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Il “sacco di Reggio” nelle 159 pagine della relazione della Commissione d’indagine

giugno 15, 2009

palazzo_san_giorgio

da www.strill.it

Il sindaco Scopelliti non c’è, è impegnato a Cosenza per sostenere la candidatura alla Provincia di Gentile, e molti consiglieri di maggioranza asseriscono di non aver avuto modo di visionarla, ma, finalmente, a distanza di quasi un anno dall’istituzione, datata 27 giugno 2008, la relazione della Commissione d’indagine presso Palazzo San Giorgio, composta da dieci membri e presieduta da Nuccio Barillà, giovedì verrà discussa dal Civico Consesso. A parte il duro scontro, oggi in Aula, sul rinvio, l’aspetto fondamentale riguarda, soprattutto, la fine di un percorso, avviato, di fatto, il 17 settembre del 2008, e concluso il 18 febbraio del 2009: 49 riunioni, 24 audizioni e 2 denunce alla Procura della Repubblica.

Il focus di Nuccio Barillà e dei dieci consiglieri (6 di maggioranza, 4 d’opposizione) nasce in seguito alle pesanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Comunale, Aurelio Chizzoniti che, nella Conferenza dei Capigruppo del 21 maggio 2008, paventa la grave ipotesi delle “mazzette” in alcuni settori cruciali di Palazzo San Giorgio: quelli di Urbanistica, dei Lavori Pubblici e della Manutenzione. Tra la Commissione e lo stesso Chizzoniti, poi, dei duri contrasti che, col tempo, però, vengono colmati.

“E’ stato un lavoro difficile”, Nuccio Barillà, nella relazione, lo ripete più volte: difficile perché i settori interessati sono i più delicati, quelli più redditizi, difficile perché non tutti hanno mantenuto le proprie promesse che, soprattutto prima dell’inizio dei lavori, lasciavano presagire audizioni dai contenuti sconvolgenti: un politico regionale, due storiche ditte reggine (una tuttora attiva), il responsabile di un’associazione di categoria, tanti soggetti che, come scrive Nuccio Barillà, hanno preferito “la ritirata strategica”.

I lavori, però, sono andati avanti e si sono occupati, innanzitutto, della cosiddetta costruzione selvaggia:

“Si è costruito dappertutto, si sono realizzate superfetazioni e chiusure terrazzi al centro, sopraelevati  piani, realizzati edifici in zone franose. Ci sono in questo responsabilità della politica per il cattivo, o forse più propriamente mancato, governo del territorio. Però anche i tecnici privati e i funzionari comunali e degli altri Enti , hanno dato il loro contributo”.

Assai dura è l’accusa lanciata, in sede di audizione, dall’Ordine dei Geologi:

“Non solo viene denunciata  l’esclusione sistematica dei geologi dagli avvisi pubblici per le opere relative al piano triennale ma, addirittura, ci sarebbe, da parte degli uffici tecnici comunali, il ricorso dell’affidamento della prestazione geologica per mezzo di subappalto, per il tramite del cosiddetto progettista. Ciò è tassativamente vietato dalla legge”.

Accusa respinta dall’Amministrazione per bocca del dirigente dei Lavori Pubblici, Crucitti che spiegato

“come il settore Lavori Pubblici abbia utilizzato la professionalità del Geologo interno, in considerazione che il costo di una parcella, riferita ad un Geologo esterno, è sempre sproporzionata rispetto alla effettiva prestazione fornita”.

L’Ordine, a distanza, ha replicato che lo stesso criterio non vale per le altre professionalità, selezionate in gran parte all’esterno.

La parte più corposa e interessante della relazione, però, è quella relativa agli abusi edilizi:

“si coglie come l’abusivismo sia stato l’anello di saldatura di fasce compattamente edificate. Sono sorti quelli che qualcuno ha chiamato “quartieri senza architettura”.

Il coordinatore Barillà, per argomentare, sceglie i numeri, citando il recente rapporto “Paesaggi e Identità” promosso dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Calabria:

“Emerge che il Comune di Reggio Calabria, assai vasto per estensione territoriale, accoglie quasi la metà degli abusi SIC individuati nell’intera costa calabrese e la parte nettamente prevalente su scala provinciale( ben 215 su un totale di 280). Anche per quanto riguarda le consistenti “abusive offese edilizie”, collocate nell’ambito di pregiate aree sottoposte a vincolo archeologico, su  72 casi, la quasi totalità sono concentrati nel nostro Comune”.

Particolarmente esaustiva l’analisi del dirigente del settore Urbanistica, Putortì, che, però ha stigmatizzato i rischi di generalizzazione per un comparto così chiacchierato: “noi di urbanistica – questa è la verità ( ha detto) – siamo carne da macello”. Il lavoro della Commissione, però, non è stato semplice anche a causa di un numero assai elevato di denunce anonime che, proprio per tale motivo, vanno interpretate con grande cautela. Una lettera anonima, in particolare, è assai dura:

“viene portata all’attenzione del Procuratore della Repubblica e di altre 30 persone la descrizione di un vero e proprio sistema che da tempo impererebbe nel Settore Urbanistica. Si parte dal racconto degli ostacoli frapposti, in modo ricattatorio, all’anonimo cittadino in relazione alla richiesta di un condono “impossibile” di un fabbricato abusivo, sfociato nella pretesa da parte di due funzionati, “per sciogliere il dilemma” e operare la forzatura , di 40 mila euro. Senza sconto. La somma stando alle parole, che l’anonimo denunciante attribuisce ai due funzionari corrotti, di cui fa nome e cognome, doveva servire per “accontentare un po’ di persone, a partire dal dirigente (addirittura 50%), fino alla segretaria(10%) e all’usciere(5%)”.

Alcune, la maggior parte, di queste lettere anonime non trovano riscontro nella realtà e si mostrano piuttosto fantasiose, purtuttavia è assai onesta e significativa l’ammissione del dirigente Putortì che non si è sentito di escludere la possibile presenza di una organizzazione di malaffare all’interno dei suoi uffici.

Di casi sospetti, comunque, ve ne sono parecchi: si va dai registri manomessi, ai permessi di costruire realizzati, artificiosamente, tramite un pc in uso alla segreteria degli uffici comunali, fino alle firme false, ottenute tramite una fotocopia, fino alla cosiddetta teoria dei “vasi comunicanti” che denuncerebbe, secondo alcune voci, un contatto tra determinati dipendenti di Urbanistica e taluni studi professionali privati che farebbero da prestanome, firmando i progetti, venendo privilegiati nell’ iter autorizzativo: si tratta, comunque, e lo scrive anche Nuccio Barillà, di “un sistema fragile”, come testimoniato dall’audizione dell’ex assessore all’Urbanistica, Adornato, che rende conto di una lettera che aveva  scritto e intendeva consegnare al Sindaco in cui denunciava  di non riuscire ad avere alcun potere sui dirigenti del proprio settore. Un sistema che, nella relazione, viene definito di “maglie larghe di cui approfitta chi vuole perseguire azioni illecite”.

Una spiegazione di un simile abusivismo, del “sacco della città”  oltre a comportamenti forse illegali, di sicuro poco edificabili, viene fornita adducendo grosse responsabilità all’artifizio dell’articolo 22 che regolamenta la procedura finalizzata all’ottenimento al permesso di edificare zona agricola, consentendo, previo parere favorevole del Consiglio Comunale, di edificare “industrie estrattive e cave, attrezzature sportive, turistiche, ricreative pubbliche e private, impianti tecnologici o servizi di interesse pubblico che richiedono localizzazioni isolate”. Uno strumento che nasce come straordinario, per evidenti interessi pubblici, ma che si trasforma ben presto in un utile escamotage per la costruzione dissennata e selvaggia.

