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Impuniti

dicembre 24, 2008

magistrati1

Negli ultimi tempi dare ragione a Veltroni mi costa davvero tanto. C’è solo una cosa, analoga, più insopportabile: dare ragione a Berlusconi.

“Quello che è avvenuto a Pescara è gravissimo”, dice il segretario del Partito Democratico.

Cosa è avvenuto a Pescara?

E’ avvenuto che all’ex sindaco, Luciano D’Alfonso, del Partito Democratico, lo scorso 16 dicembre sono stati comminati gli arresti domiciliari con l’accusa di aver intascato tangenti.

E’ cominciata così la settimana più brutta del Pd di Veltroni, colpito, nei giorni successivi, dalle indagini di Napoli che interessano gli assessori di Rosa Russo Iervolino. E’ stata la settimana della “questione morale”.

Ma, proprio pochi minuti fa, all’ex sindaco di Pescara sono stati revocati i domiciliari.

“Non esiste nessuna cupola”.

Il gip, Luca De Ninis, ha, come si dice in questi casi, smontato il teorema dell’accusa, rappresentata dal pm Gennaro Varone, che invece si era opposto alla scarcerazione di D’Alfonso.

L’accusa, il pm, quindi, come nessuno dice in questi casi, ha commesso una grandissima cazzata.

Così come appare illogico il comportamento del Gip che, prima ha disposto gli arresti domiciliari e, poi, ha aspettato alcuni giorni prima di scarcerare l’ex sindaco (rimesso in libertà proprio in seguito alle dimissioni).

Per D’Alfonso il quadro accusatorio resta, ma è d’obbligo interrogarsi su questi strani comportamenti.

Capisco che rischio di fare la figura del “berlusconiano”, ma, pazienza. L’ho già scritto in passato, non esistono onnipotenti.

Ma, in questo Paese, il Consiglio superiore della magistratura trasferisce i magistrati praticamente solo per incompatibilità ambientale, non punendo, invece, gli scempi quotidiani.

Penso al Gup di Reggio Calabria, Concettina Garreffa, che, come potete leggere in questo articolo di Peppe Baldessarro per la Repubblica, depositando le motivazioni della sentenza fuori tempo massimo, ha permesso a due killer, Denis Alfarano e Damiano Leotta di ritornare in libertà.

Oppure quel giovanotto di Edi Pinatto, 42 anni, che ne ha impiegati otto, di anni, per scrivere una sentenza di condanna contro il clan Madonia, a Gela.

Non parlo, invece, del sostituto pg di Reggio Calabria, Santi Cutroneo, accusato di rapporti di amicizia con un esponente del clan Condello.

Lui ha ancora la possibilità di difendersi e di dimostrare la propria estraneità ai fatti che gli vengono contestati.

Ma mi fermo qui. Non vorrei che qualcuno mi accusasse di essere giustizialista con i giudici.

Giornalisti mascalzoni

dicembre 23, 2008

loiero_agazio

Anche in pochi si è capaci di fare male. Di buona informazione, in Italia, in Calabria, soprattutto, ce n’è poca, pochissima. Il governatore, Agazio Loiero, vorrebbe, per esempio, una stampa ancor più soporifera.

Ecco un lancio effettuato alcune ore fa dall’AGI:

“C’e’ una complicita’ indecente ed impunita tra una parte dell’accusa e la stampa”: lo ha detto il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, rispondendo in merito alla questione delle intercettazioni, spesso rese note dai giornali, e del rapporto fra stampa e politica. “Dico impunita – ha aggiunto aprlando a margine di una conferenza stampa sull’inchiesta Why Not – perche’ non c’e’ ancora una sola sentenza in cui si condanni qualcuno per violazione del segreto istruttorio. Che la stampa si butti sopra ad una notizia veicolata e’ normale, ma, ripeto, poi non segue una sola sentenza di condanna per tali violazioni. Questa e’ una cosa che rende barbarica la nostra convivenza. Perche’ tu vieni sbattuto con intercettazioni sulle prime pagine e poi, magari, a distanza di mesi dichiarano che non aveva nulla a che fare con quel contesto, pero’ intanto il danno e’ fatto. Si dice – ha concluso Loiero – che ci sia una tendenza, per certi cittadini, a fare in processo con le indagini preliminari, poi, quando avvengono assoluzioni e condanne non se ne accorge nessuno”.

Insomma, il giornalista è un cattivo giornalista perchè indaga, attraverso le proprie fonti, svela particolari su indagati, imputati, condannati, ecc.ecc.

Si parla, ovviamente, di De Magistris. Un cancro per la nostra regione. Lui che stava tentando di scoprire quanto fosse potente un individuo come Antonio Saladino. Così potente da essere amico di tutti: da destra a sinistra.

Si parla come al solito di De Magistris, ma il problema è più ampio: la colpa è di chi indaga, non di chi, attraverso azioni sicuramente sospette, è finito, con comportamenti e chiacchierate telefoniche talvolta anche assai poco equivocabili, sulla scrivania della magistratura.

Viviamo in una terra in cui è dovuto giungere Attilio Bolzoni per la Repubblica a dirci che, forse, quello che stava facendo l’ex procuratore capo di Crotone, Franco Tricoli, era un pochinino strano.

Viviamo in una terra in cui Crotone si è risvegliata, da un momento all’altro, scoprendo di essere ricoperta, per gran parte della superficie territoriale, di rifiuti tossici.

