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Esercito italiano: una risorsa per il Paese

gennaio 3, 2009

esercito

Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, a proposito dei presidi militari nei pressi delle discariche in Campania dichiara che “Questa storia dei militari a guardia delle discariche mi è sembrata fin dal primo momento un’iniziativa sbagliata. E ora devo proprio dirlo: stiamo umiliando i soldati e distruggendo la loro professionalità”.

Stiamo umiliando i militari.

Ma la gente si sente più sicura, dice, giustamente, Marco Nese del CorSera. La risposta di Tricarico: “E questo è un rischio. L’opinione pubblica si sta abituando a un impiego tutt’altro che ortodosso e le istituzioni si sentono legittimate a utilizzare lo strumento militare in modo sempre più abnorme. Siamo il Paese delle emergenze, e domani i soldati potrebbero essere chiamati a vigilare attorno alle carceri, a tenere sotto controllo gli stuoli di clandestini, a proteggere obiettivi di ogni tipo. Ma non sono questi i motivi per i quali ci siamo dotati di forze armate professionali”.

Tricarico vorrebbe, magari, che i militari stessero di guardia, come a Guantanamo, e che tenessero sempre sotto osservazione il loro “specchio” di nazionalità cubana e, sotto certi aspetti, avrebbe pure ragione. In condizioni normali l’esercito non dovrebbe, anzi, non deve, ricoprire compiti di pubblica sicurezza.

E però, sul sito ufficiale dell’esercito italiano lo slogan è il seguente: “una risorsa per il Paese”.

E inoltre la Campania è una terra molto particolare, la terra che, insieme alla Calabria, condivide, sul territorio, la più grave e marcata perdita di sovranità, da parte dello Stato, dai tempi delle stragi in Sicilia.

In quel caso, per ristabilire le gerarchie, fu inviato l’esercito con l’operazione “Vespri siciliani”.

Non sono assolutamente in grado di dare lezioni, anche per questo cerco sempre di usare toni spiccioli. Ma questa volta voglio fare un’eccezione.

La citazione è tratta dal volume “Elementi di geografia economica e politica” di Mario Casari, Giacomo Corna-Pellegrini e Fabrizio Eva, ed. Carocci: “La sovranità viene concepita generalmente come un legame forte e reale col territorio su cui si esercita. L’esercizio della sovranità deve dunque trovare una forma concreta nel e sul territorio. Quando una legge dello stato non viene rispettata da pochi singoli individui, ci si trova di fronte a una situazione di illegalità; ma quando le leggi trovano una sistematica e diffusa disapplicazione, si parla di perdita di sovranità dello Stato sul proprio territorio”.

Mi soffermo, in particolare, sull’ultima frase, quella in grassetto.

In Campania le infiltrazioni della camorra in ogni settore (anche in quello dei rifiuti) sono certificate dall’attività investigativa di magistratura e polizia. La perdita di sovranità, invece, è testimoniata dalla cadenza, pressocchè giornaliera, di crimini e omicidi. In Campania la legge non la detta più lo Stato, se pensiamo che alle forze dell’ordine è persino inibito l’accesso a determinati quartieri.

E in Calabria?

In Calabria la situazione è, all’incirca, la medesima.

In ordine sparso, negli ultimi giorni del 2008 e nei primi del 2009, abbiamo registrato un agguato a Bovalino che ha coinvolto anche un minorenne, il duplice omicidio di Cutro, in provincia di Crotone, l’omicidio di un imprenditore a Isola Capo Rizzuto, l’intimidazione alla giornalista di Calabria Ora, Angela Corica, a Cinquefrondi, e, da ultimo, un giovane, nel catanzarese, è stato picchiato a sangue e bruciato vivo e adesso lotta, in condizioni gravissime, tra la vita e la morte.

Senza contare, ovviamente, le decine di vetture che, in tutta la Calabria, prendono fuoco ogni notte, nonchè le continue intimidazioni subite dagli amministratori pubblici (l’ultima, dal punto di vista cronologico, è l’ennesima minaccia subita dal sindaco di Taurianova, Romeo).

Io non me ne intendo, ma, seguendo la logica, una situazione del genere, in Campania, quanto in Calabria, dovrebbe imporre la scelta, per lo Stato, di mostrare nuovamente i muscoli, almeno per tentare di porre rimedio alle numerose “emergenze” presenti nel Meridione.

Sarà un’idea vagamente fascista, ma, alla luce di quanto vi ho descritto e tutto quello che già sapete, mi sento di ribadire e rilanciare la mia linea di pensiero, che ho già espresso tante volte su questo blog: militarizzare immediatamente le “zone calde” del Sud. Palermo, Napoli, Caserta, Reggio Calabria, la Piana di Gioia Tauro, Crotone e tutte le aree su cui lo Stato, allo stato attuale, è costretto a “chiedere permesso” prima di entrare.

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La lunga battaglia di Pino Masciari

dicembre 18, 2008

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da www.strill.it

Senza scorta, senza quella protezione per la quale si sta battendo, Pino Masciari, il 49enne imprenditore calabrese che ha denunciato ‘ndrangheta e politica, barattando, di fatto, la possibilità di vivere un’esistenza tranquilla, normale, ha assistito quest’oggi, all’udienza, al cospetto del Tar del Lazio, relativa la decisione con la quale il Ministero dell’Interno ha deciso la revoca dal programma di protezione per i testimoni di giustizia per Masciari e per la sua famiglia. Quattro anni per sedersi davanti al giudice del Tar del Lazio: solitamente, dall’esposto, trascorrono sei-otto mesi.

Il 28 luglio 2004, infatti, viene notificato a Masciari di non potersi più recare in Calabria; pochi mesi dopo, l’1 Febbraio del 2005 Masciari viene escluso dal programma di protezione. Poi, il 18 settembre 2008, Alfredo Mantovano, presidente della Commissione Centrale di Protezione, l’organo politico-amministrativo cui spetta di decidere in merito all’ammissione dei testimoni alle speciali misure di protezione e di stabilire i contenuti e la durata delle stesse, comunica allo stesso Masciari la revoca della scorta per i suoi spostamenti, autorizzandolo “a muoversi in autonomia” da solo e con mezzi propri.

Pino Masciari protesta per ciò che gli è dovuto, per legge: 

l’articolo 16-ter della legge 82/’91, stabilisce infatti che il regime di protezione per i testimoni di giustizia debba protrarsi fino alla effettiva cessazione del pericolo, quale che sia lo stato e il grado del procedimento penale nel quale essi sono chiamati a deporre.

La legislazione sui testimoni di giustizia ha due anni fondamentali, separati da un decennio: il 1991 e il 2001.

La legge 13 febbraio 2001 n. 45 introduce nel nostro ordinamento specifiche norme a favore dei testimoni di giustizia. Le nuove disposizioni – inserite nell’impianto normativo originario della legge n. 82 del 1991 – delineano la figura del testimone di giustizia prevedendo specifiche misure di tutela e di assistenza. La legge del 1991 non conteneva alcuna distinzione tra il collaboratore di giustizia proveniente da organizzazioni criminali e il testimone.

“Un morto che cammina”, così è conosciuto Pino Masciari.

Una macabra definizione che dice tutto sui rischi corsi, ancora oggi, dall’imprenditore calabrese.

Per questo Pino Masciari, dopo essersi ribellato, con coraggio, alla ‘ndrangheta, lotta anche contro quello Stato che sembra non volerlo proteggere.

Pino Masciari è sottoposto, dal 18 ottobre 1997, a un programma di protezione per aver denunciato la ‘ndrangheta, ma anche le collusioni politiche con essa. La collaborazione di Pino Masciari inizia nel 1994, quando il Maresciallo Nazareno Lo Preiato, allora Comandante della Stazione dei Carabinieri di Serra San Bruno, raccoglie le prime, sommarie, denunce dell’imprenditore. E’ solo il primo passo di una collaborazione, quella di Masciari, con la Dda di Catanzaro. Una collaborazione che aiuterà gli inquirenti a far luce sul malaffare calabrese, ma che, fin da subito, sconvolge le vite di Pino Masciari e della moglie Marisa e dei loro due figli. Da allora la famiglia Masciari vive da “deportata” in una località protetta, lontana dalla propria terra e dai propri affetti, senza nessun cambiamento d’identità.

E questo nonostante la legge.

Secondo le normative sui testimoni di giustizia, la principale garanzia di sicurezza del testimone si ha nella condizione di maggior “anonimato” possibile. Così come il Decreto legislativo 29 marzo 1993, n. 119 introduce un’altra misura anagrafica finalizzata a garantire la sicurezza dei soggetti protetti: il cambio di generalità, con la creazione di una nuova posizione anagrafica nei registri di stato civile.

Si diceva, all’inizio, quattro anni per un’udienza.

Tanto ha dovuto aspettare Pino Masciari per far valere le proprie ragioni.

Ragioni di sicurezza prim’ancora che economiche. Questa la linea seguita, oggi, dalla famiglia Masciari, rappresentata dall’avvocato Pettini.

Anche qui, Pino Masciari si batte per qualcosa che gli spetta di diritto.

L’articolo 16-ter della legge sui testimoni di giustizia afferma infatti che le misure di assistenza devono essere volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello esistente prima dell’ingresso nel programma speciale di protezione.

Sul seguitissimo blog dell’imprenditore, www.pinomasciari.org, viene definita “inconsistente” la replica dell’Avvocatura di Stato.

E anche qui la legge, quella da “elle” maiuscola, se funzionasse, ci mette lo zampino.

Basta fare un banale copia e incolla dalla relazione sui testimoni di giustizia stilata dall’onorevole Angela Napoli nella scorsa Legislatura, per capire che c’è qualcosa che non quadra:

Circa la tutela legale dei testimoni l’art. 8, comma 10 del Regolamento sulle speciali misure di protezione (D.M. 161/2004) prevede che al testimone sia assicurata l’assistenza legale in tutti i procedimenti per la tutela di posizioni soggettive lese a motivo della collaborazione resa.

E quello di fronte al Tar del Lazio è, a tutti gli effetti, un procedimento “per la tutela di posizioni soggettive lese a motivo della collaborazione resa”.

In attesa della sentenza, l’udienza di oggi potrebbe rappresentare una svolta storica, proiettando verso una riforma della legislazione sui testimoni di giustizia.

Appena pochi mesi fa, Angela Napoli, nella sua relazione, approvata all’unanimità, scriveva così:

Occorre sottolineare che la Commissione parlamentare antimafia, nel prendere atto delle emergenze evidenziate e delle proposte di miglioramento del sistema raccolte durante le audizioni, ritiene necessario e urgente un più ampio e radicale rinnovamento.

La soluzione arriva, probabilmente, nelle ultime pagine della relazione dell’onorevole Napoli. E, prima di essere pratica, è concettuale, perché il testimone di giustizia deve

poter tracciare un bilancio positivo e gratificante della scelta compiuta, sia sotto il profilo della natura etica e civile, sia dal punto di vista del contributo e della cooperazione che ha fornito allo Stato, del quale deve sentirsi parte e non semplice assistito, per il contrasto alla criminalità e la tutela della giustizia.

Appunto.