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Dal 24 luglio ”S” sbarca in Calabria

luglio 23, 2010

I pizzini, i verbali, gli affari e le intercettazioni sulla “Cupola calabrese” colpita al cuore dalle maxiretate di luglio che hanno portato in cella 350 affiliati alla ‘ndrangheta

che avevano fatto di Milano il quartier generale da cui gestire gli affari dei boss. Questi i contenuti con cui il news-magazine S, del gruppo Novantacento, di Palermo, sbarca nelle edicole oltre lo Stretto con un’edizione calabrese interamente dedicata all’organizzazione criminale che si è dotata di una gerarchia simile a Cosa Nostra.

«In 116 pagine full-color – riporta un comunicato – il mensile diretto da Francesco Foresta, ricostruisce punto per punto le fasi delle indagini e i capi di imputazione che coinvolgono l’esercito di 350 uomini agli ordini del super-boss Condello: dagli appalti in Calabria e Lombardia alle relazioni con uomini delle istituzioni, passando per le lettere del boss ai familiari, i retroscena del delitto dell’assicuratore Filianoti e i rapporti tra colletti bianchi e le ‘ndrine.

E poi le estorsioni imposte a tutta Reggio Calabria, il nuovo organigramma delle ‘ndrine, le lupare bianche e gli occhi dell’organizzazione criminale calabrese sull’affare del decennio, l’Expo che si terrà a Milano nel 2015». «È un numero speciale – prosegue la nota – che passa ai raggi X gli affari della ‘ndrangheta a livello nazionale, che raccoglie in un unico volume le fasi delle inchieste ‘Metà e ‘Criminè e che spiega gli equilibri di potere a Reggio Calabria e i collegamenti tra le cosche e gli ambienti politici calabresi».

A firmare gli articoli, oltre a Davide Milosa, Andrea Cottone e Claudio Reale, due cronisti cresciuti alla scuola di strill.it: Claudio Cordova e Antonino Monteleone.

S – Calabria sarà in tutte le edicole calabresi, e nelle principali rivendite di milano a partire da sabato 24 luglio a 3 euro.

Sulla Calabria pregiudizi o ”post-giudizi”?

maggio 1, 2010

da www.strill.it

Partiamo dal titolo di un bell’articolo di Mimmo Gangemi apparso ieri su “La Stampa” e partiamo dal titolo di una bella canzone di Bruce Springsteen.

“E’ stato un calabrese a trafiggere Gesù”. E’ il titolo dell’approfondimento (pagg. 42-43) con cui lo scrittore di Santa Cristina d’Aspromonte, tramite un’accurata e precisa ricostruzione storica, arriva a individuare in un soldato della Decima Legione Fretensis, di base sulla sponda reggina dello Stretto di Messina, l’uomo che trafisse con una lancia Gesù Cristo agonizzante sulla croce.

Mimmo Gangemi sa come studiare i documenti e sa come mettere nero su bianco, con grande maestria, i propri studi. Chapeau.

Ma blocchiamoci un attimo e andiamo alla canzone di Bruce Springsteen. Mi capita spesso di pensare a questa canzone quando devo tentare di fornire un’analisi, più ampia possibile, del territorio calabrese e reggino. La canzone si intitola Badlands, un termine che può essere tradotto come “bassifondi” o, più semplicemente, “postacci”. E per avere solo una minima speranza di capirli, i “bassifondi”, i “postacci”, vanno vissuti ogni giorno.

Ora, nessuno potrà negare che, per molti versi, Reggio Calabria, la Calabria intera, rappresentino i bassifondi d’Italia. E nessuno potrà obiettare se, per diversi motivi, questi territori vengano visti come dei “postacci”.

Ritorniamo all’articolo di Mimmo Gangemi.

Di norma, soprattutto nei grandi giornali, non sono gli autori a stabilire i titoli dei propri articoli. Quello è un compito a parte, affidato ad altre persone. “E’ stato un calabrese a trafiggere Gesù”. Perché non “è stato un italiano a trafiggere Gesù”? Secondo le Scritture, Cristo fu crocifisso a Gerusalemme, quindi, teoricamente, i suoi aguzzini potrebbero essere stati anche personaggi di altra etnia rispetto a quella italiana. E, ancora, se a trafiggere Gesù fosse stato un soldato originario di Pescara, il quotidiano avrebbe ugualmente titolato “E’ stato un abruzzese a trafiggere Gesù”? Avrebbe rimarcato, così precisamente, l’appartenenza regionale?

Forse sì, forse no.

Ora, è innegabile che, fuori dalla Calabria, il calabrese sia visto come un criminale, un reietto, uno che, per tornare a Bruce Springsteen, proviene dai “bassifondi”. Anzi no. Dai “postacci”.

Resta da capire se la cattiva fama sia meritata o meno. Resta da capire se la Calabria sia davvero al centro di un complotto mediatico, come ha piagnucolato per cinque anni l’ex Governatore Agazio Loiero. Se di questa terra siano di dominio pubblico le tante, tantissime, emergenze, e vengano colpevolmente tralasciate, invece, le poche, pochissime, note liete, o se, di converso, la cattiva nomea della regione non sia un pregiudizio gratuito e offensivo, ma un “post-giudizio”, dettato dalle azioni e dai comportamenti degli ultimi trent’anni.

Una volta in un film credo di aver sentito una battuta di questo genere: “Non è tanto quello che sei, ma ciò che fai che ti qualifica”.

Brevissima analisi. La Calabria, da decenni è vessata da cattivi governanti, da una corruzione degna di un paese del Sudamerica, dal malaffare. In provincia di Cosenza sembra che sotto il terreno vi siano scorie radioattive, a Crotone, invece, sulle scorie costruivano le scuole e, ancora a Crotone, i bambini vengono uccisi mentre giocano a calcetto. Senza contare lo strapotere della ‘ndrangheta che soffoca tutto il territorio.

Ecco, cosa ha fatto il calabrese, in tutti questi anni, per “smacchiarsi” la reputazione? Una cattiva reputazione che, di certo, non è dovuta alle persone laboriose che, ogni giorno, conducono la propria vita con onestà e dignità. La cattiva fama della Calabria è dovuta a una minoranza dedita al malaffare, alle ruberie e agli omicidi. Una minoranza cui, però, la maggioranza onesta sembra avere, per troppo tempo, concesso un ingiustificato consenso.

Anche le ultime consultazioni elettorali, stando a ciò che trapela dalle indagini della Commissione Parlamentare Antimafia, sembra che siano state pesantemente condizionate dal voto della ‘ndrangheta. Nel mirino sarebbero finiti oltre quindici candidati. E le libere votazioni dovrebbero essere la massima espressione di una democrazia.

