la Campania insegna, diventa business, diventa un affare. Un affare per malavitosi.
La ‘ndrangheta, abbandonati i sequestri di persona e continuando a controllare l’intero ciclo dell’edilizia, ha cominciato, negli anni, a investire, nel turismo e nella grande distribuzione commerciale, mentre le ultime frontiere di guadagno sono rappresentate dalla sanità e dal traffico di rifiuti, appunto.
Ne sono testimonianza l’enorme numero di discariche abusive, chiuse, giorno dopo giorno, in tutta la regione, ne è testimonianza, soprattutto, l’azione repressiva, che magistratura e forze dell’ordine hanno messo e mettono in atto, negli anni, nell’ambito del traffico di rifiuti: il 10 luglio 2006, per esempio, un’indagine coordinata dalla Procura di Palmi porta al sequestro di centinaia di containers contenenti rifiuti vari, in particolare destinati in Cina, India, Russia e Nord Africa, per poi essere lavorati e reimportati come ricambi o merce a prezzo ribassato nel territorio dell’Unione Europea. E ancora, l’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi consente il sequestro, nell’area portuale, di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa. Si tratta di un’indagine particolarmente complessa che coinvolge anche le Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua Vetere, Monza e Cassino.
In Calabria, insomma, con i rifiuti ci si può arricchire, illecitamente, è chiaro. Scrive la Direzione Nazionale Antimafia, nella propria relazione riguardante il primo semestre del 2008:

“intorno a Comuni delle province di Vibo Valentia e Crotone, territorio quest’ultimo caratterizzato da una vivace conflittualità interna alle cosche, oltre che da una colossale attività di traffico, smaltimento illecito e reimpiego di rifiuti tossici, provenienti dagli stabilimenti industriali della zona”.

Da ultima la sentenza del 23 dicembre del 2008, con cui il presidente della prima sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria, Silvana Grasso, infligge 115 anni di carcere a tutti gli imputati che hanno scelto il rito ordinario nell’ambito del processo denominato “Rifiuti SpA”: secondo il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Domenico Galletta, gli imputati, avrebbero favorito le imprese del proprio gruppo imprenditoriale (Edilprimavera Srl e Rossato Fortunato Srl) nei numerosi appalti pubblici nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani in tutto il territorio regionale, con particolare riferimento alle zone di Gioia Tauro, Fiumara, Melicuccà, Motta San Giovanni e Lago.
Rifiuti, rifiuti tossici, “un traffico più remunerativo anche della droga”, dice un ex boss, ai microfoni del Tg1, il 12 ottobre del 2008. Così la ‘ndrangheta si arricchisce, mentre la politica dorme.
C’è qualcuno per cui l’emergenza rifiuti è una vera e propria manna dal cielo.

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Centrale a carbone: Strasburgo vuole una drastica riduzione delle emissioni di Co2

ottobre 2, 2008

da www.strill.it

Esattamente una settimana fa, giovedì 25 settembre, la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha votato la proposta di regolamento sui limiti di biossido di carbonio delle automobili.  Il risultato del voto ha, di fatto, respinto la proposta di introdurre gradualmente i nuovi limiti alle emissioni di Co2 per le vetture (130 grammi per chilometro) dal 2012 al 2015, invece di imporli drasticamente nel 2012. L’obiettivo vincolante di 130 g/Km come obiettivo medio per la flotta di autovetture nuove sarà obbligatorio per tutti dal 1° gennaio 2012.

Il Parlamento Europeo, la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, disciplina, quindi, le emissioni di Co2 delle vetture. Ma la Co2, il biossido di carbonio, emesso, con valori variabili a seconda del modello, dalle automobili, oltre a essere il principale gas serra, è anche il gas che la centrale a carbone di Saline Joniche sprigionerebbe in massicce quantità. Centrale a carbone sulla quale la SEI S.p.A., promotrice del progetto, sta continuando a lavorare come documentato da strill.it, nonostante il secco “no”, al momento non ratificato con una delibera, che la Regione Calabria ha lanciato nel corso della Conferenza dei servizi, tenutasi a Roma lo scorso 18 settembre.

