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Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

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Una settimana, tre notizie

ottobre 4, 2009

settimana

E’ domenica, ho un po’ più di tempo per scrivere e ho selezionato tre fatti di cui (s)parlare.

1) Il Museo chiuderà per lavori di ristrutturazione (chi legge strill.it e questo blog lo sapeva da mesi) e si approfitterà di questa pausa forzata per effettuare un “check up” sui Bronzi di Riace. Se chi di dovere, sindaco e sovrintendente, sapessero anche che tipo di interventi bisognerà effettuare sulle statue sarebbe anche meglio, ma ci accontentiamo.

Restaurare i Bronzi in un periodo in cui il Museo verrà chiuso mi sembra una soluzione ragionevole.

Ma per molti non è così: Reggio, in questi casi, si dimostra la PROVINCIA per eccellenza.

Molti temono che i Bronzi, che dovranno essere spostati nei laboratori di Roma, si possano rompere durante il trasporto: come se venissero imballati con il polistirolo….

La cosa più buffa, però, è che per anni siamo stati abituati a ritenere che la destra reggina avesse il complesso del “capoluogo scippato” e che quindi vedesse complotti contro la città dietro ogni angolo: oggi invece assistiamo a un sindaco di destra (spero che la vicinanza con Berlusconi non gli faccia dimenticare di esserlo) favorevole allo spostamento e una sinistra (Cgil, Comunisti Italiani, e molti altri) invece contraria, convinta che i Bronzi non rientreranno più. E molti sono gli stessi che alcuni mesi fa, quando era appena partita la giostra per elargire a Reggio Calabria il titolo di Città Metropolitana, si erano invece detti favorevoli a un invio alla Maddalena per il G8.

Eh vabbè: solo gli stupidi non cambiano mai idea…

2) Mentre vi scrivo a Messina la conta dei morti ha superato le 20 unità: intere aree del capoluogo siciliano sono state spazzate via dai nubifragi degli scorsi giorni. Intere abitazioni, costruite ovviamente in modo abusivo, si sono sbriciolate insieme con le colline, oppure sono state sommerse dai torrenti su cui erano state edificate. Per tutta risposta il Ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, ha annunciato che ora come non mai il Ponte sullo Stretto è necessario…

Che c’azzecca?

A parte l’inopportuna uscita del Ministro, questo Paese, prima o poi, dovrà fare i conti con la sicurezza del territorio e dovrà capire che lo sviluppo di certe aree, soprattutto meridionali, non passa dalle grandi opere inutili (come il ponte), ma, appunto, dalla messa in sicurezza del territorio che, per essere realizzata, peraltro, fornirebbe anche migliaia di posti di lavoro.

3) Mea culpa. Luigi De Magistris ha finalmente mantenuto la parola e si è dimesso dalla magistratura, come aveva annunciato mesi fa: e io che gli avevo perfino dedicato un “carta canta” non posso esimermi dal complimentarmi. Ha dimostrato serietà e onestà intellettuale: la stessa che, comunque, a prescindere dagli errori di opportunità compiuti, gli ho sempre riconosciuto. Peccato che abbia impattato con l’Italia dei valori: sia nel Popolo della Libertà, quanto nel Partito Comunista sarebbe riuscito a ottenere anche il mio umile voto.

In Idv dovrà accontentarsi dei grillini.

Nel caos di Idv Calabria l’unico a non tuffarsi nella gazzarra è il “non politico”

agosto 19, 2009

DeMagistris

da www.strill.it

Quando il gatto non c’è, i topi ballano. Antonio Di Pietro, tra Roma e Milano, è troppo impegnato nella propria battaglia personale contro Berlusconi e così, a livello locale, rischia di perdere il polso della situazione del partito di cui è fondatore e presidente. Per carità, il discorso vale esclusivamente per il territorio che, per fortuna o purtroppo, strill.it segue giornalmente: la Calabria.

Eh sì, perché magari in Molise, in Abruzzo, in Puglia, in Veneto o in chissà quale altra regione della Penisola, Italia dei Valori scoppia di salute.

Ma in Calabria proprio no.

Intendiamoci, il risultato alle recenti Elezioni Europee di Italia dei Valori è stato esaltante, in Calabria, come nel resto d’Italia. Ma la fiducia accordata va rinnovata giorno dopo giorno e la retta via non è rappresentata di certo dalle lotte intestine.

Quando sono i giovani a dover riprendere gli adulti, infatti, vuol dire che le cose sono lontane anni luce dalla normalità. La nota di qualche giorno fa dei Giovani di Idv Calabria dovrebbe riecheggiare nelle orecchie dei dirigenti territoriali del partito come una sirena assordante, proprio perché viene dall’unica parte, gli under 30 appunto, nelle condizioni, se ne avranno le capacità, s’intende, di operare in Calabria quel cambiamento più volte auspicato e invocato da Di Pietro & C.

