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Saviano-Scarpis: io so chi è che le spara

marzo 27, 2009

roberto_saviano

Mercoledì scorso ho gustato, con estremo piacere, lo speciale di “Che tempo che fa”, condotto da Fabio Fazio, interamente dedicato a Roberto Saviano, giornalista e scrittore, autore di Gomorra.

Due ore, forse qualcosa in più, di eccellente servizio pubblico televisivo. Saviano ha parlato, ha spiegato, ha informato, come dovrebbe essere fatto ogni giorno, sui temi della criminalità organizzata, della camorra, in particolare.

Saviano ha parlato anche delle infiltrazioni camorristiche al nord, in Emilia Romagna, a Parma: Saviano ha citato la città ducale per gli interessi, di quel Pasquale Zagaria, detto Bin Laden, che, insieme al fratello Michele, le mise occhi e mani addosso nel campo dell’edilizia.

Le dichiarazioni di Saviano, precise e articolate, però, non sono piaciute a qualcuno.

E la cosa grave è che questo qualcuno non è una persona qualunque, ma il rappresentante del Governo a Parma, il prefetto Paolo Scarpis che, dalle colonne di un quotidiano locale, L’Informazione di Parma, dice:

“Sono ‘sparate’ di una persona che sta a 800 chilometri di distanza, che ha visto Parma di passaggio. Durante una riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica avevo chiesto al procuratore ella Repubblica un resoconto di eventuali posizioni aperte nel parmense sentendo anche la Dda di Bologna e la Dia di Firenze: la risposta è stata “non ci sono indagini di questo tipo”. Il tentativo di allarmismo è quindi del tutto fuori luogo e se qualcuno è così convinto di saperne di più dei professionisti del settore, che si faccia avanti facendo nomi e cognomi”. 

Nove colonne per smentire, rimbrottare, uccellare, Roberto Saviano.

Bisogna precisare parecchie cose, però, perchè a Parma qualcosa di strano qualcosa sta succedendo: c’è un magistrato, si chiama Raffaele Cantone, ha coordinato le indagini sul boss dei casalesi Pasquale Zagaria, Bin Laden. In queste indagini, Cantone parla di affari per otto milioni di euro. Di recente, inoltre, ha arrestato anche un uomo, un presunto camorrista, detto “Michè lo Svizzero”, residente proprio a Parma.

Ma, secondo il prefetto Scarpis,

“in città ci sono realtà di criminalità organizzata, cioè messa in opera da più di due persone, ma non infiltrazioni di stampo mafioso”.

Tra l’altro, per una volta, Roberto Saviano non ha scoperto proprio nulla: si è limitato a raccontare, in tv (quattro milioni di telespettatori), ciò che il giornalista de L’Espresso, Ferruccio Fabrizio, scriveva già il 7 giugno del 2007. Quasi due anni fa!

Ma sì sa, i giornalisti dicono bugie.

Nessuno si azzarderebbe, però, a dire che le bugie le dicono i magistrati:

Già nelle precedenti relazioni era stata sottolineata la pericolosità estrema delle infiltrazioni criminali di natura mafiosa riconducibili al clan dei “Casalesi”….In particolare, soggetti camorristici riconducibili alla detta organizzazione criminale risultano stabilmente residenti soprattutto nell’area che abbraccia i comuni di Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, S. Prospero, Bastiglia e Mirandola.

Questo stralcio che mi sono limitato a copiare e incollare è tratto dalla relazione annuale, per l’anno 2008, della Direzione Nazionale Antimafia. Beh, qualcuno potrebbe dire: “ma in queste righe mica è nominata Parma…”.

E’ vero, in quelle no.

Ma in queste sì:

Innanzitutto, ai protagonisti di tali insediamenti criminosi, attivi soprattutto nella zona di Modena, Reggio Emilia e Parma (ma ormai anche in quelle di Bologna, Rimini e Ferrara) è risultata riconducibile la pressione estorsiva esercitata sul mercato dell’edilizia privata, attraverso l’esportazione dei moduli operativi tipici delle zone camorristiche, ormai non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica (nella evidente supposizione che le vittime si astengano da ogni denuncia all’autorità, per timore di ritorsioni dirette o trasversali), ma anche locali.

Sparate?

Non lo so. Quel che è certo è che la relazione della DNA prosegue:

L’obiettivo rilievo di tale pressione estorsiva di matrice mafiosa appare in sé dimostrato in plurimi ambiti investigativi, segnalandosi, in particolare, le risultanze delle indagini direttamente condotte, in ragione della loro obiettiva connessione con la struttura originaria dell’associazione criminosa dei Casalesi coinvolta, dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli con riguardo al nucleo camorristico organizzato in Emilia.

Tra l’altro, a Parma, secondo la DNA, non esistono solo i casalesi:

Peraltro, finalità delittuose di estorsione ed usura risultano connotare anche l’azione nel territorio del distretto di altri gruppi camorristici, come dimostrato dalla grave vicenda estorsiva della quale sono stati protagonisti uomini del clan D’ALESSANDRO di Castellamare di Stabia ai danni di un loro concittadino che aveva aperto un locale pubblico-ristorante in Salsomaggiore (in tal caso, peraltro, la denuncia della vittima è valsa a consentire un efficace intervento repressivo), culminato con la sentenza con la quale il Tribunale di Parma ha condannato i cinque imputati – tutti appartenenti al “Clan D’Alessandro”, compresi i due fratelli D’ALESSANDRO, uno dei quali per lungo tempo latitante e solo di recente arrestato – a pene severe, riconoscendo la sussistenza dell’aggravante di aver agito avvalendosi della forza intimidatrice dell’organizzazione camorristica facente capo alla stessa famiglia D’ALESSANDRO.

Insomma, tra Roberto Saviano e il prefetto Paolo Scarpis chi è che le spara grosse?

Io un’idea ce l’ho.

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Terre senza speranza

novembre 14, 2008

provenzano

Ritorno a parlare di ‘ndrangheta, mafia e camorra. Da qualche giorno non lo facevo e qualcuno si era già insospettito.

Nonostante l’incipit tutt’altro che serio, voglio riflettere ad alta voce di cose gravi: per quanto mi riguarda Calabria e Campania sono due regioni oramai perdute.

Sono terre senza speranza.

Discorso a parte merita, invece, la Sicilia dove, anche nei miei sporadici viaggi universitari, riesco a “intercettare” una vitalità maggiore, una voglia di reagire alle logiche mafiose che in Calabria, vivendoci, non vedo e che in Campania, documentandomi, vedo ancor meno.

La Sicilia, Palermo in particolare, roccaforte della mafia, è quella terra che, all’indomani dei vergognosi murales che inneggiavano alla figura di Matteo Messina Denaro, rispondeva con le immagini, le icone, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Le loro idee camminano con le noste gambe”.

Le idee di Falcone e Borsellino erano e sono idee sane, come sono sane le idee di molti personaggi, magistrati e non (penso a don Ciotti) che operano in Calabria.

Ma in Calabria le idee non camminano con le gambe di nessuno, o quasi. La Calabria, da questo punto di vista, è una terra di paralitici, dove in pochissimi hanno la voglia e il coraggio di mettere in discussione uno status quo deviato, fatto di ingiustizie e di oppressione.

A Palermo, dopo l’arresto di Provenzano, di fronte alla Questura c’erano centinaia di persone che esultavano per la vittoria dello Stato e sputavano nei confronti dell’oppressore.

A Reggio Calabria, in occasione dell’arresto di Pasquale Condello, c’erano solo quindici giornalisti, poco più.

Io c’ero e, oltre a prendere appunti, riflettevo.

La Calabria convive (e qui mi rifaccio al poeta) con la ‘ndrangheta e il malaffare.

A Crotone, per esempio, i bambini studiano e giocano su rifiuti nocivi, ma praticamente nessuno è sceso in piazza per protestare.

I giornalisti si limitano a riportare la notizia, copiata da qualche comunicato, ma sono poche le “penne” che provano a dire qualcosa, che provano a creare movimenti di opinione sani.

Penso a Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, autori coraggiosi de “La società sparente”.

Trattati come dei traditori, degli infami, dei nemici.

In Campania va anche peggio: Roberto Saviano, 29 anni, è costretto a vivere sotto scorta giorno e notte per aver denunciato la cappa camorristica che si stende su Casal di Principe, ma, in generale, su tutta la regione.

I giornalisti, le persone in generale, si dividono in due categorie: chi prova, tenta disperatamente, di dire qualcosa (e può non riuscirci per mancanza di capacità, magari) e chi, invece, rinuncia a priori a ogni forma di dissenso, di riflessione.

Un’autocastrazione, fondamentalmente.

Un’autocastrazione assecondata, anzi incoraggiata, dal resto della società: se scrivi, se gridi, se ti arrabbi, nella migliore delle ipotesi sei solo “uno che non ha un cazzo da fare”.

Per questo dico che il coraggio è merce rara. Come è merce rara l’intelligenza: l’intelligenza di capire che ribellarsi con forza e decisione darebbe un senso più profondo alla vita di tutti noi.

La politica non aiuta di certo. Se il valente consigliere regionale Maurizio Feraudo, anzichè raccogliere firme sul lodo Alfano, le raccogliesse per le premature (e scandalose) scarcerazioni di Carmelo e Antonino Iamonte, oppure per fare in modo che vicende come quella di Silvio Farao non si ripetano più, farebbe una cosa molto più sensata e “onorevole”.

Calabria e Campania: si tratta di terre rubate, delle quali i cittadini onesti non reclamano la legittima proprietà.

Ma delle mie cose io sono parecchio geloso e, nel mio piccolo (minuscolo, direi), continuerò a scrivere.

Perchè ci credo in primis, e perchè mi sembra l’unico modo a mia disposizione di ringraziare quanti si impegnano sul serio nella lotta alla criminalità organizzata: a cominciara da Falcone e Borsellino, passando per don Ciotti, fino ad arrivare ai carabinieri del Ros che hanno arrestato, alcuni mesi fa, Pasquale Condello.

Anche se questi post sono i tipici articoli da “nessun commento”.