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Super partes?

settembre 6, 2009

giornali

Mi dite, per favore, in quale Paese del mondo esiste una stampa “super partes”?

Senza pensarci troppo.

Non vi viene in mente, vero?

Ve lo dico io: in nessuno.

Eppure, in questi giorni di grandi combattimenti su libertà di stampa, scoop (o  presunti tali), attacchi tra colleghi, si discute tanto di giornalismo in Italia. E si arriva, inevitabilmente, alle solite stupidaggini, buttate lì per lobotomizzare il popolo bue: “il giornalismo, i buoni giornalisti, devono essere super partes”, dicono.

Ma perchè mai?

Dove sta scritto che un buon giornalista, o un grande giornalista, non debba avere delle idee e che le possa far trasparire, in maniera netta, nei suoi scritti, nei suoi interventi, nel suo lavoro?

Indro Montanelli era un grande giornalista e aveva delle idee e, vivaddio, non perdeva mai occasione per manifestarle.

Invece ora si chiede al Boffo di turno, al Feltri di turno, al Travaglio di turno, al Piroso di turno di essere “super partes”.

Sapete che sono un acceso sostenitore del giornalismo americano: il vero giornalismo, quello duro, d’inchiesta, esiste, per quanto mi riguarda, solo negli Stati Uniti.

Eh però, chiunque abbia seguito, tanto per non andare tanto indietro nel tempo, la campagna elettorale per le elezioni presidenziali non ha potuto non notare che ogni giornale si schierava con uno o l’altro dei contendenti.

L’Observer sosteneva Obama, mentre il New Hampshire Union faceva il tifo per McCain, Time e New York Times pronosticavano una facile vittoria di Obama, mentre il New York Post ha sostenuto, fin dall’inizio, John McCain.

E così via.

In Italia, invece, ci fu un grande scandalo quando Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, alla vigilia del testa a testa Prodi-Berlusconi, dichiarò di parteggiare per il primo.

Non è questo il punto. Non è la visione super partes dei giornalisti a rendere un Paese invidiabile dal punto di vista della libertà.

Piccolo esempio: gli Stati Uniti d’America, quegli stessi Stati Uniti d’America in cui i giornali si azzuffavano per sostenere Obama o McCain, sono il Paese in cui il famoso conduttore David Letterman può permettersi di sparare a zero contro il candidato alla Casa Bianca, John McCain, solo perchè quest’ultimo, pochi minuti prima, lo ha bidonato dopo aver promesso la presenza all’interno del David Letterman show.

E il giorno dopo il Paese non si è svegliato nell’indignazione generale, ma, anzi, McCain ha dovuto chiedere scusa! Un po’ diverso in Italia: Lucia Annunziata e tanti altri ne sanno qualcosa.

Non esisteranno mai giornalisti super partes.

Il vero obbligo dei giornalisti non dovrebbe essere quello di essere equidistanti, ma di essere onesti intellettualmente: avere il coraggio di andar contro anche con i propri “simili”.

E da questo punto di vista “La Repubblica” non è diverso da “Il Giornale”: qualcuno ha notato, per esempio, che tipo di (non) spazio sta dando il quotidiano diretto da Ezio Mauro alla vicenda sul presunto caso delle puttane agli assessori regionali della Puglia, amministrata dal sinistro (in quanto comunista) Nichi Vendola?

E’ solo un esempio. Tanto per non dilungarmi troppo.

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Vince il silenzio, vince la ‘ndrangheta

gennaio 31, 2009

ndrangheta1

Avevo dedicato il primo post dell’anno alla situazione economica critica, in cui versava la “Voce di Fiore”, movimento antimafia, voce libera nel panorama calabrese oppresso dalla ‘ndrangheta. C’era tempo fino al 31 gennaio per raccogliere i fondi necessari per riaffermare i concetti sani di una Calabria che vuole reagire al malaffare. Oggi è il 31 gennaio e la raccolta per i fondi necessari a far sopravvivere “la Voce di Fiore” non ha dato gli esiti sperati: sono stati raccolti 6.470 euro e ne mancano ancora 3.530 (in calce troverete il link all’interno del quale potrete avere tutte le informazioni per fare una vostra donazione).

Ecco il comunicato diffuso dal movimento “la Voce di Fiore”:

Avevamo scritto da principio le ragioni del nostro appello: disavanzo di 10.000 euro e necessità di recupero per continuare. Lo avevamo chiarito.

