Posts Tagged ‘cronaca’

Lodo Iamonte

ottobre 10, 2008

La vita, si sa, è fatta di priorità.

L’Italia dei Valori (quali?) sta raccogliendo le firme per l’istituzione di un referendum popolare che possa abrogare il Lodo Alfano, quella leggina che ha tolto non pochi impacci a Re Silvio. Vedo il consigliere regionale del partito di Tonino Di Pietro, Maurizio Feraudo, sgolarsi per pubblicizzare l’evento. Domani, invece, la sinistra (o quel che resta di essa) sarà a Roma per protestare contro il Governo Berlusconi e anche contro il già citato Lodo Alfano, che ricopre di vergogna l’intera Penisola.

Eh già, il vero problema della Giustizia, come ci insegna Marco Travaglio, è il Lodo Alfano.

Faccio presente al consigliere Feraudo, al segretario regionale del Pdci, Michelangelo Tripodi (che ha annunciato la propria presenza a Roma) e anche al baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio, che, appena due giorni fa, il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare (un anno) Carmelo Iamonte, figlio del boss Natale, ritenuto dagli investigatori reggente della cosca di Melito Porto Salvo. Coraggio scandite tutti insieme a me: IA-MON-TE! Scarcerato per l’eccessiva lunghezza del processo “Ramo Spezzato”, scaturito dall’operazione condotta dai pm Santi Cutroneo e Antonio De Bernardo.

Per questi orrori della Giustizia italiana, Feraudo non raccoglie firme, Tripodi non va a Roma e Travaglio non ci propina nemmeno dieci secondi dei propri soliloqui.

Peccato per questa scarcerazione, mi ero quasi convinto che il vero problema della Giustizia italiana fosse il Lodo Alfano…

Del resto, come dicevo, la vita è fatta di priorità.

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110 vigili interinali: archiviazioni e interpretazioni

ottobre 3, 2008

Ricordate i 110 vigili assunti tramite le agenzie interilani “Obiettivo Lavoro” e “Ali”?

Un pasticciaccio brutto di natura clientelare che aveva giustamente sollevato un gran polverone a Reggio Calabria: polverone mediatico, ma, soprattutto, polverone giudiziario perchè i quattro avvisi di garanzia spiccati per queste “assunzioni allegre” riguardavano personaggi di un certo peso, sotto ogni punto di vista.

Gli avvisi di garanzia, infatti, pendevano sulla testa Sindaco Giuseppe Scopelliti, dellʼassessore al personale Pasquale Zito, del dirigente del settore risorse umane Umberto Nucara (adesso segretario generale del Comune, ndr) e del reponsabile regionale di “Obiettivo Lavoro” Anna Maria Agresta.

Ora, è innegabile che quei 110 vigili un po’ d’ordine in città lo avessero portato, ma, siccome il fine non giustifica i mezzi, il dubbio (per qualcuno certezza) che i vigili (poi degradati a semplici ausiliari) fossero stati assunti in maniera irregolare gettava parecchie ombre, più che legittime, sull’operato dell’Amministrazione Comunale.

Un anno fa, quindi, arrivano gli avvisi di garanzia dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto, Franco Scuderi (ai tempo procuratore capo facente funzioni, ndr). Oggi, a distanza di un anno, la Procura, lo stesso dottor Scuderi, archivia: l’inchiesta si chiude bene per i quattro indagati.

Moët & Chandon per tutti loro.

Non per me. Più che dall’archiviazione in sè sono stato colpito, infatti, dalle motivazioni che hanno portato a questa decisione.

Non sono nè tra quelli che esultano, nè tra quelli che porteranno, per chissà quanto tempo il lutto al braccio. Tuttavia bisogna scegliere se avere o non avere fiducia nei giudici: non è ammissibile scegliere “con il cuore”, guardando bene se l’indagato è un tipo simpatico o meno.

Io di fiducia nella magistratura, in certa magistratura, ne ho ben poca e, forse, proprio per questo mi ha colpito un passaggio delle motivazioni con le quali la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha archiviato l’inchiesta:

“è assolutamente probabile che gravi irregolarità si siano verificate, pilotando l’assunzione dei 110 vigili a tempo verso determinati beneficiari, ma gli elementi raccolti sono insufficienti per individuare responsabilità penali a carico degli indagati”.

Come, come, come?

Sono sorpreso. Quello che ho appena letto e riportato è un ragionamento molto diffuso nei bar, nelle piazze, nei luoghi di ritrovo della città: come può, invece, un magistrato della Repubblica scrivere simili affermazioni?

