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Dal 24 luglio ”S” sbarca in Calabria

luglio 23, 2010

I pizzini, i verbali, gli affari e le intercettazioni sulla “Cupola calabrese” colpita al cuore dalle maxiretate di luglio che hanno portato in cella 350 affiliati alla ‘ndrangheta

che avevano fatto di Milano il quartier generale da cui gestire gli affari dei boss. Questi i contenuti con cui il news-magazine S, del gruppo Novantacento, di Palermo, sbarca nelle edicole oltre lo Stretto con un’edizione calabrese interamente dedicata all’organizzazione criminale che si è dotata di una gerarchia simile a Cosa Nostra.

«In 116 pagine full-color – riporta un comunicato – il mensile diretto da Francesco Foresta, ricostruisce punto per punto le fasi delle indagini e i capi di imputazione che coinvolgono l’esercito di 350 uomini agli ordini del super-boss Condello: dagli appalti in Calabria e Lombardia alle relazioni con uomini delle istituzioni, passando per le lettere del boss ai familiari, i retroscena del delitto dell’assicuratore Filianoti e i rapporti tra colletti bianchi e le ‘ndrine.

E poi le estorsioni imposte a tutta Reggio Calabria, il nuovo organigramma delle ‘ndrine, le lupare bianche e gli occhi dell’organizzazione criminale calabrese sull’affare del decennio, l’Expo che si terrà a Milano nel 2015». «È un numero speciale – prosegue la nota – che passa ai raggi X gli affari della ‘ndrangheta a livello nazionale, che raccoglie in un unico volume le fasi delle inchieste ‘Metà e ‘Criminè e che spiega gli equilibri di potere a Reggio Calabria e i collegamenti tra le cosche e gli ambienti politici calabresi».

A firmare gli articoli, oltre a Davide Milosa, Andrea Cottone e Claudio Reale, due cronisti cresciuti alla scuola di strill.it: Claudio Cordova e Antonino Monteleone.

S – Calabria sarà in tutte le edicole calabresi, e nelle principali rivendite di milano a partire da sabato 24 luglio a 3 euro.

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Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

Berlusconi indagato a Reggio Calabria?

dicembre 6, 2009

da www.strill.it

L’articolo lo firma, a pagina 7, Gian Marco Chiocci. L’attendibilità delle informazioni contenute nel pezzo è tutta da confermare e non di certo per disistima nei confronti dell’inviato de “Il Giornale”. Il punto è questo: il clima, ardente, delle ultime settimane, ha imbarbarito la politica, ma ha imbarbarito, purtroppo, anzi, soprattutto, i giornali, di destra e di sinistra.

La storia è questa.

Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri titola, in maniera eloquente: “Pure i pm di Reggio in gara per ‘avvisare’ il Cav”.

Il Cav è, ovviamente Silvio Berlusconi.

La notizia è fornita dallo stesso collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che, pochi giorni fa, ha tirato in ballo, a Torino, Berlusconi e Dell’Utri che, a dire dell’ex killer di Cosa Nostra (responsabile di oltre 40 omicidi), avrebbero intrattenuto rapporti assai stretti e oscuri con la mafia siciliana. Spatuzza dice di essere stato interrogato, negli ultimi mesi, anche dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L’ufficio reggino, peraltro, è diretto da un anno e mezzo da Giuseppe Pignatone, un palermitano che di indagini su Cosa Nostra ne ha fatte parecchie nella propria carriera: la presunta inchiesta di cui parla “Il Giornale” riguarderebbe gli interessi comuni di mafia e ‘ndrangheta a Milano, con particolare riferimento al mercato ortofrutticolo, alle spedizioni, alle imprese di pulizia.

Tutti business che, come è noto, interessano non poco le mafie.

Si parte da un fotogramma che, in un bar di Milano, ritrae il boss di Africo, Salvatore Morabito. La presenza degli “africoti” nel capoluogo lombardo, infatti, è certificata da ampia letteratura, nonché da sentenze passate in giudicato. Morabito sarebbe stato scovato in compagnia di Giuseppe Porto, che Gian Marco Chiocci definisce “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”.

