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Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

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Le cosche gli distruggono il negozio, lo Stato lo risarcisce con 4500 euro

agosto 24, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

Definire “danno” quello che Salvatore D’Amico ha subito per mano della criminalità organizzata è davvero molto poco. E’ parimenti un eufemismo definire “beffa” il

 risarcimento che lo Stato ha riconosciuto a un uomo, della cui storia strill.it si è già occupato, che, in un sol colpo, si è visto distrutta la propria attività commerciale (un negozio di prodotti informatici sito sulla via Nazionale di Archi a Reggio Calabria) e ha dovuto ricominciare da zero, tra mille difficoltà e senza alcuna sicurezza.

A quasi due anni dall’incendio che distrusse il suo esercizio (era il settembre del 2007), Salvatore D’Amico si è visto accogliere la richiesta di contributo economico, inviata, tramite la Prefettura di Reggio Calabria, al Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antisura.

Si chiude un cerchio, almeno dal punto di vista finanziario. Sul fatto, invece, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria sta ancora indagando.

Quanto alla somma che lo Stato elargirà a D’Amico, il Nucleo di Valutazione, esaminati gli atti, consistenti nella perizia di parte, nelle fatture, nelle quietanze relative alle somme ricevute dall’assicurazione a titolo di indennizzo e nella dichiarazione dei redditi del richiedente, ha quantificato il danno emergente subito da Salvatore D’Amico, in seguito alla completa distruzione del proprio esercizio commerciale, in circa 6000 euro e il mancato guadagno in 237 euro.

Questo il danno quantificato.

A Salvatore D’Amico, 39enne con un passato anche nella vita politica locale della Circoscrizione di Archi, verrà elargita, però, solo una provvisionale di 4500 euro, pari al 70% del danno stimato.

“Una miseria, un’offesa”, dice l’interessato.

D’Amico aveva già inoltrato un’istanza di sussidio, ma, con decreto commissariale 371/2008 era stato disposto il non accoglimento  dell’elargizione richiesta. In quel tempo la Procura della Repubblica di Reggio Calabria aveva espresso parere contrario all’accoglimento della pratica “per carenza del requisito previsto dall’art. 3 della legge 44/99, in ordine alla riconducibilità delle azioni delittuose, a estorsione o intimidazione ambientale”.

In parole povere, non emergeva dagli atti dei magistrati alcuna richiesta estorsiva subita da D’Amico. Risultato: non poteva accedere al fondo destinato a chi è vittima del racket.

Oggi, invece, l’inchiesta dei pubblici ministeri che si occupano del caso sembra aver preso una piega diversa, perché la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, interpellata dalla Prefettura, in merito all’accertamento di nuove ipotesi investigative relative ai fatti delittuosi, ha dichiarato di aver ascoltato lo stesso D’Amico in merito all’incendio subito dal negozio in Via Nazionale e che le sue dichiarazioni “hanno trovato preliminare riscontro nelle attività di indagini svolte”.

E, questa volta, il parere positivo è arrivato.                   

Ma, in ogni caso, i 4500 euro elargiti dallo Stato ai sensi della legge n.44 del 23 febbraio del 1999, per Salvatore D’Amico sono troppo pochi: “E’ una cifra che non mi consentirebbe di ricominciare. Ho intenzione di non arrendermi – dice con rabbia e delusione – mi rivolgerò al Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, voglio che conosca la mia storia”.

Contro il provvedimento di elargizione fondi è possibile proporre ricorso giurisdizionale al Tribunale Amministrativo Regionale e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e Salvatore D’Amico è deciso: “E proprio quello che farò”.

Lettere al blog: Sulla questione morale

agosto 7, 2009

giustizia_e_questione_morale

di Franco Cascio

Se c’è una cosa rimasta irrisolta negli anni che la politica delle Prime e Seconde Repubbliche non è stata in grado di affrontare esaurientemente e con la giusta attenzione che merita è la questione morale.

L’immoralità non presuppone necessariamente il perseguire la via del male. Basta infatti mantenere una staticità  di fronte all’affermarsi dell’immoralità diffusa per essere considerati quantomeno “complici” .
Chi sceglie di adoperarsi per la comunità intraprendendo la strada della politica non può e non deve permettersi di considerare la questione morale come  appannaggio di pochi illusi permeati da valori etici, che i più (gli immorali) definiscono “disillusi”.

