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Inchiesta ”Meta”: i pentiti dipingono un quadro inquietante di Reggio Calabria

marzo 27, 2011

da www.strill.it

Fiumi. Di parole, di inchiostro, di storie. I verbali dei collaboratori di giustizia, depositati nell’ambito dell’inchiesta “Meta” dal pubblico ministero Giuseppe Lombardo, che ha notificato l’avviso di conclusione indagini per una quarantina di persone, gettano un fascio di luce sulle dinamiche criminali di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” portò, nel giugno 2010, all’arresto, operato dal Ros dei Carabinieri, di decine di persone, accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso: nel focus degli investigatori, in particolare, le tre cosche più potenti della città. De Stefano-Tegano-Condello, un tempo contrapposte, adesso unite in una pax che opprime la città, dal punto di vista economico e sociale.

E’, in particolare, il collaboratore di giustizia Roberto Moio, nipote del mammasantissima Giovanni Tegano, a delineare le gerarchie in città. In un ideale podio, Moio mette al primo posto la cosca De Stefano: “I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria” dice il collaboratore di giustizia. Un prestigio che nasce diversi anni fa, allorquando i tre fratelli terribili, Giovanni, Giorgio e Paolo decidono di fare la guerra al gotha della ‘ndrangheta, eliminando, nel giro di pochi anni, prima don ‘Ntoni Macrì e poi don Mico Tripodo.

Da quel momento saranno loro il gotha della ‘ndrangheta.

Roberto Moio, dunque, nel verbale del 19 ottobre 2010, una ventina di giorni dopo il suo arresto, avvenuto per opera della Squadra Mobile nell’ambito dell’inchiesta “Agathos”, spiega al pm Lombardo le dinamiche operanti in città:

PM:- Tutte le famiglie a Reggio, le famiglie di mafia, no? Sono sullo stesso livello?

MR:- No.

PM:- No. Quindi ci sono famiglie che hanno un prestigio.

MR:- Si.

PM:- Quali sono queste famiglie di primissima fascia?

MR:- A Reggio Calabria?

PM:- Si.

MR:- I Tegano, i De Stefano … prima i De Stefano, poi i Tegano.

PM:- Cerchiamo di metterli in ordine per quella che è la sua scala.

MR:- Allora, i De Stefano, storici, no?

PM:- Aspetti. Questo … stiamo parlando di Reggio città, no?

MR:- Si. Reggio città.

PM:- I De Stefano lei dice. Perché? Non si stupisca voglio dire della domanda, ci sarà un motivo?

MR:- Si. I De Stefano hanno sempre comandato a Reggio Calabria.

Ed è proprio quella parola, “sempre”, a fotografare la potenza della cosca:

PM:- Per il prestigio che aveva Paolo, per le azioni criminali, per la ricchezza …? Per i contatto con certi ambienti? Non lo so, un motivo ci sarà?

MR:- No. Le azioni criminali, so io … all’epoca, dei vecchi, parliamo di Giovanni, di Giorgio, và … Montalto, si parla di Montalto qui insomma … delle vecchie ‘ndrine, no?

PM:- Vabbè, Montalto … c’era pure Giovanni Tegano …

MR:- Si, c’era pure Giovanni, mio zio, no?

PM:- Quindi per le azioni criminali, principalmente?

MR:- Si. Principalmente … si, per questo. Per le conoscenze pure.

PM:- Che conoscenze hanno?

MR:- Mah … in tutti … i tutti i posti in Italia, Paolo De Stefano conosceva …

PM:- Si, ma conoscenze mafiose? All’interno …

MR:- Sempre così, si.

PM:- Sempre mafiose?

