Posts Tagged ‘ministero della giustizia’

Applausi bipartisan

aprile 30, 2009

applausi

Sono illuso ad averci solo pensato: dopo tante leggi inutili, discutibili e/o pessime, questo centrodestra stava elaborando, finalmente, una proposta di legge seria, severa e giustamente repressiva.

Ma ognuno di noi può convincere gli altri di essere cambiato, ma mai sè stesso. Alla fine, dunque (e purtroppo), la vera natura affiora sempre.

Con un colpo di coda nella notte in seno alla Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera viene cancellato l’obbligo per l’imprenditore titolare di appalti pubblici di denunciare un’estorsione pena la perdita della commessa e l’interdizione dalle gare per tre anni.

Le opere pubbliche, dalle autostrade alla sanità, passando per le scuole, vengono costruite con vergognosa lentezza e, come accaduto in Abruzzo, si sgretolano alla prima scossa di terremoto. Senza contare, inoltre, l’impatto negativo che il racket ha su un’economia già fragile come quella italiana, precisamente nelle zone del Meridione.

Sostenuta dalle associazioni antiracket e dalla Procura Nazionale Antimafia, quella che si stava elaborando, era una proposta severa, ma, purtroppo, necessaria.

Non per tutti.

I responsabili sono tre pidiellini: Manlio Contento, avvocato, ex membro di Alleanza Nazionale, già Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze; Francesco Paolo Sisto, ex forzista, anch’egli avvocato, eminente professore universitario; Jole Santelli, avvocato ovviamente, calabrese, anch’ella ex di Forza Italia.

Cosa accade?

Accade che Contento, Sisto e Santelli reputano la misura estremamente repressiva e, addirittura, incostituzionale. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, accoglie le istanze dei tre deputati e la norma viene emendata.

Infuriati il Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, e il sottosegretario del Viminale, Alfredo Mantovano, ex magistrato ed ex di Alleanza nazionale, gli unici a difendere la bontà della norma inserita nel pacchetto sicurezza.

E al pasticcio, vuoi per invidia, vuoi per incapacità, partecipa anche la minoranza: al momento del voto, in aula, Partito democratico e Italia dei valori vanno via per protesta. Se avessero votato contro, come una vera opposizione dovrebbe fare, invece di dare vita a una delle solite scenette, con il voto contrario della Lega nord, forse, la proposta di legge non sarebbe stata cancellata.

Come si dice in questi casi? “Grazie alla proficua collaborazione tra….”

Applausi ambo ai lati.

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Il carcere dimenticato di Arghillà

aprile 18, 2009

carcere_arghilla

da www.strill.it

Il cosiddetto “piano-carceri” viene annunciato, in pompa magna, dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, lo scorso 23 gennaio, allorquando riceve il nullaosta dal Consiglio dei Ministri, dovendo essere presentato entro 60 giorni.  Il Guardasigilli afferma che il problema delle galere che “scoppiano” non verrà più risolto con indulti e amnistie, ma con l’edificazione di nuove carceri; gli edifici dovranno essere “ecocompatibili” e per la loro costruzione il governo ha previsto anche il ricorso ai privati. Il provvedimento, ha spiegato poi il Guardasigilli, sarà inserito come emendamento nel decreto “Milleproroghe”.

Sessanta giorni di tempo per presentare il progetto.

In realtà, di giorni, ne passano molti di meno: nel mese di febbraio il testo passa all’esame del Parlamento. Il Governo alza le barricate e si cautela richiedendo la fiducia sia al Senato, sia alla Camera. L’Esecutivo fa 13: quella per l’approvazione del decreto “Milleproroghe” è, infatti,  la tredicesima richiesta di fiducia avanzata e ottenuta dal Governo. Alla Camera, in particolare, sono 284 i voti favorevoli e 243 i voti contrari per la conversione del decreto legge, datato 30 dicembre 2008, in disegno di legge.

Entro il 28 febbraio del 2009, termine ultimo per l’approvazione del decreto, in tutti i suoi emendamenti, il “Milleproroghe” diventa legge. E tra gli emendamenti approvati, c’è, appunto, il cosiddetto “piano-carceri”.

 Secondo il Ministro della Giustizia, Alfano, il piano risolverebbe, senza il ricorso a misure quali l’indulto, il problema del sovraffollamento delle carceri: dai 43mila posti disponibili, si passerebbe infatti a 60mila.