L’analisi dei casi, delle testimonianze, anche dei dirigenti, porta la Commissione a una dura conclusione:

“Dalle relazioni, dalle denunce, dalle audizioni, oltre che dalla conoscenza della città e dei fenomeni del territorio, la Commissione ha tratto il convincimento che la Vigilanza, sugli interventi edilizi e di controllo del territorio, in fase preventiva e repressiva, rappresenta l’anello più debole della catena del Settore Urbanistica”.

Il tutto dovuto, anche, a un serio problema di comunicazione tra il settore dell’Urbanistica e la Polizia Municipale cui, ovviamente, toccherebbe l’opera di controllo e repressione:

“Lo conferma, tra l’altro, un rilievo forte venuto dalla Polizia Municipale, riguardante i ritardi riscontrati nella trattazione dei fascicoli da parte dell’U.O. Pianificazione Territoriale. Spesso si va avanti per mesi tra rinvii e solleciti…. Si va dai  4 mesi ai nove, dodici, ventitré,venticinque mesi tra la richiesta di sopralluogo e il sequestro, o tra la richiesta di sopralluogo e le notizie d reato alla Procura… Le pratiche di abusivismo che aspettano, avendone i requisiti, di chiudersi con le demolizioni  sono tantissime. Dai tabulati trasmessi alla Commissione dall’Ufficio Urbanistica, le ordinanze di demolizione esecutive  risultano essere un numero elevato:194 nel 2006, 201 nel 2007, 171 (parziale) nel 2008”.

Rimpallo delle responsabilità, veri e propri atti da scaricabarile che portano, inevitabilmente, al fatto che le pratiche giacciano, sommerse dalla polvere, in fondo ai cassetti.

Il caso più emblematico, riguardante il settore dell’Urbanistica, riguarda, paradossalmente, una sede istituzionale, quella della Direzione Investigativa Antimafia, a Calamizzi: costruita abusivamente, come la Caserma dei Carabinieri del Viale Calabria, allorquando la Società si è avvalse, di una concessione edilizia piuttosto datata, indebitamente e incredibilmente data, all’epoca, dall’Ufficio Urbanistica (n.39 del 18.03.1987). Una vicenda che arriva fino al febbraio del 2007, quando viene portata alla valutazione del Consiglio Comunale la proposta che l’edificio, piuttosto che demolito, venga mantenuto in vita, per via dei prevalenti interessi pubblici, dati dal fatto che è utilizzato dalla D.I.A.

Quanto al settore della Manutenzione, i disastri comportati dai lavori di realizzazione delle condutture del metano sono certificati dalla Commissione tramite diversi sopralluoghi che hanno

“confermato un quadro generale non certo rassicurante. Troppo spesso le imprese incaricate della metanizzazione non hanno eseguito i lavori ad opera d’arte, con gravi danni inflitti al patrimonio stradale ed a quello del sottosuolo urbano. In particolare, in fase di ripristino, contrariamente agli accordi, non viene messo lo strato di cemento e  non viene fatta bene la copertura. Inoltre l’area di scavo non è quella prevista ma molto più estesa. Per non parlare dei tempi di realizzazione, protratti oltre ogni ragionevole tolleranza”.

Assai significative, in questo senso, due audizioni. La prima è del dirigente al settore Manutenzione, Cammera, che la dice lunga su un certo modo di lavorare da parte delle ditte interessate:

“Durante l’esecuzione dei lavori e degli scavi venivano danneggiate le condotte idriche che non venivano prontamente riparate o se coperte subito dopo spuntava la perdita idrica e poi chiamavano noi che dovevamo affrontare le spese attingendo al bilancio comunale…veniva estratto sotto il manto bituminoso il basolato che costituiva la sottostante pavimentazione”.

La seconda è, addirittura, del sindaco Scopelliti:

“il nostro tecnico di riferimento che deve seguire queste cose è stato da me tempestato e insultato più volte e anche minacciato che l’ avrei tolto da responsabile. Questo soprattutto nei primi anni, quando bastava guardare i danni che si facevano. Io passavo, telefonavo in continuazione, facevo anche qualche riunione, ho più volte bloccato i lavori del metano, perchè chiedevo che le aziende realizzassero i lavori in maniera adeguata e perfetta”.