MR:- Si. Mafiose, si. Anche altre che io non so …

Una cosca capace di intrecciare rapporti con il mondo delle istituzioni e dell’imprenditoria, ma, comunque, dilaniata in una lotta interna tra Peppe De Stefano, figlio di don Paolino, e lo zio Orazio, fratello del padre, come spiega, facendo eco alle dichiarazioni, di qualche mese fa, di un altro pentito, Nino Fiume, Roberto Moio: “I rapporti tra Orazio De Stefano ed il nipote Giuseppe non sono tra i migliori” dice il collaboratore di giustizia. Peppe De Stefano in ascesa e non può permettersi un appiattimento sulla cosca Tegano, come invece vorrebbe lo zio Orazio: “Inizia l’ascesa di Giuseppe De Stefano che lo porterà al vertice della cosca, allontanandosi dallo zio Orazio, che è vicino più ai Tegano”. Ma Peppe De Stefano va avanti per la sua strada, scegliendo altri scudieri per i propri affari: “Quando Giuseppe De Stefano viene scarcerato inizia a legarsi a Mario Audino. Al momento del suo arresto Giuseppe De Stefano aveva un grado di ‘ndrangheta molto alto, slegato dallo zio Orazio” racconta ancora Moio.

E, comunque, tutte le altre famiglie sarebbero di “seconda fascia”, un gradino sotto i Tegano e i Condello, ma inferiori, soprattutto, ai De Stefano. Ancora dall’interrogatorio di Moio, condotto dal pm Lombardo:

PM:- Dopo di loro chi c’è?

MR:- Parliamo dello stesso piano? Oppure …

PM:- Ma certo. La prima fascia, diciamo.

MR:- Libri, Serraino, Tegano, và … Condello.

PM:- Questi sono?

MR:- Si, questi … ‘sti fasci, tutti … la seconda fascia …

PM:- Quindi allo stesso livello ci sono i Libri, i Serraino, i Tegano ed i Condello. Ora, queste famiglie, no? Tra di loro, nel 2010, che rapporti hanno? Si parlano, si confrontano?

MR:- Si. Certo, si, si, si.

Un altro collaboratore di giustizia, Nino Lo Giudice, arrestato nell’ottobre 2010 e subito passato dalla parte della giustizia, fotografa, invece, le dinamiche, assai più tranquille a dire il vero, della cosca Condello, facente capo a Pasquale Condello, “il supremo”, arrestato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2008. Il motivo per il quale viene chiamato “il supremo” lo spiega il pentito Consolato Villani: “Per il grado … a parte del grado. Per l’importanza … perché … diciamo il prestigio criminale … diciamo che se continuava la guerra aveva vinto la guerra lui solo”. Nino Lo Giudice, invece, per anni ne avrebbe coperto la latitanza, venendo a conoscenza delle gerarchie della famiglia: a detta di Lo Giudice, il ruolo operativo nella cosca Condello sarebbe da attribuire a Domenico, detto “Micu u pacciu”, attualmente latitante: “Pasquale Condello mi diceva che tutti i soldi che entravano dalle estorsioni degli appalti di tutto andavano a lui […] in quanto Pasquale Condello diceva che lui soldi non ne tocca”. E i soldi, poi, venivano distribuiti:

Dr. Lombardo: sì, e poi che faceva di questi introiti a sua volta li distribuiva che fine facevano.

Lo Giudice Antonino: come diceva Pasquale Condello li distribuiva alle varie diciamo persone che dovevano prendere soldi.

“Micu u pacciu”, mano operativa della cosca, diventerebbe il capo dopo la cattura del “supremo”, che avrebbe salvaguardato, per quasi vent’anni, la propria libertà, attraverso una fitta corrispondenza di “pizzini”, cui nemmeno Lo Giudice, investito del grado di “padrino” avrebbe avuto accesso:

Dr. Lombardo: con la cattura di Pasquale Condello a febbraio 2008, Domenico Condello che cosa diventa?

Lo Giudice Antonino: diventa il capo della sua famiglia, che dirige tutto, che parte tutto da lui.

Dalle dichiarazioni dei pentiti, in particolare da quelle di Roberto Moio, emerge, comunque, una città comandata e divisa dalle tre cosche più potenti. Una città oppressa nella propria libertà, economica e sociale. Sebbene si spari molto meno rispetto agli anni ’90, Reggio Calabria rimane, comunque, soggiogata allo strapotere mafioso:

P.M.:   Senta io non ho capito, tornando un minuto indietro, questa storia delle zone, cioè i Tegano in tutta Reggio Calabria, dov’è la loro zona, quindi dove pigliano i soldi in pratica no…

MOIO:            Sì.

