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Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

Calabria: giornalisti di frontiera

febbraio 9, 2010

Gianluca Ursini ha scritto per PeaceReporter un articolo in cui si parla anche di me. Nel ringraziarlo immensamente per le parole dedicatemi vi copio e incollo il testo del pezzo:

Ad Antonino hanno bruciato l’auto. Due giorni dopo il suo 25esimo compleanno; sotto casa sua , a Reggio. Aveva scritto sul suo blog che dopo l’arresto di alcuni del clan De Stefano (un tempo il più potente in riva allo Stretto) fuori dalla Questura c’erano altri membri del clan, in teoria latitanti, a gridare ingiurie contro “Sbirri, mmerdi e cunfidenti”(la triade del disonore per un buon ‘ndranghetista). Era venerdì scorso. Domenica il suo ex collega di redazione al coraggioso giornale online Strill.it, Claudio Cordova, dall’alto dei suoi 23 anni, di cui 5 passati a seguire i processi di Ndrangheta tra Reggio, Palmi e Locri, ha parlato di “lupi e conigli”. Mafiosi che hanno l’istinto del lupo, e azzannano tutti coloro che osano alzare la testa contro di loro. Ma che agiscono come conigli. Seguono Antonino fin sotto casa, aspettano che vada a dormire, per cospargere la Fiat di benzina e appiccare fuoco. E il coraggio di scrivere questo, fa di Claudio un piccolo, grande uomo di 23 anni; il coraggio che tanti direttori di giornale, magari presidenti delle società pro ‘Ponte sullo Stretto’ Spa, in queste terre desolate non dimostrano da decenni. Antonino fa il blogger ora, e non fa altro che andare telecamera in spalla a seguire processi scomodi per blog scomodi, come quello di Di Pietro o di Beppe Grillo. Ultimamente sta seguendo ogni udienza del processo Dell’Utri sui legami tra politica e mafia.

“Fatevi i cazzi vostri”. Lo stesso coraggio del proprio mestiere dimostrato da Michele Albanese, redazione di Rosarno de “Il Quotidiano di Calabria”. Venti giorni fa ha ricevuto la busta coi proiettili, “Fatti i cazzi tòi”, oppure ti ammazziamo, era il succo. Perché aveva scritto degli interessi mafiosi dietro la cacciata dei neri dalla Piana di Gioia. Uguale la busta coi proiettili recapitata al giudice Giuseppe Lombardo dell’Antimafia di Reggio, con 4 proiettili il 24 gennaio: “Fatti i cazzi tòi, o fai la fine di Falcone”. Lombardo aveva fatto arrestare, in 4 anni, prima il capo latitante dei ‘dominanti’ De Stefano e, scalzati loro, Pasquale, capofamiglia dei Condello, detto U supremu, arrivato al vertice del potere ndranghetista. Come il procuratore di Crotone Pierpaolo Bruni, che ha aperto mille inchieste tra mafia e politica. E’ giovane, ha 30 anni, si muove in scooter; gli hanno fatto trovare due giorni or sono sul sellino due caricatori di P38 svuotati.E un messaggio di posta elettronica che minaccia morte. Tre settimane fa aveva fatto sequestrare beni per decine di milioni a diversi clan nell’operazione ‘Heracles’. Gente che ha il coraggio di non calare la testa davanti ai cani che stanno colonizzando una regione a raffiche di kalashnikov. Come Angela Corica, che scrive da Cinquefrondi, due passi da Rosarno, per “Calabria Ora”, giornale progressista. Un anno fa cinque colpi di pistola contro la sua auto.

Politici contro cemento e calcestruzzo Oppure ci sono i sindaci coraggio come Enzo Saccà a Santa Cristina d’Aspromonte, 4mila anime. Saccà è in predicato di guidare un consorzio di diversi comuni della provincia di Reggio, che vuole gestire i fondi pubblici senza inquinamenti mafiosi. Per lui una settimana fa, 5 proiettili in busta. Il sindaco non molla. Come non si era dimessa la giunta di Polistena, paesino vicino Rosarno, dopo che nel febbraio 2009 il sindaco aveva trovato un mazzo di crisantemi adagiato sul cofano del suo veicolo; segnali premonitori per chi non vuole collaborare con le ditte mafiose. O come non si era dimesso il sindaco di Villa San Giovanni Giancarlo Melito dopo che in un mese gli avevano prima bruciato una vettura, e poi fatto trovare dei candelotti inesplosi sul cofano della seguente. Il suo addetto stampa, Saro Bellé, uno che ha sempre fatto giornalismo per una corrente politica, ma con chiarezza contro le logiche spartitorie degli appalti, ci ha scherzato su: “Ho consigliato al sindaco i concessionari di seconda mano dove mi rivolgo io: a me ne hanno bruciate 3 in 5 anni, e nessuna assicurazione mi ripaga. Non me le posso permettere di prima mano”. Melito e la sua giunta non volevano il Ponte sullo Stretto e i miliardi di euro che finiranno nelle tasche delle cosche che producono calcestruzzo, costruiscono pilastri in cemento, sbancano colline e movimentano scarti e inerti.

Non è finita qui. Un messaggio per tutti i giovani professionisti, i praticanti, gli stagisti che si stanno affacciando alla professione giornalistica. Fate come Claudio Cordova a Antonino Monteleone, come Angela Corica, come tanti altri ragazzi del Sud. Molto più di uno stage in un grande giornale, vi sarebbe utile venire qui. Giù, al Sud.
Venite tutti in Calabria, in Sicilia. proverete la sensazione appagante di ‘esserci dentro’, qui e ora, di vivere finalmente il giornalismo come impegno. E’ questa la prima linea, è qui che bisogna essere. Capirete che i boss temono tanto le nostre tastiere e le nostre pennette Usb, quanto i sequestri dei loro beni disposti dalle procure. Finché ci sarà gente come Claudio e Antonino pronta sul Web a fare ‘’nomi, cognomi e soprannomi” dei tre giudici della Procura generale reggina che prima erano disposti a scarcerare su richiesta i boss delle cosche.

Le nostre pennette, le nostre tastiere, valgono tanto quanto i loro bazooka, i kalashnikov, gli Uzi, le Glock e le P38 e le lupare calibro 12. Come ci ha insegnato il sacrificio di un ragazzo 25enne vent’anni or sono: Giancarlo Siani.

Un nome, una garanzia

ottobre 16, 2008

Un anno fa, a quest’ora, mi trovavo, in “missione” per TeleReggio, insieme ad Antonino Monteleone, a Locri, per la commemorazione del secondo anniversario della morte di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale, assassinato dalla ‘ndrangheta nel 2005. A distanza di 365 giorni Locri ricorda, ancora, l’onorevole Fortugno, mentre il processo contro presunti mandanti ed esecutori va avanti con buon ritmo, tanto da farmi sperare nella sentenza di primo grado entro la fine dell’anno.

A distanza di 365 giorni io sono qui a scrivere, per ricordare Franco Fortugno.
365 giorni fa, Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno, era già indagata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per questioni inerenti il suo passato incarico (sino all’elezione in Parlamento) di Responsabile del Personale – Vice Direttore Sanitario di quella Asl di Locri sciolta per infiltrazione mafiosa, avvenuta dopo l’omicidio di Franco Fortugno.

Avanzando nel tempo, il nome di Maria Grazia Laganà, peraltro, compare anche nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Onorata Sanità” che portò in carcere, tra gli altri, il consigliere regionale, Domenico Crea, tuttora detenuto.

Ma, nonostante tutto, Maria Grazia Laganà di strada ne fa parecchia: eletta in Parlamento, componente della Commissione Parlamentare Antimafia (!), eletta nuovamente in Parlamento.

Non male.

Lunedì, però, la Polizia di Stato arresta, tra gli altri, ex sindaco e vicesindaco di Gioia Tauro e sindaco di Rosarno in un’operazione contro il potentissimo clan Piromalli.
Anche nell’ordinanza di custodia cautelare che porta in carcere Dal Torrione, Gioacchino Piromalli e tutto il cucuzzaro appare il nome Maria Grazia Laganà Fortugno. E la tematica è piuttosto delicata: si parla della Commissione d’accesso che avrebbe indagato e poi sciolto, per mafia, il consiglio comunale di Gioia Tauro, tuttora commissariato.

Intercettazione telefonica del 21.02.2008 – ore 10.40
Fabio chiama il sindaco Dal Torrione Giorgio per dirgli che ha avuto la notizia della proroga firmata  ieri sera anche se non sa per quanti altri giorni, che bisogna stare con gli occhi aperti ma che comunque è un dato  positivo altrimenti avrebbero già chiuso il discorso. Il sindaco commenta: “se no ci avrebbero fatto il culo  a cappello di prete!”. Fabio continua il discorso sulle vicende che riguardano il sindaco e che sta seguendo tramite giornali. Fabio chiede dello scioglimento della giunta e se non sarebbe bastato che si dimettesse il personaggio equivoco. Dal Torrione risponde che questo soggetto non si è dimesso e lui ha dovuto azzerare la giunta anche per dare un segnale di trasparenza. L’intenzione del sindaco è di mettere su una giunta di transizione composta da tecnici esterni. Fabio chiede di Nicola, Dal Torrione risponde che deve aspettare che si chiarisca il problema prima di farlo rientrare.

 
Ho dimenticato di dirvi che Fabio chiama dall’utenza intestata a Laganà Fortugno Maria Grazia: va bene, ma chi è Fabio? Fabio è, udite udite, il fratello di Maria Grazia Laganà. E’ la stessa Maria Grazia Laganà ad affermarlo.

Viva la sincerità!

Peccato che l’onorevole Laganà definisca quella del fratello “una leggerezza”.
La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, invece, interpreta in maniera leggerisssssssssssimamente diversa la telefonata del 21 febbraio del 2008 tra “Fabio” e l’allora sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione:

Particolarmente significativa la superiore conversazione, almeno per due ordini di motivi.
Il primo è quello relativo alla esigenza ed alle iniziative che il DAL TORRIONE ha adottato per ritardare al massimo l’accesso della Commissione, al punto che il “Fabio”, membro della segreteria dell’On. LAGANA’ si affretta a chiamarlo per comunicargli della proroga. E non manca di sottolineare il valore positivo della cosa, segno evidente del fatto che ben sa come tale risultato fosse particolarmente desiderato dal DAL TORRIONE.
Il secondo è quello relativo al timore manifestato da entrambi gli interlocutori con riferimento agli esiti del lavoro della Commissione, su cui essi mostrano di voler intervenire, quanto meno per ritardarne l’inizio dei lavori.

 
Ma io, oggi, volevo solo ricordare Franco Fortugno.

L’avvocato della mala

settembre 16, 2008

A Palermo c’è un avvocato che si chiama Domenico Salvo.

Cura l’interesse di due signori, fratelli: Giuseppe e Filippo Graviano.

Costoro, per chi non lo sapesse, sono stati sbattuti in carcere per mafia: tra le tante accuse contestate anche quelle di essere gli esecutori materiali dell’omicidio di don Pino Puglisi e di aver partecipato alla strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino.

Domenico (Memì) Salvo, essendo il curatore degli interessi dei fratelli Graviano sposta con grande disinvoltura ingenti quantità di capitali per tutta Europa, arrivando, come spesso accade, in quell’angolo di paradiso chiamato Lussemburgo. Viene arrestato e condannato definitivamente per mafia. Sconta la pena, ma sente impellente il desiderio di “battersi per la giustizia” e di ritornare a fare l’avvocato.

Viene riabilitato il 14 novembre del 2006. Un rapporto della Questura di Palermo testimonia la buona condotta dopo l’uscita dal carcere e il magistrato di Sorveglianza, avvalendosi del parere positivo della Procura Generale di Palermo, dà l’ok: Domenico Salvo può tornare a fare l’avvocato, nonostante abbia una condanna per mafia nel proprio curriculum vitae.

Misteri italiani.

Salvo, comunque, per la nuova iscrizione, fugge da Palermo per iscriversi al Foro di Locri, dove, esaminati i documenti del caso, il presidente Maio non può che dare parere positivo.

La domande sorgono spontanee: come è possibile che un uomo possa esercitare la professione di avvocato, un uomo di legge, con una condanna così grave come quella per associazione mafiosa? E poi: perchè Memì Salvo, siciliano, sceglie di iscriversi a Locri e non a Palermo o in qualsiasi altro foro della Sicilia?

Il presidente del Foro di Locri dice perchè Salvo ha scelto di lavorare a Gioiosa Jonica, presso l’avvocato Sandro Furfaro che conosceva da tempo.

Ma forse, dico, FORSE, c’è dell’altro.