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Il tesoro di Zio Paperone

gennaio 29, 2009

ziopaperone

Cominciamo dalla notizia di oggi:

Beni del valore di circa 3 milioni di euro sono stati confiscati dagli uomini del Centro Operativo Dia di Reggio Calabria che hanno dato esecuzione ad un provvedimento di confisca emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale della citta’ calabrese. Il patrimonio confiscato era costituito da aziende, beni mobili ed immobili riconducibili ad Antonio Crea, 45 anni, di Taurianova (RC), titolare di una ditta di autotrasporti, cugino del piu’ noto Teodoro Crea , ritenuto capo dell’omonima cosca operante nel comprensorio di Rizziconi (RC). 

Tre milioni di euro non sono pochi, ma non sono nemmeno tantissimi per un clan come quello dei Crea, abituato a manovrare tanti, tantissimi, soldi. La cosca dei Crea di Rizziconi è, infatti, una delle più potenti della ‘ndrangheta. Ecco cosa scrive, a riguardo, Francesco Forgione nella relazione sulla ‘ndrangheta, rifacendosi alla pagina numero 18 della Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” stilata dal R.O.S. dei Carabinieri:

“La famiglia mafiosa dei “Crea”, capeggiata dal boss Teodoro Crea,  esercita l’egemonia nell’area di Rizziconi, con diramazioni anche nel Nord Italia, dove è particolarmente attiva con imprese edili nell’accaparramento di appalti pubblici. Il potere mafioso dei “Crea” si è rafforzato per i legami con altre famiglie storiche della ‘ndrangheta, come i “Mammoliti” di Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,  concretizzatosi nel controllo diretto di attività economiche nel settore delle costruzioni, degli autotrasporti e della grande distribuzione”.

Teodoro Crea è attualmente detenuto in carcere, dal quale, evidentemente, riesce comunque a dettare i propri ordini e, soprattutto, a fare soldi. E’ stato arrestato il 13 luglio del 2006 nella frazione Castellace del comune di Oppido Mamertina, nella piana di Gioia Tauro, a 67 anni, durante una riunione di ‘ndrangheta insieme ad altri due affiliati.

Teodoro Crea ha un soprannome particolare. Lo chiamano “Zio Paperone”.

Chissà perchè.

Anche il cugino di Teodoro Crea, Antonio Crea, 45 anni, a cui oggi sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro, ha un soprannome. Lo chiamano “u malandrinu”.

Chissà perchè.

Di alcune vicende relative anche la cosca Crea si è occupata di recente (quasi un anno fa) la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Se non vado errato fu la prima conferenza stampa retta dal Procuratore Capo, Giuseppe Pignatone.

L’inchiesta in questione, che ci aiuta a capire qualcosa in più sul conto della cosca Crea di Rizziconi, è la cosiddetta operazione “Saline” che ha portato all’arresto, tra gli altri, del politico-imprenditore Pasquale Inzitari.

L’operazione “Saline” è, di fatto, un’ideale prosecuzione della cosiddetta operazione “Toro” che ha coinvolto proprio la cosca Crea, attiva a Rizziconi, soprattutto in azioni estorsive nei confronti dei soci della DEVIN spa e cioè di Pasquale Inzitari, Rosario Vasta e Ferdinando De Marte, che avevano acquistato dai Crea il terreno su cui realizzare il centro Commerciale “Porto degli Ulivi”. Sulla vicenda è già intervenuta sentenza di condanna del Tribunale di Palmi nei confronti anche del boss Teodoro Crea, “zio Paperone”.

Pasquale Inzitari, peraltro, è considerato personaggio molto vicino a “Zio Paperone” per via di un rapporto di comparatico fra il primo e l’omonimo nipote del citato boss, il pregiudicato Teodoro Crea, classe ’67.

Piccoli Crea crescono.

Nella vicenda entra anche Nino Princi, l’imprenditore fatto saltare in aria, a bordo della propria automobile, a Gioia Tauro. Princi, oltre a essere cognato di Pasquale Inzitari, era genero del boss di Castellace, Domenico Rugolo.

Ecco cosa scrive il Gip Filippo Leonardo nell’ordinanza dell’inchiesta “Saline”:

Gli esiti della presente indagine consentono di ritenere sussistente nel territorio di Castellace una consorteria criminale, denominata Rugolo, capeggiata dall’anziano boss Domenico Rugolo e risorta dalle ceneri della cosca Mammoliti-Rugolo…In tale “rinnovata” cosca Rugolo è emerso prepotente il ruolo dei generi di Domenico Rugolo ed, in particolare, di Domenico Romeo, impegnato quale prestanome del suocero nel settore degli appalti, e soprattutto di Antonino Princi, impegnato nella riorganizzazione del sodalizio criminoso e nell’attività di riciclaggio e reimpiego nel settore imprenditoriale dei proventi illeciti della cosca. E’ quest’ultimo un personaggio capace di assicurare unità e continuità al sodalizio criminoso anche oltre il ruolo di vertice svolto dal suocero ed indipendentemente dalla presenza del medesimo.

Nino Princi muore il giorno successivo agli arresti dell’operazione “Saline”, nella quale era egli stesso coinvolto.

Sarebbe stato Nino Princi a collaborare con la Polizia di Stato, svelando il luogo in cui si nascondeva Teodoro Crea. I Rugolo, inoltre, sono attivi a Castellace. Proprio dove è stato arrestato, dalla Polizia di Stato, “Zio Paperone”, dopo il suo vano tentativo di fuga nelle campagne, trasportato sulle spalle proprio da Mico Rugolo, con un gesto fatto per certificare la propria “lealtà”, ma, che, invece, hanno sostenuto gli inquirenti, viene scoperto come una “tragedia”, “una delazione”, allo scopo di liberarsi di un temibile concorrente.