A Reggio Calabria, tanto per arrivare all’attualità, la cittadinanza ha reagito agli applausi a Tegano, con alcune bellissime manifestazioni che, purtroppo, non hanno avuto sugli organi nazionali, uno spazio adeguato. Mimmo Gangemi ha scritto su “La Stampa” che si è trattata di una reazione tardiva. E io sono d’accordo. Viviamo in una terra che sembra capace di reagire solo se dileggiata a livello nazionale e internazionale. Ma quello non è coraggio, quella è una reazione istintiva di chi viene attaccato. E’ istinto di sopravvivenza.

Molti si sono affrettati a dire: “Non colpevolizziamo la città, gli applausi a Tegano arrivavano solo da parenti e amici”.

Assecondiamo il ragionamento. Passi per i parenti che, purtroppo, sono quelli e restano tali. Ma, possibile che, da parte di una bella fetta dell’opinione pubblica (influenzata da una pessima informazione) non venga visto come un disvalore essere “amici” (ed erano tanti, credetemi) di un boss latitante dal 1993, condannato con sentenza definitiva per omicidio e associazione mafiosa?

Forse sta qui l’essenza di tutta la situazione.

Conoscendo Mimmo Gangemi, sicuramente il titolo affibbiato al suo articolo non gli sarà piaciuto nemmeno un po’. E allora, per chiudere il cerchio, il titolo de “La Stampa”, sicuramente tendenzioso, forse è dettato anche da un comportamento, troppo accondiscendente (nel migliore dei casi) del popolo calabrese nei confronti dei virus che lo ammorbano. Per carità, un comportamento che in Calabria trova il proprio picco ma che, sicuramente, è presente in altre zone, soprattutto del Meridione. Penso alla Campania, mentre in Sicilia, dopo anni di stragi, sembra essersi sviluppato uno spirito critico più sano. Si tratta di una “sudditanza psicologica” (come direbbero i vecchi nemici della Juventus) tipica dei “bassifondi”.

Anzi, dei “postacci”.

Attacchi alla Repubblica

agosto 29, 2009

repubblicaitaliana

Eh sì, quelli di Berlusconi non sono attacchi sferrati al quotidiano “La Repubblica”, ma alla Repubblica Italiana vera e propria.

“La Repubblica” è un organo di informazione palesemente schierato a sinistra. Che male c’è? Anche gli Stati Uniti d’America, che quanto a modo di informazione possono fare scuola a chiunque, hanno testate sfacciatamente democratiche e altre sfacciatamente repubblicane.

Anche in Italia c’è “Il Giornale”, c’è “Libero”, c’è il Tg4, così come deve esserci “la Repubblica”, “L’Unità”, il Tg3, ecc.ecc.

E’ la democrazia, bellezza!

Il berlusconismo, però, tra i tanti guai creati ha generato anche questa psicosi dell’offesa subita: non appena si prova a scrivere qualcosa in più, l’uomo o la donna della strada ti chiedono “ma sei sicuro di poter scrivere certe cose”.

Un virus assai contagioso.

Querelare un giornale perchè si è posto e ha posto delle domande è, nonostante la piena legittimità della decisione (chiunque può querelare chiunque, se si sente diffamato), qualcosa che definire pazzesco è davvero molto poco.

E i potenti di turno, anche su scala locale, magari lontani (almeno ufficialmente) da Berlusconi, si adeguano e querelano: lesa maestà.

Ne sappiamo qualcosa.

Libera informazione

agosto 5, 2009

tre_scimmiette

Proprio ieri ho sorriso, amaramente, di fronte all’affermazione di un collega cosentino che, in un articolo, evitava di citare i nomi dei dodici individui arrestati nell’ambito dell’inchiesta “Cartesio”, coordinata dal pubblico ministero di Cosenza, Vincenzo Luberto, su un presunto maxi giro di usura, legato, ovviamente, anche alla ‘ndrangheta

“Sono garantista”, mi ha scritto tramite mail. E poi, “se questi tizi vengono assolti rischio di essere querelato per diffamazione”.

Psicosi pidielline.

Da Cosenza, oggi, mi sposto idealmente a Palermo. Leggete un po’ quest’agenzia ANSA:

Inserire notizie di cronaca giudiziaria che riguardano politici sotto processo per mafia e quelle sulla politica regionale nella rassegna stampa dell’azienda siciliana trasporti, rovina ”i sani interessi aziendali” dell’Ast, l’Azienda siciliana trasporti. Per questo motivo la giornalista Valeria Giarrusso, dipendente dell’ azienda, e’ stata sollevata dall’incarico – realizzava la rassegna stampa – e nei suoi confronti il presidente dell’Ast, Dario Lo Bosco, ha pure avviato una contestazione ”a tutela” della societa’. Lo Bosco scrive nella contestazione che nella premessa della rassegna ”con enorme stupore ed amarezza mi accorgevo che, delle sole due notizie a cui veniva dato risalto, una riguardava fatti di politica e l’altra riportava avvenimenti di cronaca giudiziaria (!), ben lungi entrambe da ogni e qualsivoglia interesse specifico di Ast Spa”. La notizia di cronaca riguardava la richiesta di pena per mafia all’ex deputato regionale Giovanni Mercadante (poi condannato) e il commento di Salvatore Borsellino all’inchiesta sulla morte del fratello Paolo. A queste notizie seguivano poi quelle sui trasporti. L’Ast, fino a pochi mesi fa, era stata al centro di polemiche per la nomina, avvenuta senza alcun passaggio in consiglio, alla guida della societa’ controllata Ast Turismo, dell’avvocato Gaetana Maniscalchi, condannata con il patteggiamento a un anno e sei mesi per favoreggiamento alla mafia, in particolare di un boss latitante agrigentino.

Non sono abituato a essere solidale con chi subisce ingiustizie, come è il caso della collega Valeria Giarrusso. Piuttosto preferisco condividere l’incazzatura per un’informazione, quella italiana, quella meridionale, che, salvo poche eccezioni, non esiste.

Agenda – Il salotto dell’editore, “Il giornalismo d’inchiesta”

luglio 31, 2009

Vi annuncio sollennemente che stasera, alle ore 21, andrà in onda l’ultima puntata, prima della sosta estiva, de Il Salotto dell’Editore, la trasmissione di ReggioTV condotta da Eduardo Lamberti Castronuovo.

Si parlerà di giornalismo d’inchiesta con Stefania Limiti, giornalista, autrice del libro “L’Anello della Repubblica”, Paolo Cucchiarelli, giornalista dell’Ansa, autore di diversi libri, Anna Briante, direttore responsabile di ReggioTV, Giusva Branca, direttore responsabile di strill.it, Anna Foti, giornalista.

Ah, dimenticavo… Ci sarò anche io.

Silvio, gli inglesi e le siringhe

giugno 28, 2009

financial_times

Una volta letto per intero questo post qualcuno potrebbe pensare che, per raccontarvi come gli inglesi a volte facciano informazione, io stia difendendo Berlusconi. Vi prego, rinsavite e rileggete ben bene, perchè non è questo il mio intento.

Ricapitoliamo. Il 25 giugno scorso il Financial Times, organo di informazione inglese, pubblica un lungo articolo nel quale sostiene di aver consultato “alte fonti governative” pronte a prendere le distanze da Berlusconi in seguito agli squallidi scandali in cui è attualmente coinvolto.

Ecco cosa scrive il Financial Times:

“Non siamo ancora al fuggi fuggi, ma importanti alleati di Silvio Berlusconi nella coalizione di governo stanno già contemplando un futuro senza di lui”.

E’ alquanto bislacca la tesi del Financial Times, soprattutto quando riporta questo virgolettato, attribuendolo a uno dei ministri del Governo Berlusconi:

“Questo è uno scenario completamente nuovo, il panorama sta mutando”

Sono tutte frasi attribuite a ministri in carica e tutto appare assai sospetto se si pensa che tali ministri, che pure non brillano per coraggio e schiena dritta, avrebbero chiesto che fosse mantenuto l’anonimato su tali, esplosive, dichiarazioni, rimanendo certi di non incappare in nessuna fuga di notizie.

Insomma il classico “le cose stanno così, ma non dire in giro che te l’ho detto io”. E si sono fidati sulla parola.

Oggi, invece, il Sunday Times, un altro giornale britannico, scrive che persino il fedele Gianni Letta, il factotum di Berlusconi, sarebbe persino arrivato a rifiutare cene private col Cavaliere!

E le fonti sarebbero sempre i tanti paventati confidenti, spioni, all’interno del Governo.

Gole profonde, insomma, tanto per usare un termine che ben si adatta anche ai festini di Palazzo Grazioli e/o Villa Certosa.

La verità, purtroppo, è un’altra: la verità è che Berlusconi è saldamente in sella al proprio incarico, conferitogli democraticamente da un popolo miope e che nessun suo ministro avrebbe mai e poi mai personalità, coraggio e dignità per dissociarsi da un Premier per il quale i festini sono certamente il male minore rispetto a tante altre cose che tutti ben conosciamo.

E se la stampa italiana, con l’eroe Minzolini in testa, è quella che è, la stampa inglese, d’altra parte, continua a millantare contatti, confidenze e scoop. E la mente va al 1995 quando una troupe della Bbc, la principale televisione inglese, pensò bene di realizzare un documentario che testimoniasse il degrado e la pericolosità di Reggio Calabria, appena uscita dalla sua sanguinosissima guerra di mafia.

Peccato che le siringhe e i profilattici sparsi sul Corso Garibaldi, la principale via di Reggio Calabria, che avrebbero sancito una realtà da Bronx, li aveva messi proprio la Bbc!

In quel caso arrivarono le scuse. Oggi?

L’ultima vergogna

giugno 11, 2009

intercettazione

Anche a costo di fare la figura della verginella che si impressiona di ciò che non dovrebbe, lo dico: sono seriamente sconvolto dall’approvazione da parte della Camera dei Deputati del ddl sulle intercettazioni telefoniche.

Fino a qualche ora fa credevo, che, come diceva Albert Einstein “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”. Ho scoperto, invece, che, purtroppo, anche la vergogna non ha limiti.

Il ddl approvato dalla maggioranza berlusconiana (e da venti deputati dell’opposizione!) rischia di scatenare una crisi da paese sottosviluppato sia per quanto riguarda il settore giustizia, sia per quello dell’informazione.

Le intercettazioni restano possibili, come previsto dall’attuale articolo 266 del codice penale, per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni, per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica (MA VA…), la diffusione di materiale pedopornografico. Tuttavia saranno autorizzate soltanto quando vi siano “evidenti indizi di colpevolezza” e non più “gravi indizi di reato” come prevede la norma attuale.

Il punto è che sono proprio le intercettazioni, spesso, a fornire indizi e prove!

Anche l’arresto odierno del boss della ‘ndrangheta, Girolamo Molè, non sarebbe potuto avvenire senza intercettazioni che, secondo il ddl, non potranno durare più di 60 giorni, proroghe comprese.

Rispetto alle possibili catastrofi nel settore della giustizia e dalla lotta al crimine, paradossalmente, i gravi vincoli posti dal ddl nei confronti dell’informazione passano quasi inosservati.

Tuttavia, la situazione è grave anche sotto questo punto di vista e l’Italia, già messa piuttosto male, rischia di scivolare ulteriormente nella classifica degli Stati per quanto concerne la libertà di stampa. Infatti sarà vietata la pubblicazione delle intercettazioni anche se non più coperte da segreto, fino alla fine delle indagini preliminari. Chi pubblicherà il contenuto di intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione sarà punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Grave l’approvazione del ddl, grave il disegno che sembra animare il Governo, grave il voto favorevole di venti deputati dell’opposizione, reso ancora più colpevole dal fatto che la votazione fosse a scrutinio segreto. E mi sorprende, infine, che deputati di maggioranza come Angela Napoli (che stimo molto) e membri dell’Esecutivo come Alfredo Mantovano (che stimo altrettanto) non abbiano alzato la voce davanti a tale vergogna.

Ma è grave, soprattutto, che la gente non si indigni, non si incazzi di fronte a quanto stiamo assistendo.

Concludo con una citazione.

Ecco cosa diceva, nel 1979, Leonardo Sciascia, in un’intervista alla giornalista francese Marcelle Padovani (la stessa che intervistò Giovanni Falcone dando vita allo splendido “Cose di Cosa Nostra”):

Quali garanzie offre questo Stato…per quanto attiane all’applicazione del diritto della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro…l’abuso di potere, l’ingiustizia? Nessuna. L’impunità che copre i delitti commessi contro la collettività, i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano.

Essere professionisti e l’alba dei dilettanti

maggio 27, 2009

blog

E’ un articolo lungo, che proprio perchè lungo, probabilmente in pochi leggeranno. Ma è un testo che racconta in maniera precisa e veritiera l’attuale stato mondiale dei media e dell’informazione e, quindi, anche (soprattutto) dei blog.. E’ una riflessione di uno sceneggiatore americano, John August, su professionalità e dilettantismo, riflessione che condivido in pieno.

Da www.unita.it

È un piacere parlarvi, stanotte. Negli ultimi due giorni ho visitato molte classi, ho parlato di sceneggiatura e film, ho parlato di me stesso. E lo so fare bene. Ma quando ho accettato di partecipare a questa conferenza, uno dei requisiti richiedeva che la presentazione avesse un titolo. Quindi un argomento, una tesi, un senso.