Berlusconi e Dell’Utri nella storia rientrerebbero in maniera indiretta. A fare da collante c’è, come spesso accade quando il Premier viene accostato alla mafia, Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, ma anche “uomo d’onore” e pluriomicida di Cosa nostra, appartenente al mandamento di Porta Nuova, retto da don Pippo Calò. Giuseppe Porto, il “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”, infatti, sarebbe stato molto vicino allo stesso Mangano. Scrive Gian Marco Chiocci: “Il nome di Porto spunta infatti in più inchieste ed è spesso affiancato a quello del fattore di Arcore e dei suoi rampolli, Enrico di Grusa, genero di Mangano, e Daniele Formisano, che, secondo il pentito Angelo Chianello (tenuto in grande considerazione dalla Procura di Milano) sarebbero legati a doppio filo proprio a Porto”.

Ci sarebbero anche le figlie di Vittorio Mangano in un filmato agli atti del Procuratore Giuseppe Pignatone: gli intrecci tra Cosa nostra e ‘ndrangheta, quindi, riguarderebbero le infiltrazioni, e anche in questo caso vi sono diverse inchieste sul tema, nel mercato ortofrutticolo milanese.

Che le mafie avessero colonizzato Milano è storia nota e vecchia: qualcuno la definisce, non solo giornalisticamente, “la capitale delle mafie”.

Tanto la ‘ndrangheta, quanto Cosa nostra.

“Il Giornale” fa il proprio “dovere”: si schiera dalla parte di Berlusconi e Dell’Utri. Scrive, in conclusione, Gian Marco Chiocci: “Fatti che possano collegare logicamente tutti questi personaggi? Nessuno. Prove che associano Dell’Utri al “cinese” (Giuseppe Porto)? Nessuna”.

Niente, di niente. Secondo il quotidiano diretto da Vittorio Feltri sarebbe un’ennesima macchinazione: dopo Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano, Reggio Calabria sarebbe la quinta Procura pronta a indagare il Premier.

Sull’attendibilità dell’articolo si è già detto in apertura: “il clima infame”, tanto per citare un politico del passato, delle ultime settimane, ha fatto perdere credibilità a tutti. Pendere dalle labbra di un ex killer come Spatuzza è certamente un eccesso, ma negare aprioristicamente ogni elemento emerso nelle ultime settimane sarebbe altrettanto nocivo.

Si indaghi, se è necessario.

Ma quello tirato fuori da “Il Giornale” potrebbe essere un fatto vero (e quindi grave), ma potrebbe anche essere (e la gravità sarebbe identica) l’ennesima puntata del gioco delle parti, di giornalisti, di destra e sinistra, che si trasformano in “braccia armate” della politica, perdendo di vista il bene supremo per chi voglia tentare di fare informazione: la verità.

Il ritorno dei “Monnezza”

novembre 13, 2009

spazzatura

Il teatro principale è quello del film di Giuseppe Tornatore, Baarìa.

L’Italia, il Sud, vanno avanti di emergenza in emergenza. Probabilmente perchè, nelle fasi di emergenza si prendono, di conseguenza, decisioni straordinarie, si elargiscono, quindi, risorse, soprattutto economiche, straordinarie.

Dopo l’emergenza rifiuti in Campania, quindi, arriva (o, meglio, ritorna) quella siciliana. Sì perchè Palermo, già negli scorsi mesi, era stata sommersa da montagne di spazzatura. Adesso, invece, come detto, l’epicentro è Bagheria, dove, proprio ieri, sono stati bruciati cumuli di immondizia, sparsa per le strade.

E la storia recente, la cronaca giudiziaria, ci hanno dimostrato che dove c’è un’emergenza rifiuti c’è di mezzo la criminalità organizzata.

E’ accaduto in Campania, dove il Governo ha messo in campo persino l’esercito per sgomberare le strade dalla spazzatura.

E c’è, come ben sapete, anche un’ordinanza del Gip di Napoli che accoglie la richiesta d’arresto per un sottosegretario del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino, candidato in pectore alla presidenza della Regione Campania e, secondo i giudici, coinvolto, insieme con i clan dei casalesi, proprio nell’affaire rifiuti.