Viviamo in una terra in cui deve scendere Antonello Caporale, sempre di la Repubblica, per testimoniare gli sprechi messi in atto da una classe dirigente nettamente incapace.

Viviamo in una terra in cui Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, ha deciso di sollevare dall’incarico il giornalista Carlo Vulpio, uno dei pochi capace di trattare con precisione e competenza le strane vicende che avvenivano (e avvengono in quel di Catanzaro).

Viviamo in una terra in cui, salvo rare eccezioni immediatamente ostacolate, non esiste giornalista che sappia cosa significa “giornalismo d’inchiesta”, eppure, Loiero, riesce a lamentarsi, trova l’informazione calabrese troppo vivace, troppo irrequieta.

Un mio caro amico dice sempre che qui in Calabria quasi tutti hanno “il coraggio di cento leoni morti”.

Eppure a Loiero da fastidio essere sbattuto in prima pagina per delle intercettazioni. Ma Loiero non nega il contenuto di tali intercettazioni (come potrebbe?) e, soprattutto, non sa quanto dia fastidio ai calabresi, soprattutto a chi l’ha votato, vedere una regione che va allo sfascio, incapace di spendere bene (o di spendere del tutto) i fondi comunitari.

Sì, i calabresi sono nauseati da quei politici che esultano perchè “fortunatamente la Calabria non è uscita dall’Obiettivo 1 dell’Unione Europea”. Sì perchè l’uscita dall’Obiettivo 1 certificherebbe una crescita economica, strutturale, ecc.ecc., ma porterebbe una quantità molto meno pingue di denaro da sperperare e, nel caso di alcuni, da intascare.

Sì, probabilmente al Governatore dà fastidio che si sia anche scritto del fatto che i fondi europei finissero alla nazionale di calcio.

E’ tutta colpa della stampa, dell’informazione.

Giornalisti mascalzoni.

San Franco Tricoli

ottobre 19, 2008

Franco Tricoli non si pente: lo dice ad Attilio Bolzoni per www.repubblica.it

Come Roberto Benigni in Johnny Stecchino.

Sì, solo che l’ingenuo Dante, sosia del mafioso Johnny Stecchino, equivocando un discorso molto più complicato, non si pentiva di aver rubato una banana presso l’ortolano Nicola Travaglia.

Franco Tricoli, ex procuratore capo di Crotone, non si pente di essere diventato, tramite un trust, “il garante dei beni” (come vuole essere chiamato) di Raffaele Vrenna, ex presidente del Crotone calcio, ex presidente di Confindustria Crotone, ex vicepresidente regionale di Confindustria, condannato in primo grado per mafia. No Franco Tricoli, che dal primo giorno di pensione si è stretto in un tenero abbraccio professionale col Vrenna, non si pente; d’altronde, durante la propria attività presso la Procura della Repubblica di Crotone ha avuto, per tanti anni, come segretaria, la moglie di Raffaele Vrenna, Patrizia Comito.

Tutto mentre, nella stanza accanto, un sostituto procuratore indagava proprio sul Vrenna…

Ma Franco Tricoli, come Roberto Benigni, non si pente. Eh già, lui è un benefattore, lui cura gli interessi di Raffaele Vrenna solo per salvare 700 posto di lavoro.

Come può pentirsi!?!

700 posti di lavoro! Mica cazzi!

Secondo questo ragionamento, i boss di mafia, ‘ndrangheta, camorra, che di posti di lavoro ne danno molti di più, sono degli ottimi sindacalisti.

No, Franco Tricoli, che è un benefattore, non si pente, si tiene ben stretta la vigilanza accordatagli dal Prefetto, però poi contesta la decisione, della stessa Prefettura, di revocare il certificato antimafia alle società che gestisce per conto terzi.

Il terzo in questione è il “sindacalista” Raffaele Vrenna.

Togato è bello

agosto 14, 2008

Franco, oh Franco!

Chi mi conosce sa quanto io possa odiare Zelig, ma questa volta mi è venuta spontanea.

Il procuratore di Crotone, Franco Tricoli, tra quattro giorni andrà in pensione.

Auguri!

Che regalo si farà l’eccellente magistrato a coronamento della lunga e prestigiosa carriera? Viste le latitudini la risposta è scontata: entrerà in società con un imprenditore mafioso!

La classica zona grigia (anche se qui di grigio c’è davvero poco) questa volta si materializza nei rapporti, piuttosto strani, sospetti e inquietanti tra il magistrato Tricoli e Raffaele Vrenna, mafioso, che per hobby fa l’imprenditore. Vrenna, già presidente di Confindustria Crotone, presidente del Crotone Calcio e vicepresidente di Confindustria Calabria, è condannato, in primo grado per associazione esterna. Ah, dimenticavo, la moglie del Vrenna è anche segretaria dell’illustre magistrato Tricoli…

Chissà cosa ne pensano i “travaglini”, strenui difensori della magistratura, dato che la notizia, che a dire il vero circolava da giorni, è stata posta all’attenzione dei media nazionali da un giornale, la Repubblica, che non sospetto essere “berlusconiano” (e quindi, secondo gli stessi “travaglini”, mafioso) a firma di un certo Attilio Bolzoni.

Ma, si sa, Bolzoni è come D’Avanzo…