P.M.:   …della città, quale parte è?

MOIO:            Tutta, tutta la città dottore.

P.M.:   Eh, e le altre famiglie, i De Stefano…

MOIO:            Allora praticamente, se io mi vado a prendere… praticamente un lavoro grosso, cioè per dire un lavoro di 100.000 Euro, giusto, un lavoro di 100.000 Euro…

P.M.:   E’ un lavoro enorme.

MOIO:            …cioè ad Archi chi ci sono, i Condello, i De Stefano…

P.M.:   E i Tegano…

MOIO:            …i Tegano, giusto, se li dividono loro; se sono lavori di 5.000-10.000 Euro ci sono andato io per primo e capace che il prossimo va lui e io non ti dico niente, te lo fai tu e basta., poi ci… così funziona no.

P.M.:   Eh quindi ma questo qua da Archi…

MOIO:            Di come, di come seppi io… no, no, da Archi fino a Ponte di San Pietro, poi i De Stefano…

P.M.:   Quindi praticamente tutta la città.

MOIO:            …tutta la città, va’…

P.M.:   …chiunque va là a riscuotere poi si divide in tre, il senso questo è?

MOIO:            Quando supera una cifra però dottore.

P.M.:   Certo…

P.M.:   Le cose serie.

P.M.:   …sugli spiccioli no.

MOIO:            30.000 Euro: 10, 10 e 10, va’. Poi ci sono posti che De Stefano è una vita che ce l’hanno…

Le cosche fanno la pace, mentre la cittadinanza soffre la povertà, mentre i commercianti restano soffocati dalle richieste estorsive, avanzate con metodicità e prepotenza dalle cosche:

PM:- Decidono insieme determinate … vanno d’accordo?

MR:-Si, si, si. Ormai è tutta pace. Se io praticamente devo uccidere una persona, non lo so , a … a Spirito Santo, la zona dei Serraino, chiedo un favore e allora … se la vedono loro.

PM:- Quindi si parlano.

MR:- Si parla, si, si, si.

PM:- Concludono affari insieme? Amministrano insieme gli affari più importanti?

MR:- No, questo non lo so, veramente.

PM:- Comunque c’è uno stato di pace, abbastanza stabile?

MR:- Si, si. Di pace, di pace … si, si.

Più che un’indagine, un manuale per la conoscenza di Reggio Calabria. L’inchiesta “Meta” è servita.

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Parlando di una rivoluzione

gennaio 5, 2010

Sul luogo sono arrivato per primo, appena venti minuti dopo l’esplosione. E quasi quasi finivo tra i sospettati. E’ un orgoglio (forse eccessivo) per me dire di aver scritto alle 5:36, in anticipo di almeno tre ore rispetto al resto d’Italia, dell’attentato alla Procura Generale di Reggio Calabria.

Insomma, seguo la vicenda dall’inizio e continuerò a seguirla.

A distanza di tre giorni sono preoccupato. Sono preoccupato perchè la ‘ndrangheta mai, a Reggio Calabria, si era spinta così in alto, attaccando direttamente lo Stato. In Calabria la criminalità organizzata ha sempre scelto una strategia del silenzio, a differenza di quanto accaduto in Sicilia: la carica più alta assassinata in Calabria è Franco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale. E parliamo di storia relativamente recente, essendo il fatto dell’ottobre del 2005.

Adesso, però, qualcuno, tra i denti, paventa un cambio di strategia.

E io, dicevo, ho paura. Ho paura che Reggio possa ripiombare in un clima da coprifuoco: come il clima che si respirava tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, durante la seconda guerra di mafia. Ero piccolo, ho vissuto solo in parte quei tempi.

Adesso sono un po’ più grande. Più grande per capire che gli arresti effettuati negli ultimi mesi, da Pasquale Condello a Giuseppe e Paolo De Stefano, hanno sicuramente colpito le cosche, ma non le hanno sconfitte.

