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Il mio libro-inchiesta: ”Terra venduta”

giugno 4, 2010

Tempo fa, molto tempo fa, mi ero giustificato, per la scarsa frequenza con cui procedevo all’aggiornamento di questo blog, spiegando di avere qualcosa in ballo, qualcosa che stava occupando il mio tempo in maniera totale.

Ebbene, adesso posso finalmente svelare il mistero. Ho scritto un libro-inchiesta sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi in Calabria e, ancora, sulle incidenze patologiche che la presenza di queste scorie avrebbe sulla popolazione.

Il libro si intitola “Terra Venduta”, verrà presentato domani 5 giugno presso il salone del Palazzo della Provincia, alle 17. Molti organi di informazione hanno ripreso la notizia e di questo sono grato. Vi segnalo l’articolo apparso sul strill.it, il giornale on line per il quale lavoro.

Dal torrente Oliva di Cosenza alla Pertusola di Crotone, da Cosoleto, nella Piana, a Melito di Porto Salvo, nella ionica, e, ancora, i segreti affondati nel mare, gli atti giudiziari, le dichiarazioni

 dei pentiti, i dati ufficiali dei dipartimenti sanitari, le cifre di denaro attorno ai traffici illeciti di rifiuti e quelle delle morti per malattia sul territorio.

“Terra venduta – Così uccidono la Calabria – Viaggio di un giovane reporter sui luoghi dei veleni”, del giornalista Claudio Cordova per Laruffa Editore, è un’inchiesta diretta e coraggiosa che analizza i fatti e li intreccia a numeri spaventosi che descrivono una regione alla mercé della ’ndrangheta e attanagliata dalle malattie.

Le cosche, con alleanze impensabili e connivenze occulte, muovono un malaffare da milioni di euro. E uccidono il territorio sul piano dello sviluppo e, fatto ancora più grave, sotto il profilo della salute pubblica.     

Cordova ripercorre, con razionalità rigorosa e stile avvincente, i misteri insoluti delle navi avvelenate, della Pertusola, dei traffici d’armi, su rotte internazionali che, inevitabilmente e misteriosamente, finiscono per ritornare in Calabria. Soprattutto dà voce alla gente, ai comitati costituiti per chiedere la verità, alle storie individuali.

Informazioni e notizie puntuali, suffragate da riscontri documentali, dagli atti della Commissione parlamentare sui rifiuti, della DIA, di Legambiente e della magistratura, con una spietata e coraggiosa denunzia di omertà, omissioni, inerzie, negligenze dovute a pressioni di poteri occulti e a interessi enormi decisi a difendere i proventi illeciti con ogni mezzo, nessuno escluso (F. Imposimato).

Il libro, che gode del Patrocinio morale del Forum Nazionale dei Giovani e si avvale della prestigiosa prefazione del magistrato Ferdinando Imposimato, sarà presentato sabato prossimo, 5 giugno, alle ore 17, presso la sala del Palazzo della Provincia, a Reggio Calabria.

Oltre all’autore, interverranno: Omar Minniti, consigliere provinciale – Luigi De Sena, vicepresidente Commissione Parlamentare Antimafia – Angela Napoli, componente Commissione Parlamentare Antimafia – Giusva Branca, direttore responsabile Strill.it – Andrea Iurato, delegato Forum Nazionale dei Giovani – Nuccio Barillà, dirigente nazionale Legambiente – Roberto Laruffa, editore. Coordina Maria Teresa D’Agostino (Ufficio Stampa Laruffa).

Per le associazioni, i comitati, i semplici cittadini, insomma, per chiunque fosse interessato a organizzare una presentazione nella propria città, nel proprio paese, può contattare l’ufficio stampa della casa editrice Laruffa (ufficiostampa@laruffaeditore.it) oppure direttamente me (claudiocordova10@hotmail.com).

