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La rivolta di Rosarno: epilogo drammatico e scontato

gennaio 8, 2010

A Rosarno è guerriglia tra immigrati, cittadini e forze dell’ordine. Vedo le foto, guardo le televisioni: le immagini non sembrano provenire dall’Italia, considerato uno dei Paesi più civili del mondo, ma dall’Africa, da sempre classificata come “Terzo Mondo”.

Con la rivolta degli immigrati, siamo di fronte alla tappa più drammatica di una storia vecchia: il 26 dicembre del 2008, più di un anno fa, scrivevo su strill.it, e riportavo su questo blog, un articolo. Eccolo:

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”.

Comincia così la parte che riguarda la Calabria del rapporto svolto da Medici senza frontiere sugli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.

La Piana di Gioia Tauro, ma soprattutto la zona di Rosarno, è interessata da flussi piuttosto consistenti di immigrati che, nei mesi invernali, quando il vento freddo della campagna colpisce e ferisce come una lama arroventata, lavorano la terra al posto dei “padroni”.

Rosarno è un comune, attualmente sciolto per infiltrazioni mafiose e affidato ai commissari prefettizi, di quindicimila abitanti.

Il numero di immigrati, nei mesi della raccolta, raggiunge circa le quattromila unità.

Sono per il 94% africani sub-sahariani, tutti giovani: per l’87% di età inferiore ai 30 anni. Il 90% di essi è entrato in Italia in maniera irregolare. Nessuno possiede un contratto di lavoro.

Basterebbero questi numeri per giustificare il titolo del rapporto stilato da Medici senza frontiere: “Una stagione all’inferno”.

Gli immigrati della Piana versano in condizioni spaventose. Ecco, la descrizione fornita dal rapporto di Msf: sfruttamento sul lavoro, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area.
La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria”.

Crisi umanitaria.

Un’espressione entrata da tempo nel vocabolario comune. Un’espressione che, solitamente, si attaglia ai Paesi poveri, sottosviluppati. Quelli del cosiddetto Terzo Mondo.

Repubblica democratica del Congo, Somalia, Iraq, Sudan, Pakistan, Zimbabwe, Myanmar, Etiopia, Haiti, Cecenia, Colombia, Uganda settentrionale, Costa d’Avorio.

Questa volta, però, l’espressione viene usata per Rosarno, piana di Gioia Tauro, Italia, Europa.

Eppure non si tratta di un’esagerazione. Gran parte degli immigrati della piana di Gioia Tauro, una cifra molto vicina al 90%, vive in strutture abbandonate: fabbriche dismesse, cascine disabitate. Strutture nelle quali mancano le più elementari basi su cui si poggia la civiltà moderna: riscaldamento, elettricità, acqua corrente, servizi igienici.

Lavorano in media due giorni alla settimana, per 25 euro al giorno. Da questa misera ricompensa devono sottrarre, però, i “costi d’equipaggiamento”, dato che devono acquistare, con i propri soldi, i guanti e gli stivali necessari per il lavoro.

Un lavoro che deve essere cercato, mendicato, quotidianamente: ogni giorno, fin dalle prime ore dell’alba, gli immigrati si riversano nel centro del paese aspettando di essere reclutati da datori di lavoro e caporali.

Nella piana di Gioia Tauro il feudalesimo non è ancora finito.

Il rapporto di Medici senza frontiere ha come anno di riferimento il 2007. Scrivono da Msf: “A rendere la situazione ancora più drammatica, gli immigrati intervistati hanno denunciato di essere vittime di maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti, da parte di adolescenti per lo più”.

E’ una descrizione veritiera, accurata e inquietante che riporta immediatamente all’attualità. Al 12 dicembre scorso, quando, a Rosarno, vennero feriti due immigrati che vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Per il ferimento degli immigrati i carabinieri di Rosarno, sotto le direttive del procuratore della Repubblica di Palmi, Francesco Neri e del pubblico ministero, Stefano Musolino, hanno tratto in arresto Andrea Fortugno, di 24 anni, che, comunque, non sarebbe stato il solo a partecipare all’atto criminoso. Secondo gli inquirenti gli spari contro i due extracomunitari sarebbero una reazione ad una fallita richiesta estorsiva rivolta al gruppo di immigrati impiegati nei lavori agricoli a Rosarno e che sono ospitati in un ex cartiera.

Una di quelle strutture fatiscenti per usufruire delle quali gli immigrati sono costretti a pagare anche fino a cinquecento euro al mese.

Per Andrea Fortugno gli inquirenti ipotizzano un possibile collegamento con la ‘ndrangheta del luogo che, inevitabilmente, porta a un cognome ben preciso: Pesce.

Sì perché in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, c’è la ‘ndrangheta. E se gli immigrati vivono in condizioni disumane, senza la possibilità di usufruire di cure mediche, lavorando per pochi spiccioli e, per di più, sono vittime di estorsioni e di aggressioni anche a suon di pallottole, la ‘ndrangheta c’entra eccome.

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Rosarno: benvenuti all’inferno

dicembre 26, 2008

immigrati_braccianti

da www.strill.it

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”.

Comincia così la parte che riguarda la Calabria del rapporto svolto da Medici senza frontiere sugli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.

La Piana di Gioia Tauro, ma soprattutto la zona di Rosarno, è interessata da flussi piuttosto consistenti di immigrati che, nei mesi invernali, quando il vento freddo della campagna colpisce e ferisce come una lama arroventata, lavorano la terra al posto dei “padroni”.

Rosarno è un comune, attualmente sciolto per infiltrazioni mafiose e affidato ai commissari prefettizi, di quindicimila abitanti.

Il numero di immigrati, nei mesi della raccolta, raggiunge circa le quattromila unità.

Sono per il 94% africani sub-sahariani, tutti giovani: per l’87% di età inferiore ai 30 anni. Il 90% di essi è entrato in Italia in maniera irregolare. Nessuno possiede un contratto di lavoro.

Basterebbero questi numeri per giustificare il titolo del rapporto stilato da Medici senza frontiere: “Una stagione all’inferno”.

Gli immigrati della Piana versano in condizioni spaventose. Ecco, la descrizione fornita dal rapporto di Msf: sfruttamento sul lavoro, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area.
La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria”.

Crisi umanitaria.

Un’espressione entrata da tempo nel vocabolario comune. Un’espressione che, solitamente, si attaglia ai Paesi poveri, sottosviluppati. Quelli del cosiddetto Terzo Mondo.

Repubblica democratica del Congo, Somalia, Iraq, Sudan, Pakistan, Zimbabwe, Myanmar, Etiopia, Haiti, Cecenia, Colombia, Uganda settentrionale, Costa d’Avorio.

Questa volta, però, l’espressione viene usata per Rosarno, piana di Gioia Tauro, Italia, Europa.

Eppure non si tratta di un’esagerazione. Gran parte degli immigrati della piana di Gioia Tauro, una cifra molto vicina al 90%, vive in strutture abbandonate: fabbriche dismesse, cascine disabitate. Strutture nelle quali mancano le più elementari basi su cui si poggia la civiltà moderna: riscaldamento, elettricità, acqua corrente, servizi igienici.

Lavorano in media due giorni alla settimana, per 25 euro al giorno. Da questa misera ricompensa devono sottrarre, però, i “costi d’equipaggiamento”, dato che devono acquistare, con i propri soldi, i guanti e gli stivali necessari per il lavoro.

Un lavoro che deve essere cercato, mendicato, quotidianamente: ogni giorno, fin dalle prime ore dell’alba, gli immigrati si riversano nel centro del paese aspettando di essere reclutati da datori di lavoro e caporali.

Nella piana di Gioia Tauro il feudalesimo non è ancora finito.

Il rapporto di Medici senza frontiere ha come anno di riferimento il 2007. Scrivono da Msf: “A rendere la situazione ancora più drammatica, gli immigrati intervistati hanno denunciato di essere vittime di maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti, da parte di adolescenti per lo più”.

E’ una descrizione veritiera, accurata e inquietante che riporta immediatamente all’attualità. Al 12 dicembre scorso, quando, a Rosarno, vennero feriti due immigrati che vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Per il ferimento degli immigrati i carabinieri di Rosarno, sotto le direttive del procuratore della Repubblica di Palmi, Francesco Neri e del pubblico ministero, Stefano Musolino, hanno tratto in arresto Andrea Fortugno, di 24 anni, che, comunque, non sarebbe stato il solo a partecipare all’atto criminoso. Secondo gli inquirenti gli spari contro i due extracomunitari sarebbero una reazione ad una fallita richiesta estorsiva rivolta al gruppo di immigrati impiegati nei lavori agricoli a Rosarno e che sono ospitati in un ex cartiera.

Una di quelle strutture fatiscenti per usufruire delle quali gli immigrati sono costretti a pagare anche fino a cinquecento euro al mese.

Per Andrea Fortugno gli inquirenti ipotizzano un possibile collegamento con la ‘ndrangheta del luogo che, inevitabilmente, porta a un cognome ben preciso: Pesce.

Sì perché in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, c’è la ‘ndrangheta. E se gli immigrati vivono in condizioni disumane, senza la possibilità di usufruire di cure mediche, lavorando per pochi spiccioli e, per di più, sono vittime di estorsioni e di aggressioni anche a suon di pallottole, la ‘ndrangheta c’entra eccome.

Un Pesce piccolo

dicembre 20, 2008

pesce

Ci aiuterà a capire tutto un po’ meglio. Partiamo, come sempre, dalla relazione sulla ‘ndrangheta della Commissione Parlamentare Antimafia:

Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria le investigazioni confermano l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle estorsioni e all’usura, ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso il controllo e lo sfruttamento delle attività portuali.

Sì, il porto di Gioia Tauro è un bell’affare:

Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei containers, le opportunità di traffici illeciti a livello internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di un salto di qualità internazionale.

E nella piana di Gioia Tauro i cognomi che contano sono quelli di sempre:

Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle zone da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi sia dal punto di vista strettamente criminale che da quello finanziario ed imprenditoriale alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.

Sono in particolare le operazioni “Decollo” e “Decollo bis” a chiarire i traffici di droga della famiglia Pesce di Rosarno, da sempre alleata ai Bellocco.

Una premessa abbastanza ampia, lo so. Ma serviva per spiegarvi che i Pesce, a Rosarno e non solo, sono una famiglia d’onore, sono dei pesci volanti.

E volano alto.

Un po’ meno, magari, Francesco Pesce, 30 anni, figlio del pregiudicato Antonino Pesce, classe 1953, nipote, a sua volta, dell’indiscusso boss Giuseppe, classe 1923.

Sì perchè Francesco Pesce è stato arrestato, proprio ieri, con l’accusa di aver rapito la propria ex fidanzata di 21 anni.

Di aver rapito una ragazza di 21 anni.

Sì, lei non lo voleva più.

Mi piace pensare che non lo volesse perchè Francesco Pesce appartiene a una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta calabrese, ma non mi illudo.

La realtà, magari, sarà diversa. Magari i due non andavano più d’accordo, non si amavano, lui non le piaceva più.

Chi lo sa.

Poco importa il motivo. Lui, Francesco Pesce, l’avrebbe rapita lo scorso 26 agosto.

La madre della ragazza avrebbe raccontato tutto ai carabinieri di Rosarno, facendo proprio il nome di Francesco Pesce.

Non formalizzerà mai una denuncia, però. Meglio non rischiare.

Adesso, però, Francesco Pesce è in carcere accusato di sequestro di persona. Ma non uno di quei sequestri, di cui la ‘ndrangheta è esperta, che fruttano tanti soldi.

Francesco Pesce, rampollo di una famiglia della ‘ndrangheta da sempre dedita al crimine, al traffico di droga e di armi, in particolare, avrebbe rapito, insieme ad altri tre uomini, una ragazza di 21 anni, sotto la minaccia di una pistola.

Proprio un Pesce piccolo.