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Il mio libro-inchiesta: ”Terra venduta”

giugno 4, 2010

Tempo fa, molto tempo fa, mi ero giustificato, per la scarsa frequenza con cui procedevo all’aggiornamento di questo blog, spiegando di avere qualcosa in ballo, qualcosa che stava occupando il mio tempo in maniera totale.

Ebbene, adesso posso finalmente svelare il mistero. Ho scritto un libro-inchiesta sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi in Calabria e, ancora, sulle incidenze patologiche che la presenza di queste scorie avrebbe sulla popolazione.

Il libro si intitola “Terra Venduta”, verrà presentato domani 5 giugno presso il salone del Palazzo della Provincia, alle 17. Molti organi di informazione hanno ripreso la notizia e di questo sono grato. Vi segnalo l’articolo apparso sul strill.it, il giornale on line per il quale lavoro.

Dal torrente Oliva di Cosenza alla Pertusola di Crotone, da Cosoleto, nella Piana, a Melito di Porto Salvo, nella ionica, e, ancora, i segreti affondati nel mare, gli atti giudiziari, le dichiarazioni

 dei pentiti, i dati ufficiali dei dipartimenti sanitari, le cifre di denaro attorno ai traffici illeciti di rifiuti e quelle delle morti per malattia sul territorio.

“Terra venduta – Così uccidono la Calabria – Viaggio di un giovane reporter sui luoghi dei veleni”, del giornalista Claudio Cordova per Laruffa Editore, è un’inchiesta diretta e coraggiosa che analizza i fatti e li intreccia a numeri spaventosi che descrivono una regione alla mercé della ’ndrangheta e attanagliata dalle malattie.

Le cosche, con alleanze impensabili e connivenze occulte, muovono un malaffare da milioni di euro. E uccidono il territorio sul piano dello sviluppo e, fatto ancora più grave, sotto il profilo della salute pubblica.     

Cordova ripercorre, con razionalità rigorosa e stile avvincente, i misteri insoluti delle navi avvelenate, della Pertusola, dei traffici d’armi, su rotte internazionali che, inevitabilmente e misteriosamente, finiscono per ritornare in Calabria. Soprattutto dà voce alla gente, ai comitati costituiti per chiedere la verità, alle storie individuali.

Informazioni e notizie puntuali, suffragate da riscontri documentali, dagli atti della Commissione parlamentare sui rifiuti, della DIA, di Legambiente e della magistratura, con una spietata e coraggiosa denunzia di omertà, omissioni, inerzie, negligenze dovute a pressioni di poteri occulti e a interessi enormi decisi a difendere i proventi illeciti con ogni mezzo, nessuno escluso (F. Imposimato).

Il libro, che gode del Patrocinio morale del Forum Nazionale dei Giovani e si avvale della prestigiosa prefazione del magistrato Ferdinando Imposimato, sarà presentato sabato prossimo, 5 giugno, alle ore 17, presso la sala del Palazzo della Provincia, a Reggio Calabria.

Oltre all’autore, interverranno: Omar Minniti, consigliere provinciale – Luigi De Sena, vicepresidente Commissione Parlamentare Antimafia – Angela Napoli, componente Commissione Parlamentare Antimafia – Giusva Branca, direttore responsabile Strill.it – Andrea Iurato, delegato Forum Nazionale dei Giovani – Nuccio Barillà, dirigente nazionale Legambiente – Roberto Laruffa, editore. Coordina Maria Teresa D’Agostino (Ufficio Stampa Laruffa).

Per le associazioni, i comitati, i semplici cittadini, insomma, per chiunque fosse interessato a organizzare una presentazione nella propria città, nel proprio paese, può contattare l’ufficio stampa della casa editrice Laruffa (ufficiostampa@laruffaeditore.it) oppure direttamente me (claudiocordova10@hotmail.com).

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Agenda – A Melito Porto Salvo per parlare di “navi dei veleni”

settembre 19, 2009

Cimiteri_Sommersi

Oggi alle ore 17 condurrò a Melito Porto Salvo un convegno nel quale i partecipanti si interrogheranno sulla presenza di una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo, così come dichiarato dal collaboratore di giustizia, Francesco Fonti.