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Calabria: giornalisti di frontiera

febbraio 9, 2010

Gianluca Ursini ha scritto per PeaceReporter un articolo in cui si parla anche di me. Nel ringraziarlo immensamente per le parole dedicatemi vi copio e incollo il testo del pezzo:

Ad Antonino hanno bruciato l’auto. Due giorni dopo il suo 25esimo compleanno; sotto casa sua , a Reggio. Aveva scritto sul suo blog che dopo l’arresto di alcuni del clan De Stefano (un tempo il più potente in riva allo Stretto) fuori dalla Questura c’erano altri membri del clan, in teoria latitanti, a gridare ingiurie contro “Sbirri, mmerdi e cunfidenti”(la triade del disonore per un buon ‘ndranghetista). Era venerdì scorso. Domenica il suo ex collega di redazione al coraggioso giornale online Strill.it, Claudio Cordova, dall’alto dei suoi 23 anni, di cui 5 passati a seguire i processi di Ndrangheta tra Reggio, Palmi e Locri, ha parlato di “lupi e conigli”. Mafiosi che hanno l’istinto del lupo, e azzannano tutti coloro che osano alzare la testa contro di loro. Ma che agiscono come conigli. Seguono Antonino fin sotto casa, aspettano che vada a dormire, per cospargere la Fiat di benzina e appiccare fuoco. E il coraggio di scrivere questo, fa di Claudio un piccolo, grande uomo di 23 anni; il coraggio che tanti direttori di giornale, magari presidenti delle società pro ‘Ponte sullo Stretto’ Spa, in queste terre desolate non dimostrano da decenni. Antonino fa il blogger ora, e non fa altro che andare telecamera in spalla a seguire processi scomodi per blog scomodi, come quello di Di Pietro o di Beppe Grillo. Ultimamente sta seguendo ogni udienza del processo Dell’Utri sui legami tra politica e mafia.

“Fatevi i cazzi vostri”. Lo stesso coraggio del proprio mestiere dimostrato da Michele Albanese, redazione di Rosarno de “Il Quotidiano di Calabria”. Venti giorni fa ha ricevuto la busta coi proiettili, “Fatti i cazzi tòi”, oppure ti ammazziamo, era il succo. Perché aveva scritto degli interessi mafiosi dietro la cacciata dei neri dalla Piana di Gioia. Uguale la busta coi proiettili recapitata al giudice Giuseppe Lombardo dell’Antimafia di Reggio, con 4 proiettili il 24 gennaio: “Fatti i cazzi tòi, o fai la fine di Falcone”. Lombardo aveva fatto arrestare, in 4 anni, prima il capo latitante dei ‘dominanti’ De Stefano e, scalzati loro, Pasquale, capofamiglia dei Condello, detto U supremu, arrivato al vertice del potere ndranghetista. Come il procuratore di Crotone Pierpaolo Bruni, che ha aperto mille inchieste tra mafia e politica. E’ giovane, ha 30 anni, si muove in scooter; gli hanno fatto trovare due giorni or sono sul sellino due caricatori di P38 svuotati.E un messaggio di posta elettronica che minaccia morte. Tre settimane fa aveva fatto sequestrare beni per decine di milioni a diversi clan nell’operazione ‘Heracles’. Gente che ha il coraggio di non calare la testa davanti ai cani che stanno colonizzando una regione a raffiche di kalashnikov. Come Angela Corica, che scrive da Cinquefrondi, due passi da Rosarno, per “Calabria Ora”, giornale progressista. Un anno fa cinque colpi di pistola contro la sua auto.

Politici contro cemento e calcestruzzo Oppure ci sono i sindaci coraggio come Enzo Saccà a Santa Cristina d’Aspromonte, 4mila anime. Saccà è in predicato di guidare un consorzio di diversi comuni della provincia di Reggio, che vuole gestire i fondi pubblici senza inquinamenti mafiosi. Per lui una settimana fa, 5 proiettili in busta. Il sindaco non molla. Come non si era dimessa la giunta di Polistena, paesino vicino Rosarno, dopo che nel febbraio 2009 il sindaco aveva trovato un mazzo di crisantemi adagiato sul cofano del suo veicolo; segnali premonitori per chi non vuole collaborare con le ditte mafiose. O come non si era dimesso il sindaco di Villa San Giovanni Giancarlo Melito dopo che in un mese gli avevano prima bruciato una vettura, e poi fatto trovare dei candelotti inesplosi sul cofano della seguente. Il suo addetto stampa, Saro Bellé, uno che ha sempre fatto giornalismo per una corrente politica, ma con chiarezza contro le logiche spartitorie degli appalti, ci ha scherzato su: “Ho consigliato al sindaco i concessionari di seconda mano dove mi rivolgo io: a me ne hanno bruciate 3 in 5 anni, e nessuna assicurazione mi ripaga. Non me le posso permettere di prima mano”. Melito e la sua giunta non volevano il Ponte sullo Stretto e i miliardi di euro che finiranno nelle tasche delle cosche che producono calcestruzzo, costruiscono pilastri in cemento, sbancano colline e movimentano scarti e inerti.

