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Messina, la mafia vive sotto la cappa della pax

novembre 16, 2008

messina

da www.strill.it

Ha 41 anni Mariano Nicotra. E’ un giovane imprenditore, abbastanza vecchio, però, per aver imparato quanto sia difficile lavorare al sud, in Sicilia. Mariano Nicotra è, da anni, impegnato sul campo per la lotta alla criminalità organizzata sul terreno più importante, ma anche più pericoloso: quello dei soldi.

E’ esponente dell’Asam, l’associazione antiracket messinese, e, dal 1996, nel mirino dei clan: proprio ieri l’ennesimo avvertimento. Questo uno dei lanci d’agenzia relativo a quanto accaduto:

“L’operatore economico, stamattina poco dopo le 5, era uscito da casa a bordo della sua Fiat Bravo quando, giunto al sottopasso che collega il villaggio di Zafferia alla statale 114, nella zona sud della città, ha sentito degli spari. Qualcuno, appostato nell’ombra, con tre colpi di pistola calibro 6.35, avevano centrato lo sportello posteriore lato destro dell’auto senza colpirlo”.

Un altro avvertimento per un imprenditore che lavora tanto, ma soprattutto, che vuole lavorare onestamente, senza sottomettersi al giogo della criminalità organizzata. Nicotra sta infatti ristrutturando per conto del Comune le case “Arcobaleno” del rione di Santa Lucia sopra Contesse, ad alta densità mafiosa.

E di pagare il pizzo non ha mai avuto voglia, battendosi in prima linea, superando la comprensibile paura per i propri rischi personali.

Una cosa, comunque, è certa: a Messina, quella che un tempo era considerata la “provincia babba”, dove si spara poco, perchè c’è la “pax”, qualcosa sta accadendo.

Prima l’operazione “Zaera”, contro il clan guidato da Armando Vadalà, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Verzera, che ha svelato un collaudato ed esteso meccanismo di imposizione del pizzo nel rione Camaro, specie nei confronti degli ambulanti a posto fisso del mercato di viale Europa, nonché di usura, ricettazione e truffe assicurative. Un sistema collaudato, sul quale, come ha spiegato lo stesso Verzera, “il Comune chiudeva gli occhi”.

Poi il suicidio del professor Parmaliana, un caso oscuro, avvenuto proprio in quella che era la “provincia babba”.

Adesso l’intimidazione a un imprenditore onesto, che lavora anche per conto del Comune, avvenuto alle prime ore del giorno, segnale della perfetta conoscenza delle abitudini di Nicotra.

Insomma, la mafia a Messina è più viva che mai.

E tutto viene gestito con precisione svizzera. Ecco cosa c’è scritto nella relazione della Dia relativa al primo semestre del 2008:

“A Messina, il panorama dell’organizzazione mafiosa continua a essere caratterizzato dalla suddivisione delle influenze criminali in tre aree geografiche… Due aree sono costituite dalle fasce di territorio che, dipartendosi dai margini della città, si estendono, rispettivamente, lungo la costa tirrenica, sino alla provincia di Palermo e, lungo quella jonica,  sino alla provincia di Catania… La terza area, costituita dall’aggregato urbano del capoluogo, può essere considerata una sorta di punto di convergenza delle predette influenze criminali e della ‘ndrangheta calabrese”.

A Messina, qualcosa di sinistro accade, in silenzio, sottobanco. La testimonianza viene data anche dal confronto, tra il secondo semestre del 2007 e il primo semestre del 2008, relativo ai fatti delittuosi avvenuti nella provincia di Messina: un computo sostanzialmente in pareggio, senza grosse differenze, ad esclusione di una diminuzione, quantificabile nel 28%, delle denunce per estorsione. Nonostante le iniziative virtuose e coraggiose attuate, a più riprese, da Confindustria Sicilia e, fattore ancor più significativo, nonostante la sostanziale crescita di denunce che invece si può riscontrare nel resto della regione.

La mafia a Messina vive e vive anche bene, visto che le operazioni di polizia giudiziaria, condotte in simbiosi con le investigazioni di natura economico – patrimoniale, secondo il principio del “doppio binario”, sancito dalla Legge 646/82, confermano l’interesse costante delle cosche per l’aggiudicazione degli appalti pubblici, sia mediante imprese controllate direttamente, sia agevolando imprese “vicine” alle famiglie mafiose.

L’intimidazione a Mariano Nicotra è solo l’ultimo episodio che certifica la sopravvivenza del fenomeno estorsivo, peraltro già accertata nel recente passato dalle operazioni “Vivaio” (15 arresti del clan Mazzarroti a Barcellona Pozzo di Gotto), “Pastura” (19 arresti, anche per traffico di droga), “Dracula”, “Grifone”  e “Micio”.

Sotto la cappa della pax mafiosa a Messina si muovono soldi ed equilibri e la legge è sempre la solita: guai a chi s’impiccia, guai a chi prova a resistere.

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Confindustria smemorata

settembre 6, 2008

Nel 2008 sono stati radiati 92 imprenditori calabresi dall’elenco di Confindustria, ed il 60 percento di questi apparteneva alla confederazione reggina, essendo venuti meno i requisiti essenziali previsti dal codice etico. I parametri utilizzati per eliminare dall’albo di Confindustria i 92 ex soci, sono i seguenti: ritiro dei certificati antimafia, segnalazioni delle Prefetture e delle Procure distrettuali antimafia, condanne penali definitive.

Un dato inquietante, mitigato dalla scelta, ampiamente condivisibile, presa dall’organo presieduto da Umberto De Rose.

Significa che, finalmente, l’associazione degli imprenditori calabresi vuole tentare di voltare pagina, dopo essere stata accusata, più volte, di un certo lassismo, o disinteresse, fate voi, nella lotta antimafia, a differenza di Confindustria Sicilia, dove Ivan Lo Bello sta facendo un gran lavoro.

Eh sì perchè devo ricordare a me stesso, come dicono gli avvocati bravi, che Confindustria Calabria, che adesso espelle i soci che non si uniformano al codice etico, è lo stesso organo che ha avuto per anni Raffaele Vrenna come suo vicepresidente; Vrenna è stato anche presidente di Confindustria Crotone, ma si è dimesso, da entrambi gli incarichi nello scorso mese di giugno, allorquando è stato condannato, in primo grado, a quattro anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e falso.

Questo blog si è già occupato di Raffaele Vrenna, ex presidente del Crotone Calcio, per la torbida (ma qualcuno la pensa diversamente) vicenda che ha per protagonisti Vrenna, appunto, e l’ex procuratore capo di Catanzaro, Franco Tricoli. I fatti li potete leggere qui.

Tornando a Confindustria, c’è da dire che, impegnati nell’ottima presa di posizione, da via Lombardi a Catanzaro, hanno dimenticato di rimuovere il nome del condannato Vrenna da alcune sezioni del proprio sito ufficiale.

Consultando www.confindustria.calabria.it Raffaele Vrenna risulta essere, ancora, vicepresidente vicario di Confindustria Calabria, membro del Consiglio Direttivo, della Giunta Regionale, nonchè Presidente di Confindustria Crotone.

Dimenticanze.