Posts Tagged ‘cinema’

La lezione di State of play

Mag 3, 2009

state_of_play

Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?

Annunci

Reggio Calabria Film Fest: costa solo 250mila euro

aprile 23, 2009

filmfest-reggio_calabria

L’unico a non avere alcuna responsabilità nel caso è l’assessore all’Ambiente, Antonio Caridi, che, alla riunione della Giunta Comunale dello scorso 20 aprile era assente.

Tutti gli altri assessori di Reggio Calabria, con il sindaco Giuseppe Scopelliti in testa, hanno dato il proprio voto favorevole alla delibera n.135.

La delibera elargisce alla Minerva Pictures Group s.r.l. 250.000,00 euro affinchè realizzi la quinta edizione della manifestazione “Reggio Calabria Film Fest – Retrospettiva sul cinema italiano”.

Duecentocinquantamilaeuro.

Perchè? Ce lo spiegano i (pochi) “considerato che” della delibera: 

  1. tale progetto è coerente con l’intervento n° 12 del PSU che ha l’obiettivo di potenziare e valorizzare l’offerta di eventi artistici di qualità della Città dello Stretto;
  2. la realizzazione del Film Fest consentirà inoltre l’inserimento della Città di Reggio Calabria in circuiti culturali di rilevanza nazionale ed internazionale;
  3. valutato che la realizzazione di siffatto progetto potrebbe risvegliare interesse e coinvolgimento di larghe fasce di cittadini, nonchè essere di richiamo per ulteriori soggetti interessati, provenienti da realtà vicine e lontane e che il piano di comunicazione in esso contenuto dovrebbe diffondere ulteriormente l’immagine positiva della città.

Una manifestazione “simpatica e importante”, direbbe qualcuno: infatti, con separata votazione, valutata l’urgenza, la Giunta ha anche deliberato di dichiarare l’atto immediatamente esecutivo.

Duecentocinquantamilaeuro.

Un bel gruzzolo, potrebbe pensare qualcuno, soprattutto in tempo di crisi. Ma d’altronde, come espresso nella delibera di Giunta e come riporta il sito ufficiale della manifestazione, il “Reggio Calabria Film Fest”

si inserisce nel quadro di iniziative che da alcuni anni l’amministrazione porta avanti per rendere la città calabrese un polo di attrazione turistica e culturale.

E la Minerva Pictures Group s.r.l. è una casa di produzione assai prestigiosa, ha prodotto anche dei film di Asia Argento, figlia del celebre Dario: la Minerva Pictures Group s.r.l. viene fondata nei primi anni ’70 da Ermanno Curti e poi, come ci dice il sito ufficiale,

Nel 1987, l’ingresso nel management aziendale di Gianluca Curti, permette di sviluppare notevolmente l’internazionalizzazione del marchio e consente alla Minerva di affermarsi nel settore dell’entertainment e dell’audiovisivo a livello nazionale e internazionale producendo, distribuendo e commercializzando diritti filmistici.

Gianluca Curti, il patròn, è anche direttore della manifestazione e conduttore delle serate che si stanno tenendo, in questi giorni, al Teatro Francesco Cilea.

Questa piccola presentazione della Minerva Pictures Group s.r.l., è doverosa per introdurvi al prospetto finanziario che la stessa casa di produzione aveva inoltrato al Comune di Reggio Calabria.

Sedici voci, comprese le classiche “varie ed eventuali”, per un totale di 422.600,00 euro.

Quattrocentoventiduemilaeseicento euro.

Si andava delle 75.000,00 euro per “compensi e rimborso spese per collaboratori, consulenti etc. compresi viaggi a/r” ai 3.500,00 euro da versare alla SIAE, fino alle 3.000,00 di “missioni e trasferte.

E se 20.600,00 euro erano le risorse quantificate per le già citate “varie ed eventuali” dalla casa di produzione di Curti (che per sè, in quanto direttore della manifestazione, aveva richiesto 15.000,00 euro), la richiesta più buffa, quantificata in 25.000,00 riguardava la voce “premi, targhe, omaggi”

Anche qui: un po’ troppo per delle targhe, soprattutto in tempo di crisi.

Ma poi, dato che il bene trionfa sempre, l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria è riuscita a stringere i cordoni della borsa liquidando la manifestazione con 250.000,00.

Duecentocinquantamilaeuro.

Urrà!

Cari libri, libri cari

febbraio 4, 2009

libri

No, non parlerò della cosca Libri di Reggio Calabria. Non oggi, almeno.

Parlerò di una cosa completamente diversa: parlerò di cultura (e già questo è un paradosso, dirà qualcuno).

La cultura non ha prezzo e su questo siamo d’accordo.

I libri però, che per noi comuni mortali rappresentano il veicolo attraverso il quale assimilare la cultura stessa, ce l’hanno. E hanno un prezzo assai caro.

Che siano saggi scritti da magistrati (di recente ne ho letto uno di Giuseppe Ayala), che siano inchieste scritte da giornalisti, che siano libri universitari, che siano romanzi o biografie, i libri costano esageratamente troppo e questo è inoppugnabile.

17, 20, 24 euro per un libro, anche molto bello, sono assolutamente tanti. Soprattutto in un periodo in cui tanti, tutti si prodigano a spiegarci che “c’è crisi” e che i soldi scarseggiano.

Giovanni Floris, per esempio, dedica, ogni martedì, una puntata del suo “Ballarò” a temi di natura economica, portando in studio i più noti imprenditori e docenti di economia. In Italia ci sarebbero anche altre cose di cui parlare, ma non importa.

Dicevo che i libri costano parecchio, per questo, in Italia, si legge molto poco. Per questo in Italia, siamo un manipolo di ignoranti che, proprio in quanto tali, possono essere infinocchiati dal ricco di turno che avrà avuto modo di leggere più di noi. Sarà molto più facile truffare il popolo se il popolo è composto capre.

Sì, perchè, come nel 1200, ma anche in altre epoche, nel 2009 in Italia la cultura continua a essere una questione per pochi intimi, roba d’élite.  A scuola, ringraziando Dio, ci vanno quasi tutti, ma in pochi hanno la voglia e i soldi per approfondire le proprie conoscenze.

Questo per due motivi:

1) Produrre libri costa troppo. Di conseguenza le case editrici sono costrette a tenere prezzi alti.

2) I contributi statali, mi riferisco soprattutto alle piccole e medie case editrici, non sono sufficienti per consentire la creazione di un mercato accessibile a tutti.

Ma lo Stato che interesse ha a “creare” cittadini colti che, quindi, riuscirebbero con più facilità a scoprire porcate e intrallazzi?

Nessun interesse.

Allo Stato, in ogni epoca, ha sempre fatto comodo avere a che fare con un popolo ignorante: avere a che fare con gli ignoranti facilita, di molto, ogni compito.

Nel libro di Ray Bradbury, Fahrenheit 451, pubblicato nel 1951, (trasposto sul grande schermo da Francois Truffaut nel 1966), ambientato in un ipotetico futuro, leggere libri è considerato un reato per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume. Chi viene sorpreso in possesso di libri, passa guai seri.

In Italia siamo più bravi. Abbiamo tagliato la testa al toro: prezzi alti così nessuno compra libri e si risparmiano pure i soldi per l’apposito corpo di vigili del fuoco.

In Fahrenheit 451 si applicava la repressione, in Italia usiamo metodi preventivi. Il risultato è sempre lo stesso: il popolo non deve sapere, in modo tale che non sia in grado di capire.