“Sei un bimbo cattivo, non ho prove per dimostrarlo, ma sei cattivo ugualmente”.

Se un fatto, in questo caso un reato, non può essere provato, perchè, come scrivono i giudici (insieme a Scuderi nell’inchiesta ha lavorato anche Francesco Tripodi), 

gli elementi raccolti sono insufficienti per individuare responsabilità penali a carico degli indagati

come si può affermare

è assolutamente probabile che gravi irregolarità si siano verificate, pilotando l’assunzione dei 110 vigili a tempo verso determinati beneficiari

?

 Secondo quale parametro? Intuito? Convinzione personale? O che altro?

Io studio Lettere Moderne, ma qualche libro di Diritto a casa ce l’ho: magari ho sfogliato in maniera superficiale, ma un comma di tal genere non l’ho trovato mica…

‘Ndrangheta a parte

settembre 22, 2008

Non sono un anti-Scopelliti, anzi. Non sono uno di quelli che dice “Scopelliti si è mangiato la città”, non sono nemmeno uno di quelli che, quando piove, se la prende con Scopelliti. Credo di essere abbastanza obiettivo nel giudicare l’operato del sindaco di Reggio Calabria e della sua Giunta, valutando i pro (la città ha avuto certamente un netto miglioramento, sotto diversi punti di vista, rispetto al passato) e i contro (la gestione “allegra” dei conti, ma anche delle assunzioni, ecc.ecc.).

Devo dire, però, che le dichiarazioni che il primo cittadino ha rilasciato a Napoli, in occasione della festa dell’MpA, mi hanno deluso e mi hanno lasciato sgomento.

E’ vero, a Reggio Calabria c’è poca microcriminalità. Ma questo, dando merito all’operato dell’Amministrazione e delle forze dell’ordine, accade in quasi tutte le piccole città.

Dire che “Reggio, a parte la ‘ndrangheta, è una città sicura” è come dire che le acque dell’oceano, a parte gli squali, sono acque tranquillamente balneabili, o che Chernobyl, a parte i gas radioattivi, è una località salubre o, ancora, che Charles Manson, a parte gli omicidi, è una persona amabile e di compagnia.

Potrei continuare all’infinito: la ‘ndrangheta e tutto ciò che essa comporta, non deve essere inserita in un compartimento stagno e quindi valutata a parte. La ‘ndrangheta, le bombe, i morti, il pizzo, ecc. ecc. creano insicurezza, rendono il territorio meno appetibile, sotto l’aspetto turistico e sotto quello imprenditoriale: nessun imprenditore onesto sceglierebbe Reggio Calabria per i propri investimenti.

Si tratta di problemi famosi e in ciò Scopelliti, ovviamente, non ha alcuna colpa, ma anche il tentativo (l’ossessione, direi) di portare fuori un’immagine positiva di Reggio deve avere un limite, per non sfociare nel paradosso.

SUA maestà

settembre 13, 2008

Ho partecipato, ieri sera, a un convegno sulla Stazione Unica Appaltante: la SUA.

Ora, mi sembra lapalissiano specificare (ma ieri sera l’ho fatto) l’importanza di questo istituto: ieri il ministro dell’Interno del Governo Ombra (ihihihihihih), Marco Minniti, ha spiegato il funzionamento della SUA regionale, ben diverso da quella di Crotone, che ha dato ottimi risultati (nel giro di un anno l’80% degli appalti crotonesi passerà da lì).

La Stazione Unica Appaltante dovrà monitorare il settore, sempre pericoloso e quasi sempre colluso, degli appalti: non dimentichiamo che già dagli anni ’60, ai tempi della costruzione della A3, le ditte pagavano il famoso 3% sulla cifra degli appalti alle cosche. Ora, come dimostrato dall’operazione “Arca” dello scorso luglio e, spostandoci sulla SS106, quella denominata “Bellu lavuru”, le cose non sono cambiate, ma, come un bubbone che nel tempo s’ingrossa, sono peggiorate. E non dimentichiamo che una società prestigiosa, come Condotte SpA, si è vista revocare il certificato antimafia, salvo poi riceverlo indietro, dopo qualche mese, dal TAR.

Ma questa è un’altra storia.

In un territorio, quello calabrese, infestato da 160 cosche, è quanto mai necessario che la Stazione Unica Appaltante, già approvata dal Consiglio Regionale, sia perfettamente efficiente e funzionante.