Problemi che attengono al decoro, ma anche alle casse comunali, dato che le richieste di risarcimento danni che attengono al problema “manutenzione strade” costituiscono l’oggetto prevalente degli atti di citazione nei confronti del Comune: Nel 2004 sono state notificate all’Ente 91 sentenze di condanna che hanno comportato una spesa di 708.546,41 euro, nell’anno 2005 sono state notificate 114 sentenza di condanna che ha comportato una spesa di 748.576,89 euro. Nell’anno 2006, notificato al 30 giugno, sono state notificate 46 condanne di risarcimento danni di manutenzione stradale. A queste spese vanno naturalmente aggiunte quelle legali per CPT e difesa dell’Ente.

Per quanto riguarda il settore degli appalti pubblici, che adesso otterrà una grossa mano, in termini di trasparenza, da parte della Stazione Unica Appaltante Provinciale approvata dal Civico Consesso il 19 novembre del 2008, il nodo più difficile da sciogliere è quello relativo ai lavori per affidamento diretto:

“Oggetto di grande contestazione da parte di numerosi imprenditori (che purtroppo non hanno inteso esporsi) è il fatto che per anni i lavori sarebbero stati assegnati, in modo fiduciario, più o meno sempre alle stesse ditte e con una “fiducia” attribuita sulla base di criteri che non sarebbero stati oggettivi, che non sempre avrebbero rispettato la competenza e la professionalità e, addirittura, in molti casi, la disponibilità adeguata di mezzi e di addetti o il rispetto delle norme sulla sicurezza”.

Si tratta di storie difficili da capire appieno, di storie pericolose, fatte anche di gravi attentati, come quelli subiti dai dirigenti Putortì e Crucitti. Storie portate alla luce dal lavoro della Commissione d’indagine che, accanto alla “denuncia” offre delle soluzioni: informatizzazione dei servizi che offrirebbe meno discrezionalità e “potere” ai dipendenti comunali, rotazione dei dipendenti (peraltro annunciata dal sindaco Scopelliti), che eviterebbe le “incrostazioni” negli uffici, dato che in alcuni settori vi sono dipendenti che operano da trent’anni, e l’incremento del personale, che faciliterebbe la velocità con cui l’Ente offrirebbe il servizio al cittadino.

Questo il parere della Commissione. Per sapere cosa ne pensa la compatta maggioranza e, soprattutto, il sindaco Scopelliti, bisognerà aspettare giovedì.

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Reggio Calabria e la sicurezza

aprile 10, 2009

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Era settembre e su questo blog si discuteva delle dichiarazioni del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, che, al convegno del Movimento per le Autonomie, aveva dichiarato: “Reggio, a parte la ‘ndrangheta, è una città sicura”.

Una città così sicura che costringe il proprio Primo Cittadino a muoversi, nelle proprie uscite pubbliche, accompagnato da una scorta.

Comunque sia, ho già espresso la mia idea in proposito, ma l’ennesimo attentato subito da un dirigente del Comune di Reggio Calabria, Pasquale Crucitti, gambizzato ieri sera, da ignoti, mentre rientrava a casa, dovrebbe indurre tutti noi a fare qualche riflessione.

Il sindaco Scopelliti, quel sindaco che, nelle dichiarazioni, chiudeva in un compartimento stagno la ‘ndrangheta, è lo stesso sindaco che, nell’ultimo anno e mezzo ha dovuto incassare, purtroppo, numerosi attentati e/o avvertimanti da parte di quella signora chiamata ‘ndrangheta nei confronti della sua Amministrazione Comunale.

Riavvolgiamo il nastro.

Nel gennaio del 2008, nel giro di nemmeno una settimana viene prima incendiata l’autovettura dell’avvocato Franco Zoccali, all’epoca Capo di Gabinetto del sindaco, oggi City Manager del Comune di Reggio Calabria; poi, per ben due volte, i camion della Leonia SpA, la società che, per conto dell’Amministrazione Comunale, si occupa della raccolta dei rifiuti, vengono riempiti di piombo.