Sembra invece che ad essere premiati, in questo intreccio perverso tra immoralità e perdita di valori etici, siano proprio coloro i quali perseguono il male o, perlomeno, rimangono impassibili dinnanzi all’affermazione dello stesso.

Accade e si manifesta un po’ dappertutto. Ma appare ben più grave quando accade e si manifesta in politica. Perché gli interessi non sono più di un singolo individuo, ma di una intera comunità.

Sembra ormai che tutto sia lecito. Questo il leit-motiv degli attori politici odierni. L’importante, credono, è non farsi scoprire. L’importante è che l’evidente non venga evidenziato. E quando ciò accade, basta fare in modo che  quelle accuse si etichettino come provenienti da quel vasto mondo di “disillusi”. Quindi senza valore. Prodotte  dall’astio di chi non si trova al posto di comando. 

La moralità politica è un concetto molto più vasto di quanto si possa pensare. Non basta che chi governa si ripari dietro il paravento dell’onestà e della trasparenza della propria condotta amministrativa. Paradossalmente spesso è proprio attraverso la “trasparenza degli atti” che si riescano a celare le peggiori nefandezze.

Con l’avvento della nuova fase politica italiana, quella post-tangentopoli per intenderci, qualcuno sostenne  la difficoltà del potere governare brandendo la questione morale, poiché la politica è fatta di competenze, decisioni e anche compromessi.  L’analisi appariva assai delicata, facilmente equivocabile.  Specialmente da quelle voci provenienti da spalti “non disinteressati” che proprio sull’immoralità diffusa avevano basato la loro azione di governo. Ma arrivare a sostenere che non si può governare con il moralismo impoveriva  decisamente il senso di quell’analisi.

L’uomo politico che sposa appieno la questione morale sa a cosa rischia di rinunciare.  Sa cosa rischia di perdere. Quella importante fetta di elettorato manovrata da coloro i quali che sull’immoralità, sui compromessi, morali e non,  rincorrono il potere. Sono i “padroncini” della politica. Quelli in grado di decidere il governo di un paese. Loro avvelenano la politica, perché forniscono i “mezzi” al politico assetato di potere. Cosa volete gliene importi dell’etica, della morale?

Si continua ad urlare al cambiamento. Un urlo che non è ancora cessato. E’ ora di smettere di urlare e cominciare ad agire.

Carta canta – Luigi De Magistris…ancora

luglio 28, 2009

luigidemagistris

Per fortuna che, in momenti di magra, arriva sempre un aiuto dall’alto…

Luigi De Magistris 18/03/2009 – Agenzia Apcom:

«Eletto o no, lascio la magistratura per sempre»: lo dice l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, annunciando, in una conferenza stampa alla Camera, la sua candidatura alle elezioni europee come indipendente nelle liste dell’Italia dei valori. «Per me la politica diventa una scelta di vita, una scelta irreversibile – spiega de Magistris – Ho da poco passato i 40 anni e credo che questa esperienza occuperà i prossimi anni perchè è un progetto che non si realizza in tre mesi o in un anno».

Agenzia Ansa 28/07/2009:

Non lascia, almeno per ora, la magistratura l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, adesso eurodeputato con l’Italia dei valori e che all’annuncio della sua candidatura aveva definito la propria scelta irreversibile, spiegando che non sarebbe più tornato a indossare la toga. Accogliendo una sua specifica richiesta, il plenum del Csm lo ha collocato in aspettativa a partire dal 14 luglio scorso e per tutta la durata del mandato politico. Un “atto dovuto”, spiegano a Palazzo dei marescialli.

L’ultima vergogna

giugno 11, 2009

intercettazione

Anche a costo di fare la figura della verginella che si impressiona di ciò che non dovrebbe, lo dico: sono seriamente sconvolto dall’approvazione da parte della Camera dei Deputati del ddl sulle intercettazioni telefoniche.

Fino a qualche ora fa credevo, che, come diceva Albert Einstein “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”. Ho scoperto, invece, che, purtroppo, anche la vergogna non ha limiti.

Il ddl approvato dalla maggioranza berlusconiana (e da venti deputati dell’opposizione!) rischia di scatenare una crisi da paese sottosviluppato sia per quanto riguarda il settore giustizia, sia per quello dell’informazione.