L’accusa per Cosentino, infatti, è quella di concorso esterno in associazione mafiosa. Il Gip, quindi, ha chiesto l’autorizzazione al Parlamento per poter procedere all’arresto, nel frattempo, però, Cosentino, e qui non si parla di legge ma di morale, non ha ancora manifestato la volontà di dimettersi.

Rifiuti-mafie.

E’ accaduto in Campania (a prescindere dall’innocenza o colpevolezza di Cosentino), sta accadendo in Sicilia e non mi sorprenderei di vedere, quanto prima, una situazione simile in Calabria, dove l’emergenza rifiuti comincia, ufficialmente, nel 1998.

A proposito della Sicilia, il 24 giugno scorso Giuseppe Oddo, su IlSole24ore, scriveva qualcosa di molto giusto, alla luce di quanto sta accadendo:

L’emergenza, però, come dicevamo, va ben oltre Palermo. Dalla città è già arrivata ai Comuni limitrofi e ha cominciato a contagiare altre province della Sicilia. Alle porte di Palermo la situazione è al limite dell’ordine pubblico. Tant’è che la Regione è pronta a erogare crediti ai Comuni travolti dall’emergenza, sotto forma di anticipazioni di cassa sui trasferimenti futuri. Un modo per evitare che la situazione sociale degeneri. Bagheria da oltre una settimana è invasa dalla spazzatura per il dissesto del Coinres. Il consorzio che riunisce ventidue Comuni del palermitano come Villabate, Ficarazzi e Bagheria è una fabbrica di debiti.

“Ecco perchè l’emergenza rifiuti in Sicilia non è affatto risolta” era il titolo profetico dell’articolo.

Sono interessanti anche le dichiarazioni, di qualche settimana fa di Gaetano Pecorella che, oltre a essere avvocato di Berlusconi, è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti:

“In Sicilia non c’è ancora uno stato di emergenza sulla gestione dei rifiuti ma se non sicostruiranno i termovalorizzatori si andra’ prima o poi al collasso”.

Ricordiamoci del legame rifiuti-mafie.

E ricordiamo cosa c’è scritto nell’ordinanza di arresto per Nicola Cosentino sul termovalorizzatore da costruire nel territorio di Santa Maria La Fossa Abbate:

L’intervento dell’indagato Cosentino, del collega Mario Landolfi e del sindaco di Santa Maria La Fossa Abbate, converge con quello dei fratelli Orsi, allorquando i due parlamentari s’impegnano in una ‘forte pressione’ affinché in quel territorio fosse realizzato un termovalorizzatore dopo il
fallimento del progetto iniziale di allocare in quell’area una discarica

Sì perchè costruire un termovalorizzatore costa e se di mezzo ci si mette la criminalità organizzata, allora i soldi, elargiti dallo Stato, rischiano di finire in mani assai sporche.

Emergenza rifiuti in Campania: c’è di mezzo la camorra e si cercano accordi per la costruzione di un termovalorizzatore.

Emergenza rifiuti in Sicilia: Gaetano Pecorella, deputato del Pdl, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, auspica la costruzione di termovalorizzatori sull’isola.

Emergenza rifiuti in Calabria: annunciata nel 1998. C’è chi vorrebbe un raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro.

Il meccanismo del gioco è sempre lo stesso.

Ponte sullo Stretto: l’ultima volta fu guerra di mafia

ottobre 16, 2009

ponte_sullo_stretto

da www.strill.it

“Fratelli di sangue”, di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, pagina 65:

“A infuocare gli animi era stato il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto, ma anche l’influenza dei De Stefano ad allargare la loro influenza su Villa San Giovanni, territorio degli Imerti”.

 Poche righe, per spiegare un fatto difficile da spiegare.

L’11 ottobre del 1985 è un venerdì, sono le 19.10. Nella centrale via Riviera di Villa San Giovanni, a pochi metri dalla caserma della Guardia di Finanza, c’è una Fiat 500. E’ parcheggiata accanto all’automobile blindata di Nino Imerti, il boss che controlla Villa San Giovanni.

Nessuno, probabilmente, nota quella Fiat 500, un’automobile come tante altre, parcheggiate in una delle zone più frequentate di Villa San Giovanni. Quell’auto, però, non è un’auto come le altre. Nino Imerti e i suoi uomini di scorta non lo sanno, ma quella Fiat 500 è imbottita di esplosivo.