La nota dei Giovani di Idv, infatti, è assai forte. C’è un incipit come questo, per esempio: “C’è sempre una misura passata la quale il vaso, già colmo, trabocca e si può frantumare facendo molto rumore. Questa misura, purtroppo, all’interno del nostro partito calabrese avvertiamo sia stata raggiunta”, ci sono poi espressioni come “mettere la parola fine a questo sciame litigioso” e ancora “noi giovani siamo stanchi di questo vecchio modo di far politica”. Frasi dure che danno la misura del clima che si respira all’interno di Idv in Calabria.

Italia dei valori segue, sotto questo punto di vista, le orme di Pdl e Pd: Feraudo contro Misiti, Misiti contro Feraudo, Arlacchi contro tutti, ecc.ecc.

Facendo, brevemente, ordine: che i rapporti tra Maurizio Feraudo, consigliere regionale, e Aurelio Misiti, segretario regionale del partito siano pressoché inesistenti è storia acclarata. Feraudo, sconfitto da Misiti in un turbolento congresso del  2 dicembre 2007, sfociato in una maxirissa che rese necessario l’intervento dei Carabinieri, da allora non si è più allineato alla strategia della segreteria regionale. Misiti, dal canto suo, ha tirato dritto per la propria strada, facendo a meno, di fatto, dell’azione politica del consigliere Feraudo, unica espressione di Idv in Consiglio Regionale.

E non finisce qui.

Elezioni Europee, il professore Pino Arlacchi, celebre studioso di fenomeni criminali,  viene eletto Parlamentare a Bruxelles e impiega pochi mesi per inimicarsi l’intero partito calabrese: “La posizione di Misiti è del tutto personale”, dice dopo una nota del segretario regionale che apprezza la recente legge, approvata dal Consiglio, riguardante l’istituzione delle primarie per i candidati a Governatore.

Apriti cielo.

Arlacchi viene ripreso in malo modo con una nota dell’intero partito calabrese, compresi i tre giovani (Quartuccio, Imbalzano e Napoli) che invece adesso firmano la nota di dissenso nei confronti di tutto e tutti.

Beghe di partito che coinvolgono uomini di partito: Misiti, Feraudo, Arlacchi.

Un tempo la gente si sarebbe stufata: oggi, però, la soglia di sopportazione (o di indifferenza, fate voi) ha alzato sensibilmente la propria asticella.

In tutto questo marasma, però, tanto per dare un ceffone agli oppositori dell’antipolitica (incluso chi scrive), l’unico a non essere nemmeno stato sfiorato da controversie, litigi, scaramucce e polemiche è un “novizio”, uno che la politica, dal suo interno, la conosce solo da pochi mesi: l’ex sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi De Magistris, oggi parlamentare europeo.

De Magistris, eletto presidente della Commissione Controllo Bilancio dell’Unione Europea, sembra aver scelto una strada diversa; non ha abbandonato la Magistratura, come invece aveva annunciato, ma, almeno, allo stato attuale, si tiene fuori da ogni “scazzottata”, e, anzi, si mostra molto più interessato a vicende concrete, soprattutto inerenti il Mezzogiorno e i problemi a esso collegati: il Ponte sullo Stretto, le gabbie salariali, il mancato scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni mafiose, la cattura di Paolo De Stefano.

Altre battaglie, altro tipo di visibilità.

Fino a quando il “lider maximo”, Tonino Di Pietro, forse troppo impegnato per mettere un po’ d’ordine in Calabria, non si accorgerà che la figura di questo dottor De Magistris, forse, crea un po’ troppa ombra…

Carta canta – Luigi De Magistris…ancora

luglio 28, 2009

luigidemagistris

Per fortuna che, in momenti di magra, arriva sempre un aiuto dall’alto…

Luigi De Magistris 18/03/2009 – Agenzia Apcom:

«Eletto o no, lascio la magistratura per sempre»: lo dice l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, annunciando, in una conferenza stampa alla Camera, la sua candidatura alle elezioni europee come indipendente nelle liste dell’Italia dei valori. «Per me la politica diventa una scelta di vita, una scelta irreversibile – spiega de Magistris – Ho da poco passato i 40 anni e credo che questa esperienza occuperà i prossimi anni perchè è un progetto che non si realizza in tre mesi o in un anno».

Agenzia Ansa 28/07/2009:

Non lascia, almeno per ora, la magistratura l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, adesso eurodeputato con l’Italia dei valori e che all’annuncio della sua candidatura aveva definito la propria scelta irreversibile, spiegando che non sarebbe più tornato a indossare la toga. Accogliendo una sua specifica richiesta, il plenum del Csm lo ha collocato in aspettativa a partire dal 14 luglio scorso e per tutta la durata del mandato politico. Un “atto dovuto”, spiegano a Palazzo dei marescialli.

De Magistris: “Magistratura calabrese non estranea a logiche occulte”

aprile 14, 2009

luigi_de_magistris

da www.strill.it

di Giusva Branca e Claudio Cordova – Riparte da una candidatura al Parlamento Europeo, nei ranghi dell’Italia dei Valori, la nuova vita di Luigi De Magistris: “Voglio evitare  che l’Italia scivoli fuori dall’Europa, voglio vigilare affinché  i finanziamenti pubblici europei creino sviluppo in Calabria e in tutto il Meridione, anziché riempire le tasche dei comitati d’affari”.

Sì perché, Luigi De Magistris, le torbide manovre di chi tenta, spesso con successo, di accaparrarsi i fiumi di soldi pubblici, le conosce bene; tali manovre, infatti, erano il fulcro delle inchieste “Why not”, “Poseidone”, “Toghe lucane”, quelle coordinate quando, a Catanzaro, svolgeva le funzioni di pubblico ministero: “Ho messo nel conto le strumentalizzazioni dopo la scelta di entrare in politica – dice -, ma tutto ciò era inevitabile: l’antistato è entrato all’interno dello Stato, la mia è stata una scelta obbligata ed è comunque una sconfitta per tutte le persone oneste”.

Lo aveva dichiarato in esclusiva a strill.it nell’agosto del 2007: “Dovranno cacciarmi se vogliono sbarazzarsi di me”. Luigi De Magistris è stato un facile profeta: “Ho lavorato a livelli alti dal 1996 – afferma l’ex pm di Catanzaro -, ma la mia esposizione mediatica è cominciata solo undici anni dopo. Non sono stato io a cercarla, comunque: stavano accadendo delle cose gravi e volevo che il Paese sapesse. Sapevo che mi avrebbero cacciato, avevo messo in conto un po’ tutto”.

Da magistrato ha tentato di ripulire ciò che di sporco c’è in Calabria, adesso vuole provare a farlo da politico: “La buona politica può trasformare la società – afferma De Magistris -, ma adesso la politica è intesa come luogo del malaffare e in Calabria, come nel resto d’Italia, quest’idea non si discosta dalla realtà: in Calabria c’è stata e c’è una delle peggiori classi politiche, tanto di destra quanto di sinistra. Per eliminare le mafie, bisognerà pulire la politica: una fetta importante della classe dirigente è inquinata, un’altra parte resiste, per questo adesso deve arrivare il momento della resistenza costituzionale, una ribellione pacifica in cui tutti dobbiamo metterci in gioco, perché la critica da sola non basta. La questione morale – afferma De Magistris – deve essere la base da cui partire, perché viviamo in una società in cui ci si abitua a tutto: molti si indignano ma non trovano rappresentazione, mentre altri sono come delle spugne”.

Appunto.

Per invertire la rotta, per ribellarsi, sia pure pacificamente, serve, è fondamentale, la spinta del popolo, della base: “Il popolo meridionale, calabrese in particolare, deve reagire: tante energie positive vanno via e molti accettano passivamente perché non hanno fiducia nei propri mezzi. C’è una parte della popolazione – sostiene De Magistris – che preferisce il vassallaggio, appartenere a qualcuno, ma c’è anche una parte che crede ancora negli ideali. A quella parte bisogna rivolgersi”.

C’è la politica, dunque. C’è la gente, ovviamente. Ma c’è anche la magistratura, quella magistratura da cui Luigi De Magistris si sente, probabilmente, scaricato: “Sono in grado di provare – dice, rilanciando le dichiarazioni rese, alcuni mesi fa, ai microfoni di Sky Tg24 -, che una parte della magistratura calabrese non è estranea a logiche occulte. Temo che, con il passare del tempo, vada sempre peggio: il Csm conosce da anni problemi calabresi, ma nel mio caso ha preferito trasferirmi. Di questo passo – continua – le incrostazioni saranno sempre più facili: il magistrato non può essere radicato, ma ci sono magistrati che operano nelle medesime sedi da troppi anni, è necessaria una rotazione perché, quando nel circuito affaristico penetrano coloro i quali dovrebbero mettere in atto il controllo è la fine. I magistrati devono comprendere la società, ma devono stare fuori dai circuiti di potere: solo così si potrà costruire una magistratura credibile e indipendente, ma non corporativa”.

Riparte, dunque, da una candidatura al Parlamento Europeo, nei ranghi dell’Italia dei Valori, la nuova vita di Luigi De Magistris. Quella precedente, la vita da magistrato, è finita per sempre: “Ancora oggi esistono dei servitori dello Stato – spiega l’ex pubblico ministero – e quello del magistrato, dal mio punto di vista, è il lavoro più bello, un lavoro che vale la pena fare. Sognavo di fare il magistrato, non me l’hanno permesso e quindi ho perso: ma da una sconfitta formale è nata una vittoria morale, perché tanta gente ha finalmente capito. Comunque sia – conclude Luigi De Magistris – la magistratura è un capitolo chiuso, adesso voglio impegnarmi in politica”.

In sostegno dei giudici onesti

gennaio 28, 2009

magistrati

Parlerò dell’Associazione Nazionale Magistrati, più nota come ANM.

Non ha mosso un dito quando Luigi De Magistris è stato ripetutamente delegittimato, a causa delle proprie inchieste in Calabria su comitati d’affari che avrebbero rubato decine di milioni di euro.

Non ha mosso un dito nemmeno quando lo stesso Luigi De Magistris (reo, a mio avviso, soprattutto di essersi affidato, nelle proprie battaglie mediatiche a Grillo & C.) è stato trasferito da Catanzaro, dove operava, venendo spedito a Napoli, senza avere più la possibilità di svolgere funzioni da pubblico ministero.

Non ha mosso un dito quando Clementina Forleo, ai tempi Giudice per le indagini preliminari di Milano ha avuto la sfortuna di imbattersi in inchieste che, per una volta, non coinvolgevano pidiellini assortiti, ma i sinistri Fassino, D’Alema e Latorre.

Non ha mosso un dito quando la stessa Clementina Forleo è stata punita, venendo spedita a Cremona, in punizione.

Poi, in epoca più recente, una Procura, quella di Salerno, si è messa a indagare, legittimamente, su un’altra Procura, quella di Catanzaro, che avrebbe messo in atto un vero e proprio complotto contro Luigi De Magistris. In quel caso, il Consiglio Superiore della Magistratura non ha trovato niente di meglio che azzerare entrambe le Procure, così, per non saper nè leggere, nè scrivere.

L’Anm non ha fatto niente neanche in questo caso. Uno dei magistrati trasferiti, Gabriella Nuzzi, ha recentemente lasciato abbandonato l’associazione.

E non è la prima.

E allora, forse, aveva ragione Giovanni Falcone quando scriveva:

Se i valori dell’autonomia e dell’indipendenza sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l’Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela degli interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell’ordinamento democratico… le correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati – anche se, per fortuna, non tutte in egual misura – si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio Superiore della Magistratura e quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata in seno all’organo di governo della Magistratura; con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica. La caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute, in alcune correnti più delle altre, le attività più significative della vita associativa e, al di là di mere declamazioni di principio, nei fatti il dibattito ideologico è scaduto a livelli intollerabili.

Era il 5 novembre del 1988. A distanza di quasi 21 anni, oggi, a piazza Farnese, a Roma, è giusto scendere in piazza per dare solidarietà e sostegno ai giudici onesti come Luigi Apicella che, da procuratore capo di Salerno, ha ritenuto opportuno indagare sulle presunte irregolarità della Procura di Catanzaro. Un magistrato cui è stato tolto l’incarico e a cui, fatto unico nella storia della Repubblica, è stato sospeso lo stipendio!

Anche in questo caso l’Anm non ha mosso un dito.

Io non potrò essere in piazza e mi dispiace, ma, permettetemi di ripeterlo: è giusto scendere in piazza a favore dei giudici onesti.

Ce ne sono ancora, grazie a Dio.

Dove Napolitano sarebbe dovuto andare

gennaio 16, 2009

napolitano

Si è conclusa la visita in Calabria del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Due giorni: prima a Lamezia Terme (lì l’aeroporto funziona), poi, oggi, a Reggio Calabria, per l’inaugurazione dell’anno accademico.

Discorsi, visite guidate, passerelle (ieri ho riconosciuto, in tv, Wanda Ferro, presidente della Provincia di Catanzaro, Doris Lo Moro, deputato del Pd, e Marco Minniti, viceministro ombra, del Governo ombra, dello schieramento politico ombra).

Oggi Napolitano ha incontrato Loiero in Prefettura a Reggio Calabria, poi ha partecipato al convegno “Mezzogiorno euromediterraneo – Idee per lo sviluppo“. Ha inaugurato l’anno accademico dell’Ateneo reggino. C’era il Magnifico Rettore Massimo Giovannini, c’era l’ex Magnifico ed ex ministro, Alessandro Bianchi.

Rivolgendosi ai giovani ha anche detto cose che condivido in pieno:

“‘E’ essenziale un rinnovamento generazionale nella politica e nell’amministrazione e questo non si decide per decreto. Si decide solo attraverso un vostro sforzo, un vostro impegno e una apertura che bisogna a tutti i costi provocare in un sistema che e’ ancora molto chiuso”.

Il Capo dello Stato, però, avrebbe dovuto effettuare un tour più “formativo”, in modo tale da capire le reali condizioni in cui versa la Calabria.

Avrebbe dovuto visitare Crotone, per esempio, dove gli abitanti hanno scoperto di vivere immersi nelle scorie tossiche. Da lì si sarebbe potuto spostare a Papanice, un posto simile a Beirut, dove, di tanto in tanto, ci si prende a colpi di kalashnikov.

Vicino Lamezia Terme, poi, c’è Catanzaro e, in quel palazzo dove campeggia la scritta “Iustitia”, Napolitano avrebbe potuto raccogliere i cocci di una magistratura in pezzi.

Prima di arrivare a Reggio Calabria avrebbe potuto fare un salto nella Locride: a San Luca, Africo, Platì.

Ci sarebbe anche la Piana di Gioia Tauro da visitare: Rosarno, dove gli immigrati vengono sfruttati come bestie, Taurianova, dove sparano al cavallo del sindaco, che pochi giorni dopo, casualmente, viene sfiduciato dal Consiglio comunale. La stessa Gioia Tauro, dove “la ‘ndrangheta non esiste e i Piromalli sono brava gente, educata”.

Arrivato a Reggio avrebbe potuto constatare le condizioni del rione Archi, a pochi passi dalla Facoltà di Giurisprudenza, una tipica zona da “città turistica”.

Il Governatore Loiero ha dichiarato: “Il presidente Napolitano conosce la Calabria meglio di quanto pensassi”.

Può darsi. Ma avrebbe potuto aumentare ancor di più la propria conoscenza.

La Calabria è una terra povera e questo, forse, il presidente Napolitano l’avrebbe potuto verificare meglio se non fosse stato, per gran parte del tempo, in aule convegni, al Teatro “Francesco Cilea”, nei lussuosi locali della Prefettura di Reggio Calabria e nell’aula magna della Facoltà di Architettura, addobbata a festa per l’occasione.

Alla prossima.

Il paese immobile

gennaio 10, 2009

barcellonapg

da http://www.strill.it

Ci sono tanti tipi di paese: i paesi che si affacciano sul mare, quelli di montagna, paesi grandi e paesi piccoli. E ci sono tanti tipi di crisi: la crisi culturale, la crisi delle Istituzioni, politica e magistratura, la crisi dell’economia, la crisi della società che fa sempre il paio con la crisi della legalità.

Ci sono tanti tipi di paese e ci sono tanti tipi di crisi. Barcellona Pozzo di Gotto è un paese.
Un paese in piena crisi.

Barcellona Pozzo di Gotto è un paese di quasi cinquantamila abitanti: non è un paese piccolo, anzi. E’ il centro più popoloso dell’intera provincia di Messina.

PIEDI INCHIODATI

E’ un paese, però, immobile, fermo su se stesso, come se avesse in piedi inchiodati al terreno.
Palazzi lasciati allo stato rustico, decine di strade interrotte che costringono a numerose deviazioni, anche per percorrere poche centinaia di metri.

Qualcuno dice che l’urbanistica di un luogo sia la cartina di tornasole per verificare il livello culturale (nel senso più ampio possibile) del luogo stesso. Ecco, l’aspetto di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, rispecchia perfettamente l’humus culturale di gran parte dei suoi abitanti: ristretto. Tutti chiusi in un involucro, difeso da un muro di gomma, contro il quale è impossibile non rimbalzare.

Gli eventi in ricordo di Beppe Alfano, assassinato l’8 gennaio del 1993, sono l’occasione per verificare, in maniera empirica, quanto sia rimasta immobile, nell’arco di sedici anni, Barcellona Pozzo di Gotto. I manifesti che “pubblicizzano” gli eventi in ricordo di Alfano sono pochi, alcuni anche strappati. Così com’è poca, pochissima, è la gente che partecipa ai dibattiti, agli incontri, della giornata: alcune decine, forse un centinaio, tra mattina e pomeriggio, in un paese che conta quasi cinquantamila abitanti.

SCELTE

Dal punto di vista culturale, il dato più sconfortante arriva, però, dal mondo giovanile: sono pochissime le scolaresche che aderiscono alla giornata del ricordo, mentre gran parte dei presidi di Barcellona negano il permesso di assistere agli incontri. Chi vorrà farlo autonomamente, da “disertore”, dovrà collezionare un’assenza sul registro: è una scelta che non fa quasi nessuno.

Una scelta coraggiosa la fa, invece, Chiara Siragusano, 17 anni. Decide di prendere le redini del primo movimento antimafia di Barcellona Pozzo di Gotto: raccoglie alcune adesioni. Non moltissime, ma è già qualcosa: i tempi difficili arriveranno, ma, per vedere l’alba bisogna, necessariamente, superare la notte buia.

LE VICENDE COMUNALI

Il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, il 4 gennaio, concede, sul proprio sito ufficiale,  poche righe a Beppe Alfano. Lo stesso Comune dedica una piazza ad Alfano: prove tecniche di redenzione.

Quello stesso Comune che, per diverso tempo, ha rischiato di essere sciolto, come è capitato a quello di Terme Vigliatore, grazie alle denunce coraggiose del professor Adolfo Parmaliana. L’ex ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha cincischiato troppo, però. A lungo, la relazione della commissione d’accesso, è rimasta sul tavolo del responsabile del Viminale dell’ultimo governo Prodi, prima che il prefetto di Messina, Stefano Scammacca, optasse per il “non scioglimento”.
E questo, nonostante il coinvolgimento di alcuni membri della Giunta in inchieste giudiziarie e le dichiarazioni rese dal Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, che, il 13 febbraio del 2007, al cospetto della Commissione parlamentare antimafia, ebbe modo di affermare che era “stata la magistratura, a seguito di alcune indagini, a rilevare alcuni fatti di una certa gravità ed a trasmettere una richiesta di accesso ispettivo al comune di Barcellona Pozzo di Gotto da parte del prefetto di Messina”.

PREFETTO PERFETTO

Niente da fare: il prefetto Scammacca suggerisce al ministro Amato di lasciare tutto com’è. Scammacca, commissario straordinario, a partire dal 1993, di S. Giovanni la Punta, cittadina a monte di Catania nella quale Scammacca a lungo aveva abitato e la cui amministrazione era stata sciolta per mafia. In quell’occasione il dottor Scammacca crea, per farsi collaborare nelle scelte amministrative, una “consulta cittadina”, all’interno della quale personalmente inserisce l’imprenditore multimiliardario Sebastiano Scuto. Con quest’ultimo Scammacca instaura anche rapporti di frequentazione personale, allargata anche alle rispettive mogli.

Scuto, nel 2001, finisce in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma questa è un’altra storia.

PAESE VECCHIO

La nostra storia è quella di Barcellona Pozzo di Gotto e il sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto si chiama Candeloro Nania ed è adesso al secondo mandato, avendo prevalso sugli avversari, con il 56,5% dei voti, nel 2007. Il vero capolavoro lo fece, però, nel 2001, quando fu eletto con l’81% dei consensi. In entrambi i casi, la sua candidatura è stata appoggiata da Domenico Nania, attuale vicepresidente del Senato e segretario regionale di Alleanza Nazionale.

Domenico Nania e Candeloro Nania sono cugini.

Il senatore Nania, anch’egli barcellonese, si spende continuamente per il proprio paese natio: Barcellona Pozzo di Gotto, che dista trentasette chilometri da Messina, ha due corsi distaccati dell’Università del capoluogo e circa 200 studenti. Una sede pagata dal Parlamento, che, nel 2003, approva una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario è il senatore del Popolo delle Libertà, Domenico Nania.

Un modo per far crescere il paese. Per ringiovanirlo.

Barcellona Pozzo di Gotto, tra le altre cose, è un paese destinato a invecchiare precocemente. Un paese nel quale per i giovani non c’è, non potrà esserci, futuro. E’ un paese dove non esiste nemmeno un pub per bere una birra in compagnia.

L’unico circolo ricreativo, non per giovani, è la Corda Fratres, un circolo fra i cui soci hanno militato insieme Domenico Nania, il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca (anch’egli barcellonese), Rosario Cattafi, estremista di destra in gioventù, legato a Pietro Rampulla (l’artificiere della strage di Capaci) in età adulta, il giudice Cassata, promotore del circolo, attuale procuratore generale di Messina, il capomafia Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva, in qualità di mandante, per l’omicidio di Beppe Alfano.

La Corda Fratres: una congrega di vecchi amici.

GIUDICI & C.

Si diceva all’inizio che Barcellona Pozzo di Gotto esistono tutte le crisi possibili: oltre a quelle già brevemente raccontate la più preoccupante sembra essere quella della magistratura.

Partiamo dal giudice Cassata, promotore della Corda Fratres.

Dal maggio del 2008 è procuratore generale presso la Corte d’Appello di Messina, dopo aver ricoperto, dal 1989 il ruolo di sostituto procuratore presso lo stesso ufficio. Le frequentazioni “particolari” del dottor Cassata cominciano nel 1974, quando è protagonista di un viaggio in auto a Milano in compagnia del boss Pino Chiofalo. Oltre alla frequentazione con Gullotti presso la Corda Fratres, ma non solo, Cassata è avvistato, nel 1994, da due carabinieri, mentre conversa in strada con la moglie proprio del boss Gullotti. Il dottor Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla Regione Siciliana e da enti locali, quali il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la Provincia regionale di Messina, che operano nel territorio del proprio ufficio giudiziario.

Cassata è sodale del sostituto procuratore di Barcellona, Olindo Canali, che, insieme al luogotenente della Guardia di Finanza, Santi Antonio Pino e all’appuntato dei carabinieri Antonino Granata, intrattiene rapporti con Salvatore Rugolo, medico, ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese, una “cerniera” tra gli ambienti criminali e gli ambienti istituzionali. Salvatore Rugolo è figlio di Francesco Rugolo, ucciso nel 1987 nel quadro della guerra di mafia tra barcellonesi e chiofaliani, allorquando era ritenuto il capo indiscusso della mafia barcellonese ed è il cognato del boss Giuseppe Gullotti.

Su queste strane amicizie, su questi inquietanti intrecci, indaga, qualche anno fa, un giovane sostituto procuratore, De Feis che, però, ben presto riceve delle pressioni da parte di Franco Cassata, sostituto procuratore generale della Corte di assise e d’appello di Messina, da parte di Rocco Sisci, procuratore capo del tribunale di Barcellona, e dallo stesso Olindo Canali, che nonostante gli elementi compromettenti emersi a suo carico, sarebbe stato informato più volte proprio da Sisci, affinché le indagini venissero bloccate, insabbiate.

De Feis si ribella, racconta tutto ai carabinieri che svolgono le indagini. Ma il suo destino è segnato: dell’indagine non si sa più nulla, mentre sia il sostituto procuratore De Feis, sia il capitano dei carabinieri, che indagavano sul caso, Cristaldi, sono trasferiti.

Se nel resto del mondo tutto scorre, a Barcellona Pozzo di Gotto tutto resta immobile, compresi gli uomini di potere.

E’ sull’immobilismo che poggia la corruzione e il malaffare.

Barcellona: un paese immobile. Immobile come i suoi palazzi disastrati, privi di facciata. Quella facciata di posto tranquillo, sano, che la città vorrebbe mantenere.

Ma, ormai, non ci crede più nessuno.

Europaradiso…delle cosche

novembre 25, 2008

europaradiso

Progettano di uccidere il pubblico ministero Pierpaolo Bruni, progettano una recrudescenza della faida, che negli scorsi mesi è ritornata sulle prime pagine di giornali e telegiornali per l’omicidio di Luca Megna (e il ferimento della figlioletta di cinque anni) e quello, dopo soli tre giorni, di Giuseppe Cavallo. Ma il fulcro dell’operazione odierna che ha portato all’arresto di 24 individui del cartello criminale di Papanice (Crotone) è un altro: Europaradiso, quello che, nel progetto, dovrebbe essere il più grande complesso residenziale turistico del Mezzogiorno.

Un progetto, attualmente bloccato dalla Regione Calabria, poiché l’insediamento include la foce del fiume Neto, indicata come oasi naturale ed inserita in una zona a protezione speciale con un vincolo di tutela comunitario imposto dall’Unione Europea e recepito anche in ambito nazionale.

C’è il no della Regione, è vero, ma il progetto “Europaradiso” è un affare sul quale le ‘ndrine, evidentemente, non hanno intenzione di demordere.

Il progetto comprende la realizzazione di 120mila posti letto tra residence e alberghi e l’occupazione di 4mila persone. Una cattedrale nel deserto, per una terra, la Calabria, abituata a non poter usufruire, spesso, nemmeno di quelli che nel 2008 vengono definiti “servizi base”.

E infatti il progetto di “Europaradiso” è sospetto non solo per tematiche ambientali, ma, soprattutto, per l’interesse, certificato da inchieste della magistratura, che le cosche avrebbero manifestato. Come sempre, del resto, quando, da queste parti, girano soldi, che, a loro volta, porterebbero anche numerosi sbocchi occupazionali che le cosche potrebbero “colonizzare” a loro piacimento.

“Europaradiso” sarebbe l’Eden delle cosche.

Per capire qualcosa in più sul progetto di “Europaradiso” leggiamo insieme uno stralcio della relazione sulla ‘ndrangheta stilata qualche mese fa da Francesco Forgione:

I contorni dell’intera operazione hanno suscitato l’attenzione degli investigatori, trattandosi di investimenti per 5/7 miliardi di euro. La stessa relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A. evidenzia i rischi e le ambiguità del progetto e della società che dovrebbe realizzarlo, la “Europaradiso International S.p.A.”, costituita il 10 novembre 2004, con sede a Crotone, il cui amministratore unico, Appel Gil, è anche amministratore unico della “Europaradiso Italia s.r.l.”, costituita lo stesso giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto amministratore, considerato un “imprenditore molto aggressivo”, secondo la citata relazione della D.N.A., è attualmente imputato per corruzione in Israele.

Tra i cinque e i sette miliardi di euro, in un territorio come la Calabria e un amministratore unico che, con un elegante eufemismo, potremmo definire chiacchierato. Tre indizi fanno una prova, dicono gli investigatori bravi. Ma, da queste parti, non ci facciamo mancare nulla. Il quarto indizio, il più importante probabilmente, ce lo fornisce ancora Francesco Forgione:

Interessato all’esecuzione del progetto di Appel sarebbe un noto personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti malavitosi locali e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero, il “denaro sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro. Tali sospetti sono risultati confermati dalle indagini bancarie effettuate dal Reparto Operativo Carabinieri di Crotone e dalla D.I.A. di Catanzaro, che hanno riscontrato movimentazioni finanziarie sui conti correnti del soggetto in questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna apparente giustificazione.

“Europaradiso”, che peraltro appare anche nell’inchiesta Poseidone di Luigi De Magistris, è un progetto che non deve essere realizzato; l’operazione odierna si inquadra anche in questo senso. Importante, adesso, sarà tutelare anche l’attività del pm Pierpaolo Bruni, che, come “Europaradiso”, è una cattedrale nel deserto.

Un deserto un po’ diverso, però: il deserto della legalità.

Quali istituzioni?

novembre 7, 2008

toghe

Siamo alle solite.

C’è un magistrato, a Reggio Calabria, accusato dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, sulla scorta delle ispezioni ministeriali avvenute negli scorsi mesi, di fatti gravissimi, ma il Consiglio Superiore della Magistratura, anche in presenza di accuse di inaudita gravità, sceglie una linea morbida e ambigua. Il magistrato in questione è il pm Santi Cutroneo e queste sono le accuse che Alfano gli rivolge:

Frequentazione con esponenti di cosche criminali”; ”insanabili” contrasti con i colleghi e ”sfiducia” anche nei confronti del capo dell’ufficio, che non informo’ della possibile presenza di una microspia in Procura e della ‘bonifica’ fatta fare nella propria stanza, impedendo cosi’ l’avvio di indagini sulla vicenda.

Ma, se possibile, questa è la parte più soft delle accuse di Alfano. Quello che inquieta di più è infatti la presunta frequentazione con esponenti di cosche criminali, che il Guardasigilli chiarisce così:

Cutroneo non aveva iscritto sul registro degli indagati Ugo Marino “persona con cui coltivava rapporti di frequentazione, sia prima che dopo l’avvio dell’indagine” nonostante una denuncia a suo carico per associazione a delinquere di stampo mafioso. Cutroneo avrebbe condotto le indagini su Marino senza informare il collega coassegnatario del fascicolo Salvatore Boemi delle sue frequentazioni con l’indagato; avrebbe partecipato anche un evento a Taormina, ospite di questo.

Per comprendere la gravità delle accuse lanciate contro il pm Cutroneo, è bene precisare che Ugo Marino, appare numerose volte nelle dichiarazioni rese al pm Mollace dal collaboratore di Giustizia Paolo Iannò, quale affiliato alla cosca Condello.

Oltre alle ostilità tra magistrati, le omissioni, e tutto il resto, a mio avviso è proprio la presunta vicinanza del pm Cutroneo, a questi ambienti a costituire la parte più grave delle accuse formulate da Alfano. Cutroneo, infatti, arriverebbe financo ad accettare l’ospitalità offerta da Marino: un fatto inaccettabile, soprattutto per un magistrato della Repubblica italiana.

Ma, come dicevo all’inizio, siamo alle solite. il provvedimento cautelare preso dal Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti di Cutroneo è davvero grottesco: trasferimento d’ufficio e destinazione ad altre funzioni.

Come può un magistrato accusato di cose così gravi essere trasferito  e destinato ad altre funzioni?

Assistiamo all’ennesima decisione illogica del Csm, dopo quella di De Magistris, ritenuto un “cattivo magistrato” e poi trasferito come giudice del Tribunale del Riesame a Napoli. Quello stesso De Magistris che, da tempo, denuncia collusioni della magistratura con la criminalità organizzata. Ignorato.

E’ vero, e lo ribadisco ad alta voce, si tratta di un provvedimento cautelare: Santi Cutroneo avrà la sua sacrosanta facoltà di difendersi da accuse così infamanti, e, personalmente, gli auguro di sapersi dimostrare estraneo ai fatti (sarebbe una vittoria per lui e per tutte le Istituzioni) ma, il provvedimento più corretto sarebbe stato una sospensione da ogni incarico per il magistrato, in attesa della sentenza definitiva sui fatti che il Ministro della Giustizia crede di aver scoperto. Lo stesso Ministro della Giustizia che avrebbe dovuto chiedere al Csm la sospensione del pm e non lo spostamento. Ma Giustizia e Magistratura continuano, imperterrite, a camminare lungo una strada sbagliata, fatta di non-decisioni e/o di decisioni incomprensibili, prese senza alcun criterio.