Non è finita qui. Un messaggio per tutti i giovani professionisti, i praticanti, gli stagisti che si stanno affacciando alla professione giornalistica. Fate come Claudio Cordova a Antonino Monteleone, come Angela Corica, come tanti altri ragazzi del Sud. Molto più di uno stage in un grande giornale, vi sarebbe utile venire qui. Giù, al Sud.
Venite tutti in Calabria, in Sicilia. proverete la sensazione appagante di ‘esserci dentro’, qui e ora, di vivere finalmente il giornalismo come impegno. E’ questa la prima linea, è qui che bisogna essere. Capirete che i boss temono tanto le nostre tastiere e le nostre pennette Usb, quanto i sequestri dei loro beni disposti dalle procure. Finché ci sarà gente come Claudio e Antonino pronta sul Web a fare ‘’nomi, cognomi e soprannomi” dei tre giudici della Procura generale reggina che prima erano disposti a scarcerare su richiesta i boss delle cosche.

Le nostre pennette, le nostre tastiere, valgono tanto quanto i loro bazooka, i kalashnikov, gli Uzi, le Glock e le P38 e le lupare calibro 12. Come ci ha insegnato il sacrificio di un ragazzo 25enne vent’anni or sono: Giancarlo Siani.

Berlusconi indagato a Reggio Calabria?

dicembre 6, 2009

da www.strill.it

L’articolo lo firma, a pagina 7, Gian Marco Chiocci. L’attendibilità delle informazioni contenute nel pezzo è tutta da confermare e non di certo per disistima nei confronti dell’inviato de “Il Giornale”. Il punto è questo: il clima, ardente, delle ultime settimane, ha imbarbarito la politica, ma ha imbarbarito, purtroppo, anzi, soprattutto, i giornali, di destra e di sinistra.

La storia è questa.

Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri titola, in maniera eloquente: “Pure i pm di Reggio in gara per ‘avvisare’ il Cav”.

Il Cav è, ovviamente Silvio Berlusconi.

La notizia è fornita dallo stesso collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che, pochi giorni fa, ha tirato in ballo, a Torino, Berlusconi e Dell’Utri che, a dire dell’ex killer di Cosa Nostra (responsabile di oltre 40 omicidi), avrebbero intrattenuto rapporti assai stretti e oscuri con la mafia siciliana. Spatuzza dice di essere stato interrogato, negli ultimi mesi, anche dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L’ufficio reggino, peraltro, è diretto da un anno e mezzo da Giuseppe Pignatone, un palermitano che di indagini su Cosa Nostra ne ha fatte parecchie nella propria carriera: la presunta inchiesta di cui parla “Il Giornale” riguarderebbe gli interessi comuni di mafia e ‘ndrangheta a Milano, con particolare riferimento al mercato ortofrutticolo, alle spedizioni, alle imprese di pulizia.

Tutti business che, come è noto, interessano non poco le mafie.

Si parte da un fotogramma che, in un bar di Milano, ritrae il boss di Africo, Salvatore Morabito. La presenza degli “africoti” nel capoluogo lombardo, infatti, è certificata da ampia letteratura, nonché da sentenze passate in giudicato. Morabito sarebbe stato scovato in compagnia di Giuseppe Porto, che Gian Marco Chiocci definisce “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”.