Nino Imerti si salverà miracolosamente, moriranno alcuni suoi guardaspalle. Due giorni dopo, però, la risposta sarà dirompente e lascerà sull’asfalto Paolo De Stefano, il boss dei boss di Reggio Calabria, ucciso nel proprio regno, nel rione Archi.

Comincia così la seconda guerra di mafia di Reggio Calabria: nell’estate del 1991, quando si concluderà, si conteranno quasi seicento morti.

Perché Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, in “Fratelli di sangue”, una piccola enciclopedia sulla ‘ndrangheta, attribuiscono l’inizio delle ostilità ai lavori del Ponte e agli appetiti della famiglia De Stefano su Villa San Giovanni, dove dovrebbe poggiare uno dei pilastri dell’opera?

Dell’idea di collegare Sicilia e Calabria si parla fin dall’antichità. La prima proposta di realizzazione di un ponte è datata 1866, allorquando il Ministro dei Lavori Pubblici Jacini incarica l’ingegnere Alfredo Cottrau, tecnico di fama internazionale, di studiare un progetto di ponte tra le due sponde.

Perché, nel 1985, una recrudescenza dei contrasti mafiosi così tragica?

Nel 1982 il Gruppo Lambertini presenta alla neonata società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A., il proprio progetto di ponte. Nello stesso anno il ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile, annuncia la realizzazione di “qualcosa” “in tempi brevi”. Due anni più tardi si ripresenta agli italiani con una data precisa: “Il ponte si farà entro il ‘94”. Nel 1985 il presidente del consiglio Bettino Craxi dichiara che il ponte sarà presto fatto. La Stretto di Messina S.p.A. il 27 dicembre 1985 definì una convenzione con ANAS e FS.

Ecco, 1985.

Le cosche calabresi cominciano a farsi la guerra anche a causa del ponte. E questo non lo dicono soltanto, benché siano fonti autorevoli, Antonio Nicaso e Nicola Gratteri in “Fratelli di sangue”. Non lo dice soltanto, a pagina 143 del suo “Processo alla ‘ndrangheta”, lo studioso Enzo Ciconte:

“A quanto pare la guerra era da mettere in relazione agli appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare stabilmente le sponde della Calabria e della Sicilia”.

Lo dicono le sentenze. Tribunale di Reggio Calabria, “Ordinanza-Sentenza contro Albanese Mario + 190”, Reggio Calabria, 1998, p. 312:

“Tra le ragioni alla base della “guerra di mafia” che ha interessato l’area di Reggio Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto”.

Lo dice anche un collaboratore di giustizia, Filippo Barreca, parlando con il sostituto procuratore Bruno Giordano (lo stesso che, a capo della Procura di Paola, ha indagato e sta indagando, sulle “navi a perdere” e sulle scorie radioattive nel torrente Oliva) degli interessi di Cosa Nostra affinché a Reggio si stipulasse la pace. Le dichiarazioni di Barreca, rese l’11 novembre del 1992, saranno utilizzate proprio nell’ambito del maxiprocesso Olimpia:

“L’interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di Reggio Calabria scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo Stretto)”.

Proprio ieri, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, ha dichiarato:

“I lavori del Ponte sullo Stretto di Messina inizieranno il 23 dicembre di quest’anno e termineranno nel 2016”.

 E c’è un ultimo dato.

Le dichiarazioni dello scorso 27 giugno, a Radio 24, di Giusy Vitale, prima donna capo del mandamento mafioso di Partinico (Palermo) e ora collaboratrice di giustizia:

“Tra Cosa Nostra e i calabresi, ci sono già stati contatti in vista dell’ipotesi della costruzione del Ponte sullo Stretto”.

Lo stesso Salvo Boemi, ex procuratore aggiunto a Reggio Calabria, oggi commissario della Stazione Unica Appaltante calabrese ha avuto modo di dichiarare:

“Il ponte è il grande affare del terzo millennio per Sicilia e Calabria, se non se ne interessasse la mafia ne sarei sorpreso”.

I siciliani, storia e sentenze lo dimostrano, vogliono la pace per fare i “piccioli”. In Calabria, a Reggio Calabria, l’ultima volta che si è parlato concretamente di Ponte sullo Stretto si è sparato per sei anni.

