Posts Tagged ‘famiglia iamonte’

Se c’è una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo qualcuno sa già tutto

settembre 16, 2009

mare

da www.strill.it

“Le persone che avevo coinvolto nelle deposizioni fatte al dottor Romanelli erano Nicholas Bizzio, mafiosi, gruppo Iamonte”. A parlare non è il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, ritornato alla ribalta per le dichiarazioni su un ingente traffico di rifiuti tra la Calabria e la Somalia, dopo che, per anni, in molti hanno considerato alla stregua di barzellette le sue dichiarazioni. A parlare è, invece, un uomo, si chiama Gianpiero Sebri, al cospetto della Commissione Parlamentare sul duplice omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, trucidati proprio in Somalia il 20 marzo del 1994.

Palazzo San Macuto si trova a Roma, in via del Seminario. E’ un edificio piuttosto antico che, negli anni, ha acquisito anche un significato simbolico: diventa così il luogo ove il tribunale dell’Inquisizione, istituito da Paolo III nel 1542, svolge l’adunanza della Congregazione segreta nella quale si dà lettura delle sentenze. Dal 1974 il complesso è utilizzato dalla Camera dei Deputati. Palazzo San Macuto, infatti, è la sede delle commissioni parlamentari e della biblioteca della Camera dei Deputati.

La Commissione sul duplice omicidio Alpi-Hrovatin si riunisce proprio a Palazzo San Macuto. E’ difficile seguire in maniera completa e assidua le riunioni della Commissione presieduta da Carlo Taormina: è difficile perché il contenuto delle testimonianze raccolte è delicato, è difficile perché spesso si fa fatica anche ad avere un calendario delle riunioni, è difficile perché spesso la Commissione si riunisce la sera, terminando i lavori a notte fonda.

Succede proprio questo il 20 ottobre del 2004: l’avvocato Taormina apre la seduta alle 20.40.

Ad essere audito, in serata, è Giampiero Sebri.

Sebri è un uomo vicino agli ambienti del Partito Socialista Italiano e, nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con le sue dichiarazioni, consente alla Procura di Milano di avviare un’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maurizio Romanelli, su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. L’inchiesta verrà archiviata nel luglio del 2005.

Parla parecchio Gianpiero Sebri, alcuni giorni prima, il 14 ottobre del 2004, al cospetto della stessa Commissione, dice di essere stato “un uomo di Luciano Spada”. Anzi, per la precisione dice di essere stato “un portaborse per un gruppo che trafficava in rifiuti tossici nocivi radioattivi e credo anche in armi”, fino alla morte dello stesso Spada, faccendiere ritenuto molto vicino a Craxi, avvenuta nel 1989.

Davanti al presidente Carlo Taormina, Sebri non fa altro che ripetere quanto aveva già affermato in un’intervista ai giornalisti di “Famiglia Cristiana” Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari. I giornalisti chiedono: “Quanti rifiuti finirono in Somalia?” La risposta: “E chi può dirlo? Che io sappia, i carichi furono numerosi. La Somalia divenne la nuova pattumiera, nonché il Paese di destinazione di diverse partite d’armi. So, ad esempio, di un container di armi caricato su una nave in partenza da Ravenna, diretta in Somalia. Me lo raccontò Spada. Parlando più in generale, devo dire che spesso questi “affari” potevano avvenire grazie al coinvolgimento di mafiosi che garantivano protezione e, all’occorrenza, lavori sporchi”. C’è sempre un patto con qualche clan mafioso? “Spesso. So che alla Somalia, ad esempio, sono sempre stati molto interessati i calabresi, mentre – parlando delle spedizioni dirette nell’Est europeo – Bizzio fece esplicito riferimento alla mafia, in particolare al clan Iamonte”.

Nickolas Bizzio è un miliardario poco noto al grande pubblico, ma molto influente nel mondo degli affari. Nato a Piacenza nell’agosto 1936, ha origini italiane, passaporto americano e residenza nel Principato di Monaco. Sale agli onori della cronaca un paio d’anni fa per aver tentato la scalata alla Buffetti insieme alla Banca del Gottardo. Di rifiuti, in realtà, Bizzio si occupa da tempo. Si vanta lui stesso: “Io in questo campo ci sono da anni, sono stato uno dei primissimi”.

