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Perchè Berlusconi si salverà ancora

maggio 20, 2009

berlusconi

L’avvocato inglese David Mills è stato condannato in primo grado nello scorso febbraio: 4 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari. Secondo i giudici, che in questi giorni hanno depositato le motivazioni della sentenza di condanna, Mills avrebbe mentito per scagionare il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. L’inchiesta, che tirava in ballo anche il Cavaliere, nel 2004 aveva visto lo stesso avvocato Mills ammettere ai pubblici ministeri di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Berlusconi: le tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian.

Ma, l’abc del diritto dice che se c’è un corrotto, c’è anche un corruttore. Quel corruttore che i giudici di Milano Gandus, Dorigo e Caccialanza avrebbero individuato in Silvio Berlusconi.

La posizione del Premier, però, è stata stralciata dal processo grazie al Lodo Alfano, che, nel luglio 2008, ha sancito la sospensione dei processi per le prime quattro cariche dello Stato.

E se, per una volta, le parole di Antonio Di Pietro, che invita Berlusconi alle dimissioni, hanno un senso, il più comico di tutti è, come spesso accade, Dario Franceschini, il segretario del Partito Democratico.

Leggiamo insieme questo lancio di agenzie di ieri:

Berlusconi “venga in Parlamento, ma venga a dire: rinuncio ai privilegi del lodo Alfano e mi sottopongo a un giudizio come tutti i normali cittadini”. E’ la richiesta del segretario del Partito democratico, Dario Franceschini, che commenta così la condanna di David Mills per falsa testimonianza in favore del premier. Una sentenza, a suo avviso, “che dimostra in modo purtroppo incontestabile il coinvolgimento del presidente del Consiglio e allo stesso modo che la legge Alfano è stata fatta apposta per sottrarlo al giudizio”.

“Berlusconi rinunci al Lodo Alfano”. Suona bene.

A parte la musicalità, però, Franceschini dovrebbe chiedersi e spiegare il senso delle sue richieste.

Quello che forse il segretario del Pd non sa è che Berlusconi, il corruttore Berlusconi, secondo quanto dicono i giudici, è ormai intoccabile.

Berlusconi non deciderà mai e poi mai di privarsi dello scudo, assai resistente, del Lodo Alfano. Potrebbe avvenire un’altra cosa, però: potrebbe succedere, anzi, è assai probabile che succeda, che la Consulta, a fine 2009, prenda in mano le carte del Lodo Alfano e le faccia in mille pezzettini, come già accaduto, nel 2004, per il Lodo Schifani.

Questo accadrà però quando all’inizio del 2010 mancheranno pochi giorni e l’eventuale processo a Berlusconi dovrebbe partire da zero, perchè i tre giudici che hanno condannato Mills sarebbero “incompatibili” (un vocabolo sempre di moda quando ci sono toghe di mezzo) a giudicare il Premier.

In quel caso la difesa di Berlusconi (rappresentata da quel Niccolò Ghedini che non è per niente fesso) avrebbe tutto il diritto di riascoltare i 22 testimoni che sono serviti a condannare Mills e chissà quanti altri. E i tempi della giustizia, si sa, sono lunghi assai. E comunque sarebbe solo il primo grado di giudizio!

Nel frattempo i mesi passerebbero e la legge n.251 del 5 dicembre 2005, la cosiddetta ex-Cirielli, farebbe il resto:

La prescrizione estinguerà il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorchè puniti con la sola pena pecuniaria.

In parole povere, la prescrizione scatta dopo dieci anni dal presunto reato: e i fatti che sarebbero contestati a Berlusconi, che poi sono gli stessi che hanno portato alla condanna di Mills, si riferiscono al 2000.

Fate un po’ due calcoli…

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Le sue prigioni

gennaio 24, 2009

alfano

Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha annunciato che il problema delle galere che “scoppiano” non verrà più risolto con indulti e amnistie, ma con l’edificazione di nuove carceri.