Berlusconi e Dell’Utri nella storia rientrerebbero in maniera indiretta. A fare da collante c’è, come spesso accade quando il Premier viene accostato alla mafia, Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, ma anche “uomo d’onore” e pluriomicida di Cosa nostra, appartenente al mandamento di Porta Nuova, retto da don Pippo Calò. Giuseppe Porto, il “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”, infatti, sarebbe stato molto vicino allo stesso Mangano. Scrive Gian Marco Chiocci: “Il nome di Porto spunta infatti in più inchieste ed è spesso affiancato a quello del fattore di Arcore e dei suoi rampolli, Enrico di Grusa, genero di Mangano, e Daniele Formisano, che, secondo il pentito Angelo Chianello (tenuto in grande considerazione dalla Procura di Milano) sarebbero legati a doppio filo proprio a Porto”.

Ci sarebbero anche le figlie di Vittorio Mangano in un filmato agli atti del Procuratore Giuseppe Pignatone: gli intrecci tra Cosa nostra e ‘ndrangheta, quindi, riguarderebbero le infiltrazioni, e anche in questo caso vi sono diverse inchieste sul tema, nel mercato ortofrutticolo milanese.

Che le mafie avessero colonizzato Milano è storia nota e vecchia: qualcuno la definisce, non solo giornalisticamente, “la capitale delle mafie”.

Tanto la ‘ndrangheta, quanto Cosa nostra.

“Il Giornale” fa il proprio “dovere”: si schiera dalla parte di Berlusconi e Dell’Utri. Scrive, in conclusione, Gian Marco Chiocci: “Fatti che possano collegare logicamente tutti questi personaggi? Nessuno. Prove che associano Dell’Utri al “cinese” (Giuseppe Porto)? Nessuna”.

Niente, di niente. Secondo il quotidiano diretto da Vittorio Feltri sarebbe un’ennesima macchinazione: dopo Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano, Reggio Calabria sarebbe la quinta Procura pronta a indagare il Premier.

Sull’attendibilità dell’articolo si è già detto in apertura: “il clima infame”, tanto per citare un politico del passato, delle ultime settimane, ha fatto perdere credibilità a tutti. Pendere dalle labbra di un ex killer come Spatuzza è certamente un eccesso, ma negare aprioristicamente ogni elemento emerso nelle ultime settimane sarebbe altrettanto nocivo.

Si indaghi, se è necessario.

Ma quello tirato fuori da “Il Giornale” potrebbe essere un fatto vero (e quindi grave), ma potrebbe anche essere (e la gravità sarebbe identica) l’ennesima puntata del gioco delle parti, di giornalisti, di destra e sinistra, che si trasformano in “braccia armate” della politica, perdendo di vista il bene supremo per chi voglia tentare di fare informazione: la verità.

Super partes?

settembre 6, 2009

giornali

Mi dite, per favore, in quale Paese del mondo esiste una stampa “super partes”?

Senza pensarci troppo.

Non vi viene in mente, vero?

Ve lo dico io: in nessuno.

Eppure, in questi giorni di grandi combattimenti su libertà di stampa, scoop (o  presunti tali), attacchi tra colleghi, si discute tanto di giornalismo in Italia. E si arriva, inevitabilmente, alle solite stupidaggini, buttate lì per lobotomizzare il popolo bue: “il giornalismo, i buoni giornalisti, devono essere super partes”, dicono.

Ma perchè mai?

Dove sta scritto che un buon giornalista, o un grande giornalista, non debba avere delle idee e che le possa far trasparire, in maniera netta, nei suoi scritti, nei suoi interventi, nel suo lavoro?

Indro Montanelli era un grande giornalista e aveva delle idee e, vivaddio, non perdeva mai occasione per manifestarle.

Invece ora si chiede al Boffo di turno, al Feltri di turno, al Travaglio di turno, al Piroso di turno di essere “super partes”.

Sapete che sono un acceso sostenitore del giornalismo americano: il vero giornalismo, quello duro, d’inchiesta, esiste, per quanto mi riguarda, solo negli Stati Uniti.

Eh però, chiunque abbia seguito, tanto per non andare tanto indietro nel tempo, la campagna elettorale per le elezioni presidenziali non ha potuto non notare che ogni giornale si schierava con uno o l’altro dei contendenti.

L’Observer sosteneva Obama, mentre il New Hampshire Union faceva il tifo per McCain, Time e New York Times pronosticavano una facile vittoria di Obama, mentre il New York Post ha sostenuto, fin dall’inizio, John McCain.

E così via.