In Sicilia la SUA (quella non “ufficiale”, specifico) era affidata ad Angelo Siino, referente delle più potenti famiglie di Cosa Nostra, detto Bronson per la sua somiglianza con l’attore (Il giustiziere della notte, C’era una volta il West, ecc. ) Charles Bronson.

Ovviamente la speranza è che, in Calabria, la SUA (quella vera) non venga affidata all’Angelo Siino di turno.

P.S. Come ho detto ieri a Minniti, De Sena e Cisterna, sono sempre in attesa dell’Agenzia sui beni confiscati.

Grazie.

Confindustria smemorata

settembre 6, 2008

Nel 2008 sono stati radiati 92 imprenditori calabresi dall’elenco di Confindustria, ed il 60 percento di questi apparteneva alla confederazione reggina, essendo venuti meno i requisiti essenziali previsti dal codice etico. I parametri utilizzati per eliminare dall’albo di Confindustria i 92 ex soci, sono i seguenti: ritiro dei certificati antimafia, segnalazioni delle Prefetture e delle Procure distrettuali antimafia, condanne penali definitive.

Un dato inquietante, mitigato dalla scelta, ampiamente condivisibile, presa dall’organo presieduto da Umberto De Rose.

Significa che, finalmente, l’associazione degli imprenditori calabresi vuole tentare di voltare pagina, dopo essere stata accusata, più volte, di un certo lassismo, o disinteresse, fate voi, nella lotta antimafia, a differenza di Confindustria Sicilia, dove Ivan Lo Bello sta facendo un gran lavoro.

Eh sì perchè devo ricordare a me stesso, come dicono gli avvocati bravi, che Confindustria Calabria, che adesso espelle i soci che non si uniformano al codice etico, è lo stesso organo che ha avuto per anni Raffaele Vrenna come suo vicepresidente; Vrenna è stato anche presidente di Confindustria Crotone, ma si è dimesso, da entrambi gli incarichi nello scorso mese di giugno, allorquando è stato condannato, in primo grado, a quattro anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e falso.

Questo blog si è già occupato di Raffaele Vrenna, ex presidente del Crotone Calcio, per la torbida (ma qualcuno la pensa diversamente) vicenda che ha per protagonisti Vrenna, appunto, e l’ex procuratore capo di Catanzaro, Franco Tricoli. I fatti li potete leggere qui.

Tornando a Confindustria, c’è da dire che, impegnati nell’ottima presa di posizione, da via Lombardi a Catanzaro, hanno dimenticato di rimuovere il nome del condannato Vrenna da alcune sezioni del proprio sito ufficiale.

Consultando www.confindustria.calabria.it Raffaele Vrenna risulta essere, ancora, vicepresidente vicario di Confindustria Calabria, membro del Consiglio Direttivo, della Giunta Regionale, nonchè Presidente di Confindustria Crotone.

Dimenticanze.

370 birichini

agosto 22, 2008

Nel limite delle mie capacità cerco sempre di tenere le antenne ben tese, non solo quando sono in giro, per lavoro o per svago, ma anche quando guardo, distrattamente, la tv. Ieri notte, dopo una bella serata all’insegna di Fabrizio De Andrè, andando a nanna guardavo con poca voglia la rassegna stampa del TG 5.

“Mafia, lo scandalo delle finte confische”, titola l’Unità. Si parla dell’inchiesta condotta dal Ros di Reggio Calabria.

Decido, la mattina successiva, di acquistare il giornale. Eh già mi è capitato anche questo nella vita: ho acquistato l’Unità!

Scopro che anche CalabriaOra è sul pezzo. “Bel colpo”, penso tra me e me, sorpreso. La sorpresa scompare quando apprendo il nome del pm che conduce l’inchiesta: il magistrato dalle belle cravatte.

Comunque sia la notizia è un’altra.

La notizia è che 370 amministratori tra sindaci, assessori comunali e regionali finiscono nel registro degli indagati.

Eh già, qualcuno dovrebbe spiegare ai vari Scopelliti, Naccari, Dal Torrione, De Gaetano, Adornato, Melandri, ecc. ecc. che non è bello, e non si fa NO NO, che, per esempio, in un immobile sequestrato alla cosca Lo Giudice viva ancora la vedova di don Peppe Lo Giudice…

Capisco di aver trattato un argomento serio, serissimo, in termini molto superficiali. Mi riservo, quindi, il diritto di farlo in maniera più approfondita e seria prossimamente.