Sebri parlerà parecchio, citerà numerose persone, alcuni decideranno anche di querelarlo. Ma, adesso che il coperchio sui traffici di rifiuti radioattivi è stato scoperchiato grazie alla tenacia del Procuratore Bruno Giordano, sarebbe forse il caso di rivedere le dichiarazioni rese dall’ex portaborse di Luciano Spada al pubblico ministero Maurizio Romanelli, dalle quali non sfociò altro che un’archiviazione. In quelle dichiarazioni Gianpiero Sebri citava la consorteria mafiosa Iamonte di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria.

Ed è una dichiarazione che fa il paio con quanto affermato dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti, il quale afferma che l’imprenditore Giorgio Comerio, personaggio controverso che aveva inventato un metodo per interrare nei fondali dei siluri carichi di rifiuti radioattivi, ebbe modo di raccontargli di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Rigel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.

E Fonti sembra essere ritenuto piuttosto attendibile.

E allora, se il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, di recente riassegnato al programma di protezione, afferma il vero, quando parla dell’esistenza di un’altra “nave a perdere” al largo delle coste di Melito Porto Salvo, dove anche per un sospiro è necessario chiedere il permesso alla famiglia Iamonte, si sa già chi potrebbe sapere qualcosa in più in merito.

Annunci

Zoomafia: così le cosche calabresi sfruttano gli animali

gennaio 21, 2009

combattimenti

da www.strill.it

Di spirito imprenditoriale, le cosche, ne hanno davvero tanto. Sanno che ogni cosa può essere utilizzata per fare quattrini. Da parecchio tempo, per esempio, hanno capito che anche gli animali, sì, gli animali, se sfruttati nel modo giusto, possono costituire una fonte sicura e cospicua di guadagno.

Cos’è la zoomafia?

“Settore della mafia che gestisce attività illegali legate al traffico o allo sfruttamento degli animali”, questo dice il vocabolario.

Attenzione però: ogni attività delle cosche, oltre a costituire guadagno economico, assicura, parimenti, un controllo sul territorio, necessario e, per questo, sempre estremamente asfissiante.

UNA MONTAGNA DI SOLDI

Soldi e animali sfruttati.

I soldi arrivano, in particolare, dalle scommesse clandestine: secondo l’Eurispes, il mercato illegale delle scommesse illecite raccoglie circa 6.500 milioni di euro contro i 2.200 provenienti dalle scommesse legali.

Si tratta di un business estremamente articolato: combattimenti illegali tra cani, corse di cavalli dopati, truffe ai danni dell’Erario, dell’UE e dello Stato, traffico illegale di medicinali, furto di animali da allevamento, falsificazione di documenti sanitari, fino al gravissimo reato di diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati, provenienti da animali malati.

Così si fanno fanno soldi. Tanti soldi.

Secondo Ciro Troiano, che ha stilato il recente rapporto “Zoomafia 2008” della LAV, “l’introito complessivo della zoomafia si aggirerebbe intorno ai tre miliardi di euro”.

Tra i reati, il più crudo e violento è, sicuramente, quello che riguarda i combattimenti tra cani. Si tratta di un business da 300 milioni di euro annui, attenzionato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria già dal 2004. I cani vengono maltrattati e “addestrati” alla cultura dell’odio, in modo tale da poter essere spietati nel corso dei combattimenti. Proprio da un’inchiesta calabrese, curata dalla DDA di Reggio Calabria, è nata la prima operazione di polizia che ha portato all’arresto, in Italia nel 2004, di 13 persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’organizzazione di combattimenti tra cani.

E si scommette. Soldi, tanti soldi.

I CAVALLI DELLA FAMIGLIA LABATE

Si scommette sui combattimenti tra cani, ma si scommette anche sulle corse clandestine di cavalli.