Passano diversi mesi, nel frattempo finisce la latitanza di uno dei capi carismatici della ‘ndrangheta reggina, Pasquale Condello, incomincia e finisce l’estate, ma, a ottobre, un altro attentato: vengono date alle fiamme le autovetture di Saverio Putortì, dirigente del settore Urbanistica.

Il settore Urbanistica in cui lavora Putortì, e quello dei Lavori Pubblici in cui opera Pasquale Crucitti, insieme al settore della raccolta dei rifiuti (ricordate gli spari ai camion Leonia SpA), sono, notoriamente, gli ambiti più delicati per gli amministratori locali del Meridione.

Proprio recentemente il Comune di Reggio Calabria ha stanziato un milione e 770 mila euro per far fronte alla manutenzione delle strade. Le cosiddette “strade-groviera”, riammodernate dalle ditte reggine e, nel giro di poche settimane, nuovamente in condizioni pietose, che hanno spinto il sindaco Scopelliti a paventare uno “scandalo mazzette” e indotto il Consiglio Comunale a istituire la Commissione d’indagine a Palazzo San Giorgio.

Sì, perchè c’è da aggiungere che dei settori Urbanistica e Lavori Pubblici, quelli dei due dirigenti minacciati, si è occupata, in questi mesi, la Commissione d’indagine presso Palazzo San Giorgio, coordinata dal consigliere di minoranza Nuccio Barillà: presentata in pompa magna, attiva nell’ombra, ha concluso i propri lavori, in ritardo siderale sulla tabella di marcia, alcune settimane fa. Ma non ha ancora informato la città (che avrebbe tutto il diritto di sapere) dei risultati ottenuti.

Siamo quasi alla fine della cronistoria. Dopo l’attentato a Putortì, nell’ottobre del 2008, i mesi passano, finisce la latitanza di un altro dei capi carismatici della ‘ndrangheta reggina, Giuseppe De Stefano, e si arriva, piano piano, ad oggi.

Anzi, a ieri. All’ennesimo avvertimento nei confronti dell’Amministrazione Comunale.

Se non fosse per lo scalpore e lo sdegno creato dall’agguato fisico a colpi di pistola patito da Crucitti, non ci sarebbe nulla di che sorprendersi. Sì, perchè, a Reggio Calabria (che è una città sicura, ricordiamolo) non passa notte in cui venga appiccato il fuoco a due, tre, quattro macchine. E anche le attività commerciali, di tanto in tanto, fanno boom (vedasi bar Malavenda e bar “Dolci sapori”).

Ma, quando nel mirino finisce l’Ente che amministra la città, allora la certezza che lo Stato parallelo, la ‘ndrangheta, sia più forte e deciso di quello vero, ufficiale, ritorna a galla.

E quindi, i venti nuovi investigatori promessi, nel corso della recente visita a Reggio Calabria, dal ministro dell’Interno, sono nulla in confronto a quello che servirebbe. E un sindaco come Scopelliti, assai stimato nei Palazzi romani, questo dovrebbe farlo presente alla politica nazionale.

Sollevare il problema sicurezza a livello nazionale, non significa stroncare i flussi turistici cui il sindaco Scopelliti tiene (giustamente) moltissimo. Significa costruire una città più sicura che, in futuro, possa fare proprio del turismo la propria risorsa principale.

Servirebbe anche per riscattare l’errore commesso a monte: non aver richiesto l’invio dell’esercito a Reggio Calabria, quando era possibile farlo.

La Commissione d’indagine rischia il naufragio; ma la città merita delle spiegazioni

ottobre 31, 2008

Della Commissione d’indagine di Palazzo San Giorgio avevo già parlato qui.