In Italia, invece, ci fu un grande scandalo quando Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, alla vigilia del testa a testa Prodi-Berlusconi, dichiarò di parteggiare per il primo.

Non è questo il punto. Non è la visione super partes dei giornalisti a rendere un Paese invidiabile dal punto di vista della libertà.

Piccolo esempio: gli Stati Uniti d’America, quegli stessi Stati Uniti d’America in cui i giornali si azzuffavano per sostenere Obama o McCain, sono il Paese in cui il famoso conduttore David Letterman può permettersi di sparare a zero contro il candidato alla Casa Bianca, John McCain, solo perchè quest’ultimo, pochi minuti prima, lo ha bidonato dopo aver promesso la presenza all’interno del David Letterman show.

E il giorno dopo il Paese non si è svegliato nell’indignazione generale, ma, anzi, McCain ha dovuto chiedere scusa! Un po’ diverso in Italia: Lucia Annunziata e tanti altri ne sanno qualcosa.

Non esisteranno mai giornalisti super partes.

Il vero obbligo dei giornalisti non dovrebbe essere quello di essere equidistanti, ma di essere onesti intellettualmente: avere il coraggio di andar contro anche con i propri “simili”.

E da questo punto di vista “La Repubblica” non è diverso da “Il Giornale”: qualcuno ha notato, per esempio, che tipo di (non) spazio sta dando il quotidiano diretto da Ezio Mauro alla vicenda sul presunto caso delle puttane agli assessori regionali della Puglia, amministrata dal sinistro (in quanto comunista) Nichi Vendola?

E’ solo un esempio. Tanto per non dilungarmi troppo.

Attacchi alla Repubblica

agosto 29, 2009

repubblicaitaliana

Eh sì, quelli di Berlusconi non sono attacchi sferrati al quotidiano “La Repubblica”, ma alla Repubblica Italiana vera e propria.

“La Repubblica” è un organo di informazione palesemente schierato a sinistra. Che male c’è? Anche gli Stati Uniti d’America, che quanto a modo di informazione possono fare scuola a chiunque, hanno testate sfacciatamente democratiche e altre sfacciatamente repubblicane.

Anche in Italia c’è “Il Giornale”, c’è “Libero”, c’è il Tg4, così come deve esserci “la Repubblica”, “L’Unità”, il Tg3, ecc.ecc.

E’ la democrazia, bellezza!

Il berlusconismo, però, tra i tanti guai creati ha generato anche questa psicosi dell’offesa subita: non appena si prova a scrivere qualcosa in più, l’uomo o la donna della strada ti chiedono “ma sei sicuro di poter scrivere certe cose”.

Un virus assai contagioso.

Querelare un giornale perchè si è posto e ha posto delle domande è, nonostante la piena legittimità della decisione (chiunque può querelare chiunque, se si sente diffamato), qualcosa che definire pazzesco è davvero molto poco.

E i potenti di turno, anche su scala locale, magari lontani (almeno ufficialmente) da Berlusconi, si adeguano e querelano: lesa maestà.

Ne sappiamo qualcosa.

Libera informazione

agosto 5, 2009

tre_scimmiette

Proprio ieri ho sorriso, amaramente, di fronte all’affermazione di un collega cosentino che, in un articolo, evitava di citare i nomi dei dodici individui arrestati nell’ambito dell’inchiesta “Cartesio”, coordinata dal pubblico ministero di Cosenza, Vincenzo Luberto, su un presunto maxi giro di usura, legato, ovviamente, anche alla ‘ndrangheta

“Sono garantista”, mi ha scritto tramite mail. E poi, “se questi tizi vengono assolti rischio di essere querelato per diffamazione”.

Psicosi pidielline.