Il Consiglio dei Ministri, infatti, ha dato il via libera al “piano carceri”. Esso dovrà essere presentato entro 60 giorni, gli edifici dovranno essere “ecocompatibili” e per la loro costruzione il governo ha previsto anche il ricorso ai privati. Il provvedimento, ha spiegato poi il Guardasigilli, sarà inserito come emendamento nel decreto “milleproroghe”.

E’ una buona proposta.

Confermo: se non fosse per il Lodo Alfano, che definisco con certezza una vergogna, ma che, con altrettanta certezza, definisco un “male minore” nello sgangherato e corrotto mondo giudiziario italiano, l’attuale Guardasigilli, per il lavoro fin qui svolto, sarebbe da me promosso a pieni voti.

Mi riservo, comunque, il diritto di modificare decisamente il mio giudizio qualora Alfano dovessere rendersi correo della riforma-vergogna sulle intercettazioni telefoniche o di qualsiasi altra porcata “made in Silvio”.

Ritornando alle carceri: i posti disponibili dovrebbero passare dagli attuali 43mila agli oltre 60mila.

E’, sulla carta, una buona idea, che segna uno stacco piuttosto marcato rispetto alle scelte buoniste del passato, sulle quali forzisti e comunisti (buon’anime) hanno, per la prima volta, trovato un punto d’unione.

Accanto alle buone idee, però, Alfano continua a ignorare i problemi reali: in Calabria, per esempio, vi sono strutture già completate e mai utilizzate che, qualora fossero aperte alle attività, permetterebbero di tagliare (e anche di parecchio) costi e tempi. Vi riporto una notizia:

Nella sola provincia di Vibo Valentia, una tra le piu’ giovani e le piu’ piccole, meno di 200.000 abitanti, vi sono tre strutture carcerarie nuove di zecca, mai utilizzate, senza contare quelle dismesse. Costruite ad iniziare dagli anni ’80: una nel comune di Soriano, l’altra in quello di Arena e un’altra ancora a Mileto, a suon di miliardi non sono entrate appunto mai in funzione a causa della soppressione delle preture. A denunciarlo e’ l’associazione antimafia “Libera”, tramite il suo presidente provinciale, il sacerdote Giuseppe Fiorillo. “Adesso che il problema della popolazione carceraria e’ nuovamente scoppiato in tutta la sua drammaticita’ – si legge in una nota – a causa del sovraffollamento ed il ministro Alfano non sa come affrontarlo, i sindaci di quei comuni interessati che si sono visti appioppare sulle spalle quegli inutili fardelli, si chiedono perche’ quelle strutture debbono marcire quando invece potrebbero essere utilizzati per snellire l’affollamento del sistema penitenziario”.

Senza poi dimenticare il carcere di Arghillà, a Reggio Calabria.

Ma, per ora, Alfano si è fermato alle chiacchiere.

Ne riparliamo tra 60 giorni quando (si spera) le stesse chiacchiere si saranno trasformati in atti concreti.

Quando vuole è bravo

dicembre 15, 2008

Qualcuno magari non ha avuto modo di gustarselo giovedì scorso. Questo video di una decina di minuti circa vi dimostrerà quanto sia bravo (probabilmente il migliore) Marco Travaglio quando non parla di Berlusconi, Schifani, di conflitto di interessi, di lodo Alfano, ecc.ecc.

In questi dieci minuti Travaglio racconta in maniera breve, ma assai precisa, quello che aveva scoperto Luigi De Magistris a Catanzaro, parla dell’inchiesta Poseidone sugli impianti che avrebbero dovuto depurare le acque calabresi, parla dell’inchiesta “Why not”, che, per quello che si è speso, avrebbe dovuto rendere la Calabria la regione più informatizzata d’Italia, parla dei rapporti di Antonio Saladino con la politica, spiega perchè Luigi De Magistris è stato mandato via da Catanzaro.

Perchè aveva ragione.

Parla anche di Clementina Forleo, parla degli sprechi italiani nel settore dei trasporti, Salerno-Reggio Calabria e Ponte sullo Stretto, parla di finanziamenti europei che non servono a nulla se non ad arricchire pochi malavitosi.

Un bello, e, purtroppo, raro esempio di giornalismo.

Nei colloqui scolastici, parlando di me, ai miei genitori dicevano sempre “E’ bravo, ma non si applica”.

Un discorso analogo, con qualche sfumatura, vale anche per Travaglio: “E’ bravo, ma si applica male”.

L’ossessione per Berlusconi ha, in passato, appiattito l’ottima preparazione di Travaglio.

La appiattirà anche in futuro.

Vedremo il miglior Travaglio quando Berlusconi sarà uscito definitivamente dalla scena politica italiana.

Per Travaglio e per tutti noi, speriamo presto.

Professione vacanze

novembre 18, 2008

professione_vacanze

Leggo che il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria ha vietato la lettura dei giornali locali ai detenuti in regime di 41bis.

Questa la spiegazione fornita da un lancio dell’Ansa:

…in seguito a indagini scaturite dalle minacce rivolte da boss detenuti a giornalisti o imprenditori, alcuni dei quali sono adesso sotto scorta. Molti mafiosi risultano abbonati a giornali della propria citta’ che ricevevano ogni giorno in cella prima che entrasse in vigore il divieto.

Niente paura, però: Santo Araniti, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato (27 agosto 1989), potrà leggere in santa pace, davanti a una buona tazza di caffè, le pregevoli e coraggiose inchieste di Gazzetta del Sud.

Giuro che è vero!

Il carcere, soprattutto per chi se lo merita, sta diventando una barzelletta, come quelle raccontate da Jerry Calà & C. nella fortunata serie “Professione Vacanze”: Santo Araniti, alleato del Supremo Pasquale Condello (anch’egli condannato per l’omicidio Ligato), non è più rinchiuso in regime di 41bis:

Lo ha deciso la Cassazione respingendo il ricorso del Procuratore della Corte di Appello di Torino che chiedeva, appoggiato dal parere favorevole espresso dal Ministero della Giustizia, il ripristino del ‘carcere duro’ per Araniti a causa della sua perdurante pericolosita’ e del ruolo di capocosca che tuttora ricoprirebbe. Senza successo il Pg di Torino ha sostenuto – nel suo ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale di sorveglianza del capoluogo piemontese che a gennaio ha revocato il 41 bis ad Araniti – che la cosca del boss ”e’ tuttora attiva, che perdura la latitanza di Pasquale Condello (ai tempi ancora uccel di bosco, ndr), sodale di Araniti e complice dell’omicidio Ligato, che Araniti e’ indagato per concorso in un altro omicidio”.

Del resto, se Santo Araniti è nato il 25 aprile (classe ’47) un motivo ci sarà.

Lo spessore criminale di Santo Araniti è percepibile fin dai tempi del processo Olimpia, fino ad arrivare, poi, all’operazione Bless, di un anno e mezzo fa.

Santo Araniti è, per esempio, l’esecutore materiale dell’agguato a Sebastiano Utano, del 12 dicembre del 1975 in cui perse la vita la figlioletta di quest’ultimo.

Giuseppina, tre anni.

Già condannato per detenzione di armi, estorsione e traffico di droga, Santo Araniti è il reggente dell’omonima cosca di Sambatello.

Per avvalorare la mia tesi vi propongo questa notizia dello scorso 22 maggio:

Beni per un valore di due milioni e 750 mila euro sono stati confiscati dalla Dia di Reggio Calabria a due presunti affiliati alla ‘ndrangheta.  G.C. indicato dalla Dia come elemento di spicco delle cosca Libri e capo del gruppo criminale dominante nel quartiere San Giorgio Extra di Reggio Calabria, accusato di avere gestito un traffico di droga con il Brasile, dove il suo gruppo criminale avrebbe una base operativa. C. A. secondo l’accusa, sarebbe un prestanome del boss Santo Araniti, con una partecipazione diretta in attivita’ di traffico di droga ed usura. le forze dell’ordine hanno confiscato un fabbricato di cinque piani ed un terreno in localita’ San Giorgio di Reggio Calabria, tre appartamenti ed un edificio di cinque piani. 

Insomma, come si dice in gergo, Santo Araniti, anche da dietro le sbarre è “unu chi cunta”.

Insieme a lui, però, escono dal regime di carcere duro anche altri illustri personaggi della ‘ndrangheta (ma anche esponenti di mafia e camorra): Giuseppe Iamonte, Fioravante Abbruzzese e Mario Pranno,  Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà (per questi ultimi il regalo risale alla scorsa estate).

Insomma, il carcere si trasforma in villaggio turistico, tanto per ritornare a “Professione vacanze: “libidine, doppia libidine…libidine coi fiocchi!”

Tutto mentre il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si dimena riuscendo a rispedire in 41bis il solo Antonino Madonia, uno dei mandanti dell’omicidio del generale Dalla Chiesa, e l’emendamento sul nuovo 41 bis, approvato all’ unanimità nei giorni scorsi dalla commissione Giustizia e Affari costituzionali del Senato, deve ancora andare in aula.

Ma, francamente me ne infischio e corro dal consigliere regionale Maurizio Feraudo a firmare contro il lodo Alfano: peccato che si possa fare solo una volta… Non c’è gusto!

Terre senza speranza

novembre 14, 2008

provenzano

Ritorno a parlare di ‘ndrangheta, mafia e camorra. Da qualche giorno non lo facevo e qualcuno si era già insospettito.

Nonostante l’incipit tutt’altro che serio, voglio riflettere ad alta voce di cose gravi: per quanto mi riguarda Calabria e Campania sono due regioni oramai perdute.

Sono terre senza speranza.

Discorso a parte merita, invece, la Sicilia dove, anche nei miei sporadici viaggi universitari, riesco a “intercettare” una vitalità maggiore, una voglia di reagire alle logiche mafiose che in Calabria, vivendoci, non vedo e che in Campania, documentandomi, vedo ancor meno.

La Sicilia, Palermo in particolare, roccaforte della mafia, è quella terra che, all’indomani dei vergognosi murales che inneggiavano alla figura di Matteo Messina Denaro, rispondeva con le immagini, le icone, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Le loro idee camminano con le noste gambe”.

Le idee di Falcone e Borsellino erano e sono idee sane, come sono sane le idee di molti personaggi, magistrati e non (penso a don Ciotti) che operano in Calabria.

Ma in Calabria le idee non camminano con le gambe di nessuno, o quasi. La Calabria, da questo punto di vista, è una terra di paralitici, dove in pochissimi hanno la voglia e il coraggio di mettere in discussione uno status quo deviato, fatto di ingiustizie e di oppressione.

A Palermo, dopo l’arresto di Provenzano, di fronte alla Questura c’erano centinaia di persone che esultavano per la vittoria dello Stato e sputavano nei confronti dell’oppressore.

A Reggio Calabria, in occasione dell’arresto di Pasquale Condello, c’erano solo quindici giornalisti, poco più.

Io c’ero e, oltre a prendere appunti, riflettevo.

La Calabria convive (e qui mi rifaccio al poeta) con la ‘ndrangheta e il malaffare.

A Crotone, per esempio, i bambini studiano e giocano su rifiuti nocivi, ma praticamente nessuno è sceso in piazza per protestare.

I giornalisti si limitano a riportare la notizia, copiata da qualche comunicato, ma sono poche le “penne” che provano a dire qualcosa, che provano a creare movimenti di opinione sani.

Penso a Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, autori coraggiosi de “La società sparente”.

Trattati come dei traditori, degli infami, dei nemici.

In Campania va anche peggio: Roberto Saviano, 29 anni, è costretto a vivere sotto scorta giorno e notte per aver denunciato la cappa camorristica che si stende su Casal di Principe, ma, in generale, su tutta la regione.

I giornalisti, le persone in generale, si dividono in due categorie: chi prova, tenta disperatamente, di dire qualcosa (e può non riuscirci per mancanza di capacità, magari) e chi, invece, rinuncia a priori a ogni forma di dissenso, di riflessione.

Un’autocastrazione, fondamentalmente.

Un’autocastrazione assecondata, anzi incoraggiata, dal resto della società: se scrivi, se gridi, se ti arrabbi, nella migliore delle ipotesi sei solo “uno che non ha un cazzo da fare”.

Per questo dico che il coraggio è merce rara. Come è merce rara l’intelligenza: l’intelligenza di capire che ribellarsi con forza e decisione darebbe un senso più profondo alla vita di tutti noi.

La politica non aiuta di certo. Se il valente consigliere regionale Maurizio Feraudo, anzichè raccogliere firme sul lodo Alfano, le raccogliesse per le premature (e scandalose) scarcerazioni di Carmelo e Antonino Iamonte, oppure per fare in modo che vicende come quella di Silvio Farao non si ripetano più, farebbe una cosa molto più sensata e “onorevole”.

Calabria e Campania: si tratta di terre rubate, delle quali i cittadini onesti non reclamano la legittima proprietà.

Ma delle mie cose io sono parecchio geloso e, nel mio piccolo (minuscolo, direi), continuerò a scrivere.

Perchè ci credo in primis, e perchè mi sembra l’unico modo a mia disposizione di ringraziare quanti si impegnano sul serio nella lotta alla criminalità organizzata: a cominciara da Falcone e Borsellino, passando per don Ciotti, fino ad arrivare ai carabinieri del Ros che hanno arrestato, alcuni mesi fa, Pasquale Condello.

Anche se questi post sono i tipici articoli da “nessun commento”.

Lodo Iamonte

ottobre 10, 2008

La vita, si sa, è fatta di priorità.

L’Italia dei Valori (quali?) sta raccogliendo le firme per l’istituzione di un referendum popolare che possa abrogare il Lodo Alfano, quella leggina che ha tolto non pochi impacci a Re Silvio. Vedo il consigliere regionale del partito di Tonino Di Pietro, Maurizio Feraudo, sgolarsi per pubblicizzare l’evento. Domani, invece, la sinistra (o quel che resta di essa) sarà a Roma per protestare contro il Governo Berlusconi e anche contro il già citato Lodo Alfano, che ricopre di vergogna l’intera Penisola.

Eh già, il vero problema della Giustizia, come ci insegna Marco Travaglio, è il Lodo Alfano.

Faccio presente al consigliere Feraudo, al segretario regionale del Pdci, Michelangelo Tripodi (che ha annunciato la propria presenza a Roma) e anche al baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio, che, appena due giorni fa, il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare (un anno) Carmelo Iamonte, figlio del boss Natale, ritenuto dagli investigatori reggente della cosca di Melito Porto Salvo. Coraggio scandite tutti insieme a me: IA-MON-TE! Scarcerato per l’eccessiva lunghezza del processo “Ramo Spezzato”, scaturito dall’operazione condotta dai pm Santi Cutroneo e Antonio De Bernardo.

Per questi orrori della Giustizia italiana, Feraudo non raccoglie firme, Tripodi non va a Roma e Travaglio non ci propina nemmeno dieci secondi dei propri soliloqui.

Peccato per questa scarcerazione, mi ero quasi convinto che il vero problema della Giustizia italiana fosse il Lodo Alfano…

Del resto, come dicevo, la vita è fatta di priorità.

A grande richiesta

luglio 8, 2008

Leggevo di dipendenza da pornografia. Credo si trattasse proprio di un cittadino italiano: un tizio lavorava tutto il giorno, poi tornava a casa e trascorreva tutta la nottata a girovagare sui vari siti porno che l’etere offre agli appassionati.

Su questo blog, invece, c’è la dipendenza da Re Silvio, e, siccome “il cliente ha sempre ragione”, eccomi qui a parlare del beniamino di tutti voi.

A ciascuno il suo, diceva qualcuno.

Spero solo che, come per quel tizio di cui sopra, l’atto finale, per spegnere il fuoco che arde in voi, non sia la masturbazione.

Comunque sia, de gustibus non disputandum est, diceva qualcun altro.

Di che parlare? Della salva premier? Ma no, è roba vecchia e poi su tale argomento si sono espressi già due giudici, molto più competenti di me.

Il primo, l’antipaticissimo Bruno Tinti, ha dichiarato al Corriere della Sera quanto segue: «Sfoltirebbe d’un colpo il mio lavoro del 50%. E non sarebbe così ingiusta perché non varrebbe per i nuovi reati (da metà giugno del 2002)”.

Il secondo, l’ottimo Giuseppe Ayala, ha dichiarato al sito opinione.it, quanto segue: “… il buon senso detta una cosa sola: dobbiamo chiedere l’immediata sospensione dei processi a carico di Berlusconi, promuovendo una norma che congeli i tempi di prescrizione finché rimane in carica il governo”.

Dovrei parlare del “Lodo Alfano”, quello sul quale nemmeno il Pd riesce a mettersi d’accordo? Dovrei parlare della calendarizzazione scelta da Fini per la votazione del predetto lodo? Ma se Casini, che fa parte dell’opposizione (almeno per ora), ha definito “impeccabile” il comportamento del presidente della Camera. Dovrei parlare di quel bandito di Di Pietro, che si è dimesso dalla magistratura per non essere arrestato e ora fa il Masaniello? Meglio di no…

Meglio parlare di Re Silvio.

Per esempio, guardate quant’è bello in questa foto: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/baci-berlusconi/5.html

Discutiamone.

Evviva l’antimafia!

luglio 2, 2008

I giudici del tribunale di sorveglianza di Torino hanno revocato il regime di carcere duro previsto dal 41-bis per il boss mafioso Antonino Madonia. L’istanza accolta dal tribunale piemontese è datata. “Già una prima volta il tribunale aveva revocato il 41 bis al mio assistito – spiega il legale di Madonia, Giovanni Anania, ad Apcom – ma il Ministero lo aveva riapplicato dopo 2 giorni. Spero che adesso il Ministero non lo ripristini nuovamente nonostante la decisione dei giudici di Torino, così il mio assistito potrà scontare la pena serenamente”. “Quando un cittadino è privato della libertà ogni ulteriore restrizione è una angheria”, prosegue l’avvocato Giovanni Anania. Antonino ‘Nino’ Madonia da due anni non è più detenuto a Torino, ma sconta la pena nel carcere Rebibbia di Roma. Antonino Madonia sconta varie condanne all’ergastolo inflittegli per gli omicidi del giudice Rocco Chinnici, dei commissari di polizia Montana e Cassarà, per la “strage delle circonvallazione” a Palermo, ma anche per delitti avvenuti durante la cosiddetta ‘guerra di mafia’. (Apcom)

Questa è la tolleranza zero e la lotta senza quartiere che una parte dei giudici mette in atto.

Ma, d’altronde, Nino Madonia è un pesce piccolo: in fondo è stato solo condannati, tra gli altri reati del proprio palmares, per gli omicidi Chinnici e Cassarà…

L’unica speranza per avere, almeno in questo caso, una giustizia seria e vera è, adesso, il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Sì, quello del lodo…