Ecco cosa recita, in particolare, l’emendamento sul “piano carceri” che conferisce

“l’attribuzione al Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dei poteri previsti dall’articolo 20 del DL 185/2008 anticrisi, al fine di procedere al compimento degli investimenti necessari alla realizzazione di nuove infrastrutture carcerarie o all’aumento della capienza di quelle esistenti. Entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del DL 207/2008, il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dovrà redigere un programma degli interventi necessari, specificandone i tempi e le modalità di realizzazione ed indicando le risorse economiche occorrenti”.

Nelle settimane successive il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta, presenta le proprie idee relative all’edilizia carceraria che, da qui al 2012, aumenterebbe di 17mila unità la capacità delle carceri italiane: gli interventi previsti dovrebbero consentire un incremento di 4.907 posti nel biennio 2009-2010, un ulteriore aumento di 1.935 posti nel 2011-2012 e ulteriori 10.400 sempre tra il 2009 e il 2011. I nuovi posti deriverebbero dalla ristrutturazione di sezioni inutilizzate, dalla realizzazione di nuovi padiglioni all’interno di strutture esistenti, e dalla costruzione di nuovi istituti.

Anche Reggio Calabria ha una propria struttura penitenziaria ancora totalmente inutilizzata.
Il carcere di Arghillà, zona collinare a nord di Reggio Calabria, doveva essere, inizialmente un carcere di massima sicurezza, poi, però, fu “degradato” a semplice casa circondariale. L’idea, la necessità, di dotare Reggio Calabria e l’intera regione, di una nuova casa di reclusione, nasce nel lontano 1988, ma, ad oggi, nonostante i soldi spesi, non è stato ancora possibile rendere fruibile la struttura.

E’ l’assessore regionale ai Trasporti, Demetrio Naccari, a riportare sul tavolo della discussione la vicenda del carcere di Arghillà, scrivendo al Ministro della Giustizia, Angelino Alfano:

“Le procedure concorsuali permisero, nell’ormai lontano 1994, di aggiudicare la gara al soggetto concessionario nel R.T.I.  CMC Pizzarotti. I finanziamenti ottenuti nel 2003 permisero di realizzare i primi due lotti della struttura e di stabilizzare il fronte settentrionale di essa. Al 31 gennaio 2003 risultavano in avanzata fase di realizzazione il completamento del muro perimetrale dell’area demaniale asservita all’Istituto penitenziario, la realizzazione del muro di cinta e delle postazioni di guardia delle sentinelle, il completamento del corpo di fabbrica adibito ad uffici della direzione e dei servizi sussidiari, il completamento del primo blocco detentivo con capacità allocativa pari a 250 posti, il completamento del corpo di fabbrica da adibire ad infermeria, nonché la predisposizione degli impianti tecnologici, elettrici, idrici e fognari interni al plesso carcerario. Incompleti allora, ed ancora da realizzare oggi sono: gli alloggi di servizio, la caserma per gli appartenenti al Corpo di polizia Penitenziaria; l’edificio servizi, l’allacciamento stradale per collegare il plesso demaniale alla carreggiata del centro abitato di Arghillà ed i relativi impianti fognari, idrici e di illuminazione”.

Insomma, il carcere di Arghillà è una struttura che manca di servizi essenziali per la sua operatività: è una struttura da completare. Per questo l’assessore regionale ai Trasporti, Demetrio Naccari, ha sollecitato il Guardasigilli per un intervento economico a favore della struttura penitenziaria di Reggio Calabria.

Tuttavia, nel programma di massima stilato da Franco Ionta, capo del Dap, nonché commissario straordinario per l’edilizia carceraria, il penitenziario di Arghillà non è contemplato, né tra gli interventi del biennio 2009-2010, né per quelli del 2011-2012. Sono incluse carceri come quelle di Cuneo, Velletri, Carinola, Avellino, Santa Maria Capua Vetere, Enna e Catanzaro, ma anche Frosinone, Pavia, Cremona, Modena e Livorno. Ma il carcere di Arghillà, carente di strutture essenziali come gli impianti fognari, idrici, di illuminazione e persino di una strada, non è inserito.

E la nuova idea di Franco Ionta, quella di far viaggiare parallelamente “piano-carceri” e “piano-casa”, con l’ampliamento del 35% della cubatura degli edifici penitenziari rifacendosi al programma per il sostegno all’edilizia, non sembra risolvere alcun problema.