Da Cosenza, oggi, mi sposto idealmente a Palermo. Leggete un po’ quest’agenzia ANSA:

Inserire notizie di cronaca giudiziaria che riguardano politici sotto processo per mafia e quelle sulla politica regionale nella rassegna stampa dell’azienda siciliana trasporti, rovina ”i sani interessi aziendali” dell’Ast, l’Azienda siciliana trasporti. Per questo motivo la giornalista Valeria Giarrusso, dipendente dell’ azienda, e’ stata sollevata dall’incarico – realizzava la rassegna stampa – e nei suoi confronti il presidente dell’Ast, Dario Lo Bosco, ha pure avviato una contestazione ”a tutela” della societa’. Lo Bosco scrive nella contestazione che nella premessa della rassegna ”con enorme stupore ed amarezza mi accorgevo che, delle sole due notizie a cui veniva dato risalto, una riguardava fatti di politica e l’altra riportava avvenimenti di cronaca giudiziaria (!), ben lungi entrambe da ogni e qualsivoglia interesse specifico di Ast Spa”. La notizia di cronaca riguardava la richiesta di pena per mafia all’ex deputato regionale Giovanni Mercadante (poi condannato) e il commento di Salvatore Borsellino all’inchiesta sulla morte del fratello Paolo. A queste notizie seguivano poi quelle sui trasporti. L’Ast, fino a pochi mesi fa, era stata al centro di polemiche per la nomina, avvenuta senza alcun passaggio in consiglio, alla guida della societa’ controllata Ast Turismo, dell’avvocato Gaetana Maniscalchi, condannata con il patteggiamento a un anno e sei mesi per favoreggiamento alla mafia, in particolare di un boss latitante agrigentino.

Non sono abituato a essere solidale con chi subisce ingiustizie, come è il caso della collega Valeria Giarrusso. Piuttosto preferisco condividere l’incazzatura per un’informazione, quella italiana, quella meridionale, che, salvo poche eccezioni, non esiste.

Agenda – Il salotto dell’editore, “Il giornalismo d’inchiesta”

luglio 31, 2009

Vi annuncio sollennemente che stasera, alle ore 21, andrà in onda l’ultima puntata, prima della sosta estiva, de Il Salotto dell’Editore, la trasmissione di ReggioTV condotta da Eduardo Lamberti Castronuovo.

Si parlerà di giornalismo d’inchiesta con Stefania Limiti, giornalista, autrice del libro “L’Anello della Repubblica”, Paolo Cucchiarelli, giornalista dell’Ansa, autore di diversi libri, Anna Briante, direttore responsabile di ReggioTV, Giusva Branca, direttore responsabile di strill.it, Anna Foti, giornalista.

Ah, dimenticavo… Ci sarò anche io.

La lezione di State of play

maggio 3, 2009

state_of_play

Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?

Voci strozzate

marzo 31, 2009

informazione

Mi ha lasciato tutt’altro che indifferente la vicenda di Pino Maniaci, coraggioso giornalista siciliano rinviato giudizio per esercizio abusivo della professione da un pubblico ministero, Paoletta Caltabellotta, che, ha usato contro il conduttore di Telejato (il direttore è Riccardo Orioles) una vera e propria finezza giuridica: la “citazione diretta”.

Pino Maniaci, infatti, è un giornalista abusivo, nel senso che non ha il tesserino, ma è un giornalista vero nell’animo, nell’indole, nella voglia di dire le cose in una terra di mafia, denunciando proprio le attività di cosa nostra. La sua storia, fatta di minacce, di intimidazioni, potrebbe portarmi a una lunga divagazione sull’inutilità dell’Ordine dei giornalisti.

Una divagazione che, al momento, vi risparmio.

Voglio parlare di come cronisti coraggiosi, giornalisti veri, vengano delegittimati, lasciati soli, in quella solitudine che, in passato, ha portato spesso alla morte.

Oltre al caso di Pino Maniaci, proprio ieri ho avuto modo di leggere la lettera-denuncia scritta da un altro giornalista coraggioso: dobbiamo spostarci in Campania per scoprire la storia di Enzo Palmesano, un coraggioso giornalista che opera nel casertano e in particolare a Pignataro Maggiore, una terra dove è difficile esercitare il mestiere del cronista. Palmesano, come Pino Maniaci in Sicilia, ha sempre provato a mettere in evidenza i traffici e gli intrecci, anche politici, della camorra, ma una parte della stampa locale lo ha isolato e così ha perso il posto di lavoro e ora è costretto a vivere sotto scorta.

Ho cercato sul web: qualcuno ha titolato, giustamente, “Enzo Palmesano, il cronista licenziato dalla camorra”.