Insomma, non vorrei che la ‘ndrangheta ricominciasse a uccidere per dimostrare di essere viva.

L’attentato alla Procura Generale è, di certo, un fatto di inaudita gravità: e Reggio, per la prima volta, ha risposto per ben due volte, con due sit-in nello spazio di due giorni. Niente di eclatante, a Piazza Castello non c’era di certo il pienone.

Ma è già qualcosa.

E’ sottointesa la mia incondizionata solidarietà ai giudici, ma Reggio dovrebbe scendere in piazza ogni giorno, perchè ogni giorno i cittadini, soprattutto coloro i quali gestiscono attività commerciali, risultano vittime dello strapotere mafioso.

Ecco, se dovessi fare un augurio tardivo a Reggio Calabria, per questo 2010 cominciato in maniera pessima, direi questo: sarebbe bello se l’attentato alla Procura Generale, fortunatamente senza feriti, fosse l’inizio di una rivoluzione. Ma le rivoluzioni non si fanno con i sit-in, con le passerelle, dove un po’ tutti fanno carte false per essere intervistati, ma si fanno con il comportamento quotidiano.

Indipendentemente se, nel mirino delle cosche ci sia un magistrato che, giustamente, vive con cinque uomini di scorta al proprio fianco, o un “povero cristo” che la sera rientra a casa da solo, nel silenzio.

Reggio Calabria e la sicurezza

aprile 10, 2009

giuseppe_scopelliti1

Era settembre e su questo blog si discuteva delle dichiarazioni del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, che, al convegno del Movimento per le Autonomie, aveva dichiarato: “Reggio, a parte la ‘ndrangheta, è una città sicura”.

Una città così sicura che costringe il proprio Primo Cittadino a muoversi, nelle proprie uscite pubbliche, accompagnato da una scorta.

Comunque sia, ho già espresso la mia idea in proposito, ma l’ennesimo attentato subito da un dirigente del Comune di Reggio Calabria, Pasquale Crucitti, gambizzato ieri sera, da ignoti, mentre rientrava a casa, dovrebbe indurre tutti noi a fare qualche riflessione.

Il sindaco Scopelliti, quel sindaco che, nelle dichiarazioni, chiudeva in un compartimento stagno la ‘ndrangheta, è lo stesso sindaco che, nell’ultimo anno e mezzo ha dovuto incassare, purtroppo, numerosi attentati e/o avvertimanti da parte di quella signora chiamata ‘ndrangheta nei confronti della sua Amministrazione Comunale.

Riavvolgiamo il nastro.

Nel gennaio del 2008, nel giro di nemmeno una settimana viene prima incendiata l’autovettura dell’avvocato Franco Zoccali, all’epoca Capo di Gabinetto del sindaco, oggi City Manager del Comune di Reggio Calabria; poi, per ben due volte, i camion della Leonia SpA, la società che, per conto dell’Amministrazione Comunale, si occupa della raccolta dei rifiuti, vengono riempiti di piombo.

Passano diversi mesi, nel frattempo finisce la latitanza di uno dei capi carismatici della ‘ndrangheta reggina, Pasquale Condello, incomincia e finisce l’estate, ma, a ottobre, un altro attentato: vengono date alle fiamme le autovetture di Saverio Putortì, dirigente del settore Urbanistica.

Il settore Urbanistica in cui lavora Putortì, e quello dei Lavori Pubblici in cui opera Pasquale Crucitti, insieme al settore della raccolta dei rifiuti (ricordate gli spari ai camion Leonia SpA), sono, notoriamente, gli ambiti più delicati per gli amministratori locali del Meridione.

Proprio recentemente il Comune di Reggio Calabria ha stanziato un milione e 770 mila euro per far fronte alla manutenzione delle strade. Le cosiddette “strade-groviera”, riammodernate dalle ditte reggine e, nel giro di poche settimane, nuovamente in condizioni pietose, che hanno spinto il sindaco Scopelliti a paventare uno “scandalo mazzette” e indotto il Consiglio Comunale a istituire la Commissione d’indagine a Palazzo San Giorgio.