Un problema che, forse, a Roma, nessuno si è posto.

Lo strano caso del dottor Olindo Canali

aprile 7, 2009

csm

da www.strill.it

Il senatore Beppe Lumia, del Partito Democratico, sul suo conto ha presentato svariate interrogazioni parlamentari, in diversi periodi; al suo nome è legata anche la figura di Beppe Alfano, giornalista assassinato  dalla mafia l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina; il suo nome compare, insieme a quello del collega Franco Cassata, procuratore generale di Messina, nell’informativa del Ros dei Carabinieri, denominata “Tsunami”, poi archiviata a Reggio Calabria; e, da ultimo, il suo nome comparirebbe anche nel presunto memoriale che il professore Adolfo Parmaliana avrebbe scritto poco prima di suicidarsi, il 2 ottobre del 2008.

La figura di Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto si interseca, da anni, con quella di vicende misteriose e controverse accadute in provincia di Messina. Canali, insieme a Cassata e a un altro magistrato, Rocco Scisci, avrebbe anche ostacolato le indagini di un giovane sostituto, De Feis. Tutte ipotesi, nessuna prova.

Ma ritorniamo a Beppe Lumia, uno dei pochi politici che non hanno paura di nominare la parola “mafia”; è stato anche presidente della Commissione Parlamentare Antimafia ed è uno dei parlamentari maggiormente schierati nella lotta alla criminalità organizzata. Ecco, in una nota molto recente, datata 25 marzo 2009, Lumia, a proposito di Olindo Canali, afferma:

“La vicenda che vede coinvolto il magistrato Olindo Canali è incredibile. Mi chiedo come sia possibile che si possano essere verificate vicende così, che vedono sempre gli stessi protagonisti”.

Le vicende a cui allude Lumia sono vicende dolorose. Dolorose e tragiche. Sì perché di casi strani, misteriosi,  in provincia di Messina ne sono accaduti parecchi:

“Dalle indagini sui delitti di Beppe Alfano, di Graziella Campagna, di Attilio Manca e sulle denunce di Adolfo Parmaliana – aggiunge Lumia – emerge sempre un quadro di comportamenti da parte di singoli magistrati come Canali e il procuratore Cassata che devono essere capiti fino in fondo”.

Ma non finisce qui. Lumia si è occupato più volte delle vicende messinesi, di Terme Vigliatore, il Comune sciolto grazie alle denunce del professor Parmaliana, ma anche di Barcellona Pozzo di Gotto: il 9 ottobre del 2008, a sette giorni dal suicidio del docente, Lumia interroga il Guardasigilli, parlando di Franco Cassata e Olindo Canali e sollecitando l’invio degli ispettori presso gli uffici della Procura della Repubblica.

Il 4 giugno del 2008, inoltre, lo stesso Lumia, aveva già interrogato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro della Giustizia, parlando del procuratore generale di Messina, Franco Cassata, ma citando anche le vicende relative all’informativa “Tsunami”, che portavano, inevitabilmente (ai tempi il procedimento non era ancora stato archiviato) al dottor Olindo Canali.

Lo stesso Olindo Canali che, proprio ieri, è stato audito, in qualità di testimone, nell’ambito del processo “Mare Nostrum”: il magistrato è stato ascoltato in merito a un suo manoscritto redatto allorquando temeva di essere arrestato nel corso dell’operazione del Ros dei Carabinieri “Tsunami” per certe presunte frequentazioni (la sua posizione è stata invece poi archiviata a Reggio Calabria). Lo stesso Canali ha avanzato dubbi sulla gestione del collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto e soprattutto sulla colpevolezza del boss della famiglia mafiosa dei barcellonesi, Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, condannato con sentenza definitiva a 30 anni quale mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

A proposito di Beppe Alfano, e quindi di storie dolorose, tragiche e misteriose. Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato, da anni accusa pubblicamente  e nelle sedi giudiziarie il magistrato, per i suoi comportamenti. Beppe Alfano, secondo la figlia, confidò a Canali che “aveva potuto appurare con le sue inchieste giornalistiche che a Barcellona Pozzo di Gotto si nascondeva il boss catanese, allora latitante Nitto Santapaola”. Era effettivamente così, Nitto Santapaola trascorse parte della sua latitanza nel grosso centro del messinese e Beppe Alfano, per la sua voglia di indagare e scoprire la verità, fu ucciso.

Dunque Olindo Canali temeva di essere arrestato e aveva affidato a un manoscritto alcune “valutazioni personali”. L’informativa “Tsunami”, infatti, segnalava Canali per certe presunte frequentazioni, in particolare per quella con Salvatore Rugolo

“personaggio – si legge nell’informativa Tsunami – ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese che, grazie allo schermo protettivo di cui beneficia per via della sua professione di medico, parrebbe dirigere ponendosi in un ruolo di vera e propria “cerniera” tra gli ambienti criminali e quelli istituzionali”.

Rugolo è il cognato del boss Gullotti, il mandante dell’omicidio Alfano sulla cui colpevolezza, il magistrato Canali avrebbe avanzato dei dubbi.

L’informativa Tsunami per quasi tre anni ha fatto avanti ed indietro tra a Procura di Barcellona e la Dda di Messina fino a quando non è stata trasferita a Reggio Calabria, proprio a causa del coinvolgimento nelle indagini di due magistrati, Canali e Cassata. A Reggio Calabria il procedimento è stato archiviato.

Resta da vedere se farà la stessa fine il procedimento disciplinare a carico dello stesso Canali già avviato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quel “testamento”, scritto da Canali quando temeva l’arresto,  infatti, è stato già acquisito dalla prima commissione di Palazzo dei Marescialli che dovrà valutare il comportamento del magistrato che rischia di essere trasferito da Barcellona Pozzo di Gotto per “incompatibilità ambientale”, la motivazione più “classica” e, probabilmente, anche più indolore per disporre il trasferimento di un magistrato della Repubblica.

E poi ci sarebbe il memoriale di Adolfo Parmaliana. Ma anche questa è una storia dolorosa, tragica e misteriosa.

Delegittimano anche Messineo

marzo 9, 2009

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Chiunque segua un pochino le vicende giudiziarie italiane, meridionali in particolare, non può non aver notato l’aria nuova che si respira all’interno di alcune Procure. Penso alla Procura di Reggio Calabria, dove l’arrivo di magistrati validissimi come Pignatone e Prestipino e la nomina come procuratore aggiunto di Nicola Gratteri hanno portato ordine, serenità e fiducia, dopo anni di “difficoltà”.

Un’altra Procura che sta lavorando molto bene è quella di Palermo, sotto la guida di Francesco Messineo e grazie alla nomina a procuratore aggiunto di Antonio Ingroia.

Ma, come insegnano i casi di Luigi De Magistris, Clementina Forleo e Luigi Apicella, i magistrati che fanno bene, o, almeno in maniera onesta, il proprio mestiere (e non sono moltissimi, ahimè) non sono affatto graditi alle sfere, sia alte che basse.

Qualche giorno fa, su alcuni quotidiani (La Repubblica, soprattutto) si legge una non-notizia: un’indiscrezione indica come indagato per mafia il cognato di Francesco Messineo, Sergio Maria Sacco, 64 anni, originario di Camporeale, imparentato con il boss Vanni Sacco.

Tale circostanza viene smentita, ma ciò non basta a evitare il solito ciclone di sospetti e interventi destinati a un unico scopo: delegittimare il procuratore capo di un ufficio che, dopo anni di bufere, ha finalmente ripreso a lavorare con serietà.

Sergio Maria Sacco, cognato di Messineo, è imparentato, dunque, con il boss Vanni Sacco, attivo negli anni ’50 e ’60. Sergio Maria Sacco in passato è stato anche indagato, per due volte, per concorso esterno in associazione mafiosa: le storie si concludono con un’assoluzione e un’archiviazione.

Parliamo di quindici-venti anni fa.

Storia vecchia, trita e ritrita. Per questo, prima, ho parlato di non-notizia.

Purtuttavia, sollecitata da Gianfranco Anedda, membro laico (in quota Alleanza Nazionale), la prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura discuterà il caso-Messineo.

Discuterà del nulla.

Sì, perchè, fino a prova contraria, i procuratori vengono nominati proprio dal Csm. E, nel caso di Messineo, Palazzo dei Marescialli aveva già appreso, studiato e valutato come irrilevante la parentela di Messineo con Sacco.