Avevamo reso pubblico il nostro bilancio e aggiornato puntualmente lavocedifiore.org e ndrangheta.it, rispetto alle donazioni ricevute.

Avevamo chiesto contributi liberi, anche di soli 5 euro, anzitutto per un fatto ideologico e politico, in senso nobile.

Primo, contano le piccole azioni; quando convinte, compiute per adesione a un progetto collettivo.

Secondo, avevamo inteso “misurare” la nostra credibilità e rettitudine, la nostra capacità di dare concrete speranze a una società repressa, in cerca di giustizia, colpita, offesa, affannata; vacillante ma possibilista. Consapevoli che dall’altra parte, in Calabria, c’è chi controlla, chi fa la conta delle adesioni e le liste di proscrizione: l’elenco dei sostenitori di “la Voce di Fiore”.

Avevamo voluto capire quanto incidono cultura, informazione e parola, in Calabria. Dove la politica è, insieme alla ’ndrangheta, l’azienda leader, che provvede imponendo il proprio arbitrio: una legge al di là della Legge, spesso impotente, cancellata e perfino derisa.

Avevamo stabilito un limite, per raggiungere la cifra considerata, conti disponibili a chiunque, quale “obiettivo minimo di sopravvivenza”. E questo limite lo avevamo prorogato, indicandone i motivi, persuasi d’arrivare al pareggio (siamo, purtroppo a -3.530 euro) e pronti a rimettere le nostre misere risorse per iniziative sul territorio, in Calabria. In merito alle quali avevamo coinvolto lettori e sostenitori in un aperto dibattito in rete.

Siamo andati via dalla Calabria, ma solo fisicamente. Avremmo potuto guardare ai fatti nostri, inseguire soltanto il sogno, legittimo, d’una realizzazione professionale, sociale, personale. In tempi di precarietà esistenziale e lavorativa, di orizzonti oscurati dalla crisi globale: morale, politica e finanziaria. In tempi di enormi limitazioni al progetto individuale e collettivo. Eppure, malgrado la battaglia di sopravvivenza quotidiana, propria d’ogni italiano onesto – l’eroe Giovanni delle Bicocche del rapper Caparezza -, abbiamo coerentemente anteposto le necessità della nostra terra, la Calabria, alle aspirazioni personali. Senza per questo sentirci unti, latori d’una qualche sapienza messianica.

Avevamo messo sul sito il pdf del nostro libro, “La società sparente” (Neftasia, Pesaro, 2007), scaricabile gratis. Il quale, oltre a spiegare la subordinazione della società calabrese, contiene l’elenco dei consiglieri regionali inquisiti e dei rispettivi reati ipotizzati (nel capitolo Lumen gentium: la lista dei presunti, degli assunti e dei consunti); racconta le vicende dell’inchiesta Why not e i rapporti di potere in gioco, assieme alla battaglia civile per la giustizia, condotta, da Catanzaro in poi, da movimenti e cittadini liberi. Ad oggi, 31 gennaio 2009, registriamo 3461 download da “la Voce di Fiore”. Ma il testo è disponibile in formato elettronico anche su diversi blog. Si possono ipotizzare, dunque, che ne siano state diffuse almeno 5.000 copie elettroniche.

Avevamo rappresentato la necessità delle vie legali per recuperare i diritti d’autore di “La società sparente”, che sarebbe morto, se non fosse stato diffuso su Internet.

Non avevamo chiesto compensi né offerte per il volume, obbligati a pubblicarlo su Internet per via della sua manifesta irreperibilità, di cui s’era occupato il giornalista Roberto Galullo in una puntata (21 gennaio 2009) della trasmissione “Un abuso al giorno, toglie il codice d’intorno”, in onda su “Radio 24”.

Come raccontato dal lettore Giancarlo Contu, di Genova, l’ordine del libro non viene evaso, e l’acconto è restituito dalla libreria. All’ultimo terminale di vendita, anche secondo altri lettori, il libro non risulterebbe esserci. L’editore Neftasia non è più rintracciabile e ci aveva mandato una mail, comunicando la chiusura degli uffici fino al temine di febbraio (2009).