E questa è storia.

La stessa storia che Cesare Beccaria definiva così: “La storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori fra i quali poche e confuse e a grand’intervalli distanti verità soprannuotano”.

Il rosso e il nero

luglio 26, 2009

paoloborsellino

C’è il rosso dell’agenda di Paolo Borsellino. Quell’agenda scomparsa, sicuramente sottratta, dal luogo della strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio del 1992, a Palermo. L’agenda che Paolo Borsellino portava sempre con sè, l’agenda che, probabilmente, racchiudeva segreti che, per dirla con Dante, avrebbero fatto tremare le vene ai polsi a tante persone.

E poi c’è il nero. Il nero dell’oscurità: un’oscurità che avvolge il passato, il presente e che, per quanto mi riguarda, avvolgerà anche il futuro.

Il mio inguaribile pessimismo mi suggerisce infatti che sia molto, molto, improbabile che si possa arrivare a una verità dei fatti, l’unica che io riesca ad accettare, sulle stragi del 1992 e sulla presunta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.

Non ho fiducia perchè vedo che, a distanza di 17 anni, nonostante la tragicità di quelle vicende, nonostante l’immensa importanza di scoprire una verità che in primis concederebbe la meritata giustizia alle vittime di quegli eccidi, ma che, soprattutto, aprirebbe nuovi scenari nel nostro Paese, il modus operandi di protagonisti diretti e indiretti sembra dettato principalmente da due verbi: insabbiare e strumentalizzare.

Insabbia il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, accusato da alcuni individui di conoscere l’esistenza del presunto patto tra Stato e Cosa Nostra. Mancino nega con forza di aver incontrato Paolo Borsellino, a poco più di due settimane dalla strage di via d’Amelio, il primo di luglio del 1992, giorno del suo insediamento come Ministro dell’Interno, salvo poi ritrattare e concedere il beneficio del dubbio quando un altro magistrato, Giuseppe Ayala, colui il quale condusse l’accusa nel maxiprocesso alla Cupola, afferma di aver appreso proprio dallo stesso Mancino di un incontro informale con Paolo Borsellino.

Mancino rimane vago:

“Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale”.

Nel mio mondo ideale un vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni chiacchiera, anche strumentale.

Ma torniamo a noi.

Insabbia Totò Riina, e mi piace di più chiamarlo “u curtu”, rispetto a “Il capo dei capi”. Riina insabbia perchè tenta di far credere di sapere determinate cose sulla strage di via D’Amelio, ma soprattutto, di volerle dire.

Ma, la domanda sorge spontanea: se, come dice Riina, Paolo Borsellino è stato assassinato dallo Stato, piuttosto che dalla mafia, come potrebbe conoscere i nomi dei mandanti se tutto è avvenuto fuori da Cosa Nostra? Quelle di Riina sono frasi false, che cercherebbero di celare ulteriormente la verità, nella speranza di ricattare qualche colletto bianco pauroso di essere tirato in ballo, oppure, nella migliore delle ipotesi, sterili a prescindere, per stessa ammissione di Totò u curtu.

Insabbiare e strumentalizzare.

Strumentalizza Luciano Violante, ex magistrato, ex presidente della Commissione Parlamentare Antimafia che, a distanza di tanti anni, sente l’irrefrenabile voglia di parlare della trattativa tra Stato e Cosa Nostra e incontra i magistrati siciliani, salvo poi lamentarsi, dopo l’audizione di una fuga di notizie sui contenuti dell’incontro, incassando, udite udite, la solidarietà di alcuni esponenti del Popolo della Libertà.

L’unica cosa vera è che tramite questi due verbi, insabbiare e strumentalizzare, non si arriverà di certo alla verità. Ma Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, da tempo si dice sicuro che il giudice sia stato assassinato perchè, da persona onesta quale era, si era rifiutato di stare al gioco delle parti e delle trattative.

Vuoi vedere che la verità sta proprio in questa congettura?

