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Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

La lezione di State of play

maggio 3, 2009

state_of_play

Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?

Rifiuti: la Calabria rischia grosso. Ma a qualcuno l’emergenza conviene

aprile 29, 2009

rifiuti

da www.strill.it

Se si esclude l’assennato e fermo “no” sfoggiato contro la centrale a carbone di Saline Joniche, la decisione più significativa della Presidente Loiero, nei suoi quattro anni di governo della Calabria, in tema di ambiente, è stata, nel maggio del 2008, la revoca della delega all’assessore Diego Tommasi e la nomina del successore, Silvio Greco. Undici anni fa cominciava, ufficialmente, l’emergenza rifiuti in Calabria. Undici anni, tanto è passato dal 1998. Dire che in questi anni si sia navigato a vista, sarebbe, probabilmente, un complimento troppo generoso per le classi dirigenti (ancora troppo simili, negli uomini, a undici anni fa) che si sono alternate sul territorio.

Si è andati avanti di deroga in deroga: l’ultima il 18 dicembre del 2008, quando il Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi ha prorogato l’emergenza rifiuti fino al 31 dicembre del 2009, nominando commissario straordinario il Prefetto Goffredo Sottile.
E La dichiarazione di ieri del il vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, Roberto Tortoli, del Pdl, ha il sapore della beffa e getta inquietudine sul futuro calabrese: “”Se Veolia va via la Calabria si trova in crisi perché in questa regione c’è un’emergenza rifiuti più della Campania”, dice Tortoli.
Il sistema impiantistico integrato di smaltimento rifiuti della Calabria è costituito da un impianto di termovalorizzazione situato nel comune di Gioia Tauro e da cinque impianti di selezione e produzione di compost e CDR situati nei comuni di Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno, Crotone e Rossano Calabro, per una potenzialità complessiva di trattamento di 411.000 t/anno di RSU.
TM.E. SpA, ditta di termomeccanica ecologica con sede a Milano, si aggiudica il contratto, in regime di project financing, per la fornitura dell’intero sistema impiantistico e la sua gestione per 15 anni.
Da  TM.E. si passa poi a TM.T. S.p.A. – Tecnitalia, la società che, dal 1992, con concessione ventennale, gestisce anche il Termovalorizzatore di Vercelli, e successivamente a Veolia Servizi Ambientali.
Perché, allora, il vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, Roberto Tortoli, dice “se Veolia va via dalla Calabria…”?
Perché Veolia SpA non è più certa di poter continuare la propria opera, a due anni di distanza dall’impegno assunto per la gestione degli impianti di smaltimento dei rifiuti in Calabria.
E’ la stessa società a comunicarlo, lo scorso 5 febbraio, tramite una nota stampa, nella quale si afferma che: 

“Veolia-Tec si trova in una situazione economico-finanziaria non più a lungo sostenibile, con 200 milioni di euro di investimenti, 85 milioni di euro di crediti pregressi nei confronti della Regione non versati e perdite nella gestione ordinaria, dovute al mancato rispetto del contratto, pari a 10 milioni di euro. I debiti della Regione sono composti da fatture non pagate (per 27,3 milioni di euro per il servizio espletato, di cui 11,4 milioni di euro da oltre un anno), una tariffa di smaltimento di gran lunga inferiore alla media di mercato, pari a 68,4 euro/t in confronto ai 120 euro/t della Versilia, un residuo di contributo pubblico di 33 milioni di euro previsto dal contratto per poter tenere la tariffa di smaltimento ai più bassi livelli nazionali, maturato e non corrisposto”.

Nella partita, entra, ed era inevitabile, anche l’operato della Regione Calabria, morosa, stando a quanto afferma Veolia, per diversi milioni di euro.
Eppure il 18 novembre del 2008, le agenzie battevano le dichiarazioni del presidente della Regione, Agazio Loiero, che, dopo due incontri avuti con Gianni Letta e successivamente nella sede della Protezione civile con il sottosegretario Guido Bertolaso, affermava:

“Abbiamo concordato le linee generali su come procedere nei prossimi mesi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda e perseguiamo lo stesso obiettivo: portare la Calabria fuori dalla decennale emergenza ambientale”.

Di quella riunione, della quale il Governatore Loiero si diceva estremamente soddisfatto, oggi non resta traccia.