Avevamo riferito del nostro isolamento e delle minacce e azioni legali subite dall’uscita del libro. Avevamo cercato in ogni modo, scrivendo a tutte le redazioni giornalistiche e a Beppe Grillo, di rendere pubblica la nostra storia. Storia di utopia e persecuzioni; piccola storia di voci che non vogliono tacere, ma che il sistema culturale italiano, forse prima che la ’ndrangheta, ha saputo confinare e abbandonare alla psicologia dei perdenti. Non ci interessavano celebrazioni per televisione o colonne di quotidiani, di settimanali o periodici di élite intellettuali. Ci importava solo che passasse l’immagine della Calabria nel racconto di suoi figli addolorati e costretti alla fuga. Perché questa terra si interpreta unicamente tramite i servizi di cronaca di morte, di cronaca giudiziaria; spesso realizzati da chi arriva, fotografa e torna a casina, al Nord. Ci importava che passasse l’appello alla denuncia civile in ogni angolo della provincia italiana, ormai neppure luogo di ricerca letteraria.

Abbiamo dato questa immagine – d’una “Calabria che brucia”, come nel titolo d’un bellissimo saggio dell’antropologo Mauro Minervino – ed esortato alla scrittura di libri sulle emergenze democratiche locali, nei nostri 20 minuti alla manifestazione “Difendiamo la democrazia e la legalità costituzionale” (Roma, Piazza Farnese, 28 gennaio 2009).

Ed è proprio con questo spirito, utopistico sino all’estremo, che abbiamo contribuito alla causa dell’antimafia; che dovrà proseguire nella ricerca della verità e dovrà rappresentare l’alternativa culturale, prima che politica, al vuoto cosmico prodotto e diffuso dalla finzione televisiva. Costruita per sovvertire princìpi e valori, impoverire il pensiero e il linguaggio, abituare alla contemplazione del proprio successo mediatico, distruggere i contenuti, uniformare le coscienze, i desideri, gli universi individuali.

In queste ore, stiamo ricevendo messaggi di incredulità, rispetto all’imminente chiusura di “la Voce di Fiore”. Parole di incoraggiamento, finanche di mortificazione, come quelle di un breve commento su Facebook del testimone di giustizia Pino Masciari. Già gravato, nonostante il suo senso dello Stato, da pesanti problemi di sicurezza personale. Molte persone ci sono state e ci sono vicine, ma questo non è bastato.

Salvatore Borsellino venne in tribunale, a Cosenza, all’udienza d’appello riguardante la richiesta di sequestro di “La società sparente”. I giudici non lo fecero parlare, ritenendo inutile una sua testimonianza, ma senza ascoltarlo. Da ultimo, fummo condannati a una forma di autosequestro, con l’obbligo di acquistare le copie rimanenti nelle edicole e librerie dell’area di provenienza dell’attore, poi soccombente in ambito penale.

Per ogni cosa servono soldi. Anche per le iniziative dal basso, che sono quelle per cui ci siamo impegnati, senza alcuna brama di clamore.

Le mobilitazioni, l’aggregazione, l’informazione e l’ingegneria sociale costano. Tempo, energie, denaro.

Con una piccola somma, avevamo sovvenzionato dei giovani per uno spettacolo di impegno civile, andato in scena a Castrovillari il 14 dicembre scorso. Muta la stampa, nonostante due straordinari interventi di Gianni Vattimo e Salvatore Borsellino.

Lo avevamo fatto perché l’emancipazione dalla ’ndrangheta passa anche – e forse soprattutto – per i progetti culturali nei comuni. Perché gli interventi dal basso sono efficaci nel lungo periodo; anche in considerazione dell’urgente bisogno di modelli costruttivi, largamente avvertito. Le mafie, e la politica della “Casta”, non possono continuare a rappresentare riferimenti assoluti né apparire in una dimensione quasi epica, in quanto comunque vincenti.

Avevamo organizzato il Festival Internazionale della Filosofia in Sila, per due anni. Investendo modeste competenze e risorse personali, prima che ci silurassero, ritenendoci i mandanti, per gli interventi di Marco Travaglio e Aldo Pecora su Nicola Adamo, allora vicepresidente della giunta regionale calabrese, “fresco” d’avviso di garanzia. All’edizione del 2008, liberatisi della nostra ingombrante presenza, lor signori hanno invitato a parlare un pensatore gran maestro onorario del Goi.

Di cose ne abbiamo fatte, e sempre dal basso, accettando critiche e opinioni differenti, sul nostro sito; con cui, non riuscendo più a pagare le spese, avevamo sostituito la versione cartacea di “la Voce di Fiore”.

Che cosa dimostra il mancato pareggio del disavanzo, pur esistendo su Facebook un gruppo di sostegno che conta quasi 900 membri? Che cosa dimostra il fatto, nonostante l’impegno di tantissimi amici, che per la nostra causa hanno mobilitato persone, gruppi, associazioni? Che cosa dimostra lo scarsissimo interesse da San Giovanni in Fiore (Cosenza), nostra città di origine?