Recensione – Toghe rosso sangue

giugno 5, 2009

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Estraendo dall’oblio i casi dei ventisette magistrati uccisi in Italia dal 1969, Paride Leporace, oltre a raccontare ventisette vite spezzate per quello che viene definito “il senso del dovere”, ripercorre, inevitabilmente, le vicende più controverse, oscure e drammatiche della storia d’Italia del dopoguerra. Un Paese strano, l’Italia. Un Paese che ha sempre vissuto sul sottile filo di emergenze, economico-sociali, come la cosiddetta Questione Meridionale, eversive, legate al terrorismo, nero e rosso, politico-criminali, rappresentate dalla corruzione e dagli intrecci tra aule parlamentari e le mafie: il libro, racconta, quindi, storie di morte, di lacrime e di colpevoli.

In “Toghe rosso sangue” – La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia, edito da Newton Compton, ci sono proprio tutti i giudici uccisi in Italia: ci sono Francesco Coco, Girolamo Tartaglione ed Emilio Alessandrini, assassinati dal terrorismo rosso, Brigate Rosse e altri movimenti che negli anni di piombo hanno sparso il terrore per tutta l’Italia, ci sono Mario Amato, il giudice dalle scarpe bucate, e Vittorio Occorsio, trucidati dal terrorismo nero, quello di estrema destra, quello dei Nar (Nuclei armati per il terrorismo) e di Ordine nuovo. C’è poi l’infinita lista di giudici uccisi dalle mafie, da Cosa nostra: Terranova, Costa, Ciaccio Montalto, Chinnici, Livatino, il giudice ragazzino, fino a Falcone e Borsellino. Ci sono anche Francesco Ferlaino e Bruno Caccia, uccisi dalla ‘ndrangheta e Antonino Scopelliti, il giudice solo, per eliminare il quale si è resa necessaria una sinergia, una partnership tra siciliani e calabresi. C’è anche un giudice, Paolo Adinolfi, che ufficialmente non è nemmeno morto: lo hanno fatto scomparire. Un classico caso di “lupara bianca”. Tutti uomini, tranne una, Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone, magistrato, rimasta vittima nella strage di Capaci.
La toga, dunque, non è solo un vestiario richiesto dai codici, dalla procedura. Non è la parrucca dei giudici inglesi: è uno status, è il simbolo, come la bilancia lo è della Giustizia, di una vita che dovrebbe essere spesa, totalmente, per salvaguardare il diritto dei più deboli. La toga l’avevano sposata tutti i ventisette giudici uccisi in Italia dal 1969: non sarebbero stati uccisi se non avessero fatto con passione, ma, soprattutto, con competenza e coraggio, il proprio mestiere. L’Italia, probabilmente, sarebbe un Paese diverso, se solo una parte delle “Toghe rosso sangue” fosse viva. Un Paese strano, quello è nel DNA, ma, forse, migliore. Ma, come detto, le storie dei ventisette giudici trucidati, sono anche storie di colpevoli. Con la morte di questi giudici, infatti, l’Italia paga la propria colpa: la colpa di aver lasciato soli, alcuni persino senza scorta, quelli che erano dei semplici uomini, fatti di carne e ossa, rendendoli, di fatto, dei facili bersagli. Osteggiati in vita, eroi da morti. Falcone e Borsellino sono solo i casi più noti: il primo passo verso la solitudine e, quindi, la fragilità, è la delegittimazione, in passato come oggi.

Le emergenze, quelle che da sempre affliggono l’Italia, non si combattono e sicuramente non si vincono con gli eroi. Quelle partite, contro il terrorismo e le mafie, l’Italia le ha perse per colpe proprie, sacrificando, volutamente, alcune tra le migliori personalità e questo Paride Leporace, giornalista, già direttore di Calabria Ora e attuale direttore de Il Quotidiano della Basilicata, lo sa bene: per questo, tramite un minuzioso lavoro di ricerca, tramite la consultazione di giornali dell’epoca, degli atti giudiziari, l’ascolto delle testimonianze, riporta alla memoria di tutti la morte, ma, soprattutto, la vita di ventisette magistrati.

Perché il ricordo del sacrificio, la conoscenza del passato, sono il modo, unico e infallibile, di riappropriarsi della coscienza e dell’intero Paese. Sono l’unico modo di risalire la china e vincere e ripulire quelle toghe sporche di sangue.