Le intercettazioni restano possibili, come previsto dall’attuale articolo 266 del codice penale, per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni, per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica (MA VA…), la diffusione di materiale pedopornografico. Tuttavia saranno autorizzate soltanto quando vi siano “evidenti indizi di colpevolezza” e non più “gravi indizi di reato” come prevede la norma attuale.

Il punto è che sono proprio le intercettazioni, spesso, a fornire indizi e prove!

Anche l’arresto odierno del boss della ‘ndrangheta, Girolamo Molè, non sarebbe potuto avvenire senza intercettazioni che, secondo il ddl, non potranno durare più di 60 giorni, proroghe comprese.

Rispetto alle possibili catastrofi nel settore della giustizia e dalla lotta al crimine, paradossalmente, i gravi vincoli posti dal ddl nei confronti dell’informazione passano quasi inosservati.

Tuttavia, la situazione è grave anche sotto questo punto di vista e l’Italia, già messa piuttosto male, rischia di scivolare ulteriormente nella classifica degli Stati per quanto concerne la libertà di stampa. Infatti sarà vietata la pubblicazione delle intercettazioni anche se non più coperte da segreto, fino alla fine delle indagini preliminari. Chi pubblicherà il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione sarà punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Grave l’approvazione del ddl, grave il disegno che sembra animare il Governo, grave il voto favorevole di venti deputati dell’opposizione, reso ancora più colpevole dal fatto che la votazione fosse a scrutinio segreto. E mi sorprende, infine, che deputati di maggioranza come Angela Napoli (che stimo molto) e membri dell’Esecutivo come Alfredo Mantovano (che stimo altrettanto) non abbiano alzato la voce davanti a tale vergogna.

Ma è grave, soprattutto, che la gente non si indigni, non si incazzi di fronte a quanto stiamo assistendo.

Concludo con una citazione.

Ecco cosa diceva, nel 1979, Leonardo Sciascia, in un’intervista alla giornalista francese Marcelle Padovani (la stessa che intervistò Giovanni Falcone dando vita allo splendido “Cose di Cosa Nostra”):

Quali garanzie offre questo Stato…per quanto attiane all’applicazione del diritto della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro…l’abuso di potere, l’ingiustizia? Nessuna. L’impunità che copre i delitti commessi contro la collettività, i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano.

Recensione – Toghe rosso sangue

giugno 5, 2009

toghe_rosso_sangue

Estraendo dall’oblio i casi dei ventisette magistrati uccisi in Italia dal 1969, Paride Leporace, oltre a raccontare ventisette vite spezzate per quello che viene definito “il senso del dovere”, ripercorre, inevitabilmente, le vicende più controverse, oscure e drammatiche della storia d’Italia del dopoguerra. Un Paese strano, l’Italia. Un Paese che ha sempre vissuto sul sottile filo di emergenze, economico-sociali, come la cosiddetta Questione Meridionale, eversive, legate al terrorismo, nero e rosso, politico-criminali, rappresentate dalla corruzione e dagli intrecci tra aule parlamentari e le mafie: il libro, racconta, quindi, storie di morte, di lacrime e di colpevoli.