Ecco il comunicato stampa diffuso dal consigliere comunale di Melito, Enzo Domenico Vinci, che è il promotore dell’iniziativa:

Grande interesse ed attesa tra i cittadini della fascia Ionica Reggina e non solo, per il convegno di oggi, sabato 19 settembre, sul tema : CIMITERI SOMMERSI E VERITA’ INABISSATE“ “Una nave dei veleni anche al largo di Melito di Porto Salvo?”. IL programma, all’insegna del giornalismo d’inchiesta, sarà condotto da Domenico Vinci, Claudio Cordova e Francesco Iriti e vedrà la partecipazione del Vice Presidente della provincia di Reggio Cal. Dott. Gesualdo Costantino, dell’assessore provinciale all’Ambiente Avv. Giuseppe Neri e dei Sindaci : Giuseppe Iaria di Melito di Porto Salvo, Pasquale Sapone di San Lorenzo , Antonino Caccamo di Condofuri, Giovanni Squillaci di Bova Marina, Giovanni Nocera di Palizzi, Agostino Zavettieri di Roghudi, Antonino Guarna di Montebello Ionico. Interverranno alla trasmissione Presidenti di Comitati e singoli Cittadini.

L’incontro verrà trasmesso sul sito http://www.melitotv.it/

Se c’è una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo qualcuno sa già tutto

settembre 16, 2009

mare

da www.strill.it

“Le persone che avevo coinvolto nelle deposizioni fatte al dottor Romanelli erano Nicholas Bizzio, mafiosi, gruppo Iamonte”. A parlare non è il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, ritornato alla ribalta per le dichiarazioni su un ingente traffico di rifiuti tra la Calabria e la Somalia, dopo che, per anni, in molti hanno considerato alla stregua di barzellette le sue dichiarazioni. A parlare è, invece, un uomo, si chiama Gianpiero Sebri, al cospetto della Commissione Parlamentare sul duplice omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, trucidati proprio in Somalia il 20 marzo del 1994.

Palazzo San Macuto si trova a Roma, in via del Seminario. E’ un edificio piuttosto antico che, negli anni, ha acquisito anche un significato simbolico: diventa così il luogo ove il tribunale dell’Inquisizione, istituito da Paolo III nel 1542, svolge l’adunanza della Congregazione segreta nella quale si dà lettura delle sentenze. Dal 1974 il complesso è utilizzato dalla Camera dei Deputati. Palazzo San Macuto, infatti, è la sede delle commissioni parlamentari e della biblioteca della Camera dei Deputati.

La Commissione sul duplice omicidio Alpi-Hrovatin si riunisce proprio a Palazzo San Macuto. E’ difficile seguire in maniera completa e assidua le riunioni della Commissione presieduta da Carlo Taormina: è difficile perché il contenuto delle testimonianze raccolte è delicato, è difficile perché spesso si fa fatica anche ad avere un calendario delle riunioni, è difficile perché spesso la Commissione si riunisce la sera, terminando i lavori a notte fonda.

Succede proprio questo il 20 ottobre del 2004: l’avvocato Taormina apre la seduta alle 20.40.

Ad essere audito, in serata, è Giampiero Sebri.

Sebri è un uomo vicino agli ambienti del Partito Socialista Italiano e, nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con le sue dichiarazioni, consente alla Procura di Milano di avviare un’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maurizio Romanelli, su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. L’inchiesta verrà archiviata nel luglio del 2005.

Parla parecchio Gianpiero Sebri, alcuni giorni prima, il 14 ottobre del 2004, al cospetto della stessa Commissione, dice di essere stato “un uomo di Luciano Spada”. Anzi, per la precisione dice di essere stato “un portaborse per un gruppo che trafficava in rifiuti tossici nocivi radioattivi e credo anche in armi”, fino alla morte dello stesso Spada, faccendiere ritenuto molto vicino a Craxi, avvenuta nel 1989.

Davanti al presidente Carlo Taormina, Sebri non fa altro che ripetere quanto aveva già affermato in un’intervista ai giornalisti di “Famiglia Cristiana” Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari. I giornalisti chiedono: “Quanti rifiuti finirono in Somalia?” La risposta: “E chi può dirlo? Che io sappia, i carichi furono numerosi. La Somalia divenne la nuova pattumiera, nonché il Paese di destinazione di diverse partite d’armi. So, ad esempio, di un container di armi caricato su una nave in partenza da Ravenna, diretta in Somalia. Me lo raccontò Spada. Parlando più in generale, devo dire che spesso questi “affari” potevano avvenire grazie al coinvolgimento di mafiosi che garantivano protezione e, all’occorrenza, lavori sporchi”. C’è sempre un patto con qualche clan mafioso? “Spesso. So che alla Somalia, ad esempio, sono sempre stati molto interessati i calabresi, mentre – parlando delle spedizioni dirette nell’Est europeo – Bizzio fece esplicito riferimento alla mafia, in particolare al clan Iamonte”.

Nickolas Bizzio è un miliardario poco noto al grande pubblico, ma molto influente nel mondo degli affari. Nato a Piacenza nell’agosto 1936, ha origini italiane, passaporto americano e residenza nel Principato di Monaco. Sale agli onori della cronaca un paio d’anni fa per aver tentato la scalata alla Buffetti insieme alla Banca del Gottardo. Di rifiuti, in realtà, Bizzio si occupa da tempo. Si vanta lui stesso: “Io in questo campo ci sono da anni, sono stato uno dei primissimi”.

Sebri parlerà parecchio, citerà numerose persone, alcuni decideranno anche di querelarlo. Ma, adesso che il coperchio sui traffici di rifiuti radioattivi è stato scoperchiato grazie alla tenacia del Procuratore Bruno Giordano, sarebbe forse il caso di rivedere le dichiarazioni rese dall’ex portaborse di Luciano Spada al pubblico ministero Maurizio Romanelli, dalle quali non sfociò altro che un’archiviazione. In quelle dichiarazioni Gianpiero Sebri citava la consorteria mafiosa Iamonte di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria.

Ed è una dichiarazione che fa il paio con quanto affermato dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti, il quale afferma che l’imprenditore Giorgio Comerio, personaggio controverso che aveva inventato un metodo per interrare nei fondali dei siluri carichi di rifiuti radioattivi, ebbe modo di raccontargli di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Rigel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.

E Fonti sembra essere ritenuto piuttosto attendibile.

E allora, se il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, di recente riassegnato al programma di protezione, afferma il vero, quando parla dell’esistenza di un’altra “nave a perdere” al largo delle coste di Melito Porto Salvo, dove anche per un sospiro è necessario chiedere il permesso alla famiglia Iamonte, si sa già chi potrebbe sapere qualcosa in più in merito.

Zoomafia: così le cosche calabresi sfruttano gli animali

gennaio 21, 2009

combattimenti

da www.strill.it

Di spirito imprenditoriale, le cosche, ne hanno davvero tanto. Sanno che ogni cosa può essere utilizzata per fare quattrini. Da parecchio tempo, per esempio, hanno capito che anche gli animali, sì, gli animali, se sfruttati nel modo giusto, possono costituire una fonte sicura e cospicua di guadagno.

Cos’è la zoomafia?

“Settore della mafia che gestisce attività illegali legate al traffico o allo sfruttamento degli animali”, questo dice il vocabolario.

Attenzione però: ogni attività delle cosche, oltre a costituire guadagno economico, assicura, parimenti, un controllo sul territorio, necessario e, per questo, sempre estremamente asfissiante.

UNA MONTAGNA DI SOLDI

Soldi e animali sfruttati.

I soldi arrivano, in particolare, dalle scommesse clandestine: secondo l’Eurispes, il mercato illegale delle scommesse illecite raccoglie circa 6.500 milioni di euro contro i 2.200 provenienti dalle scommesse legali.

Si tratta di un business estremamente articolato: combattimenti illegali tra cani, corse di cavalli dopati, truffe ai danni dell’Erario, dell’UE e dello Stato, traffico illegale di medicinali, furto di animali da allevamento, falsificazione di documenti sanitari, fino al gravissimo reato di diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati, provenienti da animali malati.

Così si fanno fanno soldi. Tanti soldi.

Secondo Ciro Troiano, che ha stilato il recente rapporto “Zoomafia 2008” della LAV, “l’introito complessivo della zoomafia si aggirerebbe intorno ai tre miliardi di euro”.

Tra i reati, il più crudo e violento è, sicuramente, quello che riguarda i combattimenti tra cani. Si tratta di un business da 300 milioni di euro annui, attenzionato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria già dal 2004. I cani vengono maltrattati e “addestrati” alla cultura dell’odio, in modo tale da poter essere spietati nel corso dei combattimenti. Proprio da un’inchiesta calabrese, curata dalla DDA di Reggio Calabria, è nata la prima operazione di polizia che ha portato all’arresto, in Italia nel 2004, di 13 persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’organizzazione di combattimenti tra cani.

E si scommette. Soldi, tanti soldi.

I CAVALLI DELLA FAMIGLIA LABATE

Si scommette sui combattimenti tra cani, ma si scommette anche sulle corse clandestine di cavalli.

A Reggio Calabria i signori incontrastati di questa attività sono tutti elementi riconducibili al clan Labate, operante nella zona sud della città. E’, in particolare, l’operazione della Polizia di Stato, del 24 luglio del 2007, denominata “Gebbione” (la sentenza di primo grado, per coloro che hanno scelto il rito abbreviato, è arrivata alcuni giorni fa) a svelare le attività del sodalizio criminale reggino, che allevava i propri cavalli, anche tramite la somministrazione di farmaci, e organizzava corse clandestine, che si svolgevano nella zone del Gebbione, Saracinello, Pellaro e San Leo, scommettendo sull’esito di tali competizioni.

E alcuni individui sono proprio accusati di violenze nei confronti degli equini, “poiché – si legge nell’ordinanza – sottoponevano numerosi cavalli di cui avevano la disponibilità o la proprietà a maltrattamenti, addestrandoli e facendoli correre in condizioni non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, nonché somministrando agli stessi farmaci con modalità dannose per la loro salute, con l’intento di migliorarne le prestazioni agonistiche. In particolare, i cavalli “venivano maltrattati – si legge ancora nell’ordinanza del Gip Natina Pratticò – mediante la somministrazione agli animali di sostanze “dopanti”, quali sostanze antipiretiche, analgesiche e anti-infiammatorie: Finadyne e Tilcotil; sostanze che agiscono sul sistema respiratorio: Bentelan e Nasonex; sostanze che agiscono sul sistema emolinfatico e sulla circolazione sanguigna: eritropoietina; Eprex; Sodio Bicarbonato. Tutto a opera di soggetti non qualificati e spesso senza il diretto controllo del veterinario e comunque non in funzione del benessere dell’animale, ma in funzione del miglioramento delle sue prestazioni agonistiche”.

Inoltre i cavalli venivano ulteriormente maltrattati perché venivano fatti “correre su superfici rigide (strade pubbliche asfaltate) non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, con conseguenze dannose per la loro struttura muscolo-scheletrici”; essi, inoltre venivano sottoposti “a prelievi di sangue dopo gli allenamenti, per migliorarne le prestazioni agonistiche”.

L’impianto accusatorio (confermato, peraltro, nella sentenza di alcuni giorni fa) sostiene, inoltre, che i proventi di tali attività venissero impiegati “in modo da acquisire società, beni immobili ed attività commerciali, poi gestite in modo occulto per mezzo di prestanome”.

Si tratta di un’attività che coinvolgeva entrambe le città dello Stretto, Reggio e Messina, dato che la cosca si avvaleva delle consulenze, in relazione a farmaci da somministrare agli animali per migliorarne le prestazione, di un docente, con studio ambulatoriale a Reggio, della Facoltà di Veterinaria, presso l’Università degli Studi di Messina.

Vincite che si aggiravano intorno a 200mila euro. Una storia andata avanti fino all’ottobre del 2006.

I MACELLAI

Gli animali sono utili (e redditizi) da vivi, ma possono fruttare un bel gruzzolo anche da morti.

Ci si deve spostare a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, nel regno degli Iamonte, che, da semplici macellai, senza abbandonare il proprio settore d’appartenenza, hanno messo su un impero. E’, in particolare, l’operazione del 4 febbraio 2007, condotta dalla Polizia su input dei pm Cutroneo e De Bernardo, denominata “Ramo spezzato”, a svelare i traffici illeciti di alcuni individui, con riferimento alla commercializzazione di carni di illecita provenienza e non a norma dal punto di vista sanitario.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal Gip, Santo Melidona, tale attività di commercializzazione viene definita un “inquietante  traffico di animali destinati alla macellazione e di carni destinate al consumo umano al di fuori di un’ogni controllo, previa formazione di documentazioni  sanitarie false, in alcuni casi di animali affetti da gravi malattie, con potenzialità di gravissimo ed incontrollato pregiudizio per la salute dei consumatori”.