Ecco, invece, l’articolo che ho scritto oggi per www.strill.it

Come il Titanic, la Commissione d’indagine presso il Comune di Reggio Calabria, nata a furor di popolo e sotto i migliori propositi, rischia di affondare, certificando così una frustrante sconfitta per l’intera città. E infatti, i malumori in seno  alla Commissione presieduta dal consigliere Nuccio Barillà crescono giorno dopo giorno e lo stesso Barillà vede nelle dimissioni un’ipotesi sempre più convincente e seduttiva.

Il gruppo di lavoro, formato alcuni mesi fa, in seguito alle dichiarazioni, rilevate in circostanze diverse, del sindaco Giuseppe Scopelliti e del presidente del Consiglio Comunale, Aurelio Chizzoniti, che parlavano apertamente di “mazzette” in alcuni settori, ha trovato numerose difficoltà nel corso della propria attività. Difficoltà che, evidentemente, giorno dopo giorno, si sono fatte sempre più insormontabili, per svariati motivi.

Ci si è messo di mezzo anche qualche episodio sospetto ancorché inquietante come, per esempio, l’intimidazione subita, qualche settimana fa, dall’architetto Saverio Putortì, dirigente del settore Urbanistica (uno di quelli più attenzionati) cui sono state bruciate due auto proprio nel giorno in cui sarebbe dovuto essere audito dall’equipe coordinata da Nuccio Barillà.

E’ latente nelle dichiarazioni, ma evidente nei fatti, la delusione del coordinatore Barillà per la scarsa collaborazione ricevuta: la Commissione, composta da consiglieri di maggioranza e di opposizione, fa fatica anche a riunirsi, dovendo conciliare gli impegni, peraltro legittimi, dei numerosi professionisti che la compongono

Non lo dice e, probabilmente, non lo dirà mai, ma Nuccio Barillà si sente “sabotato” dai suoi stessi colleghi. Anche per questo Barillà, consigliere esperto e uomo di provata correttezza, sta cercando un modo per svincolarsi dall’incarico.

Ma non sarà facile, perché, oltre alle sue dimissioni bisognerebbe accertare se anche il resto della Commissione sia disposta a lasciare il lavoro intrapreso. Sull’istituzione della Commissione d’indagine ha deciso il Consiglio Comunale, ragion per cui è impensabile che tutto venga spazzato via con un colpo di spugna.

Altro fattore che potrebbe rallentare ulteriormente i lavori: Peppe Raffa, di Forza Italia, componente della Commissione, è stato di recente nominato vicesindaco. Inevitabile, ma non per questo rapida e facile da eseguire, la sua surroga all’interno dell’organo coordinato da Barillà.

Vi sono, insomma, diverse cause che hanno concorso e concorrono a complicare la vita della Commissione d’indagine, chiamata a far luce (ed eventualmente a rivolgersi alla magistratura) su una serie di presunte irregolarità avvenute negli uffici di Palazzo San Giorgio.

Ma, adesso, il lavoro ha subito un’ulteriore, forse decisiva fase di stasi; e, anche se dovesse ultimare il proprio lavoro, ipotesi, al momento, alquanto remota, Nuccio Barillà difficilmente verrà a capo di qualche “magagna”.

E i motivi possono essere molteplici.

A Palazzo San Giorgio è tutto in regola? Può darsi, anche se le dichiarazioni di Scopelliti e Chizzoniti facevano pensare ad altro; Nuccio Barillà è inadeguato per il compito di coordinatore della Commissione d’indagine? Nemmeno a parlarne, le capacità di Barillà, stimato da entrambi gli schieramenti politici, non sono in discussione; molto più probabile, infine, che la Commissione d’indagine abbia trovato, nel corso della audizioni, un muro, una imperforabile reticenza da parte delle persone ascoltate.

Quest’ultima ipotesi, pur rimanendo tale, è quella più preoccupante.

In ogni caso, Nuccio Barillà e la sua Commissione dovranno fornire, per un obbligo morale e istituzionale, un resoconto alla città.

La delicatezza della situazione lo impone, senza alcuna deroga.