E mentre la Regione Calabria continua a cincischiare, è bene ricordare che, qualora venisse costruita e ultimata, la centrale a carbone di Saline Joniche produrrebbe, ogni anno, 7 milioni e 600 mila tonnellate di biossido di carbonio: sarebbe, quindi, la quarta centrale d’Italia per emissioni di Co2. E l’Italia, Paese che ha aderito al Protocollo di Kyoto, deve operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti. Tra questi elementi inquinanti c’è, in prima posizione, la Co2, altrimenti detto biossido di carbonio, altrimenti detta, anidride carbonica.

Tutti dati ampiamente verificabili che strill.it ha già fornito ai lettori negli scorsi mesi.

Ma, adesso, c’è un ulteriore elemento: il Parlamento Europeo intende porre in atto una drastica riduzione alle emissioni di Co2 e coinvolge, così, anche le automobili. Per quanto riguarda la SEI S.p.A. si tratta di un input indiretto più concettuale che normativo; naturalmente la legiferazione sulle autovetture è, infatti, completamente diversa da quella alla quale dovrà attenersi la società, che, interpellata da strill.it, dichiara: “Al momento il progetto è fermo, tuttavia la SEI S.p.A., attraverso tecniche di ultima generazione, ha ridotto, al minimo possibile dalle attuali conoscenze, le emissioni di Co2”.

Produzione di autovetture e costruzione di centrali elettriche: settori tanto, troppo, diversi, accomunati, però, da un destino comune. La riduzione dell’anidride carbonica è, infatti, nel mirino del Parlamento Europeo: lo dimostrano gli invalicabili paletti fissati per i Paesi membri per quanto riguarda la produzione di Co2 tramite centrali elettriche, lo dimostra, da ultima, la bocciatura della proposta di introdurre gradualmente i nuovi limiti alle emissioni di Co2 per le vetture dal 2012 al 2015.

Proprio nel 2012, qualora il progetto dovesse sbloccarsi, la centrale a carbone di Saline Joniche dovrebbe vedere la luce, con il completamento dei lavori di costruzione. Ma il biossido di carbonio che sia emesso dai tubi di scappamento delle auto, dalle navi, dagli aeroplani o dalle centrali a carbone, è nocivo alla salute: da Strasburgo, quindi, arrivano contromisure, anche intransigenti, per abbassarne la presenza nell’aria.

E’ evidente, allora, che il Parlamento Europeo abbia imboccato una via ben precisa ormai. Storceranno il naso i costruttori di automobili, imprecheranno le società, come la SEI S.p.A., volte alla produzione energetica, ma il trend messo in atto dalla massima Assise continentale sembra davvero difficile da invertirsi; questa volta è toccato al settore automobilistico, ma, rimarcando l’opportunità di non confondere i diversi tavoli sui quali si giocano le partite, è ugualmente indispensabile sottolineare come, iter normativo a parte, l’indirizzo del Parlamento Europeo sia chiaro, ancorché perentorio: frenare le emissioni di anidride carbonica, indipendentemente dalla loro origine.

E di anidride carbonica la centrale a carbone di Saline Joniche ne produrrebbe davvero tanta.

Centrale a carbone: partita (quasi) chiusa

settembre 17, 2008

Hanno detto tutti no: il Governatore Loiero, il presidente della Provincia, Pinone Morabito, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, i sindaci dell’area jonica.

La Conferenza dei servizi tenutasi oggi a Roma si è trasformata in un cazzotto nelle gengive della Sei SpA che sperava di aver convinto tutti con il proprio progetto multimilionario.

Si tratta di un passo importante, forse decisivo, nella partita (lotta) per la centrale a carbone di Saline Joniche. Adesso toccherà alla Regione Calabria che, come tutte le Istituzioni, ha dimostrato grande sensibilità e lungimiranza, chiudere definitivamente la partita con il “gol della sicurezza”: basta infatti una delibera di Giunta per bloccare il progetto che, per andare in porto, ha bisogno dell’unanimità di pareri tra Ministero (tramite la Valutazione d’Impatto Ambientale) e, appunto, regione interessata.

Manca poco per bloccare un’opera sulla quale mi sono già espresso: costosa, inutile, nociva, allettante dal punto di vista criminale.

Manca una delibera, naturale prosecuzione del Piano Energetico Regionale del marzo 2005, nel quale, tra gli altri punti, si vietava l’utilizzo del carbone per alimentare centrali per la produzione di energia elettrica.

Manca poco per stroncare i sogni di gloria della Sei SpA, promotrice del progetto.

Manca poco per vincere, finalmente, dopo tanto tempo, una battaglia.

C’è solo da mettere nero su bianco.