In “Toghe rosso sangue” – La vita e la morte dei magistrati italiani assassinati nel nome della giustizia, edito da Newton Compton, ci sono proprio tutti i giudici uccisi in Italia: ci sono Francesco Coco, Girolamo Tartaglione ed Emilio Alessandrini, assassinati dal terrorismo rosso, Brigate Rosse e altri movimenti che negli anni di piombo hanno sparso il terrore per tutta l’Italia, ci sono Mario Amato, il giudice dalle scarpe bucate, e Vittorio Occorsio, trucidati dal terrorismo nero, quello di estrema destra, quello dei Nar (Nuclei armati per il terrorismo) e di Ordine nuovo. C’è poi l’infinita lista di giudici uccisi dalle mafie, da Cosa nostra: Terranova, Costa, Ciaccio Montalto, Chinnici, Livatino, il giudice ragazzino, fino a Falcone e Borsellino. Ci sono anche Francesco Ferlaino e Bruno Caccia, uccisi dalla ‘ndrangheta e Antonino Scopelliti, il giudice solo, per eliminare il quale si è resa necessaria una sinergia, una partnership tra siciliani e calabresi. C’è anche un giudice, Paolo Adinolfi, che ufficialmente non è nemmeno morto: lo hanno fatto scomparire. Un classico caso di “lupara bianca”. Tutti uomini, tranne una, Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone, magistrato, rimasta vittima nella strage di Capaci.
La toga, dunque, non è solo un vestiario richiesto dai codici, dalla procedura. Non è la parrucca dei giudici inglesi: è uno status, è il simbolo, come la bilancia lo è della Giustizia, di una vita che dovrebbe essere spesa, totalmente, per salvaguardare il diritto dei più deboli. La toga l’avevano sposata tutti i ventisette giudici uccisi in Italia dal 1969: non sarebbero stati uccisi se non avessero fatto con passione, ma, soprattutto, con competenza e coraggio, il proprio mestiere. L’Italia, probabilmente, sarebbe un Paese diverso, se solo una parte delle “Toghe rosso sangue” fosse viva. Un Paese strano, quello è nel DNA, ma, forse, migliore. Ma, come detto, le storie dei ventisette giudici trucidati, sono anche storie di colpevoli. Con la morte di questi giudici, infatti, l’Italia paga la propria colpa: la colpa di aver lasciato soli, alcuni persino senza scorta, quelli che erano dei semplici uomini, fatti di carne e ossa, rendendoli, di fatto, dei facili bersagli. Osteggiati in vita, eroi da morti. Falcone e Borsellino sono solo i casi più noti: il primo passo verso la solitudine e, quindi, la fragilità, è la delegittimazione, in passato come oggi.

Le emergenze, quelle che da sempre affliggono l’Italia, non si combattono e sicuramente non si vincono con gli eroi. Quelle partite, contro il terrorismo e le mafie, l’Italia le ha perse per colpe proprie, sacrificando, volutamente, alcune tra le migliori personalità e questo Paride Leporace, giornalista, già direttore di Calabria Ora e attuale direttore de Il Quotidiano della Basilicata, lo sa bene: per questo, tramite un minuzioso lavoro di ricerca, tramite la consultazione di giornali dell’epoca, degli atti giudiziari, l’ascolto delle testimonianze, riporta alla memoria di tutti la morte, ma, soprattutto, la vita di ventisette magistrati.

Perché il ricordo del sacrificio, la conoscenza del passato, sono il modo, unico e infallibile, di riappropriarsi della coscienza e dell’intero Paese. Sono l’unico modo di risalire la china e vincere e ripulire quelle toghe sporche di sangue.

Gli indecisi del Pd

maggio 30, 2009

villa_certosa

La Procura della Repubblica di Roma, per decisione del procuratore Giovanni Ferrara e del pubblico ministero Simona Maisto ha deciso di sequestrare le foto scattate dal fotografo Antonello Zappadu lo scorso Capodanno a Villa Certosa, nel corso della festa organizzata da Silvio Berlusconi, alla quale avrebbero partecipato decine di ragazze tra cui Noemi Letizia.

Le foto (che non riguarderebbero solo la festa di Capodanno, ma anche altre in tempi diversi) sarebbero state scattate da una terrazza e non autorizzate secondo la procura di Roma. Un esposto è stato presentato da Berlusconi anche al Garante della Privacy.

Le foto, consegnate spontaneamente dallo stesso Zappadu, adesso sono nelle mani dei Carabinieri.

In tutto ciò, però, c’è qualcosa che non quadra, perchè, se da un lato è comprensibile, pro domo sua, la soddisfazione del legale di Berlusconi, il deputato del Pdl Niccolò Ghedini, dall’altra sono bislacche anzichenò le dichiarazioni dei parlamentari Albertina Soliani e Roberto Di Giovan Paolo:

“Sulla base di quali leggi e di quali norme la Procura di Roma ha deciso di effettuare il sequestro anche delle fotografie fatte in luoghi pubblici dal fotografo Antonello Zappadu?”.

Ancora più duro, se possibile, Paolo Gentiloni:

“Da sempre si cerca di trovare un equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della privacy. In questo caso, tuttavia, nei confronti di un cronista sembra essersi scatenata una vera e propria caccia all’uomo. “Più che assistere ad un caso di tutela della privacy pare di trovarsi piuttosto di fronte all’introduzione del delitto di lesa maestà”.