Sì, perchè c’è da aggiungere che dei settori Urbanistica e Lavori Pubblici, quelli dei due dirigenti minacciati, si è occupata, in questi mesi, la Commissione d’indagine presso Palazzo San Giorgio, coordinata dal consigliere di minoranza Nuccio Barillà: presentata in pompa magna, attiva nell’ombra, ha concluso i propri lavori, in ritardo siderale sulla tabella di marcia, alcune settimane fa. Ma non ha ancora informato la città (che avrebbe tutto il diritto di sapere) dei risultati ottenuti.

Siamo quasi alla fine della cronistoria. Dopo l’attentato a Putortì, nell’ottobre del 2008, i mesi passano, finisce la latitanza di un altro dei capi carismatici della ‘ndrangheta reggina, Giuseppe De Stefano, e si arriva, piano piano, ad oggi.

Anzi, a ieri. All’ennesimo avvertimento nei confronti dell’Amministrazione Comunale.

Se non fosse per lo scalpore e lo sdegno creato dall’agguato fisico a colpi di pistola patito da Crucitti, non ci sarebbe nulla di che sorprendersi. Sì, perchè, a Reggio Calabria (che è una città sicura, ricordiamolo) non passa notte in cui venga appiccato il fuoco a due, tre, quattro macchine. E anche le attività commerciali, di tanto in tanto, fanno boom (vedasi bar Malavenda e bar “Dolci sapori”).

Ma, quando nel mirino finisce l’Ente che amministra la città, allora la certezza che lo Stato parallelo, la ‘ndrangheta, sia più forte e deciso di quello vero, ufficiale, ritorna a galla.

E quindi, i venti nuovi investigatori promessi, nel corso della recente visita a Reggio Calabria, dal ministro dell’Interno, sono nulla in confronto a quello che servirebbe. E un sindaco come Scopelliti, assai stimato nei Palazzi romani, questo dovrebbe farlo presente alla politica nazionale.

Sollevare il problema sicurezza a livello nazionale, non significa stroncare i flussi turistici cui il sindaco Scopelliti tiene (giustamente) moltissimo. Significa costruire una città più sicura che, in futuro, possa fare proprio del turismo la propria risorsa principale.

Servirebbe anche per riscattare l’errore commesso a monte: non aver richiesto l’invio dell’esercito a Reggio Calabria, quando era possibile farlo.

Pietro il silenzioso

dicembre 28, 2008

L’oroscopo di Paolo Fox non prevede un gran 2009 per Pietro Criaco.

E nemmeno un buon 2010, 2011, 2012, ecc.ecc.

La mia cronaca “seria” la potete leggere qui. 

Ma il blog serve anche a fare un po’ gli scemi: vi basti sapere, allora, che anche in questo caso TeleCordova c’era. Come avvenuto in occasione dell’arresto di Giuseppe De Stefano vi propongo un breve video.

Niente di paragonabile all’ormai celeberrimo “Ciao belli” di Giuseppe De Stefano. Pietro Criaco, occhialini alla Harry Potter, esce dalla Questura di Reggio Calabria in silenzio, capo chino. Almeno in questo manifesta un minimo di decenza.

Dicevo, il video non è particolarmente esilarante, ma ormai l’ho girato… E a TeleCordova “nun se butta niente”.

Pietro Criaco è stato arrestato dalla Polizia di Stato, come Giuseppe De Stefano.

Si trovava in casa, come Giuseppe De Stefano.

Abitava all’ultimo piano, come Giuseppe De Stefano.

Aveva in sua compagnia la famiglia, come Giuseppe De Stefano.

E’ stato coperto da una rete di favoreggiatori, come Giuseppe De Stefano.

A tal proposito, per la famiglia Mollica, che ha permesso la latitanza del Criaco, auspico pene esemplari.

Come dite?

Troppo severo con i Mollica?

Forse sì. In fondo sono dei pezzi di pane…

 

 

Sono il solito imbecille.