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Un nome, una garanzia

ottobre 16, 2008

Un anno fa, a quest’ora, mi trovavo, in “missione” per TeleReggio, insieme ad Antonino Monteleone, a Locri, per la commemorazione del secondo anniversario della morte di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale, assassinato dalla ‘ndrangheta nel 2005. A distanza di 365 giorni Locri ricorda, ancora, l’onorevole Fortugno, mentre il processo contro presunti mandanti ed esecutori va avanti con buon ritmo, tanto da farmi sperare nella sentenza di primo grado entro la fine dell’anno.

A distanza di 365 giorni io sono qui a scrivere, per ricordare Franco Fortugno.
365 giorni fa, Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno, era già indagata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per questioni inerenti il suo passato incarico (sino all’elezione in Parlamento) di Responsabile del Personale – Vice Direttore Sanitario di quella Asl di Locri sciolta per infiltrazione mafiosa, avvenuta dopo l’omicidio di Franco Fortugno.

Avanzando nel tempo, il nome di Maria Grazia Laganà, peraltro, compare anche nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Onorata Sanità” che portò in carcere, tra gli altri, il consigliere regionale, Domenico Crea, tuttora detenuto.

Ma, nonostante tutto, Maria Grazia Laganà di strada ne fa parecchia: eletta in Parlamento, componente della Commissione Parlamentare Antimafia (!), eletta nuovamente in Parlamento.

Non male.

Lunedì, però, la Polizia di Stato arresta, tra gli altri, ex sindaco e vicesindaco di Gioia Tauro e sindaco di Rosarno in un’operazione contro il potentissimo clan Piromalli.
Anche nell’ordinanza di custodia cautelare che porta in carcere Dal Torrione, Gioacchino Piromalli e tutto il cucuzzaro appare il nome Maria Grazia Laganà Fortugno. E la tematica è piuttosto delicata: si parla della Commissione d’accesso che avrebbe indagato e poi sciolto, per mafia, il consiglio comunale di Gioia Tauro, tuttora commissariato.

Intercettazione telefonica del 21.02.2008 – ore 10.40
Fabio chiama il sindaco Dal Torrione Giorgio per dirgli che ha avuto la notizia della proroga firmata  ieri sera anche se non sa per quanti altri giorni, che bisogna stare con gli occhi aperti ma che comunque è un dato  positivo altrimenti avrebbero già chiuso il discorso. Il sindaco commenta: “se no ci avrebbero fatto il culo  a cappello di prete!”. Fabio continua il discorso sulle vicende che riguardano il sindaco e che sta seguendo tramite giornali. Fabio chiede dello scioglimento della giunta e se non sarebbe bastato che si dimettesse il personaggio equivoco. Dal Torrione risponde che questo soggetto non si è dimesso e lui ha dovuto azzerare la giunta anche per dare un segnale di trasparenza. L’intenzione del sindaco è di mettere su una giunta di transizione composta da tecnici esterni. Fabio chiede di Nicola, Dal Torrione risponde che deve aspettare che si chiarisca il problema prima di farlo rientrare.

 
Ho dimenticato di dirvi che Fabio chiama dall’utenza intestata a Laganà Fortugno Maria Grazia: va bene, ma chi è Fabio? Fabio è, udite udite, il fratello di Maria Grazia Laganà. E’ la stessa Maria Grazia Laganà ad affermarlo.

Viva la sincerità!

Peccato che l’onorevole Laganà definisca quella del fratello “una leggerezza”.
La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, invece, interpreta in maniera leggerisssssssssssimamente diversa la telefonata del 21 febbraio del 2008 tra “Fabio” e l’allora sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione:

Particolarmente significativa la superiore conversazione, almeno per due ordini di motivi.
Il primo è quello relativo alla esigenza ed alle iniziative che il DAL TORRIONE ha adottato per ritardare al massimo l’accesso della Commissione, al punto che il “Fabio”, membro della segreteria dell’On. LAGANA’ si affretta a chiamarlo per comunicargli della proroga. E non manca di sottolineare il valore positivo della cosa, segno evidente del fatto che ben sa come tale risultato fosse particolarmente desiderato dal DAL TORRIONE.
Il secondo è quello relativo al timore manifestato da entrambi gli interlocutori con riferimento agli esiti del lavoro della Commissione, su cui essi mostrano di voler intervenire, quanto meno per ritardarne l’inizio dei lavori.

 
Ma io, oggi, volevo solo ricordare Franco Fortugno.

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Non è un paese per vecchi

ottobre 14, 2008

Da www.strill.it

Gioia Tauro non è mai stato un posto tranquillo. Gioia Tauro è, dagli anni ’90, sede del più grande porto commerciale del Mediterraneo. Gioia Tauro è, da sempre, il regno della famiglia Piromalli e dei suoi leader carismatici: don Mommo Piromalli, don Peppino Piromalli, sono personaggi entrati di diritto nella storia della ‘ndrangheta. E chi ha provato, in passato, a mettere in dubbio tale predominio si è sempre dovuto arrendere, inginocchiare, alla dura legge del più forte: negli anni ’70 è successo, in particolare, ai Raso e ai Tripodi.

Grazie al porto, ma anche grazie agli interminabili lavori sulla Salerno-Reggio Calabria, a  Gioia Tauro di soldi ne girano parecchi e per maneggiare i soldi le cosche hanno bisogno della collaborazione e della complicità del mondo politico.