Albertina Soliani e Roberto Di Giovan Paolo, così come Paolo Gentiloni, sono parlamentari del Partito Democratico, lo stesso partito che, non più tardi di qualche giorno fa, si era schierato, giustamente, al fianco dei magistrati, inquirenti e giudicanti, che erano stati ignobilmente insultati dal premier all’indomani della sentenza Mills.

Adesso, invece, sembrano non essere più dalla parte dei giudici.

Qualcuno, del Pd, me lo spieghi come se avessi quattro anni: ma i giudici sono bimbi buoni o cattivi?

Perchè Berlusconi si salverà ancora

maggio 20, 2009

berlusconi

L’avvocato inglese David Mills è stato condannato in primo grado nello scorso febbraio: 4 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari. Secondo i giudici, che in questi giorni hanno depositato le motivazioni della sentenza di condanna, Mills avrebbe mentito per scagionare il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. L’inchiesta, che tirava in ballo anche il Cavaliere, nel 2004 aveva visto lo stesso avvocato Mills ammettere ai pubblici ministeri di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Berlusconi: le tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian.

Ma, l’abc del diritto dice che se c’è un corrotto, c’è anche un corruttore. Quel corruttore che i giudici di Milano Gandus, Dorigo e Caccialanza avrebbero individuato in Silvio Berlusconi.

La posizione del Premier, però, è stata stralciata dal processo grazie al Lodo Alfano, che, nel luglio 2008, ha sancito la sospensione dei processi per le prime quattro cariche dello Stato.

E se, per una volta, le parole di Antonio Di Pietro, che invita Berlusconi alle dimissioni, hanno un senso, il più comico di tutti è, come spesso accade, Dario Franceschini, il segretario del Partito Democratico.

Leggiamo insieme questo lancio di agenzie di ieri:

Berlusconi “venga in Parlamento, ma venga a dire: rinuncio ai privilegi del lodo Alfano e mi sottopongo a un giudizio come tutti i normali cittadini”. E’ la richiesta del segretario del Partito democratico, Dario Franceschini, che commenta così la condanna di David Mills per falsa testimonianza in favore del premier. Una sentenza, a suo avviso, “che dimostra in modo purtroppo incontestabile il coinvolgimento del presidente del Consiglio e allo stesso modo che la legge Alfano è stata fatta apposta per sottrarlo al giudizio”.

“Berlusconi rinunci al Lodo Alfano”. Suona bene.

A parte la musicalità, però, Franceschini dovrebbe chiedersi e spiegare il senso delle sue richieste.

Quello che forse il segretario del Pd non sa è che Berlusconi, il corruttore Berlusconi, secondo quanto dicono i giudici, è ormai intoccabile.

Berlusconi non deciderà mai e poi mai di privarsi dello scudo, assai resistente, del Lodo Alfano. Potrebbe avvenire un’altra cosa, però: potrebbe succedere, anzi, è assai probabile che succeda, che la Consulta, a fine 2009, prenda in mano le carte del Lodo Alfano e le faccia in mille pezzettini, come già accaduto, nel 2004, per il Lodo Schifani.

Questo accadrà però quando all’inizio del 2010 mancheranno pochi giorni e l’eventuale processo a Berlusconi dovrebbe partire da zero, perchè i tre giudici che hanno condannato Mills sarebbero “incompatibili” (un vocabolo sempre di moda quando ci sono toghe di mezzo) a giudicare il Premier.

In quel caso la difesa di Berlusconi (rappresentata da quel Niccolò Ghedini che non è per niente fesso) avrebbe tutto il diritto di riascoltare i 22 testimoni che sono serviti a condannare Mills e chissà quanti altri. E i tempi della giustizia, si sa, sono lunghi assai. E comunque sarebbe solo il primo grado di giudizio!

Nel frattempo i mesi passerebbero e la legge n.251 del 5 dicembre 2005, la cosiddetta ex-Cirielli, farebbe il resto:

La prescrizione estinguerà il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorchè puniti con la sola pena pecuniaria.