Intanto vi lascio questa riflessione che sarà il fulco centrale del mio prossimo post: è scandaloso e impensabile che i beni confiscati alle cosche debbano essere gestiti dalle Amministrazioni Comunali, per quanto esse possano essere virtuose, e non direttamente dai Prefetti.

Pensateci.

Le interviste (im)possibili

agosto 20, 2008

Potrebbe sembrare così, ma io e il amico Antonino Monteleone non giochiamo a linkarci i blog.

La verità è che con il suo intervento sulla recente intervista che un certo Don Fedele avrebbe rilasciato al giornale tedesco Der Spiegel, parlando della strage di Duisburg, ha anticipato una mia riflessione elaborata proprio la notte scorsa.

Parto dal presupposto che aver messo una faida tra le più sanguinose della storia sul terreno della telenovela, con intrecci, misteri e interviste che appaiono, di tanto in tanto, sulla stampa, pur essendo un fan del giornalismo d’inchiesta, non mi piace nemmeno un po’.

Comunque sia, che Marco Marmo fosse l’obiettivo dei killer di Duisburg lo avevo letto già nei primi lanci di agenzia in quel 15 agosto del 2007, ma che, adesso, a distanza di un anno, un fantomatico “padrino” ci dica che quei sei morti sono stati il prezzo da pagare per evitare un’ulteriore recrudescenza della faida di San Luca e che lo stesso Marmo sia l’assassino di Maria Strangio, uccisa a San Luca nel Natale del 2006, mi sembra davvero troppo.

Sia chiaro, ogni elemento utile per ricostruire dinamiche criminali, non solo relative a San Luca e Duisburg è ben accetto. Ma buttare lì, sul giornale, una confessione anonima, assomiglia moltissimo, secondo me, a una mossa pubblicitaria di caratura internazionale.

Le ipotesi sono due:

1) Der Spiegel inventa di sana pianta l’intervista a Don Fedele. E questo è molto grave, non solo dal punto di vista deontologico.

2) Der Spiegel  intervista davvero Don Fedele. E questo, forse, è ancora più grave, perchè significa dare voce (come ha fatto alcuni giorni fa Panorama con Giovanni Strangio) a un individuo che, certamente, non ha la fedina penale fresca di bucato.

Ho riflettuto soprattutto su quest’ultimo caso. Se l’intervista fosse vera? Se anche le parole di Don Fedele fossero vere?

Tra gli arresti scattati lo scorso anno, a distanza di pochi giorni dalla strage, e quelli avvenuti successivamente (gli ultimi in ordine di tempo sono quelli di Peppe e Paolo Nirta e di Gianfranco Antonioli) solo un uomo, un boss, resta, per ora, uccel di bosco e quindi in grado di rilasciare eventuali interviste come quella di Der Spiegel: Antonio Pelle, 75 anni, detto “Ntoni Gambazza”.

Fabrizio Gatti, per L’Espresso, tempo fa parlava di lui.

Toto-faida

agosto 17, 2008

Il fatto è questo: alcuni giorni fa sul viale Aldo Moro un ordigno sventra la pizzeria Dolci Sapori, devastando inoltre decine di automobili e altre attività commerciali limitrofe. Ma un fatto impone alcune riflessioni. Riflessioni serie.

A) la zona, quella del viale Aldo Moro, del Gebbione in generale, sappiamo essere di “proprietà” della famiglia-cosca Labate. L’ipotesi, la più banale, è quindi che il proprietario della pizzeria Dolci Sapori non abbia pagato il pizzo per poter esercitare la propria attività in quella zona.

B) la pizzeria Dolci Sapori sembra essere di proprietà di un’altra famiglia con un certo peso a Reggio Calabria: i Lo Giudice. Costruire e gestire in casa degli altri non è carino, da qui nascerebbe il boom di qualche sera fa.

C) I Lo Giudice stessi si sarebbero fatti esplodere lo stabile, a mo’ di beffa nei confronti della famiglia Labate, che in quella zona decide il bello e il cattivo tempo, mettendosi quindi in netta contrapposizione.

D) Una terza famiglia (ma anche una quarta o una quinta) avrebbe disposto l’esplosione, mandando un segnale tanto ai Labate, quanto ai Lo Giudice.

E) Si tratta di uno di quelli che potrebbero essere definiti fenomeni “fisiologici” da inviare alla cittadinanza e ai pochi magistrati onesti di Reggio Calabria (Pignatone, Prestipino, Di Palma, Gratteri) per ribadire l’egemonia delle cosche sulla città.

“Signora scelga una busta: la A, la B, la C, la D o la E”.