L’operazione della Polizia di Stato, che ha portato all’arresto di cinque persone, tra cui ex sindaco e vicesindaco di Gioia Tauro (il Comune è attualmente commissariato) e il sindaco di Rosarno, è solo l’ennesima testimonianza della commistione, necessaria quanto storica, che, nel centro della Piana, vige tra politica e criminalità organizzata.

E chi sbaglia paga.

Il 9 maggio del 1987, si arriva persino ad assassinare, nei pressi della propria abitazione, il sindaco Vincenzo Gentile, medico, democristiano, amministratore chiacchierato, un sindaco che nel primo maxiprocesso contro i sessanta boss della provincia di Reggio, celebrato davanti al tribunale di Reggio Calabria nel 1979, arrivò a dichiarare che a Gioia Tauro la mafia non esisteva.

“I Piromalli? Brava gente per quel che ne so”, diceva.

E quello di Gentile è solo uno, certamente il più illustre, degli innumerevoli delitti compiuti nel centro della Piana.

Quelli sono anni bui per Gioia Tauro e per tutta la provincia di Reggio Calabria: quello di Gentile, avvenuto a maggio, è il 56esimo omicidio dall’inizio dell’anno.

Gli “anni di piombo” calabresi.

Gioia Tauro non è mai stato un posto tranquillo, si diceva prima: è vero, ma gli ultimi mesi, per Gioia Tauro, sono stati piuttosto turbolenti, come non si ricordava da tempo. Qualcosa si è rotto negli equilibri, storici, della città. L’alleanza (sancita da rapporti di parentela) tra i Piromalli e i Molè non esiste più.

E quando si rompono equilibri così delicati ci si può (ci si deve) aspettare di tutto.

Gli attriti tra le due famiglie egemoni, i Piromalli e i Molè, risalgono al 2007, quando i primi rifiutano un’equa spartizione della “torta”, come è sempre avvenuto del resto.

La storia cambia pagina lo scorso 1 febbraio: l’omicidio di Rocco Molè, apre, infatti, una nuova stagione a Gioia Tauro. Molè, infatti, al momento dell’omicidio è ritenuto dagli investigatori il reggente dell’omonima cosca alleata, da sempre, ai Piromalli. E allora chi può essere così potente da uccidere Rocco Molè, con quattro colpi in faccia, sul “proprio” territorio? E’ questa la prima domanda che gli inquirenti si pongono.

Da quel giorno sono passati più di otto mesi.

All’omicidio di Rocco Molè segue, temporalmente, lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune, amministrato da Giorgio Dal Torrione, ieri arrestato, e il commissariamento prefettizio dell’Ente. Le dichiarazioni fantasiose devono essere un pallino dei sindaci del centro della Piana: se Gentile, nel 1979, disse che la ‘ndrangheta a Gioia Tauro non c’era, dopo lo scioglimento Dal Torrione parla, fin da subito, di una macchinazione dell’allora viceministro dell’Interno, Marco Minniti.

Ma, come si diceva, a Gioia Tauro gli equilibri sono saltati: la guerra è ufficialmente aperta.

E’ il 26 aprile quando il centro della Piana si trasforma in Beirut: Nino Princi, imprenditore chiacchierato, viene fatto saltare in aria a bordo della propria automobile, una Mercedes. Princi, mutilato dall’esplosione, morirà alcuni giorni dopo presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Princi, già attenzionato dalla Dda di Reggio Calabria, è il cognato di Pasquale Inzitari, candidato alle ultime elezioni nelle liste dell’Udc, che viene arrestato il 7 maggio, nell’ambito dell’inchiesta “Saline”. Inzitari è socio della Devin SpA, la società che realizza, a Rizziconi, il centro commerciale “Porto degli ulivi”.

“Diverso da quelli che oggi governano la Calabria”, recitava il suo manifesto elettorale.

A Gioia Tauro succede qualcosa di strano e lo Stato reagisce mostrando i muscoli: il 23 luglio, l’operazione della Dda di Reggio Calabria, denominata “Cent’anni di storia” sancisce quello che tutti temevano: la frattura, insanabile, tra le famiglie Piromalli e Molè.

Il conflitto è spietato e così, appena due giorni dopo, le strade di Gioia Tauro si tingono nuovamente di rosso: è la sera del 25 luglio quando un uomo, a volto coperto, colpisce con diversi colpi di pistola il 37enne David Cambrea, ritenuto dagli investigatori vicino a Domenico Stanganelli che è nipote proprio di Rocco Molè. Cambrea, colpito all’addome e al torace, morirà pochi giorni dopo.

L’ultima dimostrazione del potere esercitato dalla cosca Piromalli sull’area di Gioia Tauro arriva, quindi, con l’arresto di Giorgio Dal Torrione, Rosario Schiavone e Carlo Martelli.

Il boss Gioacchino Piromalli, avvocato, che, per risarcire il Comune, lavora gratis:  “una beffa”, dicono gli inquirenti. “La beffa” è la testimonianza firmata che nulla ferma l’egemonia della famiglia Piromalli su tutto il territorio, classe dirigente compresa: nemmeno gli attriti con i Molè, datati 2007, sfociati, poi, in questo 2008 di sangue.

Cambiano personaggi, epoche e nemici: negli anni ’70 i Raso e i Tripodi oggi i Molè, alleati di un tempo.

Prima che si affermi la legge del più forte.