In parole povere, la prescrizione scatta dopo dieci anni dal presunto reato: e i fatti che sarebbero contestati a Berlusconi, che poi sono gli stessi che hanno portato alla condanna di Mills, si riferiscono al 2000.

Fate un po’ due calcoli…

Lo strano caso del dottor Olindo Canali

aprile 7, 2009

csm

da www.strill.it

Il senatore Beppe Lumia, del Partito Democratico, sul suo conto ha presentato svariate interrogazioni parlamentari, in diversi periodi; al suo nome è legata anche la figura di Beppe Alfano, giornalista assassinato  dalla mafia l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina; il suo nome compare, insieme a quello del collega Franco Cassata, procuratore generale di Messina, nell’informativa del Ros dei Carabinieri, denominata “Tsunami”, poi archiviata a Reggio Calabria; e, da ultimo, il suo nome comparirebbe anche nel presunto memoriale che il professore Adolfo Parmaliana avrebbe scritto poco prima di suicidarsi, il 2 ottobre del 2008.

La figura di Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto si interseca, da anni, con quella di vicende misteriose e controverse accadute in provincia di Messina. Canali, insieme a Cassata e a un altro magistrato, Rocco Scisci, avrebbe anche ostacolato le indagini di un giovane sostituto, De Feis. Tutte ipotesi, nessuna prova.

Ma ritorniamo a Beppe Lumia, uno dei pochi politici che non hanno paura di nominare la parola “mafia”; è stato anche presidente della Commissione Parlamentare Antimafia ed è uno dei parlamentari maggiormente schierati nella lotta alla criminalità organizzata. Ecco, in una nota molto recente, datata 25 marzo 2009, Lumia, a proposito di Olindo Canali, afferma:

“La vicenda che vede coinvolto il magistrato Olindo Canali è incredibile. Mi chiedo come sia possibile che si possano essere verificate vicende così, che vedono sempre gli stessi protagonisti”.

Le vicende a cui allude Lumia sono vicende dolorose. Dolorose e tragiche. Sì perché di casi strani, misteriosi,  in provincia di Messina ne sono accaduti parecchi:

“Dalle indagini sui delitti di Beppe Alfano, di Graziella Campagna, di Attilio Manca e sulle denunce di Adolfo Parmaliana – aggiunge Lumia – emerge sempre un quadro di comportamenti da parte di singoli magistrati come Canali e il procuratore Cassata che devono essere capiti fino in fondo”.

Ma non finisce qui. Lumia si è occupato più volte delle vicende messinesi, di Terme Vigliatore, il Comune sciolto grazie alle denunce del professor Parmaliana, ma anche di Barcellona Pozzo di Gotto: il 9 ottobre del 2008, a sette giorni dal suicidio del docente, Lumia interroga il Guardasigilli, parlando di Franco Cassata e Olindo Canali e sollecitando l’invio degli ispettori presso gli uffici della Procura della Repubblica.

Il 4 giugno del 2008, inoltre, lo stesso Lumia, aveva già interrogato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro della Giustizia, parlando del procuratore generale di Messina, Franco Cassata, ma citando anche le vicende relative all’informativa “Tsunami”, che portavano, inevitabilmente (ai tempi il procedimento non era ancora stato archiviato) al dottor Olindo Canali.

Lo stesso Olindo Canali che, proprio ieri, è stato audito, in qualità di testimone, nell’ambito del processo “Mare Nostrum”: il magistrato è stato ascoltato in merito a un suo manoscritto redatto allorquando temeva di essere arrestato nel corso dell’operazione del Ros dei Carabinieri “Tsunami” per certe presunte frequentazioni (la sua posizione è stata invece poi archiviata a Reggio Calabria). Lo stesso Canali ha avanzato dubbi sulla gestione del collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto e soprattutto sulla colpevolezza del boss della famiglia mafiosa dei barcellonesi, Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, condannato con sentenza definitiva a 30 anni quale mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

A proposito di Beppe Alfano, e quindi di storie dolorose, tragiche e misteriose. Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato, da anni accusa pubblicamente  e nelle sedi giudiziarie il magistrato, per i suoi comportamenti. Beppe Alfano, secondo la figlia, confidò a Canali che “aveva potuto appurare con le sue inchieste giornalistiche che a Barcellona Pozzo di Gotto si nascondeva il boss catanese, allora latitante Nitto Santapaola”. Era effettivamente così, Nitto Santapaola trascorse parte della sua latitanza nel grosso centro del messinese e Beppe Alfano, per la sua voglia di indagare e scoprire la verità, fu ucciso.