Cuor di leone

dicembre 17, 2008

PALERMO - SUICIDA IN CARCERE GAETANO LO PRESTI ARRESTATO NEL BLI

Non è un insulto dire che un uomo morto è morto.

Gaetano Lo Presti è morto.

Non è un insulto dire la verità. Soprattutto se si tratta di verità giudiziaria: si evita anche la querela.

Gaetano Lo Presti era stato arrestato ieri nell’ambito di una vasta (99 fermi) operazione dei carabinieri di Palermo contro Cosa Nostra, contro coloro i quali stavano ricostruendo la Commissione interprovinciale della mafia per conto del boss latitante Matteo Messina Denaro.

Gaetano Lo Presti era indicato come il capomafia di Porta Nuova, un mandamento piuttosto importante: significa comandare un buon terzo di Palermo, significa avere un potentato che assorbe Palermo centro, fette dell’Uditore e dell’Acquasanta.

Non è un insulto dire la verità. La verità storica.

E allora è bene ricordare che nomi “illustri” si sono succeduti, in passato, alla guida di Porta Nuova: boss del calibro di don Pippo Calò, Filippo Cancemi, Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, fino a Salvatore Ingarao, assassinato nel 2007.

Ma torniamo alla verità giudiziaria.

Gaetano Lo Presti era già stato condannato, in passato, a una ventina d’anni per reati di mafia.

Gaetano Lo Presti, reggente di Porta Nuova, che già aveva trascorso una lunga villeggiatura in carcere, insomma, era un boss mafioso tra i più potenti, temuti e rispettati.

Nemmeno una notte.

Tanto ha resistito il potente, temuto e rispettato Gaetano Lo Presti. Questa mattina il suo cadavere, appeso per il collo a una fune, è stato ritrovato, privo di vita, in una cella del carcere Pagliarelli di Palermo.

Della protervia, della prepotenza, dell’arroganza, della forza di un tempo è rimasto solo un corpo esanime, che ciondola appeso per il collo.

Il corpo di un individuo, “potente, temuto e rispettato” che non ha avuto il coraggio di affrontare il proprio destino.

SUA maestà

settembre 13, 2008

Ho partecipato, ieri sera, a un convegno sulla Stazione Unica Appaltante: la SUA.

Ora, mi sembra lapalissiano specificare (ma ieri sera l’ho fatto) l’importanza di questo istituto: ieri il ministro dell’Interno del Governo Ombra (ihihihihihih), Marco Minniti, ha spiegato il funzionamento della SUA regionale, ben diverso da quella di Crotone, che ha dato ottimi risultati (nel giro di un anno l’80% degli appalti crotonesi passerà da lì).

La Stazione Unica Appaltante dovrà monitorare il settore, sempre pericoloso e quasi sempre colluso, degli appalti: non dimentichiamo che già dagli anni ’60, ai tempi della costruzione della A3, le ditte pagavano il famoso 3% sulla cifra degli appalti alle cosche. Ora, come dimostrato dall’operazione “Arca” dello scorso luglio e, spostandoci sulla SS106, quella denominata “Bellu lavuru”, le cose non sono cambiate, ma, come un bubbone che nel tempo s’ingrossa, sono peggiorate. E non dimentichiamo che una società prestigiosa, come Condotte SpA, si è vista revocare il certificato antimafia, salvo poi riceverlo indietro, dopo qualche mese, dal TAR.

Ma questa è un’altra storia.

In un territorio, quello calabrese, infestato da 160 cosche, è quanto mai necessario che la Stazione Unica Appaltante, già approvata dal Consiglio Regionale, sia perfettamente efficiente e funzionante.

In Sicilia la SUA (quella non “ufficiale”, specifico) era affidata ad Angelo Siino, referente delle più potenti famiglie di Cosa Nostra, detto Bronson per la sua somiglianza con l’attore (Il giustiziere della notte, C’era una volta il West, ecc. ) Charles Bronson.

Ovviamente la speranza è che, in Calabria, la SUA (quella vera) non venga affidata all’Angelo Siino di turno.

P.S. Come ho detto ieri a Minniti, De Sena e Cisterna, sono sempre in attesa dell’Agenzia sui beni confiscati.

Grazie.