L’inchiesta, durata quasi due anni, ha portato all’arresto, tra gli altri, anche di Carmelo Iamonte, di 42 anni, figlio del boss Natale Iamonte, e a sua volta considerato dagli investigatori il capo della cosca, e di un dirigente medico dell’Azienda sanitaria di Melito Porto Salvo. Nel corso dell’operazione, la polizia ha poi effettuato il sequestro preventivo di aziende facenti capo a presunti esponenti della criminalità organizzata ed operanti nel settore dell’allevamento, della lavorazione, della vendita all’ingrosso e dettaglio di animali e carni macellate.

Purtuttavia, i due capi carismatici, Antonino e Carmelo Iamonte, non si vedono contestati tali reati. I personaggi indagati, il commerciante Sergio Borruto in particolare, avrebbero agito per contro proprio, rivendendo le carni guaste alle macellerie riconducibili alla cosca, senza che questa ne fosse al corrente.

Antonino e Carmelo Iamonte sono stati di recente scarcerati per decorrenza della custodia cautelare.

Ma questa è un’altra storia.

Anche in questo caso, comunque, l’affare frutta un mucchio di quattrini. Ecco, così come si può leggere nell’ordinanza “Ramo Spezzato”, il meccanismo, oleato e infallibile messo in atto da alcuni commercianti: “gli animali sono malati e vengono trasportati insieme ad un esemplare deceduto; il bestiame non è stato sottoposto ad alcun controllo ed infatti non è accompagnato dalla documentazione attestante l’avvenuta sottoposizione ai prescritti controlli sanitari (cedolino o “passaporto”), che pure gli indagati cercano, fino all’ultimo momento, di reperire, senza riuscirvi. E’ chiaro che gli indagati sono ben consapevoli delle condizioni in cui si trovano gli animali e, quindi, della pericolosità delle loro carni”.

Un settore, quello della macellazione, nel quale la cosca Iamonte da sempre regna sovrana: “E’ emerso, dalle sin qui esplorate attività criminose, – si legge ancora nell’ordinanza – come uno dei settori di interesse più significativo della organizzazione indagata sia costituto dal commercio delle carni, realizzato anche mediante l’acquisizione con sistemi estorsivi di macellerie e la fraudolenta intestazione a terzi della formale titolarità delle medesime (per l’evidente finalità di eludere  le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale)”.

E’ SOLO BUSINESS

Di industrie, e quindi di sviluppo, in Calabria ce ne sono davvero poche. Essa, si sa, è una terra povera essenzialmente dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Si spiega anche così il reato di pascolo abusivo, come è possibile leggere nel Rapporto Zoomafia 2008: “All’inizio del mese di agosto 2007, ventitre bovini tra adulti e giovani sono stati sequestrati dal Corpo forestale dello Stato in provincia di Reggio Calabria. L’operazione è stata portata a termine nel Comune di Santo Stefano d’Aspromonte, finalizzata alla repressione del pascolo abusivo. L’attività è partita dalle segnalazioni che indicavano la presenza di bovini vaganti nella zona dl villaggio turistico di Gambarie (Reggio Calabria). L’operazione, scattata alle prime luci del giorno, ha coinvolto il personale dei comandi stazione di Gambarie e di San Luca del Corpo forestale dello Stato. I bovini pascolavano indisturbati all’interno di un bosco di castagno di proprietà della Regione Calabria. Contemporaneamente al sequestro degli animali, sono partite le indagini del caso per risalire ai proprietari, identificati poi in un 42enne e un 65enne residenti entrambi a San Luca (Reggio Calabria). Gli uomini sono stati denunciati a piede libero per pascolo abusivo e danneggiamento della vegetazione in area protetta”.

Insomma, sfruttare gli animali in maniera illecita, in Calabria (ma anche nel resto d’Italia), è un affare da migliaia di euro. Con il tempo, peraltro, la tendenza sta acquistando maggiore spazio e, nel giro di alcuni anni tale crimine potrebbe diventare una “regola” come il commercio di sigarette di contrabbando in passato e quello della droga adesso.

Sfruttando gli animali si fanno soldi.

Poco importa che, oltre a commettere un crimine nei confronti dello Stato e della collettività lo si commetta anche contro la natura.

E’ solo business.

Una buona idea

ottobre 29, 2008

Tempo fa Antonino Monteleone, su strill.it, parlando della centrale a carbone di Saline Joniche, realizzava una fedele fotografia della situazione criminale attiva sulla costa jonica, in particolare a Melito Porto Salvo, dove, come tutti sanno, ma si fanno i cazzi propri, regna la cosca Iamonte.

Leggevo ieri che la deputata del Popolo della Libertà, Angela Napoli, già componente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha chiesto al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di “autorizzare le procedure per un nuovo accesso al Comune di Melito Porto Salvo”.

Mi sono bastati circa due secondi e mezzo per capire che la parlamentare del Pdl non stesse dicendo una stupidaggine: il Comune di Melito Porto Salvo, già sciolto per mafia nel 1991 e nel 1996, è attualmente guidato dal sindaco Giuseppe Iaria.

C’è un dato, ricordato anche da Antonino Monteleone nel proprio articolo, che viene riportato alla nostra mente dalla relazione sulla ‘ndrangheta realizzata da Francesco Forgione, da presidente della Commissione Parlamentare Antimafia:

La cosca (Iamonte ndr) ha dimostrato “un’elevata capacità di infiltrazione nella pubblica amministrazione, come confermato dall’insediamento nel Comune di Melito Porto Salvo della Commissione d’accesso nominata dal Prefetto di Reggio Calabria il 25.02.2006”.

Nel 2006 il sindaco è Giuseppe Iaria e lo è oggi, quando Angela Napoli chiede una Commissione d’accesso all’interno del Comune.

Iaria è indagato nell’ambito dell’inchiesta “Onorata Sanità”, quella che portò in carcere Domenico Crea. Iaria, nell’ordinanza di custodia cautelare è così descritto:

Altro dirigente dell’ASL 11 che si è rilevato favorire gli interessi del CREA nell’ambito dell’istruttoria riguardante la costituzione della clinica “VILLA ANYA”  è il Sindaco di Melito Porto Salvo, iARIA Giuseppe, Dirigente Amministrativo, nei cui confronti la richiamata commissione d’accesso relaziona quanto segue:
“ATTI UFFICIO:
Con CNR nr. 111/ 2 del 26.09.2005 è stato deferito in stato di liberta’ dai CC. di Reggio di Calabria, alla competente A.G. per favoreggiamento personale ed associazione di tipo mafioso (a seguito dell’arresto dei due fratelli latitanti Iamonte Giuseppe cl. 1949 e Vincenzo cl. 1954);
agli atti d’ufficio e presso banca dati FF. PP. risulta gravato da deferimento all’A.G. per rissa, diffamazione, falsita’ ideologica, interessi privati in atti d’ufficio in concorso, abuso d’ufficio, truffa, associazione per delinquere, omissione / rifiuto di atti d’ufficio ed altro;

Iaria avrebbe favorito Crea in qualcosa di illecito, evidentemente. E, come è possibile leggere all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta, proprio Crea, alle scorse regionali fece incetta di voti anche e sopratutto a Melito Porto Salvo, il Comune di cui è sindaco Giuseppe Iaria:

Il risultato raggiunto ad Africo, Roghudi, Roccaforte e Melito Porto Salvo/Montebello Ionico, ma anche S. Lorenzo e Condofuri, costituisce, come detto, il frutto dell’accordo di cartello delle consorterie mafiose presenti sul territorio, in particolare i TALIA, IAMONTE, ZAVETTIERI, CORDI’.

Ma, soprattutto, è interessante leggere la valutazione dei magistrati che arrivano alla condizione di affermare:

come le famiglie mafiose, in qualche modo collegate alla cosca MORABITO, abbiano sostenuto CREA Domenico: TALIA, IAMONTE, ZAVETTIERI, CORDI’

Insomma, tutto in perfetta filosofia-Crea: “u cumpari du cumpari è to cumpari”. (da una vecchia puntata di “Annozero”)

Iaria, Iamonte, Crea, Melito Porto Salvo, una commissione d’accesso. Mettendo insieme tutti questi tasselli devo dire che sì, effettivamente quella di Angela Napoli è proprio una buona idea.

Lodo Iamonte

ottobre 10, 2008

La vita, si sa, è fatta di priorità.

L’Italia dei Valori (quali?) sta raccogliendo le firme per l’istituzione di un referendum popolare che possa abrogare il Lodo Alfano, quella leggina che ha tolto non pochi impacci a Re Silvio. Vedo il consigliere regionale del partito di Tonino Di Pietro, Maurizio Feraudo, sgolarsi per pubblicizzare l’evento. Domani, invece, la sinistra (o quel che resta di essa) sarà a Roma per protestare contro il Governo Berlusconi e anche contro il già citato Lodo Alfano, che ricopre di vergogna l’intera Penisola.

Eh già, il vero problema della Giustizia, come ci insegna Marco Travaglio, è il Lodo Alfano.

Faccio presente al consigliere Feraudo, al segretario regionale del Pdci, Michelangelo Tripodi (che ha annunciato la propria presenza a Roma) e anche al baluardo dell’informazione italiana, Marco Travaglio, che, appena due giorni fa, il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare (un anno) Carmelo Iamonte, figlio del boss Natale, ritenuto dagli investigatori reggente della cosca di Melito Porto Salvo. Coraggio scandite tutti insieme a me: IA-MON-TE! Scarcerato per l’eccessiva lunghezza del processo “Ramo Spezzato”, scaturito dall’operazione condotta dai pm Santi Cutroneo e Antonio De Bernardo.

Per questi orrori della Giustizia italiana, Feraudo non raccoglie firme, Tripodi non va a Roma e Travaglio non ci propina nemmeno dieci secondi dei propri soliloqui.

Peccato per questa scarcerazione, mi ero quasi convinto che il vero problema della Giustizia italiana fosse il Lodo Alfano…

Del resto, come dicevo, la vita è fatta di priorità.

La ricerca di nuove armi

agosto 23, 2008

Avevo promesso di occuparmi della vicenda delle finte confische con più serietà. Ecco il pezzo, on-line da oggi su www.strill.it nel quale rifletto su quanto accaduto, rispondendo anche a Francesco Biacca (che ringrazio, come tutti voi, per i commenti su questo blog) che mi chiedeva perchè sarebbe più utile affidare ai prefetti la gestione dei beni confiscati.

Quando nelle informative delle forze dell’ordine finiscono politici di svariate correnti, ex militari e magistrati significa che c’è di mezzo qualcosa di gargantuesco. E infatti la vicenda riguardante i beni confiscati alle cosche nel territorio di Reggio Calabria e provincia è di quelle delicate assai e il maxi coinvolgimento di amministratori pubblici (370!), di destra e di sinistra, alcuni indagati per omissione d’atti d’ufficio aggravata dall’articolo 7 (il reato avrebbe favorito associazioni mafiose), altri semplicemente ascoltati come persone informate dei fatti, impone alcune riflessioni.

I “soloni dell’antimafia” predicano spesso, ad ogni passerella nel Meridione solitamente, quanto sia fondamentale colpire le cosche nei loro patrimoni per potere avere qualche chance di vittoria nella dura lotta alle mafie.

Si tratta, in sostanza, di applicare, con efficienza e celerità, la legge n. 109 del 7 marzo del 1996, che disciplina la confisca dei beni mafiosi.

Ma, proprio ricordando le parole dei “soloni dell’antimafia” risulta inaccettabile e scandaloso che, tanto per fare qualche esempio relativo alla città di Reggio, la vedova del boss Peppe Lo Giudice potesse continuare ad abitare fino al 2006, anno del tardivo sfratto definitivo, l’immobile sequestrato alla famiglia; e lo stesso discorso si potrebbe fare per lo stabile di via Mercatello confiscato nel 1997 a Pasquale Condello e ancora abitato, fino al 2006, dai familiari del Supremo.

Inaccettabile sì, ma la realtà è questa: quando la palla passa agli Enti, ai Comuni, che dovrebbero provvedere al riutilizzo dei beni tramite l’assegnazione a famiglie indigenti e/o associazioni impegnate nel sociale, il meccanismo di “bonifica” si blocca pericolosamente.

Al di là delle responsabilità penali che, in futuro, verranno accertate, l’inchiesta condotta dal Ros di Reggio Calabria su delega del pm Franco Mollace, dimostra che qualcosa, dal punto di vista strettamente normativo, va cambiato e anche alla svelta.

Della provvidenziale ma fantomatica “Agenzia nazionale per i beni confiscati” se ne parla da tempo, ma il progetto (ammesso che esista) non ha mai preso il volo.

In atto l’Agenzia del Demanio è responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione, ma appare lampante come essa, in collaborazione, spesso nefasta, con gli Enti, sia inadeguata a svolgere un simile compito. Proprio di recente il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha annunciato che “il Governo darà parere favorevole all’istituzione dell’Agenzia per i beni confiscati, e ove ve ne fossero, anche ad altri emendamenti che mirano rafforzare la lotta alle mafie”.

Verità o bugia è impossibile attendere oltre: affidare la gestione dei beni confiscati ai Prefetti, rappresentanti del Governo nelle province, può essere una parziale soluzione, una soluzione-tampone magari, che potrebbe costituire almeno un passo in avanti. Le amministrazioni comunali calabresi hanno infatti dimostrato di non essere capaci di svolgere un compito così delicato e così significativo, anche dal punto di vista simbolico, per la lotta alle mafie. E, quando le capacità non c’entrano spesso intervengono le connivenze e le collusioni: dal 1991 (data di emanazione della legge) in Italia sono stati sciolti 172 consigli comunali, dei quali 38 in Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in provincia di Catanzaro, 5 in provincia di Vibo Valentia, 3 in provincia di Crotone. A distanza di alcuni anni, per 3 comuni – Melito Porto Salvo (RC), Lamezia Terme (CZ) e Roccaforte del Greco (RC) – si è reso necessario ricorrere ad un secondo scioglimento.

Sono i dati a dire che, in attesa della necessaria Agenzia per beni confiscati, conferire poteri ai Prefetti può essere una soluzione: basti pensare che, dall’inchiesta del Ros di Reggio Calabria, gli unici tre comuni della provincia in regola (attraverso solerti riutilizzazioni dei beni) risultano essere quelli di Fiumara, Platì e Maropati, tutti sciolti per mafia e affidati a commissioni prefettizie.

Ad ogni modo non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi.

Fanculo l’onore e l’omertà

giugno 8, 2008

“I bambini non si toccano”, “dovrebbero prenderlo e non farlo uscire più”, “no, io gli darei la pena di morte”.

Sono solo alcune delle frasi che ho sentito ripetere dopo ciò che è accaduto a Melito Porto Salvo, quando, venerdì sera, un agguato a un pregiudicato si è trasformato in dramma anche per una famiglia normale e per un bambino di nemmeno quattro anni, ferito gravemente da una pallottola vagante.

Tutte frasi forti, cariche di rabbia, di sdegno per quanto accaduto. Come biasimare chi le ha pronunciate?

C’è un solo modo: ricordare come il fatto sia avvenuto sul lungomare di Melito, davanti ad almeno 500 persone e che, guarda che sfortuna, nessuna tra queste 500 persone abbia visto alcunchè. Nè il volto dell’aggressore, nè la sua corporatura, la sua altezza, nè se indossasse dei bermuda o dei jeans, nè se avesse qualche tatuaggio, niente di niente.

Gli inquirenti stanno indagando da soli.

Come al solito. Nessuna testimonianza per arrivare ad arrestare l’autore dell’agguato. Il bimbo lotta tuttora tra la vita e la morte, ma nessuno è riuscito, ancora adesso, a ricordare qualcosa…

“Ma dove ho messo i coglioni? Forse sono in questo cassetto, no… Vediamo se li ho lasciati sulla scrivania… nemmeno… Pinaaaaaaaaaaaa ti ricordi per caso dove ho messo i miei coglioni? Non me li ritrovo più…”

Eh sì, perchè se parli sei un confidente, uno che si struscia con gli sbirri, “nu spiuni”.

Bravi.