Dunque Olindo Canali temeva di essere arrestato e aveva affidato a un manoscritto alcune “valutazioni personali”. L’informativa “Tsunami”, infatti, segnalava Canali per certe presunte frequentazioni, in particolare per quella con Salvatore Rugolo

“personaggio – si legge nell’informativa Tsunami – ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese che, grazie allo schermo protettivo di cui beneficia per via della sua professione di medico, parrebbe dirigere ponendosi in un ruolo di vera e propria “cerniera” tra gli ambienti criminali e quelli istituzionali”.

Rugolo è il cognato del boss Gullotti, il mandante dell’omicidio Alfano sulla cui colpevolezza, il magistrato Canali avrebbe avanzato dei dubbi.

L’informativa Tsunami per quasi tre anni ha fatto avanti ed indietro tra a Procura di Barcellona e la Dda di Messina fino a quando non è stata trasferita a Reggio Calabria, proprio a causa del coinvolgimento nelle indagini di due magistrati, Canali e Cassata. A Reggio Calabria il procedimento è stato archiviato.

Resta da vedere se farà la stessa fine il procedimento disciplinare a carico dello stesso Canali già avviato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quel “testamento”, scritto da Canali quando temeva l’arresto,  infatti, è stato già acquisito dalla prima commissione di Palazzo dei Marescialli che dovrà valutare il comportamento del magistrato che rischia di essere trasferito da Barcellona Pozzo di Gotto per “incompatibilità ambientale”, la motivazione più “classica” e, probabilmente, anche più indolore per disporre il trasferimento di un magistrato della Repubblica.

E poi ci sarebbe il memoriale di Adolfo Parmaliana. Ma anche questa è una storia dolorosa, tragica e misteriosa.

Carta canta – Luigi De Magistris

marzo 18, 2009

luigi_de_magistris

14 febbraio 2008, lancio agenzia AGI, in vista delle elezioni politiche dopo la caduta del Governo Prodi:

Luigi De Magistris, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, Pm, fino a poco tempo addietro, delle inchieste “Why Not” e “Toghe Lucane”, non ha alcuna intenzione di entrare in politica. Le ricostruzioni giornalistiche relative ad una sua possibile discesa in campo con l’Italia dei Valori, anzi, non gli sono piaciute ed all’AGI dichiara: “In relazione all’articolo pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ di oggi, che solo adesso ho letto, con riferimento al quale mi rivolgero’ all’autorita’ giudiziaria, in quanto si utilizza a sproposito il mio nominativo, ribadisco per l’ennesima volta che voglio fare il magistrato e non entrare in politica. Il dott. Di Pietro – afferma – diversi giorni fa mi ha chiesto, con cortesia, se volessi candidarmi in Parlamento con Idv. Con altrettanta cortesia – aggiunge – gli ho risposto di no, dicendogli che intendo continuare a fare il magistrato”.

17 marzo 2008, lancio agenzia ANSA in vista delle future elezioni politiche europee:

L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la politica: ”correra’ ” per le prossime elezioni europee con l’Italia dei Valori. ”Lo faro’ come indipendente, insieme ad altri esponenti della societa’ civile”, dice il magistrato che ha chiesto oggi al Csm l’aspettativa per potersi candidare. Il via libera potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente gia’ domani dal plenum del Csm. De Magistris, che e’ stato trasferito d’ufficio e dalle sue funzioni di pm dalla sezione disciplinare del Csm e che ora fa il giudice a Napoli, ha consegnato personalmente la sua domanda a Palazzo dei marescialli. Domanda su cui deve pronunciarsi in prima istanza la Quarta Commissione. Voci su una sua candidatura alle europee circolavano da tempo. E in una recente intervista aveva detto di non poter escludere di scendere in politica, ma di non aver ancora deciso: ”sono stato messo ingiustamente all’angolo, per non nuocere evidentemente. Continuano iniziative disciplinari assolutamente prive di fondamento e incredibili per certi aspetti, quindi io non escludo in questo momento nulla. Ma questo non significa che ho preso delle decisioni”.