A Reggio Calabria i signori incontrastati di questa attività sono tutti elementi riconducibili al clan Labate, operante nella zona sud della città. E’, in particolare, l’operazione della Polizia di Stato, del 24 luglio del 2007, denominata “Gebbione” (la sentenza di primo grado, per coloro che hanno scelto il rito abbreviato, è arrivata alcuni giorni fa) a svelare le attività del sodalizio criminale reggino, che allevava i propri cavalli, anche tramite la somministrazione di farmaci, e organizzava corse clandestine, che si svolgevano nella zone del Gebbione, Saracinello, Pellaro e San Leo, scommettendo sull’esito di tali competizioni.

E alcuni individui sono proprio accusati di violenze nei confronti degli equini, “poiché – si legge nell’ordinanza – sottoponevano numerosi cavalli di cui avevano la disponibilità o la proprietà a maltrattamenti, addestrandoli e facendoli correre in condizioni non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, nonché somministrando agli stessi farmaci con modalità dannose per la loro salute, con l’intento di migliorarne le prestazioni agonistiche. In particolare, i cavalli “venivano maltrattati – si legge ancora nell’ordinanza del Gip Natina Pratticò – mediante la somministrazione agli animali di sostanze “dopanti”, quali sostanze antipiretiche, analgesiche e anti-infiammatorie: Finadyne e Tilcotil; sostanze che agiscono sul sistema respiratorio: Bentelan e Nasonex; sostanze che agiscono sul sistema emolinfatico e sulla circolazione sanguigna: eritropoietina; Eprex; Sodio Bicarbonato. Tutto a opera di soggetti non qualificati e spesso senza il diretto controllo del veterinario e comunque non in funzione del benessere dell’animale, ma in funzione del miglioramento delle sue prestazioni agonistiche”.

Inoltre i cavalli venivano ulteriormente maltrattati perché venivano fatti “correre su superfici rigide (strade pubbliche asfaltate) non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, con conseguenze dannose per la loro struttura muscolo-scheletrici”; essi, inoltre venivano sottoposti “a prelievi di sangue dopo gli allenamenti, per migliorarne le prestazioni agonistiche”.

L’impianto accusatorio (confermato, peraltro, nella sentenza di alcuni giorni fa) sostiene, inoltre, che i proventi di tali attività venissero impiegati “in modo da acquisire società, beni immobili ed attività commerciali, poi gestite in modo occulto per mezzo di prestanome”.

Si tratta di un’attività che coinvolgeva entrambe le città dello Stretto, Reggio e Messina, dato che la cosca si avvaleva delle consulenze, in relazione a farmaci da somministrare agli animali per migliorarne le prestazione, di un docente, con studio ambulatoriale a Reggio, della Facoltà di Veterinaria, presso l’Università degli Studi di Messina.

Vincite che si aggiravano intorno a 200mila euro. Una storia andata avanti fino all’ottobre del 2006.

I MACELLAI

Gli animali sono utili (e redditizi) da vivi, ma possono fruttare un bel gruzzolo anche da morti.

Ci si deve spostare a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, nel regno degli Iamonte, che, da semplici macellai, senza abbandonare il proprio settore d’appartenenza, hanno messo su un impero. E’, in particolare, l’operazione del 4 febbraio 2007, condotta dalla Polizia su input dei pm Cutroneo e De Bernardo, denominata “Ramo spezzato”, a svelare i traffici illeciti di alcuni individui, con riferimento alla commercializzazione di carni di illecita provenienza e non a norma dal punto di vista sanitario.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal Gip, Santo Melidona, tale attività di commercializzazione viene definita un “inquietante  traffico di animali destinati alla macellazione e di carni destinate al consumo umano al di fuori di un’ogni controllo, previa formazione di documentazioni  sanitarie false, in alcuni casi di animali affetti da gravi malattie, con potenzialità di gravissimo ed incontrollato pregiudizio per la salute dei consumatori”.