Tutto per favorire le attività della Devin SpA nella vicenda del Centro Commerciale “Porto degli Ulivi”.

Stando all’ordinanza del Gip Leonardo, la società riuscirà poi a vendere l’intero capitale alla Credit Suisse, per 11 milioni e 600mila euro, di cui circa 2 milioni sarebbero stati incassati dal socio occulto, Nino Princi.

Lo stesso uomo che, con la propria “spiata” (materialmente affidata a Rosario Vasta, che ha poi avvertito la Polizia) ha posto fine alla latitanza di “Zio Paperone”.

La famiglia Crea, però, continua a far soldi. D’altra parte, il boss Teodoro, è Zio Paperone…

Messina, la mafia vive sotto la cappa della pax

novembre 16, 2008

messina

da www.strill.it

Ha 41 anni Mariano Nicotra. E’ un giovane imprenditore, abbastanza vecchio, però, per aver imparato quanto sia difficile lavorare al sud, in Sicilia. Mariano Nicotra è, da anni, impegnato sul campo per la lotta alla criminalità organizzata sul terreno più importante, ma anche più pericoloso: quello dei soldi.

E’ esponente dell’Asam, l’associazione antiracket messinese, e, dal 1996, nel mirino dei clan: proprio ieri l’ennesimo avvertimento. Questo uno dei lanci d’agenzia relativo a quanto accaduto:

“L’operatore economico, stamattina poco dopo le 5, era uscito da casa a bordo della sua Fiat Bravo quando, giunto al sottopasso che collega il villaggio di Zafferia alla statale 114, nella zona sud della città, ha sentito degli spari. Qualcuno, appostato nell’ombra, con tre colpi di pistola calibro 6.35, avevano centrato lo sportello posteriore lato destro dell’auto senza colpirlo”.

Un altro avvertimento per un imprenditore che lavora tanto, ma soprattutto, che vuole lavorare onestamente, senza sottomettersi al giogo della criminalità organizzata. Nicotra sta infatti ristrutturando per conto del Comune le case “Arcobaleno” del rione di Santa Lucia sopra Contesse, ad alta densità mafiosa.

E di pagare il pizzo non ha mai avuto voglia, battendosi in prima linea, superando la comprensibile paura per i propri rischi personali.

Una cosa, comunque, è certa: a Messina, quella che un tempo era considerata la “provincia babba”, dove si spara poco, perchè c’è la “pax”, qualcosa sta accadendo.

Prima l’operazione “Zaera”, contro il clan guidato da Armando Vadalà, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Verzera, che ha svelato un collaudato ed esteso meccanismo di imposizione del pizzo nel rione Camaro, specie nei confronti degli ambulanti a posto fisso del mercato di viale Europa, nonché di usura, ricettazione e truffe assicurative. Un sistema collaudato, sul quale, come ha spiegato lo stesso Verzera, “il Comune chiudeva gli occhi”.

Poi il suicidio del professor Parmaliana, un caso oscuro, avvenuto proprio in quella che era la “provincia babba”.

Adesso l’intimidazione a un imprenditore onesto, che lavora anche per conto del Comune, avvenuto alle prime ore del giorno, segnale della perfetta conoscenza delle abitudini di Nicotra.

Insomma, la mafia a Messina è più viva che mai.

E tutto viene gestito con precisione svizzera. Ecco cosa c’è scritto nella relazione della Dia relativa al primo semestre del 2008:

“A Messina, il panorama dell’organizzazione mafiosa continua a essere caratterizzato dalla suddivisione delle influenze criminali in tre aree geografiche… Due aree sono costituite dalle fasce di territorio che, dipartendosi dai margini della città, si estendono, rispettivamente, lungo la costa tirrenica, sino alla provincia di Palermo e, lungo quella jonica,  sino alla provincia di Catania… La terza area, costituita dall’aggregato urbano del capoluogo, può essere considerata una sorta di punto di convergenza delle predette influenze criminali e della ‘ndrangheta calabrese”.

A Messina, qualcosa di sinistro accade, in silenzio, sottobanco. La testimonianza viene data anche dal confronto, tra il secondo semestre del 2007 e il primo semestre del 2008, relativo ai fatti delittuosi avvenuti nella provincia di Messina: un computo sostanzialmente in pareggio, senza grosse differenze, ad esclusione di una diminuzione, quantificabile nel 28%, delle denunce per estorsione. Nonostante le iniziative virtuose e coraggiose attuate, a più riprese, da Confindustria Sicilia e, fattore ancor più significativo, nonostante la sostanziale crescita di denunce che invece si può riscontrare nel resto della regione.

La mafia a Messina vive e vive anche bene, visto che le operazioni di polizia giudiziaria, condotte in simbiosi con le investigazioni di natura economico – patrimoniale, secondo il principio del “doppio binario”, sancito dalla Legge 646/82, confermano l’interesse costante delle cosche per l’aggiudicazione degli appalti pubblici, sia mediante imprese controllate direttamente, sia agevolando imprese “vicine” alle famiglie mafiose.

L’intimidazione a Mariano Nicotra è solo l’ultimo episodio che certifica la sopravvivenza del fenomeno estorsivo, peraltro già accertata nel recente passato dalle operazioni “Vivaio” (15 arresti del clan Mazzarroti a Barcellona Pozzo di Gotto), “Pastura” (19 arresti, anche per traffico di droga), “Dracula”, “Grifone”  e “Micio”.

Sotto la cappa della pax mafiosa a Messina si muovono soldi ed equilibri e la legge è sempre la solita: guai a chi s’impiccia, guai a chi prova a resistere.