E’ tutto molto accademico, e mi piace. Mi mancava. Non mi crederete, ma un giorno ripenserete alla vostra carriera universitaria e sarete presi dalla nostalgia. Perché c’è qualcosa di rassicurante nel dover scrivere un saggio di quindici pagine sull’uso delle immagini floreali in “Orgoglio e Pregiudizio”.

La cosa più bella è che se sbagliate non succede nulla. Per il resto della vostra vita, vi diranno che state cazzeggiando. Quando siete in università, vi danno un voto. Ma andando avanti.

Ho deciso di non concentrare questa conferenza sulla sceneggiatura in senso stretto, ma sulla scrittura in generale. Perché tutti in questa sala sono scrittori. Che scriviate sceneggiature, o saggi di ricerca. Come minimo scrivete e-mail. Tutti voi siete, e sarete, scrittori professionisti in qualche ambito. Voglio parlare di cosa questo significhi.

Ma prima parliamo di me. Il 21 marzo del 2004, più o meno alle nove del mattino, ho ricevuto un’e-mail dal mio amico James, con scritto: “Congratulazioni per l’ottima recensione di Charlie e la Fabbrica di Cioccolato su Ain’t it Cool News”!

Questo mi ha inquietato per più di una ragione. Prima di tutto, il film non era stato ancora girato. Non avevamo neanche cominciato con la produzione. Di conseguenza, la recensione doveva essere basata sulla sceneggiatura. Gli studio e i cineasti non sono per nulla contenti quando le sceneggiature vengono diffuse e recensite su internet, perché fanno partire un meccanismo di congetture e speculazioni su cose che potrebbero o meno essere girate. Sapevo che avrei ricevuto telefonate di panico dalla Warner Bros.

Ma prima dovevo leggere il pezzo su Aint’ It Cool News. Immagino che tutti qui conosciate Aint’ It Cool News. E’ un sito internet gestito dal ciccione con i capelli rossi dove parlano dei film in arrivo e su come tutti facciano schifo. Dopo ogni articolo i lettori scrivono i loro commenti, che di solito sono deliri incomprensibili su Hulk Hogan. Questo è Aint’ It Cool News.

Quindi ho aperto il sito e ho cominciato a leggere. Leggerò solo qualche passaggio del pezzo, è molto lungo. E non è stato scritto da uno dei redattori del sito, ma da un tizio che si fa chiamare Michael Marker.

Cari lettori, non sono parte della produzione, sono solo un ragazzo fortunato con un genitore che lavora nel mondo del cinema. Con il quasi-pemesso di mio padre, un amore assoluto per Roald Dahl, e un rispetto ancora maggiore di prima per John August, scrivo qualche pensiero sul suo adattamento di Charlie e la Fabbrica di Cioccolato di Dahl. Già adesso sono nervoso. Ma “rispetto ancora maggiore” suona bene, chissà come va a finire? Vi avverto che rivelerò aspetti importanti della trama. La sceneggiatura è tutta lì. Tantissimi dettagli sono intrecciati alla trama e ai temi della storia come il rosso in un bastoncino di zucchero – è energizzante e vitalizzante. Ok, lo stile è un po’ troppo arzigogolato, ma andiamo avanti. Come l’adattamento di Peter Pan curato da P.J. Hogan, August non perde mai di vista gli aspetti più importanti del testo di Dahl, non solo sottolineando le parti fondamentali della trama e dei personaggi, ma riproducendo la visione di Dahl con straordinaria inventività. Sono un grande.

August ha scelto di cambiare lo sfondo della storia: da una cittadina in stile inglese a la Oliver Twist mischiato con uno show a premi degli anni ’60, è passato ad con un misto tra Hershey in Pennsylvania, Detroit/Pittsburgh/Chicago/Periferia. Negozi in stile Wallgreen vedono le barrette Wonka, e la madre di Charlie lavora in una fabbrica di scarpe da tennis. August rischia di essere accusato di americanizzare troppo la storia per scioccare il pubblico. Dahl ne sarebbe fiero. A questo punto comincio ad essere perplesso. “Perplesso” è probabilmente il termine sbagliato, perché si riferisce ad una reazione intellettuale, mentre quello che provavo era fisico. Il tipo di nausea che si prova quando si cade. Perché il problema è che non ho ambientato la storia ad Hershey, PA. La mamma di Charlie non lavora in una fabbrica di scarpe da tennis. Per nulla. Ma continuo a leggere. L’entrata di Wonka: la classica caduta con bastone, naturalmente. Fino a che un vecchio nella folla non rovina il divertimento. “Impostore!” urla. L’uomo tira fuori un telecomando e immobilizza Wonka con un click. L’uomo si toglie la sua stessa faccia e VIOLA! C’è scritto proprio “viola!” Ma son sicuro che lo scrittore intendesse “Voila!” Il vero Wonka si rivela. Arrotola la faccia di plastica dentro una palla e ne morde un pezzo come se fosse carne secca. Preme un bottone sul telecomando e il Wonkarobot si inchina. Questo non è neanche lontanamente quello che succede nella sceneggiatura. La nostra versione ha una parodia/omaggio di “E’ Un Mondo Piccolo” dove i burattini prendono fuoco e si sciolgono. Quindi mi fermo e penso: “che diavolo sto leggendo?” Che questo tizio abbia trovato una copia di una vecchia sceneggiatura di Charlie senza il nome dell’autore, e ha dato per scontato che fosse la mia? O sta mentendo deliberatamente? In ogni caso, la nausea sta lasciando posto a tremori. Ma continuo a leggere.

Un tocco di classe: le porte nella casa dei Bucket e nella Fabbrica di Cioccolato non si chiudono mai del tutto. Nella casa è un’abitudine degli abitanti, nella fabbrica è un soffio meccanico che blocca le porte al 99% della chiusura. Non ho idea di quello di cui parla. Non so neanche cosa significhi. Per quanto sia parsimonioso con le descrizioni visuali, ogni frase di August si scorre come l’olio: “mostra le tue mani e le tua braccia figliolo, non voglio segreti in questa casa”, “un altro cane abbaia nella distanza, un cane scuro, seducente”. Se riesco a descrivere un cane seducente, devo essere uno scrittore straordinario. E arriviamo agli Oompa Loompa. Wonka spiega la loro storia con un tono inquietante, come la lettera di Thomas Jefferson a Tom Hart, un altro proprietario di schiavi, nel 1806. “Il negro è stato trapiantato dalla Giungla Mortale dei Conflitti Tribali e dai demoni della Malattia e la Fame, ma è successo contro la sua volontà. Qualcuno potrebbe dire che sia un’opera di benevolenza da parte dell’uomo bianco. Io credo che sia il modo in cui vanno le cose”.