L’inchiesta, durata quasi due anni, ha portato all’arresto, tra gli altri, anche di Carmelo Iamonte, di 42 anni, figlio del boss Natale Iamonte, e a sua volta considerato dagli investigatori il capo della cosca, e di un dirigente medico dell’Azienda sanitaria di Melito Porto Salvo. Nel corso dell’operazione, la polizia ha poi effettuato il sequestro preventivo di aziende facenti capo a presunti esponenti della criminalità organizzata ed operanti nel settore dell’allevamento, della lavorazione, della vendita all’ingrosso e dettaglio di animali e carni macellate.

Purtuttavia, i due capi carismatici, Antonino e Carmelo Iamonte, non si vedono contestati tali reati. I personaggi indagati, il commerciante Sergio Borruto in particolare, avrebbero agito per contro proprio, rivendendo le carni guaste alle macellerie riconducibili alla cosca, senza che questa ne fosse al corrente.

Antonino e Carmelo Iamonte sono stati di recente scarcerati per decorrenza della custodia cautelare.

Ma questa è un’altra storia.

Anche in questo caso, comunque, l’affare frutta un mucchio di quattrini. Ecco, così come si può leggere nell’ordinanza “Ramo Spezzato”, il meccanismo, oleato e infallibile messo in atto da alcuni commercianti: “gli animali sono malati e vengono trasportati insieme ad un esemplare deceduto; il bestiame non è stato sottoposto ad alcun controllo ed infatti non è accompagnato dalla documentazione attestante l’avvenuta sottoposizione ai prescritti controlli sanitari (cedolino o “passaporto”), che pure gli indagati cercano, fino all’ultimo momento, di reperire, senza riuscirvi. E’ chiaro che gli indagati sono ben consapevoli delle condizioni in cui si trovano gli animali e, quindi, della pericolosità delle loro carni”.

Un settore, quello della macellazione, nel quale la cosca Iamonte da sempre regna sovrana: “E’ emerso, dalle sin qui esplorate attività criminose, – si legge ancora nell’ordinanza – come uno dei settori di interesse più significativo della organizzazione indagata sia costituto dal commercio delle carni, realizzato anche mediante l’acquisizione con sistemi estorsivi di macellerie e la fraudolenta intestazione a terzi della formale titolarità delle medesime (per l’evidente finalità di eludere  le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale)”.

E’ SOLO BUSINESS

Di industrie, e quindi di sviluppo, in Calabria ce ne sono davvero poche. Essa, si sa, è una terra povera essenzialmente dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Si spiega anche così il reato di pascolo abusivo, come è possibile leggere nel Rapporto Zoomafia 2008: “All’inizio del mese di agosto 2007, ventitre bovini tra adulti e giovani sono stati sequestrati dal Corpo forestale dello Stato in provincia di Reggio Calabria. L’operazione è stata portata a termine nel Comune di Santo Stefano d’Aspromonte, finalizzata alla repressione del pascolo abusivo. L’attività è partita dalle segnalazioni che indicavano la presenza di bovini vaganti nella zona dl villaggio turistico di Gambarie (Reggio Calabria). L’operazione, scattata alle prime luci del giorno, ha coinvolto il personale dei comandi stazione di Gambarie e di San Luca del Corpo forestale dello Stato. I bovini pascolavano indisturbati all’interno di un bosco di castagno di proprietà della Regione Calabria. Contemporaneamente al sequestro degli animali, sono partite le indagini del caso per risalire ai proprietari, identificati poi in un 42enne e un 65enne residenti entrambi a San Luca (Reggio Calabria). Gli uomini sono stati denunciati a piede libero per pascolo abusivo e danneggiamento della vegetazione in area protetta”.

Insomma, sfruttare gli animali in maniera illecita, in Calabria (ma anche nel resto d’Italia), è un affare da migliaia di euro. Con il tempo, peraltro, la tendenza sta acquistando maggiore spazio e, nel giro di alcuni anni tale crimine potrebbe diventare una “regola” come il commercio di sigarette di contrabbando in passato e quello della droga adesso.

Sfruttando gli animali si fanno soldi.

Poco importa che, oltre a commettere un crimine nei confronti dello Stato e della collettività lo si commetta anche contro la natura.

E’ solo business.