San Luca oggi piange

agosto 15, 2008

C’è un locale, è una pizzeria, si chiama “Da Bruno”: lo usano per riunirsi, come punto d’appoggio.
C’è sempre un locale d’appoggio: un po’ come accade in “C’era una volta in America”, in “Bronx”, in “Quei bravi ragazzi”, in “Casino”. Ma in questa storia il protagonista non è Robert De Niro.
Ci sono sei ragazzi, sei ragazzi italiani, calabresi, che muoiono a migliaia di chilometri da casa.
E’ il 15 agosto del 2007 quando, sul suolo tedesco, a Duisburg, cadono in sei: Tommaso Venturi, 18 anni quel giorno, Francesco Giorgi, minorenne, Francesco e Marco Pergola, rispettivamente di 22 e 20 anni, Marco Marmo, di 25 anni, e Sebastiano Strangio, di 39 anni.
E’ l’alba, i sei sono appena usciti dalla pizzeria dove hanno festeggiato i diciotto anni di Tommaso Venturi, l’unico delle vittime nato in Germania. Insieme alla maggiore età di Venturi, probabilmente, hanno celebrato anche il suo ingresso ufficiale all’interno della ‘ndrangheta: in una tasca dei pantaloni del giovane, infatti, verrà ritrovato un santino bruciato, testimonianza di un antico rito d’affiliazione, forse ripetutosi, quindi, quella notte.
I sei vengono investiti da una tempesta di piombo. Cadono a terra, agonizzanti; vengono finiti con un colpo di pistola alla testa: tipico clichè da esecuzione mafiosa.
“E’ un regolamento di conti senza precedenti”, dicono a caldo gli inquirenti.
La mattanza di Duisburg si inquadra fin da subito, infatti, all’interno della Faida di San Luca, iniziata nel 1991 per un banale lancio di uova tra giovani del paese, proseguita poi, negli anni, per ragioni ben più grosse. La faida contrappone i Nirta-Strangio ai Vottari-Pelle-Romeo.
E’ una vendetta: alcuni mesi prima, il 25 dicembre, giorno di Natale, a San Luca, un gruppo di fuoco spara per uccidere Giovanni Luca Nirta, considerato uno dei capi dei Nirta-Strangio, ma uccide la moglie, Maria Strangio e ferisce altre tre persone, tra le quali un bambino di 5 anni.
Da quel lontano Carnevale del 1991 vengono scelte, infatti, sempre date significative, spesso coincidenti con le festività. Si vuole lasciare il segno, in modo tale che le ricorrenze, festose per tutti, vengano ricordate, invece, come giornate di lutto e di morte.
Dopo il massacro il cerchio si stringe nel giro di pochi giorni: una telecamera a circuito chiuso “cattura”, nel corso della fuga, le immagini dei due killer che hanno scatenato l’inferno nella notte di Duisburg, la città che circa un anno prima ospitava gli azzurri che sarebbero diventati Campioni del Mondo. Il 30 agosto, quindici giorni dopo la strage, vengono arrestati in quaranta. C’è quello che gli inquirenti ritengono essere il gotha della ‘ndrangheta di San Luca: tra i fermati, appartenenti a entrambe le famiglie rivali -Nirta-Strangio e i Vottari-Pelle-Romeo-, tuttavia, nessuno è direttamente accusato dell’eccidio di Duisburg perché Giovanni Strangio, il ricercato numero uno, colui che avrebbe guidato il commando omicida, del quale prima viene fornito un identikit e, dopo alcuni giorni, diffusa la foto segnaletica, è irreperibile. A suo carico, con colpevole ritardo, verrà spiccato un mandato di cattura internazionale.
San Luca, comunque, balza, nuovamente, sulla prima pagina della cronaca nera: giornalisti da tutto il mondo vengono inviati in Calabria per immortalare, attraverso gli obiettivi di macchine fotografiche e telecamere, il paese, un comune di 4.171 abitanti della provincia di Reggio Calabria, posto sul versante ionico alle falde del massiccio dell’Aspromonte, a 93 chilometri dalla città dello Stretto. Un luogo in cui 134 abitanti si chiamano Pelle, 121 Strangio, 92 Romeo, 85 Nirta e quasi tutti sono imparentati da matrimoni e battesimi.
San Luca, per l’Italia, per tutto il mondo, fa rima con ‘ndrangheta. Se scrivete all’interno di Google, la risposta a ogni problema, le parole chiave “alberghi San Luca Calabria” il primo risultato della ricerca reca questa intestazione: “Faida San Luca, Calabria, ‘ndrangheta”.
Una fama, un’eredità, cominciata diciassette anni fa e che il 15 agosto del 2007 ha raggiunto il proprio, drammatico, apice.
L’operazione di contrasto, da parte delle forze dell’ordine, è continua: l’ultimo arresto “eccellente”, quello di Paolo Nirta, risale poco più di una settimana fa. Non c’è pace a San Luca e, anche quando non si spara, il clima è sempre quello della bonaccia che preannuncia la tempesta.
A San Luca, oggi, è il giorno del dolore: per i familiari delle vittime, per i familiari delle persone arrestate, per i familiari di Giovanni Strangio, latitante: la madre giura, fin dal primo momento, sull’innocenza del figlio.
A distanza di un anno, San Luca oggi piange.