Thomas Jefferson? La benevolenza dell’uomo bianco? Per mettere le cose in chiaro, questo è un film su un biglietto d’oro e una magica fabbrica di cioccolato. Abbiamo cercato di evitare le ramificazioni socio politiche dell’imperialismo occidentale. L’articolo è firmato: “un affettuoso lavoro di finzione di Michael Marker”. Questo tizio sta dicendo che ha inventato tutto di sana pianta, ma è tutto online, presentato come se fosse vero. Questa recensione è largamente positiva, ma completamente sbagliata. Quindi, che faccio? Fortunatamente conosco una persona che lavora ad Aint’ It Cool News. Il suo nome è Jeremy, ma nel sito si firma “Mr. Beaks”. Ho pranzato con lui un paio di volte per parlare di Big Fish e Tarzan. Quindi gli mando una mail e scrivo che, hey, la recensione di Charlie è una bufala.

Per essere precisi, gli scrivo “questo tizio vi ha propinato una bufala”. Non è che mi sia offeso. E’ che quel tizio, Michael Marker, sta infangando il nome di Aint’ It Cool News cercando di far passare I suoi deliri per verità. Come si permette! E funziona. Mr. Beaks parla con Harry, e Harry pubblica un nuovo articolo che dice che la recensione è un falso. Non tolgono l’articolo originale, ma abbiamo praticamente risolto. Ma non posso fare a meno che pensare… il suo articolo era sbagliato, ma era molto, molto positivo. Cosa sarebbe successo se fosse stato negativo? Mr. Beaks e Harry Knowles mi avrebbero creduto lo stesso? Probabilmente no. Avrebbero detto “oh, sta rosicando”. Lamentarmi avrebbe dato ancora più credibilità alla falsa recensione. Vedete, il problema è che se provate ad andare contro ad Aint’ It Cool News, o un altro dei siti che si occupano di film, e li criticate per aver pubblicato qualcosa come una recensione di una proiezione di prova o di inventarsi qualcosa di sana pianta, riceverete sempre la stessa risposta: Hey, non siamo giornalisti professionisti. Siamo solo un gruppo di appassionati di film. E torniamo all’argomento di questa conferenza: professionisti contro dilettanti.

Che significato hanno queste parole, oggi? La distinzione classica e facile è che il professionista viene pagato per quello che fa, l’appassionato no. In molti campi, questa discriminante funziona. Ci sono i pugili professionisti e quelli dilettanti. C’è un astronomo professionista e l’appassionato di astronomia, un tizio con un telescopio nel cortile. Un mio amico ha provato a distinguere usando il criterio per cui “l’appassionato fa qualcosa per passione”. Che è un po’ deprimente se ci pensate. Come se dal momento in cui qualcuno comincia a pagarti per quello che fai smettessi di esserne appassionato.

Magari ha senso per la prostituzione, ma non credo sia un criterio universale. Ad esempio, oggi io ho lo stesso rapporto con la sceneggiatura che avevo quando ho cominciato, quando dormivo sul pavimento e mangiavo linguine di ramen. In pratica: odio abbastanza scrivere, ma adoro aver scritto. Farei praticamente qualunque cosa piuttosto che sedermi a scrivere una scena. Ma una volta che l’ho scritta, rileggerla è puro piacere.

E sinceramente la teoria del “venire pagato per farlo” non regge molto una volta analizzata. Un appassionato di fotografia può scattare una foto e venire pubblicato su Newsweek. Non per questo è un professionista. Un blogger può vendere Google Ad sul suo sito per qualche penny a click. Ma non è questo che lo fa diventare un professionista, almeno nel senso in cui credo dovremmo usare questo termine.

Da qui la mia prima tesi di stasera: Essere “Professionista” non ha nulla a che vedere con l’essere pagati. Quando parliamo di “professionisti”, credo che il vero argomento sia la “professionalità”, ovvero l’insieme di aspettative su come una persona dovrebbe comportarsi. Cercherò di mettere in fila quelle che credo siano queste caratteristiche.

La prima è “presentazione”. Di solito questo lo chiamavo “fottersene”, ma sto usando troppe parolacce per un discorso accademico. Cosa intendo per presentazione: diciamo che state scrivendo una lettera di lavoro, ed è piena di errori di battitura e grammatica. Questo non è professionale. O magari siete il direttore di un’agenzia funebre, e vi sedete accanto alla famiglia del deceduto indossando una maglietta dei Ramones. Pure questo non è professionale. Quello che sto dicendo è che c’è una certa aspettativa sul modo in cui un professionista si presenta, che sia di persona o tramite la scrittura. L’obiettivo è quello di fare in modo che il pubblico vi veda nella luce migliore possibile, il che significa correggere quello che si è scritto e indossare una maglietta pulita. Essere professionista vuol dire presentarsi come un professionista.

La seconda caratteristica dell’essere professionale è l’accuratezza. Se sei un ragioniere e metti fuori posto un decimale, non è professionale. Se sei un chirurgo e tagli il braccio sbagliato, quello è sbagliato e poco professionale. E agghiacciante.

La terza caratteristica è la consistenza. Facciamo che state andando in un ristorante, e sapete che cucinano ottimo cibo messicano. La volta dopo vi servono solo cibo ungherese. Ci tornate una terza volta? La consistenza è parte dell’essere professionista. E’ produrre quello che la gente si aspetta, ogni volta. E chiaramente bisogna essere puntuali. Se l’unica cosa in cui siete consistenti è arrivare in ritardo, non è professionale.

Prossimo: responsabilità. Questo significa che alla domanda “chi ha fatto questo?” voi possiate alzare la mano e dire “l’ho fatto io”. Sono stato responsabile. In un certo senso la responsabilità è l’opposto dell’anonimato. E’ il motivo per cui vedete le firme alla fine degli articoli di giornale. L’ultima caratteristica della professionalità, o almeno l’ultima che mi viene in mente, è “raggiungere gli standard della professione”.

Questo significa che all’interno della categoria delle persone che fanno quello che fate si è d’accordo su cosa sia e non sia accettabile. A volte questo è scritto su carta, come nel caso delle grosse agenzie immobiliari, o degli avvocati e i loro ordini. Spesso questo accordo è meno formale, ma non vuol dire che non esista. Che siano i camerieri che condividono le mance con i ragazzi che cambiano i servizi da tavola, o gli studenti che si scambiano gli appunti prima dei test, c’è un accordo piuttosto chiaro su cosa vada bene o meno. E soprattutto ci sono conseguenze se queste aspettative non sono raggiunte.