Adesso, non ci resta che chiudere. Ringraziando tutti coloro che ci hanno dato fiducia, che ci sono stati vicini, che ci sono venuti incontro. Con donazioni, partecipazione, attenzione; riprendendo il nostro appello su blog, forum, pagine Facebook, emittenti, testate, scrivendo e-mail agli amici, andando in giro a raccogliere fondi. Grazie di cuore.

Per sette giorni, a decorrere dal primo febbraio 2009, “la Voce di Fiore” resterà con questo solo testo presente in home page. Attenderemo di conoscere l’esito della raccolta, che renderemo pubblico, perché sappiamo che ci sono dei bonifici in arrivo – coi loro tempi tecnici.

Quindi, i siti lavocedifiore.org, ndrangheta.it, lasocietasparente.blogspot.com ed emigrati.it, che costituiscono la rete del nostro laboratorio culturale antimafia, saranno oscurati.

Con questa scelta, forse manteniamo ancora una speranza che si possa raggiungere l’”obiettivo minimo di sopravvivenza”, non potendo escludere a priori, l’arrivo di ulteriori donazioni. Certamente, non rivolgeremo ulteriori appelli e, in ogni caso, come “la Voce di Fiore” realizzeremo un’ultima iniziativa, in Calabria, legata all’emancipazione dalla ’ndrangheta.

I giovani della rete di “la Voce di Fiore”

Clicca qui per aiutare la Voce di Fiore

In ricordo di Beppe Alfano

gennaio 8, 2009

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Tra 32 giorni avrò 23 anni. Sono un giornalista.

Sono un giornalista che ha sempre voluto fare il giornalista. E il mio modello (tutti abbiamo almeno un modello) non è mai stato Indro Montanelli, e nemmeno Enzo Biagi, nè Travaglio o Santoro.

Tutti professionisti che stimo.

Il mio modello è sempre stato Beppe Alfano, giornalista, di quelli veri.

Era corrispondente del quotidiano catanese, La Sicilia, lo stesso quotidiano che, adesso, concede diritto di parola a Vincenzo Santapaola, condannato a tredici anni di reclusione per estorsioni, rapine, traffico di sostanze stupefacenti. Figlio del più famoso boss Nitto Santapaola.

Beppe Alfano aveva denunciato più volte gli affari criminali delle cosche di Barcellona Pozzo di Gotto. Insegnava educazione tecnica e il giornalista lo faceva “solo” per passione. Era questa la sua forza: la passione per la giustizia e per la legalità.

L’ho sempre ammirato tanto per questo.

Beppe Alfano è iscritto dal Movimento Sociale Italiano, è un uomo di Destra. Di una certa Destra, non dell’attuale partito della pagnotta, che ha lasciato, per ovvi motivi, l’esclusiva della lotta alla mafia alla sinistra.

L’ho sempre ammirato tanto anche per questo.

E’ stato ucciso perchè era bravo, perchè era onesto e perchè era caparbio.

Storie di donne, di debiti.

All’inizio si diceva questo.

No, Beppe Alfano l’ha ucciso la mafia.

Oggi sarò a Barcellona Pozzo di Gotto per ricordare, per parlare, per confrontarmi con quanti vorranno farlo. A sedici anni, era l’8 gennaio del 1993, dall’omicidio di Beppe Alfano.

Quando vuole è bravo

dicembre 15, 2008

Qualcuno magari non ha avuto modo di gustarselo giovedì scorso. Questo video di una decina di minuti circa vi dimostrerà quanto sia bravo (probabilmente il migliore) Marco Travaglio quando non parla di Berlusconi, Schifani, di conflitto di interessi, di lodo Alfano, ecc.ecc.

In questi dieci minuti Travaglio racconta in maniera breve, ma assai precisa, quello che aveva scoperto Luigi De Magistris a Catanzaro, parla dell’inchiesta Poseidone sugli impianti che avrebbero dovuto depurare le acque calabresi, parla dell’inchiesta “Why not”, che, per quello che si è speso, avrebbe dovuto rendere la Calabria la regione più informatizzata d’Italia, parla dei rapporti di Antonio Saladino con la politica, spiega perchè Luigi De Magistris è stato mandato via da Catanzaro.

Perchè aveva ragione.

Parla anche di Clementina Forleo, parla degli sprechi italiani nel settore dei trasporti, Salerno-Reggio Calabria e Ponte sullo Stretto, parla di finanziamenti europei che non servono a nulla se non ad arricchire pochi malavitosi.

Un bello, e, purtroppo, raro esempio di giornalismo.

Nei colloqui scolastici, parlando di me, ai miei genitori dicevano sempre “E’ bravo, ma non si applica”.

Un discorso analogo, con qualche sfumatura, vale anche per Travaglio: “E’ bravo, ma si applica male”.

L’ossessione per Berlusconi ha, in passato, appiattito l’ottima preparazione di Travaglio.

La appiattirà anche in futuro.

Vedremo il miglior Travaglio quando Berlusconi sarà uscito definitivamente dalla scena politica italiana.

Per Travaglio e per tutti noi, speriamo presto.

Non mi lego a questa schiera

novembre 3, 2008

E’ successo anche questa mattina, appena sveglio: un altro invito.

Ma che bell’invenzione!

“Vieni con noi”, mi dicono.

Beh, effettivamente di gente ce n’è: ci sono politici, ci sono giornalisti, ci sono calciatori, ci sono stelle della televisione, ci sono professionisti, gente per bene, all’apparenza; ci sono, da ultime, tante persone che conosco, ma, mi dispiace, come diceva il peggior Presidente che la Repubblica italiana ricordi “Io non ci sto” (sì, vabbè lo dice anche qualcun altro…).

“Non sei ancora iscrittoooooo?”.

“Iscriviti, il social network è il futuro!”.

“Dai, che ci divertiamo!”.

“Claudio, iscriviti, c’è fica…”.

Non se ne parla, lo prometto ufficialmente.

Lo so, presto sarò isolato, tutti, attorno a me parleranno di lui: “Sai chi mi ha aggiunto come amico?”, oppure, “Ho 12 fans!” e ancora “Abbiamo creato un gruppo che si chiama…”, e ancora “Oggi tizio aveva come status personale…”, “Stasera esco con gli amici del gruppo…”.

E io lì, senza argomenti, in un angolino, autoescluso dalle irrinunciabili tendenze della società moderna, guardato come un “diverso”, come uno di quelli che ha la puzza sotto il naso.

Organizzeranno cene e io non verrò invitato (ma questo accade già…), verrò escluso persino dalle partite di calcetto, condurrò ben presto una vita da vegetale.

Da “non iscritto”.

Ma resisterò, lo prometto.

Vedere la presenza di certi cialtroni mi darà la forza di proseguire in questa mia battaglia.

P.S. Un elogio pubblico, in mezzo alle tante malefatte di cui si macchia quotidianamente, lo merita Marco Travaglio: uno dei pochi personaggi pubblici a non essere (al momento) iscritto. Magari un giorno lo aggiungerò ai miei amici. Nella vita reale.

Lodo Iamonte

ottobre 10, 2008

La vita, si sa, è fatta di priorità.

L’Italia dei Valori (quali?) sta raccogliendo le firme per l’istituzione di un referendum popolare che possa abrogare il Lodo Alfano, quella leggina che ha tolto non pochi impacci a Re Silvio. Vedo il consigliere regionale del partito di Tonino Di Pietro, Maurizio Feraudo, sgolarsi per pubblicizzare l’evento. Domani, invece, la sinistra (o quel che resta di essa) sarà a Roma per protestare contro il Governo Berlusconi e anche contro il già citato Lodo Alfano, che ricopre di vergogna l’intera Penisola.

Eh già, il vero problema della Giustizia, come ci insegna Marco Travaglio, è il Lodo Alfano.

Faccio presente al consigliere Feraudo, al segretario regionale del Pdci, Michelangelo Tripodi (che ha annunciato la propria presenza a Roma) e anche al baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio, che, appena due giorni fa, il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare (un anno) Carmelo Iamonte, figlio del boss Natale, ritenuto dagli investigatori reggente della cosca di Melito Porto Salvo. Coraggio scandite tutti insieme a me: IA-MON-TE! Scarcerato per l’eccessiva lunghezza del processo “Ramo Spezzato”, scaturito dall’operazione condotta dai pm Santi Cutroneo e Antonio De Bernardo.

Per questi orrori della Giustizia italiana, Feraudo non raccoglie firme, Tripodi non va a Roma e Travaglio non ci propina nemmeno dieci secondi dei propri soliloqui.

Peccato per questa scarcerazione, mi ero quasi convinto che il vero problema della Giustizia italiana fosse il Lodo Alfano…

Del resto, come dicevo, la vita è fatta di priorità.

Carta canta

settembre 29, 2008

Per una volta rubo titolo e vizietto a quel simpaticone del baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio.

da www.danielasantanche.com

“Le donne per andare in Parlamento lo possono fare solo con me. Vorrei fare un appello a tutte le donne italiane. Non date il voto a Silvio Berlusconi, perchè Silvio Berlusconi ci vede solo orizzontali, non ci vede mai verticali”. Lo ha detto Daniela Santanchè, candidata della Destra, in una intervista a Canale Italia che verrà messa in onda stasera. Per la Santanchè il Cavaliere “non ha rispetto per le donne, lo dimostra la sua vita giorno dopo giorno. Ha detto a quella ragazza precaria di sposare un miliardario: non è questa la risoluzione del precariato. Il voto a Silvio Berlusconi è il voto più inutile che le donne possano dare”. 25 marzo 2008

E ancora, dallo stesso sito:

Berlusconi? E’ ossessonato da me. Tanto non gliela do…” Daniela Santanchè, candidato premier de La Destra, interpellata dai cronisti a Montecitorio, risponde così a distanza a Silvio Berlusconi che nel corso della puntata di “Omnibus” aveva affermato che la candidata de La Destra non è altro che “quella destra Billionaire ch cerca di portarci via i voti, ma che fa soltanto il gioco della sinistra”. 9 aprile 2008

E invece, a distanza di qualche mese, copio e incollo da www.corriere.it

Daniela Santanchè si dimette da portavoce de «La Destra», insieme con una cinquantina di dirigenti nazionali, regionali e provinciali del partito che stanno lasciando i loro incarichi in queste ore. Il segretario nazionale Francesco Storace in mattinata, riferendosi alle dichiarazioni della Santanchè sulle sue intenzioni di lasciare il partito, aveva detto: «È diventata una rubrica fissa di “Libero”. Me ne vado, non me ne vado… Ha scambiato La Destra per una margherita. Faccia quello che vuole, ma ce lo faccia sapere».

«Proprio per non far la fine de La Margherita – è la replica della Santanchè – mi dimetto da portavoce nazionale e ritiro la mia mozione che, come è noto, propone di aprire il partito a collaborazioni con il Pdl, proprio come abbiamo fatto a Trento, per le prossime elezioni, con Marco Zenati, uno dei firmatari della mia mozione». La Santanchè ritiene che «per non rimanere confinato in un’area di estremismo extra parlamentare di vago nostalgismo» il partito dovrebbe «stringere alleanza e collaborare responsabilmente con la coalizione di centrodestra» al governo. Fra i suoi obiettivi «combattere senza indulgenza ogni forma di razzismo e di violenza», «provare a recuperare alla democrazia quei giovani che ancora oggi si radunano sotto le bandiere di un sedicente e lugubre nazifascismo invece di giustificarli con argomenti più o meno ambigui» e seguire «il cammino delle riforme che l’attuale governo sta portando avanti nell’interesse del nostro Paese». 27 settembre 2008

Se dovesse avere una figlia la chiamerà Coerenza.

Togato è bello

agosto 14, 2008

Franco, oh Franco!

Chi mi conosce sa quanto io possa odiare Zelig, ma questa volta mi è venuta spontanea.

Il procuratore di Crotone, Franco Tricoli, tra quattro giorni andrà in pensione.

Auguri!

Che regalo si farà l’eccellente magistrato a coronamento della lunga e prestigiosa carriera? Viste le latitudini la risposta è scontata: entrerà in società con un imprenditore mafioso!

La classica zona grigia (anche se qui di grigio c’è davvero poco) questa volta si materializza nei rapporti, piuttosto strani, sospetti e inquietanti tra il magistrato Tricoli e Raffaele Vrenna, mafioso, che per hobby fa l’imprenditore. Vrenna, già presidente di Confindustria Crotone, presidente del Crotone Calcio e vicepresidente di Confindustria Calabria, è condannato, in primo grado per associazione esterna. Ah, dimenticavo, la moglie del Vrenna è anche segretaria dell’illustre magistrato Tricoli…

Chissà cosa ne pensano i “travaglini”, strenui difensori della magistratura, dato che la notizia, che a dire il vero circolava da giorni, è stata posta all’attenzione dei media nazionali da un giornale, la Repubblica, che non sospetto essere “berlusconiano” (e quindi, secondo gli stessi “travaglini”, mafioso) a firma di un certo Attilio Bolzoni.

Ma, si sa, Bolzoni è come D’Avanzo…