Ma, se della vicenda di Pino Maniaci si sono occupati quasi tutti gli organi di stampa nazionali, della lettera di Enzo Palmesano, inviata ad “Articolo 21”, “Micromega” e “Liberainformazione”, non ha parlato nessuno.

Ai nomi di Pino Maniaci ed Enzo Palmesano, uomini coraggiosi, lasciando perdere se possiedano o meno un tesserino, aggiungerei, ovviamente, quelli di Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosaria Capacchione.

Tutte persone più isolate che sole.

Come era isolato Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985.

Come era isolato Cosimo Cristina de “L’ora” di Palermo. E poi, ancora, Mauro De Mauro, Mario Francese, Pippo Fava, Beppe Alfano.

Una storia già vista: inchieste non pubblicate, licenziamenti, dicerie, le classice storie di donne, fino alle stucchevoli citazioni giudiziarie.

Tutte azioni riconducibili a un solo termine: delegittimazione.

L’inizio della fine.

Quel poco che si riesce a sapere

febbraio 15, 2009

le_iene

Per una volta Le Iene non hanno fatto lo scoop. Alcuni giorni fa, venerdì credo, la trasmissione, in onda su Italia 1, ha mandato in onda un servizio sulla scarcerazione di due killer, Denis Alfarano e Damiano Leotta, avvenuta in seguito al ritardo siderale con cui sono state depositate le motivazioni della sentenza che aveva condannato Alfarano e Leotta a 12 anni e 6 mesi di reclusione per il tentato omicidio di un ispettore di polizia.  Alfarano e Leotta dovrebbero essere in gattabuia, ma il Gup di Reggio Calabria che li aveva condannati, Concettina Garreffa, ha pensato bene di impiegare 18 mesi (invece dei canonici 9o giorni) per protocollare le motivazioni della condanna. Risultato: Alfarano e Leotta tornano liberi. Tutti impuniti. Sia i killer, sia il giudice che, con il proprio marchiano errore, ne ha permesso la scarcerazione.

E’ giusto ricordare lo scempio messo in atto dal giudice Garreffa, ma il servizio de Le Iene, salvo la proposizione, inedita, dell’audio dei preparativi di un omicidio sventato dall’arrivo della polizia e dal successivo conflitto a fuoco tra i killer e le forze dell’ordine, non ha aggiunto granchè a quanto la gente avrebbe dovuto già sapere.

In città non si parla d’altro e, anche su internet, il dibattito impazza, ma, a dire il vero, il caso, lo scandalo, non l’hanno mica scoperto Le Iene.

Solitamente accade il contrario: i giornalisti reggini non sanno fare il proprio lavoro e deve arrivare qualcuno da fuori a informarci. Non in questo caso.

Il 7 agosto avevo personalmente copiato e incollato sul blog un articolo apparso su La Repubblica, a firma dell’ottimo Peppe Baldessarro, corrispondente da Reggio Calabria.

Niente squilli di tromba e cori di indignazione, ai tempi. Oggi, invece, la tipica (e, come vedremo, giustificata) esterofilia del reggino medio mette sul piano del dibattito una notizia vecchia di sei mesi.

Ad agosto non si parlò affatto della scarcerazione di Alfarano e Leotta: forse sarà stata la stagione estiva, ancor più probabilmente sarà stata la poca credibilità (e quindi il poco seguito) di cui gode, meritatamente, la classe giornalistica reggina. Non è il caso di Peppe Baldessarro, uno dei migliori professionisti della città (è redattore del Quotidiano), ma tanti anni di notizie non date, di teste sotto la sabbia, di marchette ai potenti, hanno minato in maniera irrecuperabile la figura professionale dei giornalisti reggini, anche di quelli che si danno da fare con coraggio, accomunati, irreversibilmente e immeritatamente, alla mediocrità generale.

Tutta colpa di quelli che interpretano il giornalismo in maniera clientelare, tutta colpa dei tanti pusillanimi che preferiscono rimanere in redazione a “impastare” i comunicati stampa di politici e associazioni varie, invece di lavorare sul serio. 

Poi arriva il “forestiero” di turno, ci dice qualcosa che già dovremmo sapere e tutti lì a battere le mani come deficienti.

Dovreste incazzarvi, invece. E vi ho anche detto con chi.