Il Corvo vola alto

luglio 17, 2008

di ALESSANDRA ZINITI per www.repubblica.it

PALERMO – La domanda l’aveva presentata con poca convinzione e solo per evitare che tra due anni, alla scadenza del suo incarico di procuratore a Termini Imerese, dovesse tornare a fare il sostituto. Ma, alla fine, per un sottile gioco di accordi e voltafaccia dell’ultimo momento, Alberto Di Pisa si è ritrovato, con sua stessa sorpresa, nuovo procuratore di Marsala e soprattutto ai danni del collega che, per quello stesso incarico, era già stato designato, Alfredo Morvillo, attuale procuratore aggiunto di Palermo e fratello della moglie di Giovanni Falcone. A sorpresa, scatenando una dura polemica, a strettissima maggioranza, il plenum del Csm ha ribaltato l’indicazione della commissione nominando Di Pisa, con tredici voti a favore e dodici contro e con l’astensione del vicepresidente Nicola Mancino.

“Sconcertante”. Così i membri togati di Magistratura democratica, Livio Pepino, Ezia Maccora, Fiorella Pilato e Elisabetta Cesqui, hanno definito la nomina di Di Pisa ritirando fuori la vecchia storia del Corvo di palazzo di giustizia di Palermo che nel 1989 vide proprio il magistrato protagonista del caso delle lettere anonime che aprirono una drammatica stagione di veleni. Ma da quelle accuse, processato a Caltanissetta e poi assolto, Di Pisa è stato definitivamente scagionato anche se chi avversava la sua nomina ieri ha ricordato che, per quella vicenda, fu comunque trasferito a Messina. “Non si tratta – dicono i togati di Md – di un singolare caso di omonimia: Alberto Di Pisa è lo stesso che nel 1989 fu trasferito d’ufficio da Palermo, la cui Procura era all’epoca dilaniata da contrasti ai quali non era estraneo, mentre Morvillo è lo stesso che subito dopo l’uccisione di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo rilanciò l’azione compatta della Procura di Palermo e Marsala è la stessa città dove Paolo Borsellino è stato procuratore nello stesso ufficio ora assegnato a Di Pisa”.


Un attacco frontale al quale il neoprocuratore di Marsala replica a muso duro: “Ero primo in graduatoria, avevo tutte le carte in regola, avevo l’anzianità per essere nominato e il curriculum, quindi non capisco queste reazioni polemiche sulla mia nomina. Addirittura c’è qualcuno che si dice sconcertato. Incredibile. C’è una sentenza passata in giudicato che mi ha scagionato con formula piena. Non capisco tutte queste polemiche. A questi signori vorrei ricordare che ho fatto il maxi processo, ho seguito omicidi eccellenti, l’omicidio Insalaco, ma anche Vito Ciancimino. C’è un Consiglio superiore della magistratura che ha votato per me, e c’è perfino un esponente della loro area che ha votato per me”.

A determinare il “ribaltone” è stato infatti il voto a sorpresa del membro laico del Csm, Celestina Tinelli dei Ds. A quel punto, diventando il suo voto doppio decisivo, il vicepresidente Nicola Mancino (che pare avesse assicurato il suo voto favorevole alla nomina di Morvillo) ha deciso di astenersi. E così, alla conta dei voti, a sostegno di Di Pisa si sono ritrovati i consiglieri del centrodestra di Unicost, la maggioranza di quelli di Magistratura Indipendente, il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone e appunto la laica dei Ds Celestina Tinelli: tredici, uno solo di più del cartello che sosteneva Morvillo, composto dai togati delle correnti di sinistra, Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, il consigliere Giulio Romano di Magistratura indipendente, la maggioranza dei laici di centrosinistra e il procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli.