Posts Tagged ‘mafia e politica’

Calabria: giornalisti di frontiera

febbraio 9, 2010

Gianluca Ursini ha scritto per PeaceReporter un articolo in cui si parla anche di me. Nel ringraziarlo immensamente per le parole dedicatemi vi copio e incollo il testo del pezzo:

Ad Antonino hanno bruciato l’auto. Due giorni dopo il suo 25esimo compleanno; sotto casa sua , a Reggio. Aveva scritto sul suo blog che dopo l’arresto di alcuni del clan De Stefano (un tempo il più potente in riva allo Stretto) fuori dalla Questura c’erano altri membri del clan, in teoria latitanti, a gridare ingiurie contro “Sbirri, mmerdi e cunfidenti”(la triade del disonore per un buon ‘ndranghetista). Era venerdì scorso. Domenica il suo ex collega di redazione al coraggioso giornale online Strill.it, Claudio Cordova, dall’alto dei suoi 23 anni, di cui 5 passati a seguire i processi di Ndrangheta tra Reggio, Palmi e Locri, ha parlato di “lupi e conigli”. Mafiosi che hanno l’istinto del lupo, e azzannano tutti coloro che osano alzare la testa contro di loro. Ma che agiscono come conigli. Seguono Antonino fin sotto casa, aspettano che vada a dormire, per cospargere la Fiat di benzina e appiccare fuoco. E il coraggio di scrivere questo, fa di Claudio un piccolo, grande uomo di 23 anni; il coraggio che tanti direttori di giornale, magari presidenti delle società pro ‘Ponte sullo Stretto’ Spa, in queste terre desolate non dimostrano da decenni. Antonino fa il blogger ora, e non fa altro che andare telecamera in spalla a seguire processi scomodi per blog scomodi, come quello di Di Pietro o di Beppe Grillo. Ultimamente sta seguendo ogni udienza del processo Dell’Utri sui legami tra politica e mafia.

“Fatevi i cazzi vostri”. Lo stesso coraggio del proprio mestiere dimostrato da Michele Albanese, redazione di Rosarno de “Il Quotidiano di Calabria”. Venti giorni fa ha ricevuto la busta coi proiettili, “Fatti i cazzi tòi”, oppure ti ammazziamo, era il succo. Perché aveva scritto degli interessi mafiosi dietro la cacciata dei neri dalla Piana di Gioia. Uguale la busta coi proiettili recapitata al giudice Giuseppe Lombardo dell’Antimafia di Reggio, con 4 proiettili il 24 gennaio: “Fatti i cazzi tòi, o fai la fine di Falcone”. Lombardo aveva fatto arrestare, in 4 anni, prima il capo latitante dei ‘dominanti’ De Stefano e, scalzati loro, Pasquale, capofamiglia dei Condello, detto U supremu, arrivato al vertice del potere ndranghetista. Come il procuratore di Crotone Pierpaolo Bruni, che ha aperto mille inchieste tra mafia e politica. E’ giovane, ha 30 anni, si muove in scooter; gli hanno fatto trovare due giorni or sono sul sellino due caricatori di P38 svuotati.E un messaggio di posta elettronica che minaccia morte. Tre settimane fa aveva fatto sequestrare beni per decine di milioni a diversi clan nell’operazione ‘Heracles’. Gente che ha il coraggio di non calare la testa davanti ai cani che stanno colonizzando una regione a raffiche di kalashnikov. Come Angela Corica, che scrive da Cinquefrondi, due passi da Rosarno, per “Calabria Ora”, giornale progressista. Un anno fa cinque colpi di pistola contro la sua auto.

Politici contro cemento e calcestruzzo Oppure ci sono i sindaci coraggio come Enzo Saccà a Santa Cristina d’Aspromonte, 4mila anime. Saccà è in predicato di guidare un consorzio di diversi comuni della provincia di Reggio, che vuole gestire i fondi pubblici senza inquinamenti mafiosi. Per lui una settimana fa, 5 proiettili in busta. Il sindaco non molla. Come non si era dimessa la giunta di Polistena, paesino vicino Rosarno, dopo che nel febbraio 2009 il sindaco aveva trovato un mazzo di crisantemi adagiato sul cofano del suo veicolo; segnali premonitori per chi non vuole collaborare con le ditte mafiose. O come non si era dimesso il sindaco di Villa San Giovanni Giancarlo Melito dopo che in un mese gli avevano prima bruciato una vettura, e poi fatto trovare dei candelotti inesplosi sul cofano della seguente. Il suo addetto stampa, Saro Bellé, uno che ha sempre fatto giornalismo per una corrente politica, ma con chiarezza contro le logiche spartitorie degli appalti, ci ha scherzato su: “Ho consigliato al sindaco i concessionari di seconda mano dove mi rivolgo io: a me ne hanno bruciate 3 in 5 anni, e nessuna assicurazione mi ripaga. Non me le posso permettere di prima mano”. Melito e la sua giunta non volevano il Ponte sullo Stretto e i miliardi di euro che finiranno nelle tasche delle cosche che producono calcestruzzo, costruiscono pilastri in cemento, sbancano colline e movimentano scarti e inerti.

Non è finita qui. Un messaggio per tutti i giovani professionisti, i praticanti, gli stagisti che si stanno affacciando alla professione giornalistica. Fate come Claudio Cordova a Antonino Monteleone, come Angela Corica, come tanti altri ragazzi del Sud. Molto più di uno stage in un grande giornale, vi sarebbe utile venire qui. Giù, al Sud.
Venite tutti in Calabria, in Sicilia. proverete la sensazione appagante di ‘esserci dentro’, qui e ora, di vivere finalmente il giornalismo come impegno. E’ questa la prima linea, è qui che bisogna essere. Capirete che i boss temono tanto le nostre tastiere e le nostre pennette Usb, quanto i sequestri dei loro beni disposti dalle procure. Finché ci sarà gente come Claudio e Antonino pronta sul Web a fare ‘’nomi, cognomi e soprannomi” dei tre giudici della Procura generale reggina che prima erano disposti a scarcerare su richiesta i boss delle cosche.

Le nostre pennette, le nostre tastiere, valgono tanto quanto i loro bazooka, i kalashnikov, gli Uzi, le Glock e le P38 e le lupare calibro 12. Come ci ha insegnato il sacrificio di un ragazzo 25enne vent’anni or sono: Giancarlo Siani.

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A settembre discussione su legge Lazzati su voto di scambio. Muro trasversale contro Angela Napoli, prima firmataria

agosto 28, 2009

commissionegiustizia

da www.strill.it

Se il 15 settembre la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati dovesse arrivare a una soluzione condivisa, dando un forte impulso, dopo sedici anni di nulla, al disegno di legge Lazzati, il merito sarà soprattutto dell’onorevole Angela Napoli del Popolo della Libertà.

E’ la deputata calabrese, infatti, la relatrice e prima firmataria della proposta, che si dipana in tre articoli: l’onorevole Napoli ha elaborato una proposta assai incisiva per tentare di estirpare la collusione di politici che, soprattutto nelle regioni meridionali, si appellano al capocosca di turno per rastrellare voti utili per l’elezione in consiglio comunale, in quello regionale o, addirittura, in Parlamento. Il disegno di legge Lazzati, infatti, riguarda proprio quel voto di scambio che sancisce l’inquietante abbraccio tra mafia e politica. Da uno a sei anni di carcere la pena prevista dal disegno di legge Lazzati, sia per il sorvegliato speciale che faccia propaganda, sia per il candidato che la solleciti. Il quale, se eletto, dovrà rinunciare.

Sarebbe una mannaia sì per l’affiliato di turno, ma, soprattutto, per i politici collusi, salvati, fino a questo momento da una legislazione, quella vigente, troppo permissiva che  considera “voto di scambio” riconosciuto solo dove sia dimostrata una elargizione di soldi in campagna elettorale. La politica ha bisogno della mafia perché essa porta in dote una cospicua dote di voti, la mafia ha bisogno della politica per la spartizione delle poltrone, degli appalti e, perché no, per l’emanazione di leggi compiacenti.

Il legame va spezzato e, in attesa di una rivolta morale, una legge dura può essere un deterrente fondamentale. Il codice di autoregolamentazione dei partiti proposto dalla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Francesco Forgione, per quanto nobile come iniziativa, si è infatti rivelato del tutto inefficace.

La discussione sul disegno di legge Lazzati è stata avviata già nel mese di giugno e la riunione del 15 settembre potrebbe essere decisiva perché l’intento di Angela Napoli è quello di arrivare a una proposta unificata (alcuni parlamentari, tra cui Rosa Calipari, Doris Lo Moro, Roberto Occhiuto e Mario Tassone hanno presentato una proposta molto simile alla sua, ndr) che possa essere approvata in sede legislativa, evitando così l’iter di approvazione in Aula e arrivare in Senato in tempi brevissimi.

Serve l’unanimità, però.

Ma non è così semplice. E’ la stessa Angela Napoli, contattata telefonicamente da strill.it a rivelarlo: “Ho pregato i colleghi dei vari gruppi politici – dice – di valutare le proposte di emendamento senza indebolire lo schema generale della proposta, ma mi sto scontrando contro pressioni contrarie molto forti anche perché trasversali”.

Sì, perché per alcuni deputati, anche calabresi, tanto di centrodestra, quanto di centrosinistra, la proposta di legge firmata da Angela Napoli sarebbe troppo dura. Legittimo, ovvio, interrogarsi sui motivi che spingono tali parlamentari a mettere in atto una così tenace opposizione.

Anche perché un vecchio adagio dice “male non fare, paura non avere”…

Delle pressioni non ha certamente paura Angela Napoli: “Vado avanti per la mia strada – dice – cercherò di fare andare in porto questo disegno essenziale per la lotta contro la criminalità organizzata. Spero che alla fine prevalga una linea dura e al momento ho avuto il conforto della Presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, che si è detta favorevole alla mia proposta”.

Brinda anche Mimmo Ganci

gennaio 13, 2009

giustizia

Non parlerò del fatto del giorno, almeno qui a Reggio Calabria: l’arresto di Gioacchino Campolo.

Parlerò dell’ennesimo scandalo della Giustizia.

E’ di poche ore fa, infatti, la notizia che i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41 bis, ovvero il regime di carcere duro, al boss Mimmo Ganci, detenuto a Rebibbia dove sta scontando diverse condanne all’ergastolo, molte delle quali definitive, per alcune stragi (tra cui quella di Capaci del ’92) e delitti eccellenti compiuti in Sicilia. Ganci è accusato di oltre 40 delitti.

Ganci, oltre per che per la strage di Capaci, è condannato anche per la strage del 13 giugno del 1981, avvenuta a Palermo, quando, sotto i colpi dei killer di Cosa nostra, caddero il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bonmarito, il carabiniere Pietro Marici.

La firma di Mimmo Ganci c’è anche sull’omicidio di Giuseppe Insalaco, avvenuto alle 19,45 del 12 gennaio del 1984 in via Alfredo Cesareo, a Palermo. Insalaco era stato sindaco del capoluogo siciliano per cento giorni: aveva denunciato più volte i legami tra mafia e politica.
Si racconta, infine, che, a poche ore dalla strage di via D’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino, in una casa si brindasse al “colpo grosso”.

Tra i commensali c’era anche Mimmo Ganci.

Mimmo Ganci, da poche ore, non è più rinchiuso in regime di 41bis.
Tutto a pochi mesi dai premi ricevuti dai boss Giuseppe La Mattina,  Giuseppe Barranca, Gioacchino Calabrò, Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà, Santo Araniti e Luigi Graziano.

Così lo Stato combatte la mafia.

AGGIORNAMENTO

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano firmera’ oggi una nuova richiesta di applicazione del regime di carcere duro per Domenico Ganci, l’esponente di Cosa Nostra che ha ottenuto dai giudici la revoca del 41 bis. Lo ha dichiarato lo stesso guardasigilli in mattinata presente a Milano per un incontro con i vertici dell’amministrazione giudiziaria e delle istituzioni milanesi. ”Ho incaricato il mio ufficio ieri di valutare nuovi elementi per riproporre il regime di 41 bis nei confronti di Ganci. Oggi – ha sottolineato – ho avuto notizia che questi elementi sono stati trovati. Nel pomeriggio firmero’ una nuova richiesta di applicazione”. (Adnkronos)

Complimenti al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, qualora dovesse rispedire in isolamento Mimmo Ganci.