Riassumo gli elementi della mia definizione di Professionista.
Presentazione (o fottersene)
Accuratezza
Consistenza
Responsabilità
Standard Professionali
Non esce un buon acronimo, ci ho provato. Ma credo che questi cinque elementi siano dietro ad ogni discussione sull’uso della parola “professionale”. Che ci porta alla…

Seconda tesi: Gran parte dei media “professionali” è straordinariamente poco professionale. Questo può sembrare piuttosto ovvio, ma non per questo è meno deprimente. Ho qui due riviste che ho comprato in aeroporto mentre venivo qui. Il primo è Us Weekly. Il secondo è OK Weekly. Potete notare che in entrambi c’è un articolo su una certa coppia di celebrità. Chiaramente spendo le notti senza dormire, preoccupato per il matrimonio di Tom e Katie. Per tornare a me, così sto a più agio, conosco Katie Holmes dai tempi di Go. La adoravo. Per un bel po’ di tempo la chiamavo per il suo compleanno. Ma poi mi son reso contro che una diciannovenne e un omosessuale piuttosto più vecchio non possono avere granché in comune. Ma dio li benedica. Loro lo stan facendo funzionare. O almeno, speriamo. E’ difficile da prevedere. Se ripensate a Nick e Jessica (lo so, il cuore si spezza), una settimana era colpa di lui, quella dopo era colpa di lei. E sembrava che i giornalisti scrivessero i pezzi in entrambi i modi per poter pubblicare la versione più adatta alle foto di quella settimana.

Responsabilità: Come facciamo a sapere che ci sono problemi in paradiso? “Secondo le nostre fonti”. Ok. Le Fonti. Perché faccio fatica a credere queste fonti? Magari è perché le fonti che loro citano per nome non hanno nulla a che vedere con Tom e Katie, e stanno chiaramente congetturando. Questo è un trend pericoloso, perché è facile trovare qualcuno che ti dica più o meno qualunque cosa. Bisogna stare particolarmente attenti a termini come “cane da guardia dei media” o “osservatore di celebrità”. Non siamo tutti osservatori di celebrità? Ho comprato queste riviste. Sono un osservatore delle celebrità.

Standard professionali: mi sto concentrando su due riviste. Tutte le riviste sono uguali? Sinceramente, no. Mi pare che Time Magazine e Newsweek abbiano generalmente standard più alti, specialmente quando si occupano di “notizie che contano” piuttosto che di intrattenimento.

“Giornalismo sull’intrattenimento” è uno di quei termini che diventa più inquietante più ci si pensa. Per me è come quell’illusione ottica dove la stessa immagine si può interpretare come un vaso o due donne che si guardano. E’ giornalismo sull’intrattenimento, o giornalismo che intrattiene? Questo è un argomento per un altro seminario. Ma credo sia ovvio che non ha senso mettere Entertainment Tonight o Access Hollywood sullo stesso piano di 60 Minutes. Una volta che vediamo che “questo è uno show sulle celebrità” diamo per scontato che molto di quello che stiamo per vedere sarà costruito. Piuttosto diventa goffo e strano quando una giornalista seria come Diane Sawyer segue Brad Pitt in Africa per parlare della fame nel mondo. Non è una storia da telegiornale; non è una notizia. E credo che renda più complesso prendere sul serio Diane Sawyer quando presenta notizie reali.

Una delle cose che non è chiara a chi vive e lavora al di fuori dell’industria dell’intrattenimento è che Hollywood è una città molto piccola. Tutti si chiamano per nome, anche se non si conoscono. E abbiamo due giornali locali: Variety e l’Hollywood Reporter. Se lavorate nell’industria vi abbonate ad entrambi, e li ricevete ogni mattina. Variety è famoso per il suo liguaggio da addetti ai lavori, che lo rende quasi illeggibile. Lo chiamano Slanguage (Slang + Language, ndt). Le premiere sono chiamate preems. I presidenti prexys. E nessuno lascia un lavoro, ma “caviglia” (ankle, ndt). La loro testata più celebre è del 1935: “Sticks Nix Hicks Pix”. Il che voleva dire che la gente del Midwest non stava andando a vedere I film sui contadini. L’Hollywood Reporter, d’altro canto, è scritto in Inglese. Entrambi I giornali hanno un sito internet, dove potete leggere la maggior parte degli stessi articoli che trovate sul giornale. L’Hollywood Reporter ha anche un blog, scritto dal suo vice direttore, Anne Thompson. Il blog non ha pezzi veri e propri, ma piuttosto piccoli commenti, paragrafi. Insomma, è un blog.

Più o meno una settimana fa, ho letto sul blog una cosa che mi ha messo piuttosto a disagio. Grazie a Stax, l’esperto ufficiale di tutte le cose Bond su IGN FilmForce, per questo link a una descrizione della sceneggiatura del nuovo Bond. Se non volete leggere anticipazione, non andateci! Allegato c’era un link alla sceneggiatura del nuovo film di James Bond. Ora, se avete prestato attenzione all’inizio della mia conferenza-monologo, vi ricorderete che ho qualche problema con le recensioni delle sceneggiature. Non credo siano una buona cosa. Per me, è come decidere che è un bambino è brutto guardando un’ecografia. Ero sciocciato per la recensione della sceneggiatura di Charlie su Aint’ It Cool News, e quella era una recensione falsa. Adesso il vice direttore dell’Hollywood Reporter mette un link alla una recensione di una sceneggiatura. Pensavo non fosse corretto. Per cui l’ho chiamata.

La sua prima domanda: “Il link è rotto? Non funziona?” Si Anne, funziona. Ma non credo sarebbe dovuto essere pubblicato. Le ho chiesto se avrebbe pubblicato lo stesso pezzo nella versione cartacea dell’Hollywood Reporter. Ha detto che non l’avrebbe mai fatto. Ma questo è un blog, e I blog sono un’altra cosa.

E qui siamo entrati nel cuore del problema: lei invidiava i blog. Da un certo punto di vista invidiava Aint’ It Cool News, perché era in grado di scrivere voci di corridoio e speculazioni senza porsi gli stessi problemi dell’Hollywood Reporter. I giornali da edicola hanno un contatto non scritto con i loro lettori per cui devono solo pubblicare fatti verificabili. I blog in giro per il mondo non ce l’hanno, e per questo motivo possono permettersi molto di più.

Abbiamo avuto una bella discussione sulla sua decisione di pubblicare il link, e sulla difficile distinzione tra il giornalismo con la G maiuscola e quello che succede sulla rete. Alla fine ha deciso di rimuovere il link.