E sarà interessante vedere se, a luglio, sarà stato individuato il sito per il raddoppio del termovalorizzatore, inizialmente previsto a Gioia Tauro, dato che lo stesso presidente della Giunta Regionale, il 24 aprile, all’agenzia di stampa Il Velino, dichiarava:

“Stiamo lavorando per individuare il sito che ospiterà il nuovo termovalorizzatore dopo la decisione di delocalizzare la seconda linea prevista a Gioia Tauro e fra un paio di mesi indicheremo precisamente il sito che sarà in provincia di Cosenza”.

Resta da vedere, e queste perplessità accompagnano l’animo del Governatore, quale azienda si occuperà del nuovo impianto, dato che Veolia, società che ha realizzato la prima linea del termovalorizzatore, che si è aggiudicata i lavori anche per la seconda a Gioia Tauro, ma che, come abbiamo visto, asserisce di essere sull’orlo del crack finanziario.
La Regione (intesa come Istituzione) annaspa; la regione (quella dei cittadini) convive con la paura di rimanere sepolta dalla spazzatura e il sindaco di Lamezia Terme, tanto per citare l’esempio più grottesco, è costretto a prendere in considerazione addirittura l’ipotesi di installare una discarica, abbattendo dieci ettari di vigne in una zona dove si produce un ottimo vino, pur di scongiurare l’ipotesi di fare la fine di Napoli.
E intanto l’emergenza rifiuti al sud, la Campania insegna, diventa business, diventa un affare. Un affare per malavitosi.
La ‘ndrangheta, abbandonati i sequestri di persona e continuando a controllare l’intero ciclo dell’edilizia, ha cominciato, negli anni, a investire, nel turismo e nella grande distribuzione commerciale, mentre le ultime frontiere di guadagno sono rappresentate dalla sanità e dal traffico di rifiuti, appunto.
Ne sono testimonianza l’enorme numero di discariche abusive, chiuse, giorno dopo giorno, in tutta la regione, ne è testimonianza, soprattutto, l’azione repressiva, che magistratura e forze dell’ordine hanno messo e mettono in atto, negli anni, nell’ambito del traffico di rifiuti: il 10 luglio 2006, per esempio, un’indagine coordinata dalla Procura di Palmi porta al sequestro di centinaia di containers contenenti rifiuti vari, in particolare destinati in Cina, India, Russia e Nord Africa, per poi essere lavorati e reimportati come ricambi o merce a prezzo ribassato nel territorio dell’Unione Europea. E ancora, l’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi consente il sequestro, nell’area portuale, di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa. Si tratta di un’indagine particolarmente complessa che coinvolge anche le Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua Vetere, Monza e Cassino.
In Calabria, insomma, con i rifiuti ci si può arricchire, illecitamente, è chiaro. Scrive la Direzione Nazionale Antimafia, nella propria relazione riguardante il primo semestre del 2008:

“intorno a Comuni delle province di Vibo Valentia e Crotone, territorio quest’ultimo caratterizzato da una vivace conflittualità interna alle cosche, oltre che da una colossale attività di traffico, smaltimento illecito e reimpiego di rifiuti tossici, provenienti dagli stabilimenti industriali della zona”.

Da ultima la sentenza del 23 dicembre del 2008, con cui il presidente della prima sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria, Silvana Grasso, infligge 115 anni di carcere a tutti gli imputati che hanno scelto il rito ordinario nell’ambito del processo denominato “Rifiuti SpA”: secondo il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Domenico Galletta, gli imputati, avrebbero favorito le imprese del proprio gruppo imprenditoriale (Edilprimavera Srl e Rossato Fortunato Srl) nei numerosi appalti pubblici nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani in tutto il territorio regionale, con particolare riferimento alle zone di Gioia Tauro, Fiumara, Melicuccà, Motta San Giovanni e Lago.
Rifiuti, rifiuti tossici, “un traffico più remunerativo anche della droga”, dice un ex boss, ai microfoni del Tg1, il 12 ottobre del 2008. Così la ‘ndrangheta si arricchisce, mentre la politica dorme.
C’è qualcuno per cui l’emergenza rifiuti è una vera e propria manna dal cielo.

Reggio Calabria: città asociale

febbraio 11, 2009

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“Reggio Calabria, messaggio gratuito, la città che lei vorrebbe raggiungere non è al momento raggiungibile. Riprovi tra qualche anno, grazie”.

Meglio soli che male accompagnati, dicono. Però con moderazione, altrimenti si rischia di diventare degli asociali…

Ragioniamo per settori:

TRASPORTO AEREO

L’aeroporto di Reggio Calabria, il “Tito Minniti”, ha le tariffe più alte d’Europa, isole comprese. Per viaggiare da e per Reggio Calabria è necessario accendere un mutuo. Pochi voli, poche compagnie di trasporto, poca concorrenza e una società di gestione, la Sogas SpA, letteralmente a secco. Dopo le 600mila visite di qualche anno fa, il buio. A pochi chilometri di distanza c’è l’aeroporto di Lamezia che “svende” viaggi low cost, mentre volare a Reggio Calabria è roba per pochi: riservato a petrolieri miliardiari, astenersi persone con reddito normale.

TRASPORTO FERROVIARIO

Pochi treni, fatiscenti e perennemente in ritardo. Alla già drammatica situazione si aggiunge l’isolamento nel quale Reggio Calabria rischia di sprofondare nel futuro prossimo venturo: la tratta ferroviaria tra Mileto e Vibo Valentia verrà chiusa per tre mesi, causa lavori. Un periodo nel quale verranno soppresse diverse corse e le restanti verranno dirottate sull’asse Tropea, con conseguente allungamento siderale dei tempi di percorrenza. Tre mesi, salvo leggerissssssssssssimi ritardi come quelli accusati, negli anni, dai lavori di ammodernamento dell’autostrada A3, Salerno-Reggio Calabria.

TRASPORTO AUTOMOBILISTICO

A proposito di quella mulattiera nelle mani delle cosche, denominata A3: da decenni ormai interessata dai “lavori di ammodernamento” che, secondo le ottimistiche stime del presidente di Anas, Pietro Ciucci, dovrebbero concludersi nel 2011. Nel frattempo si viaggia, per lunghi tratti, su un’unica carreggiata, si impiegano tempi mastodontici per percorrere pochi chilometri e si rischia la vita, come sulla strada statale 106, altro scempio denominata “strada della morte”. Già, ma la A3 è gratis… A proposito di soldi: diversi cantieri presto chiuderanno proprio per la mancanza del denaro necessario per pagare le ditte interessate. I più tristi sembrano essere gli ‘ndranghetisti.

TRASPORTO MARITTIMO

In attesa dell’inutile, costoso e pericoloso ponte sullo Stretto, effettuare la traversata da Reggio a Messina e viceversa è un’impresa: aliscafi insufficienti a rispondere alle esigenze dei pendolari, corse soppresse e prezzi degli abbonamenti in costante aumento. Con Bluvia che fa orecchie da mercante a ogni richiesta dei passeggeri. Meglio proseguire a nuoto.

Insomma, Reggio sarà anche una città turistica, ma non potrà dimostrarlo. Con buona pace del sindaco Scopelliti.

Insomma, reggini, dove cazzo volete andare? State in casa, al calduccio: uomini, fate bricolage; donne, in cucina.

E, nel tempo perso, andate e moltiplicatevi….Il meno possibile: c’è crisi.

Dove Napolitano sarebbe dovuto andare

gennaio 16, 2009

napolitano

Si è conclusa la visita in Calabria del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Due giorni: prima a Lamezia Terme (lì l’aeroporto funziona), poi, oggi, a Reggio Calabria, per l’inaugurazione dell’anno accademico.

Discorsi, visite guidate, passerelle (ieri ho riconosciuto, in tv, Wanda Ferro, presidente della Provincia di Catanzaro, Doris Lo Moro, deputato del Pd, e Marco Minniti, viceministro ombra, del Governo ombra, dello schieramento politico ombra).

Oggi Napolitano ha incontrato Loiero in Prefettura a Reggio Calabria, poi ha partecipato al convegno “Mezzogiorno euromediterraneo – Idee per lo sviluppo“. Ha inaugurato l’anno accademico dell’Ateneo reggino. C’era il Magnifico Rettore Massimo Giovannini, c’era l’ex Magnifico ed ex ministro, Alessandro Bianchi.

Rivolgendosi ai giovani ha anche detto cose che condivido in pieno:

“‘E’ essenziale un rinnovamento generazionale nella politica e nell’amministrazione e questo non si decide per decreto. Si decide solo attraverso un vostro sforzo, un vostro impegno e una apertura che bisogna a tutti i costi provocare in un sistema che e’ ancora molto chiuso”.

Il Capo dello Stato, però, avrebbe dovuto effettuare un tour più “formativo”, in modo tale da capire le reali condizioni in cui versa la Calabria.

Avrebbe dovuto visitare Crotone, per esempio, dove gli abitanti hanno scoperto di vivere immersi nelle scorie tossiche. Da lì si sarebbe potuto spostare a Papanice, un posto simile a Beirut, dove, di tanto in tanto, ci si prende a colpi di kalashnikov.

Vicino Lamezia Terme, poi, c’è Catanzaro e, in quel palazzo dove campeggia la scritta “Iustitia”, Napolitano avrebbe potuto raccogliere i cocci di una magistratura in pezzi.

Prima di arrivare a Reggio Calabria avrebbe potuto fare un salto nella Locride: a San Luca, Africo, Platì.

Ci sarebbe anche la Piana di Gioia Tauro da visitare: Rosarno, dove gli immigrati vengono sfruttati come bestie, Taurianova, dove sparano al cavallo del sindaco, che pochi giorni dopo, casualmente, viene sfiduciato dal Consiglio comunale. La stessa Gioia Tauro, dove “la ‘ndrangheta non esiste e i Piromalli sono brava gente, educata”.

Arrivato a Reggio avrebbe potuto constatare le condizioni del rione Archi, a pochi passi dalla Facoltà di Giurisprudenza, una tipica zona da “città turistica”.

Il Governatore Loiero ha dichiarato: “Il presidente Napolitano conosce la Calabria meglio di quanto pensassi”.

Può darsi. Ma avrebbe potuto aumentare ancor di più la propria conoscenza.

La Calabria è una terra povera e questo, forse, il presidente Napolitano l’avrebbe potuto verificare meglio se non fosse stato, per gran parte del tempo, in aule convegni, al Teatro “Francesco Cilea”, nei lussuosi locali della Prefettura di Reggio Calabria e nell’aula magna della Facoltà di Architettura, addobbata a festa per l’occasione.

Alla prossima.

Eppur si muove

gennaio 12, 2009

reggiocomepalermo

La notizia l’avete già letta sia su strill.it, sia sul blog di Antonino Monteleone.

Sono passati alcuni giorni da quando, sui muri di Reggio Calabria, sono apparsi i manifesti antiracket “Reggio come Palermo”.

E’ giunto il tempo di riflettere.

Il racket, le estorsioni, l’usura, sono attività di vitale importanza per le cosche per due motivi.

1) Per l’introito economico, ovviamente.

2) Perchè permettono, alla criminalità organizzata, di mantenere il controllo (nel senso letterale del termine) del territorio.

Nelle ultime due settimane abbiamo assistito ad alcune cose che possono farci sperare, ma, soprattutto, devono innescare, necessariamente, un moto d’orgoglio generale, collettivo.

30 dicembre: la Guardia di Finanza arresta Giuseppe Filice, già condannato per associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti Filice estorceva denaro per conto del clan Barreca, operante a Pellaro, rione a sud di Reggio Calabria.

L’arresto di Filice assume notevole importanza perchè arriva in seguito alla denuncia delle vittima, un imprenditore taglieggiato che ha avuto il coraggio di denunciare. L’imprenditore è stato, di recente, incoraggiato, attraverso i giornali, da una lettera inviata dal prefetto di Reggio Calabria, Franco Musolino.

Poi, a gennaio, l’imprenditore Nino De Masi riprende la propria battaglia: si apre il processo d’appello ai tre grandi istituti di credito Bnl, Antonveneta e Banca di Roma e ai suoi manager, Luigi Abete, Dino Marchiorello e Cesare Geronzi, alla sbarra per il reato di usura.

Il capolavoro, però, lo realizza, a Lamezia Terme, Rocco Mangiardi che, in aula, nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Progresso”, rendendo palese la propria faccia, ma, soprattutto, il proprio coraggio, punta il dito e riconosce il proprio estorsore: Pasquale Giampà, 42 anni, figlio di Francesco, detto il “professore”, da tempo in galera, ritenuto a capo dell’omonima cosca.

Alcuni giorni fa, a Reggio Calabria, infine, la manifestazione, al momento anonima, dei manifesti.

Ha ragione Salvatore Boemi quando dice che “è ora che lo stadio cominci a tifare”.

C’è una parte buona, sana e coraggiosa della Calabria.

E’ nascosta.

E’ compito di tutti trovarla e farla uscire fuori.

La ricerca di nuove armi

agosto 23, 2008

Avevo promesso di occuparmi della vicenda delle finte confische con più serietà. Ecco il pezzo, on-line da oggi su www.strill.it nel quale rifletto su quanto accaduto, rispondendo anche a Francesco Biacca (che ringrazio, come tutti voi, per i commenti su questo blog) che mi chiedeva perchè sarebbe più utile affidare ai prefetti la gestione dei beni confiscati.

Quando nelle informative delle forze dell’ordine finiscono politici di svariate correnti, ex militari e magistrati significa che c’è di mezzo qualcosa di gargantuesco. E infatti la vicenda riguardante i beni confiscati alle cosche nel territorio di Reggio Calabria e provincia è di quelle delicate assai e il maxi coinvolgimento di amministratori pubblici (370!), di destra e di sinistra, alcuni indagati per omissione d’atti d’ufficio aggravata dall’articolo 7 (il reato avrebbe favorito associazioni mafiose), altri semplicemente ascoltati come persone informate dei fatti, impone alcune riflessioni.

I “soloni dell’antimafia” predicano spesso, ad ogni passerella nel Meridione solitamente, quanto sia fondamentale colpire le cosche nei loro patrimoni per potere avere qualche chance di vittoria nella dura lotta alle mafie.

Si tratta, in sostanza, di applicare, con efficienza e celerità, la legge n. 109 del 7 marzo del 1996, che disciplina la confisca dei beni mafiosi.

Ma, proprio ricordando le parole dei “soloni dell’antimafia” risulta inaccettabile e scandaloso che, tanto per fare qualche esempio relativo alla città di Reggio, la vedova del boss Peppe Lo Giudice potesse continuare ad abitare fino al 2006, anno del tardivo sfratto definitivo, l’immobile sequestrato alla famiglia; e lo stesso discorso si potrebbe fare per lo stabile di via Mercatello confiscato nel 1997 a Pasquale Condello e ancora abitato, fino al 2006, dai familiari del Supremo.

Inaccettabile sì, ma la realtà è questa: quando la palla passa agli Enti, ai Comuni, che dovrebbero provvedere al riutilizzo dei beni tramite l’assegnazione a famiglie indigenti e/o associazioni impegnate nel sociale, il meccanismo di “bonifica” si blocca pericolosamente.

Al di là delle responsabilità penali che, in futuro, verranno accertate, l’inchiesta condotta dal Ros di Reggio Calabria su delega del pm Franco Mollace, dimostra che qualcosa, dal punto di vista strettamente normativo, va cambiato e anche alla svelta.

Della provvidenziale ma fantomatica “Agenzia nazionale per i beni confiscati” se ne parla da tempo, ma il progetto (ammesso che esista) non ha mai preso il volo.

In atto l’Agenzia del Demanio è responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione, ma appare lampante come essa, in collaborazione, spesso nefasta, con gli Enti, sia inadeguata a svolgere un simile compito. Proprio di recente il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha annunciato che “il Governo darà parere favorevole all’istituzione dell’Agenzia per i beni confiscati, e ove ve ne fossero, anche ad altri emendamenti che mirano rafforzare la lotta alle mafie”.

Verità o bugia è impossibile attendere oltre: affidare la gestione dei beni confiscati ai Prefetti, rappresentanti del Governo nelle province, può essere una parziale soluzione, una soluzione-tampone magari, che potrebbe costituire almeno un passo in avanti. Le amministrazioni comunali calabresi hanno infatti dimostrato di non essere capaci di svolgere un compito così delicato e così significativo, anche dal punto di vista simbolico, per la lotta alle mafie. E, quando le capacità non c’entrano spesso intervengono le connivenze e le collusioni: dal 1991 (data di emanazione della legge) in Italia sono stati sciolti 172 consigli comunali, dei quali 38 in Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in provincia di Catanzaro, 5 in provincia di Vibo Valentia, 3 in provincia di Crotone. A distanza di alcuni anni, per 3 comuni – Melito Porto Salvo (RC), Lamezia Terme (CZ) e Roccaforte del Greco (RC) – si è reso necessario ricorrere ad un secondo scioglimento.

Sono i dati a dire che, in attesa della necessaria Agenzia per beni confiscati, conferire poteri ai Prefetti può essere una soluzione: basti pensare che, dall’inchiesta del Ros di Reggio Calabria, gli unici tre comuni della provincia in regola (attraverso solerti riutilizzazioni dei beni) risultano essere quelli di Fiumara, Platì e Maropati, tutti sciolti per mafia e affidati a commissioni prefettizie.

Ad ogni modo non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi.