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C’è da crederci?

gennaio 19, 2009

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E se stavolta facessero sul serio?

Naccari, Battaglia, Bova, Minniti. Ci sono tutte le correnti del Partito Democratico per l’investitura di Peppe Strangio, attuale capo di gabinetto proprio di Giuseppe Bova, che, dal prossimo 26 gennaio (si voterà il 25) sarà il nuovo presidente provinciale del movimento.

Dal Pd scelgono, ancora una volta, una candidatura unitaria.

Dopo l’acclamazione di Marco Minniti, il 14 ottobre del 2007, dopo le pessime primarie del movimento giovanile che, qui a Reggio, presentavano 25 candidati per 25 posti disponibili, adesso anche il presidente provinciale verrà nominato, anzichè essere eletto.

Però questa volta c’erano tutti. C’erano i Riformisti, c’era l’area Loiero (Progetto Democratico Meridionale), c’era, ovviamente l’area di Bova che, presentando il nome di Strangio ha vinto la contesa.

Sì perchè sul nome di Strangio credo che in pochi possano storcere il naso. Persona preparata, professionista serio, ecc. ecc.

Non sono bravo a fare marchette.

Insomma, il nome di Strangio potrebbe essere quello giusto. Ciò che mi lascia perplesso sono, ancora una volta, le modalità.

Si procede, ancora una volta, per nomina. E questo non mi piace.

Mi chiedo: Peppe Strangio è l’unico candidato perchè c’è effettivamente convergenza sul suo nome, sulle sue idee, sulla sua linea politica o assistiamo, ancora una volta, a un appiattimento tipicamente calabrese frutto del clientelismo e della voglia di “non muovere nulla”?

Con la nomina di Minniti e con la vergogna delle primarie del Pd Giovani è stato così.

Il Partito Democratico era nato come un movimento nuovo e, se spulciate i miei vecchi post, potrete notare che era riuscito a catturare la mia fiducia.

Quando ho visto l’acclamazione di Minniti, i contrasti insanabili in seno al partito e alcune logiche perverse (insisto sulle primarie del movimento giovanile) anche da parte di quelli che Montecristo, su Calabria Ora, ha definito brillantemente “giovani vecchi”, allora ho capito che di cambiamento, in Calabria, non ne avrei visto.

E le vicende nazionali hanno alimentato il mio malumore.

Adesso il Pd sembra voler cambiare pagina.

Se si vorrà differenziare dal Pdl dovrà farlo veramente.

Dove Napolitano sarebbe dovuto andare

gennaio 16, 2009

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Si è conclusa la visita in Calabria del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Due giorni: prima a Lamezia Terme (lì l’aeroporto funziona), poi, oggi, a Reggio Calabria, per l’inaugurazione dell’anno accademico.

Discorsi, visite guidate, passerelle (ieri ho riconosciuto, in tv, Wanda Ferro, presidente della Provincia di Catanzaro, Doris Lo Moro, deputato del Pd, e Marco Minniti, viceministro ombra, del Governo ombra, dello schieramento politico ombra).

Oggi Napolitano ha incontrato Loiero in Prefettura a Reggio Calabria, poi ha partecipato al convegno “Mezzogiorno euromediterraneo – Idee per lo sviluppo“. Ha inaugurato l’anno accademico dell’Ateneo reggino. C’era il Magnifico Rettore Massimo Giovannini, c’era l’ex Magnifico ed ex ministro, Alessandro Bianchi.

Rivolgendosi ai giovani ha anche detto cose che condivido in pieno:

“‘E’ essenziale un rinnovamento generazionale nella politica e nell’amministrazione e questo non si decide per decreto. Si decide solo attraverso un vostro sforzo, un vostro impegno e una apertura che bisogna a tutti i costi provocare in un sistema che e’ ancora molto chiuso”.

Il Capo dello Stato, però, avrebbe dovuto effettuare un tour più “formativo”, in modo tale da capire le reali condizioni in cui versa la Calabria.

Avrebbe dovuto visitare Crotone, per esempio, dove gli abitanti hanno scoperto di vivere immersi nelle scorie tossiche. Da lì si sarebbe potuto spostare a Papanice, un posto simile a Beirut, dove, di tanto in tanto, ci si prende a colpi di kalashnikov.

Vicino Lamezia Terme, poi, c’è Catanzaro e, in quel palazzo dove campeggia la scritta “Iustitia”, Napolitano avrebbe potuto raccogliere i cocci di una magistratura in pezzi.

Prima di arrivare a Reggio Calabria avrebbe potuto fare un salto nella Locride: a San Luca, Africo, Platì.

Ci sarebbe anche la Piana di Gioia Tauro da visitare: Rosarno, dove gli immigrati vengono sfruttati come bestie, Taurianova, dove sparano al cavallo del sindaco, che pochi giorni dopo, casualmente, viene sfiduciato dal Consiglio comunale. La stessa Gioia Tauro, dove “la ‘ndrangheta non esiste e i Piromalli sono brava gente, educata”.

Arrivato a Reggio avrebbe potuto constatare le condizioni del rione Archi, a pochi passi dalla Facoltà di Giurisprudenza, una tipica zona da “città turistica”.

Il Governatore Loiero ha dichiarato: “Il presidente Napolitano conosce la Calabria meglio di quanto pensassi”.

Può darsi. Ma avrebbe potuto aumentare ancor di più la propria conoscenza.

La Calabria è una terra povera e questo, forse, il presidente Napolitano l’avrebbe potuto verificare meglio se non fosse stato, per gran parte del tempo, in aule convegni, al Teatro “Francesco Cilea”, nei lussuosi locali della Prefettura di Reggio Calabria e nell’aula magna della Facoltà di Architettura, addobbata a festa per l’occasione.

Alla prossima.

Mister 1300 preferenze

novembre 29, 2008

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Avevo risparmiato dalle mie analisi le primarie farsa del movimento giovanile del Partito democratico, ma, scrivendo, il caro Antonino Castorina (uno degli eletti a tavolino, a Reggio Calabria, nell’Assemblea Nazionale) a volte istiga in maniera irrefrenabile i miei polpastrelli.

Proprio ieri, sfogliando CalabriaOra a pagina 6, leggo un comunicato intitolato “Non si può generalizzare”, a firma proprio di Antonino Castorina:

Ho letto in questi giorni diverse opinioni e interventi usciti su questo giornale rispetto a quanto accaduto in occasione delle primarie dei giovani democratici.
Non si può fare di tutta l’erba un fascio, non si può generalizzare tutto, perché c’è chi come me, crede realmente nel cambiamento ed in un partito serio, e si spende ogni giorno per questo tanto da essere sì cooptato, tra l’altro da me medesimo, visto che rappresento l’area riformista (quella con Naccari) ma con più di 1300 preferenze di sopra.

Bravo! Anche io credo nel cambiamento (non solo politico) delle cose.

Ma, tutto questo, cosa c’entra con l’argomento in questione?

“Non fare di tutta l’erba un fascio”, dice Antonino Castorina. 

Sono d’accordo anche su questo.

E infatti leggete bene cosa è successo vicino ai monti della Sila: sedici giovani, tutti di area Red a Cosenza, quella guidata dall’ultimo segretario calabrese dei Democratici di sinistra, Carlo Guccione, hanno deciso di lasciare il loro posto di delegati alle assemblee costituenti nazionale e regionale dei Democratici junior.

“Questo non è certamente il nostro Pd”, dicono.

A Reggio Calabria, invece, dove sono stati presentati tanti candidati quanti i posti disponibili nessuno si è dimesso.

E’ giusto dire che non si possono accomunare i giovani pidini di Reggio ai sedici cosentini che hanno avuto decenza e dignità di lasciare la poltroncina. “Non si può fare di tutta l’erba un fascio”.

Quindi Antonino Castorina ha ragione.

Ma Antonino Castorina crede nel cambiamento.

Cosa c’entra questo con le primarie farsa?

All’apparenza ben poco, ma, con un’attenta analisi devo dire che il Pdl (tanto per citare un partito a caso) di birichinate ne combina ogni giorno, ma, che io sappia, primarie di questo genere mancano all’elenco.

Quindi, anche da questo punto di vista, il Pd si conferma essere il vero e unico partito del cambiamento. Il partito che ha portato la novità.

E questo Antonino Castorina l’aveva capito, probabilmente, fin dalle elezioni-farsa del segretario regionale, quelle che avevano visto Marco Minniti prevalere sul nulla, essendo l’unico candidato calabrese.

Ti piace vincere facile?

Iscriviti nel Pd!

Non devo esagerare, però. Perchè Antonino Castorina rivendica, giustamente, le sue 1300 preferenze!

Capperi!

1300 preferenze!

Ecco su questo punto preferisco non rispondere, ci ha già pensato quel cattivone di Montecristo, sempre su CalabriaOra (a pagina 7) che, nel commento “Datevi una calmata giovani-vecchi”, scrive:

Suvvia Castorina, ma preferenze de che se a Reggio è stato impedito anche fisicamente ad altri giovani di candidarsi?

Certo che, Montecristo non è stato per niente carino a definire Castorina un “giovane-vecchio”: non è di certo un reato essere amico di Naccari e non è nemmeno un reato essere amico di Carlizzi.

Mister 1300 preferenze sarebbe stato un nomignolo molto più azzeccato ed elegante.

La verità è che, a causa di Berlusconi, purtroppo essere di destra (o di centrodestra) è diventata una barzelletta, ma solo grazie a movimenti come il Partito democratico lo stesso Berlusconi riuscirà a rimanere in sella fino alla fine dei suoi giorni.

E questa è la colpa più grave.

Non è un paese per vecchi

ottobre 14, 2008

Da www.strill.it

Gioia Tauro non è mai stato un posto tranquillo. Gioia Tauro è, dagli anni ’90, sede del più grande porto commerciale del Mediterraneo. Gioia Tauro è, da sempre, il regno della famiglia Piromalli e dei suoi leader carismatici: don Mommo Piromalli, don Peppino Piromalli, sono personaggi entrati di diritto nella storia della ‘ndrangheta. E chi ha provato, in passato, a mettere in dubbio tale predominio si è sempre dovuto arrendere, inginocchiare, alla dura legge del più forte: negli anni ’70 è successo, in particolare, ai Raso e ai Tripodi.

Grazie al porto, ma anche grazie agli interminabili lavori sulla Salerno-Reggio Calabria, a  Gioia Tauro di soldi ne girano parecchi e per maneggiare i soldi le cosche hanno bisogno della collaborazione e della complicità del mondo politico.

L’operazione della Polizia di Stato, che ha portato all’arresto di cinque persone, tra cui ex sindaco e vicesindaco di Gioia Tauro (il Comune è attualmente commissariato) e il sindaco di Rosarno, è solo l’ennesima testimonianza della commistione, necessaria quanto storica, che, nel centro della Piana, vige tra politica e criminalità organizzata.

E chi sbaglia paga.

Il 9 maggio del 1987, si arriva persino ad assassinare, nei pressi della propria abitazione, il sindaco Vincenzo Gentile, medico, democristiano, amministratore chiacchierato, un sindaco che nel primo maxiprocesso contro i sessanta boss della provincia di Reggio, celebrato davanti al tribunale di Reggio Calabria nel 1979, arrivò a dichiarare che a Gioia Tauro la mafia non esisteva.

“I Piromalli? Brava gente per quel che ne so”, diceva.

E quello di Gentile è solo uno, certamente il più illustre, degli innumerevoli delitti compiuti nel centro della Piana.

Quelli sono anni bui per Gioia Tauro e per tutta la provincia di Reggio Calabria: quello di Gentile, avvenuto a maggio, è il 56esimo omicidio dall’inizio dell’anno.

Gli “anni di piombo” calabresi.

Gioia Tauro non è mai stato un posto tranquillo, si diceva prima: è vero, ma gli ultimi mesi, per Gioia Tauro, sono stati piuttosto turbolenti, come non si ricordava da tempo. Qualcosa si è rotto negli equilibri, storici, della città. L’alleanza (sancita da rapporti di parentela) tra i Piromalli e i Molè non esiste più.

E quando si rompono equilibri così delicati ci si può (ci si deve) aspettare di tutto.

Gli attriti tra le due famiglie egemoni, i Piromalli e i Molè, risalgono al 2007, quando i primi rifiutano un’equa spartizione della “torta”, come è sempre avvenuto del resto.

La storia cambia pagina lo scorso 1 febbraio: l’omicidio di Rocco Molè, apre, infatti, una nuova stagione a Gioia Tauro. Molè, infatti, al momento dell’omicidio è ritenuto dagli investigatori il reggente dell’omonima cosca alleata, da sempre, ai Piromalli. E allora chi può essere così potente da uccidere Rocco Molè, con quattro colpi in faccia, sul “proprio” territorio? E’ questa la prima domanda che gli inquirenti si pongono.

Da quel giorno sono passati più di otto mesi.

All’omicidio di Rocco Molè segue, temporalmente, lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune, amministrato da Giorgio Dal Torrione, ieri arrestato, e il commissariamento prefettizio dell’Ente. Le dichiarazioni fantasiose devono essere un pallino dei sindaci del centro della Piana: se Gentile, nel 1979, disse che la ‘ndrangheta a Gioia Tauro non c’era, dopo lo scioglimento Dal Torrione parla, fin da subito, di una macchinazione dell’allora viceministro dell’Interno, Marco Minniti.

Ma, come si diceva, a Gioia Tauro gli equilibri sono saltati: la guerra è ufficialmente aperta.

E’ il 26 aprile quando il centro della Piana si trasforma in Beirut: Nino Princi, imprenditore chiacchierato, viene fatto saltare in aria a bordo della propria automobile, una Mercedes. Princi, mutilato dall’esplosione, morirà alcuni giorni dopo presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Princi, già attenzionato dalla Dda di Reggio Calabria, è il cognato di Pasquale Inzitari, candidato alle ultime elezioni nelle liste dell’Udc, che viene arrestato il 7 maggio, nell’ambito dell’inchiesta “Saline”. Inzitari è socio della Devin SpA, la società che realizza, a Rizziconi, il centro commerciale “Porto degli ulivi”.

“Diverso da quelli che oggi governano la Calabria”, recitava il suo manifesto elettorale.

A Gioia Tauro succede qualcosa di strano e lo Stato reagisce mostrando i muscoli: il 23 luglio, l’operazione della Dda di Reggio Calabria, denominata “Cent’anni di storia” sancisce quello che tutti temevano: la frattura, insanabile, tra le famiglie Piromalli e Molè.

Il conflitto è spietato e così, appena due giorni dopo, le strade di Gioia Tauro si tingono nuovamente di rosso: è la sera del 25 luglio quando un uomo, a volto coperto, colpisce con diversi colpi di pistola il 37enne David Cambrea, ritenuto dagli investigatori vicino a Domenico Stanganelli che è nipote proprio di Rocco Molè. Cambrea, colpito all’addome e al torace, morirà pochi giorni dopo.

L’ultima dimostrazione del potere esercitato dalla cosca Piromalli sull’area di Gioia Tauro arriva, quindi, con l’arresto di Giorgio Dal Torrione, Rosario Schiavone e Carlo Martelli.

Il boss Gioacchino Piromalli, avvocato, che, per risarcire il Comune, lavora gratis:  “una beffa”, dicono gli inquirenti. “La beffa” è la testimonianza firmata che nulla ferma l’egemonia della famiglia Piromalli su tutto il territorio, classe dirigente compresa: nemmeno gli attriti con i Molè, datati 2007, sfociati, poi, in questo 2008 di sangue.

Cambiano personaggi, epoche e nemici: negli anni ’70 i Raso e i Tripodi oggi i Molè, alleati di un tempo.

Prima che si affermi la legge del più forte.

SUA maestà

settembre 13, 2008

Ho partecipato, ieri sera, a un convegno sulla Stazione Unica Appaltante: la SUA.

Ora, mi sembra lapalissiano specificare (ma ieri sera l’ho fatto) l’importanza di questo istituto: ieri il ministro dell’Interno del Governo Ombra (ihihihihihih), Marco Minniti, ha spiegato il funzionamento della SUA regionale, ben diverso da quella di Crotone, che ha dato ottimi risultati (nel giro di un anno l’80% degli appalti crotonesi passerà da lì).

La Stazione Unica Appaltante dovrà monitorare il settore, sempre pericoloso e quasi sempre colluso, degli appalti: non dimentichiamo che già dagli anni ’60, ai tempi della costruzione della A3, le ditte pagavano il famoso 3% sulla cifra degli appalti alle cosche. Ora, come dimostrato dall’operazione “Arca” dello scorso luglio e, spostandoci sulla SS106, quella denominata “Bellu lavuru”, le cose non sono cambiate, ma, come un bubbone che nel tempo s’ingrossa, sono peggiorate. E non dimentichiamo che una società prestigiosa, come Condotte SpA, si è vista revocare il certificato antimafia, salvo poi riceverlo indietro, dopo qualche mese, dal TAR.

Ma questa è un’altra storia.

In un territorio, quello calabrese, infestato da 160 cosche, è quanto mai necessario che la Stazione Unica Appaltante, già approvata dal Consiglio Regionale, sia perfettamente efficiente e funzionante.

In Sicilia la SUA (quella non “ufficiale”, specifico) era affidata ad Angelo Siino, referente delle più potenti famiglie di Cosa Nostra, detto Bronson per la sua somiglianza con l’attore (Il giustiziere della notte, C’era una volta il West, ecc. ) Charles Bronson.

Ovviamente la speranza è che, in Calabria, la SUA (quella vera) non venga affidata all’Angelo Siino di turno.

P.S. Come ho detto ieri a Minniti, De Sena e Cisterna, sono sempre in attesa dell’Agenzia sui beni confiscati.

Grazie.