Ma quello che non le ho detto, e che vi dico ora, è che credo che l’atto di pubblicare il link in sé sia stato incredibilmente poco professionale da parte sua. E’ ridicolo che abbia dovuto chiamarla perché accettasse di toglierlo.

Tornando al problema della professionalità: non c’è dubbio che lei sia una giornalista professionista a tutti gli effetti. E’ un direttore pagato in uno dei giornali più rispettati nel giro dell’industria cinematografica. Non può decidere di dire tutto ad un tratto che in questo contesto è “solo una blogger, non mi puoi giudicare con gli stessi standard”.

E questa è la tesi numero 3: Non spetta a te decidere quando essere un professionista o no. Forse il modo migliore per dimostrare questo è pensare a quando eravate a lezione di geometria al liceo. Ovvero l’anno scorso, per molti di voi. Ricordate che ci sono due tipi di dimostrazione? Ci sono le dimostrazioni dirette, dove si parte dal postulato e l’assioma per provare qualcosa, e poi c’è la dimostrazione indiretta. Per la dimostrazione indiretta si fa il ragionamento opposto al postulato, finché non si dimostra la sua illogicità.

Usiamo la dimostrazione indiretta. Quindi diciamo che tu puoi decidere quando essere un professionista e quando puoi essere un non professionista. Seguiamo questa logica fino in fondo. Quando posso scegliere di essere un professionista? Probabilmente quando stai facendo bene a lavoro. Quando stai lavorando qualcosa su cui ti senti a tuo agio, che ti fa sentire bene. E’ facile essere professionale quando tutti ti lodano.

Che cosa si guadagna quando ci si definisce professionisti? A volte si guadagna accesso. Se siete fotografi professionisti, potete avere accesso ad eventi chiusi agli appassionati. Potreste essere pagati. In quanto sceneggiatore professionista, vengo pagato piuttosto bene per scrivere dialoghi interessanti. Un attore è pagato molto di più per recitare i dialoghi interessanti che scrivo (ma quello è un altro argomento). In quanto professionista, ricevi anche il rispetto dei tuoi colleghi. Ti puoi sedere al tavolo degli adulti, piuttosto che in quello dei bambini. In termini di soddisfazione personale, può essere molto importante. Chiaramente ci sono un sacco di ragioni per voler essere considerati professionisti.

Quando potreste decidere di essere considerati dei dilettanti? Probabilmente nei momenti in cui state facendo schifo, che sia perché non avete idea di che state facendo, o perché non siete buoni a farlo. O quanto meno nel momento in cui la gente vi critica. Dite: “che vi aspettate? Sono solo un dilettante”. Questo è quello che fa Aint’ It Cool News. Stanno usando il loro essere appassionati come scusa. E’ come dire “non giudicatemi”. E qui la dimostrazione indiretta crolla: La gente vi giudicherà sempre. Non avete nessun potere in proposito. Non potete controllare i criteri con cui sarete giudicati, o che criterio sia più importante. L’unica cosa che potete controllare è il vostro lavoro. Perché il vostro lavoro, tutto il vostro lavoro, deve essere professionale. E cosa intendo per professionale?

Tornando ai cinque punti per cui non ho un acronimo: Presentazione: se la vostra scrittura è delirante, incoerente e sgrammaticata, la gente vi giudicherà per questo.

Accuratezza: se vi state sbagliando, quello è un problema. E non vale solo per il giornalismo. Se giungete a conclusioni che non sono sono supportate dai fatti, quello è un problema. Se state studiando la clonazione umana, potete passare dall’essere il più grande eroe della Corea del Sud ad essere il suo peggior nemico nel giro di una settimana. Credetemi, quel tizio non dirà “no, avete frainteso, sono un clonatore dilettante.”

Consistenza: la gente può contare su di voi? Sono sicuro che tutti in questa stanza hanno partecipato ad un progetto di gruppo. E c’è sempre quello che non fa la sua parte. Si presenta in ritardo. Non finisce di scrivere la sua parte. Evitate di diventare quel tizio. Dovete presentarvi in tempo ed essere pronti.

Responsabilità: vi prendete la responsabilità di quello che dite, e di quello che fate? È facile prendere posizioni forti. È più difficile viverle con coerenza. Raggiungere gli standard della professione: quando tornate a casa per il ringraziamento, una volta che sedete nel tavolo degli adulti non potete tornare a quello dei bambini. Non puoi più lanciare il cibo, o smetteranno di invitarvi. La mia tesi era: “non puoi decidere quando essere professionista, e quando sei un dilettante”. Possiamo renderlo più breve.

Tesi 3.01: Non potete mai essere dilettanti.

Adesso molti di voi starà pensando minchia, troppa pressione. Quando mi laureo, quando sarò nel mondo reale, devo essere, cioè, professionale. E io vi dico no. Questo È il mondo reale. Dovete essere professionali ora. Perché tutto quello che state scrivendo, che sia un compito di inglese o il vostro profilo su Facebook, porta il vostro nome. Vi rappresenta. E nell’era di Google, tutto quello che avete scritto, anche quel commento acido lasciato nel forum, è collegato a voi. Per cui dovete chiedervi: tra un anno, tra cinque anni, come mi sentirò quando qualcuno mi chiederà di quella cosa che ho scritto?

In tutta onestà, sinceramente, non voglio sembrare il Signor Oppressione e Disperazione. Se volete scrivere 1500 parole sul vostro gatto sul vostro blog, fatelo senza problemi. Vi sto solo chiedendo, implorando, di correggere quello che scrivete: Mr. Fusa se lo merita. Rimboccate le vostre maniche virtuali e prendete sul serio anche le cose leggere.

Fatemi citare due esempi tratti dalla mia esperienza: La prima cosa che io abbia mai scritto si chiamava Here and Now. Era una tragedia romantica ambientata a Boulder, Colorado. Era la classica prima sceneggiatura, dove ho provato di infilare tutto quello che sapevo su tutto, perché avevo la sensazione che magari non avrei scritto un’altra sceneggiatura, per cui ho messo tutto in quella. La sceneggiatura è venuta fuori bene, mi ha procurato il mio primo agente, e in seguito un lavoro scrivendo una sceneggiatura per qualcun altro.

Quando leggo quella sceneggiatura, oggi, mi vengono i brividi. Sono uno scrittore migliore oggi di quanto lo fossi ai tempi. Ma non mi vergogno di quella sceneggiatura perché è professionale. È ben presentata, non ci sono errori di battitura rilevanti. È accurata, almeno per quanto riguarda le emozioni descritte nella storia. È consistente: ci sono una manciata di modi per presentare una sceneggiatura, e finché si sceglie uno e lo si segue fino alla fine non si sbaglia. Mi sento ancora responsabile per la sceneggiatura. Non mando più quella sceneggiatura come dimostrazione del mio lavoro, ma se qualcuno l’ha letta sono felice di parlare delle scelte che ho fatto.

E infine, e questa è la cosa più importante: la sceneggiatura ha raggiunto gli standard della professione. Per quanto fossi uno sceneggiatore esordiente, non stavo scrivendo per altri sceneggiatori esordienti. Stavo scrivendo come se fossi uno sceneggiatore professionista, e volevo che gli altri mi leggessero allo stesso modo.

Secondo esempio: al momento mi occupo di un sito internet, praticamente un blog sulla sceneggiatura. Il sottotitolo del progetto è “una tonnellata di informazioni utili sullo sceneggiare”, e spero sia veritiero. Ho creato il sito perché quando ero un aspirante sceneggiatore – notate che ho usate “aspirante”, non “dilettante” – era molto difficile trovare buone informazioni sulle sceneggiature e su come scriverle. Ho cominciato a scrivere una rubrica settimanale di domande e risposte sull’Internet Movie Database, e ho infine usato queste rubriche come base del sito.

Aggiorno il sito più o meno due volte a settimana, e lo prendo piuttosto sul serio. Non è il mio lavoro; non vengo pagato per farlo; non ho neanche la colonna di Google ad nel sito. Ma sono molto professionale nel sito, in tutti e cinque i sensi che considero facciano un professionista. Voglio che abbia un bell’aspetto. Controllo che quello che scrivo sia corretto. Controllo che i link che pubblico funzionino. Cerco di essere sicuro di dare consigli utili settimana dopo settimana. E per quanto riguarda il rispetto degli standard dei miei pari, non controllo siti di altri sceneggiatori, ma i siti più utili che si dedicano ad altri argomenti. Cerco di attenermi a quegli standard. E lo faccio perché ci metto il mio nome. Credo che sia importante pensare al proprio nome come al proprio marchio. Così come la Walt Disney Corporation non vuole che Topolino venga rappresentato con un’accetta insanguinata nella sua mano bianca e pacioccosa, io non voglio che il mio nome venga associato a della cattiva scrittura poco professionale. Tutto quello che avete è il vostro lavoro. Quindi date il meglio di voi stessi. Sempre e comunque.

Per chiudere, voglio chiarire che le mie critiche ad Aint’ It Cool News, o Us Weekly o ai blog di bassa lega non vogliono essere scoraggianti. Stiamo vivendo uno dei momenti più elettrizzanti della storia dei media. Le barriere per entrare nel discorso pubblico non sono mai state così basse. Potete girare un cortometraggio con una videocamera da 500 dollari, pubblicarlo su Youtube, e diventare un successo mondiale il giorno dopo. Tramite un blog avete la possibilità di rispondere ai media come mai è successo prima, e i vostri lettori possono rispondervi.

Credo che il periodo più vicino a quello che stiamo vivendo sia l’inizio degli anni ‘90, quando abbiamo avuto le prime stampanti laser. Ero un designer grafico, ed ero in paradiso. Ma ci possiamo ricordare tutti quello che è successo, no? Tutto ad un tratto sono spuntate fuori un sacco di notiziari orribili. E abbiamo imparato una lezione dolorosa: solo perché puoi creare un notiziario con 50 font in copertina, non vuol dire che sia il caso di farlo.

Quello che vi chiedo, quello che vi supplico di fare, se potete leggere tra le righe, è di affrontare questi nuovi strumenti da professionisti, non da dilettanti. Al contrario di quell’orribile notiziario, che è stato riciclato, il vostro blog sarà disponibile per sempre. Per sempre. Gli storici lo leggeranno e si chiederanno, “Cristo. Ma non avevano il correttore automatico?”

A prescindere dalla carriera che decidiate di intraprendere, sarete scrittori per il resto della vostra vita. Promettete a voi stessi, stanotte, che sarete per sempre professionisti. Grazie.

Traduzione a cura di Emilio Bellu

La lezione di State of play

maggio 3, 2009

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Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?

Voci strozzate

marzo 31, 2009

informazione

Mi ha lasciato tutt’altro che indifferente la vicenda di Pino Maniaci, coraggioso giornalista siciliano rinviato giudizio per esercizio abusivo della professione da un pubblico ministero, Paoletta Caltabellotta, che, ha usato contro il conduttore di Telejato (il direttore è Riccardo Orioles) una vera e propria finezza giuridica: la “citazione diretta”.

Pino Maniaci, infatti, è un giornalista abusivo, nel senso che non ha il tesserino, ma è un giornalista vero nell’animo, nell’indole, nella voglia di dire le cose in una terra di mafia, denunciando proprio le attività di cosa nostra. La sua storia, fatta di minacce, di intimidazioni, potrebbe portarmi a una lunga divagazione sull’inutilità dell’Ordine dei giornalisti.

Una divagazione che, al momento, vi risparmio.

Voglio parlare di come cronisti coraggiosi, giornalisti veri, vengano delegittimati, lasciati soli, in quella solitudine che, in passato, ha portato spesso alla morte.

Oltre al caso di Pino Maniaci, proprio ieri ho avuto modo di leggere la lettera-denuncia scritta da un altro giornalista coraggioso: dobbiamo spostarci in Campania per scoprire la storia di Enzo Palmesano, un coraggioso giornalista che opera nel casertano e in particolare a Pignataro Maggiore, una terra dove è difficile esercitare il mestiere del cronista. Palmesano, come Pino Maniaci in Sicilia, ha sempre provato a mettere in evidenza i traffici e gli intrecci, anche politici, della camorra, ma una parte della stampa locale lo ha isolato e così ha perso il posto di lavoro e ora è costretto a vivere sotto scorta.

Ho cercato sul web: qualcuno ha titolato, giustamente, “Enzo Palmesano, il cronista licenziato dalla camorra”.

Ma, se della vicenda di Pino Maniaci si sono occupati quasi tutti gli organi di stampa nazionali, della lettera di Enzo Palmesano, inviata ad “Articolo 21”, “Micromega” e “Liberainformazione”, non ha parlato nessuno.

Ai nomi di Pino Maniaci ed Enzo Palmesano, uomini coraggiosi, lasciando perdere se possiedano o meno un tesserino, aggiungerei, ovviamente, quelli di Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosaria Capacchione.

Tutte persone più isolate che sole.

Come era isolato Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985.

Come era isolato Cosimo Cristina de “L’ora” di Palermo. E poi, ancora, Mauro De Mauro, Mario Francese, Pippo Fava, Beppe Alfano.

Una storia già vista: inchieste non pubblicate, licenziamenti, dicerie, le classice storie di donne, fino alle stucchevoli citazioni giudiziarie.

Tutte azioni riconducibili a un solo termine: delegittimazione.

L’inizio della fine.