E’ importante, comunque, che il procuratore capo Messineo abbia ricevuto la solidarietà di tutti i pm del capoluogo siciliano, che scrivono:

“Suscita perplessità ed inquietanti interrogativi tale improvvisa e concentrica attenzione mediatica su una circostanza molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore capo di Palermo; circostanza che non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficio. In una fase storica nella quale la procura della Repubblica di Palermo è impegnata in uno straordinario sforzo di contrasto al sistema di potere mafioso, che si è concretato in risultati straordinari quali la disarticolazione della compagine interna dell’organizzazione mediante l’arresto di centinaia di uomini d’onore, anche di vertice, nonché nell’aggressione alle sue immense ricchezze mediante il sequestro di patrimoni per un valore di circa due miliardi e cinquecento milioni di euro, alcuni quotidiani puntano l’attenzione della pubblica opinione sul rapporto di parentela del procuratore Messineo con alcuni soggetti in passato indagati. Tali perplessità si accrescono in considerazione della coincidenza temporale con il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra. In tale momento i magistrati della procura avvertono la necessità di rinnovare la propria incondizionata stima al procuratore capo Francesco Messineo”. 

E’ altresì importante quello che dichiara il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e spero che non cambi idea:

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, non inviera’ ”assolutamente” ispettori nella Procura di Palermo in merito alla parentela del Procuratore capo Francesco Messineo con un indagato per mafia, notizia, riportata nei giorni scorsi da alcuni quotidiani nazionali. ”Ho una stima particolarissima – ha detto Alfano, a margine della cerimonia della posa della prima pietra sulla SS. Agrigento-Caltanissetta – nei confronti di Messineo perche’ ho potuto apprezzare sul campo i risultati nella lotta alla mafia”. In merito alla apertura di un fascicolo da parte del Consiglio superiore della magistratura, Alfano ha aggiunto: ”il lavoro del Csm e’ sempre autonomo”. (Ansa)

“Il lavoro del Csm è sempre autonomo”, dice Angelino Alfano.

Già. E quando entra in gioco il Csm il pastrocchio è sempre dietro l’angolo.

Le sue prigioni

gennaio 24, 2009

alfano

Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha annunciato che il problema delle galere che “scoppiano” non verrà più risolto con indulti e amnistie, ma con l’edificazione di nuove carceri.

Il Consiglio dei Ministri, infatti, ha dato il via libera al “piano carceri”. Esso dovrà essere presentato entro 60 giorni, gli edifici dovranno essere “ecocompatibili” e per la loro costruzione il governo ha previsto anche il ricorso ai privati. Il provvedimento, ha spiegato poi il Guardasigilli, sarà inserito come emendamento nel decreto “milleproroghe”.

E’ una buona proposta.

Confermo: se non fosse per il Lodo Alfano, che definisco con certezza una vergogna, ma che, con altrettanta certezza, definisco un “male minore” nello sgangherato e corrotto mondo giudiziario italiano, l’attuale Guardasigilli, per il lavoro fin qui svolto, sarebbe da me promosso a pieni voti.

Mi riservo, comunque, il diritto di modificare decisamente il mio giudizio qualora Alfano dovessere rendersi correo della riforma-vergogna sulle intercettazioni telefoniche o di qualsiasi altra porcata “made in Silvio”.

Ritornando alle carceri: i posti disponibili dovrebbero passare dagli attuali 43mila agli oltre 60mila.

E’, sulla carta, una buona idea, che segna uno stacco piuttosto marcato rispetto alle scelte buoniste del passato, sulle quali forzisti e comunisti (buon’anime) hanno, per la prima volta, trovato un punto d’unione.

Accanto alle buone idee, però, Alfano continua a ignorare i problemi reali: in Calabria, per esempio, vi sono strutture già completate e mai utilizzate che, qualora fossero aperte alle attività, permetterebbero di tagliare (e anche di parecchio) costi e tempi. Vi riporto una notizia:

Nella sola provincia di Vibo Valentia, una tra le piu’ giovani e le piu’ piccole, meno di 200.000 abitanti, vi sono tre strutture carcerarie nuove di zecca, mai utilizzate, senza contare quelle dismesse. Costruite ad iniziare dagli anni ’80: una nel comune di Soriano, l’altra in quello di Arena e un’altra ancora a Mileto, a suon di miliardi non sono entrate appunto mai in funzione a causa della soppressione delle preture. A denunciarlo e’ l’associazione antimafia “Libera”, tramite il suo presidente provinciale, il sacerdote Giuseppe Fiorillo. “Adesso che il problema della popolazione carceraria e’ nuovamente scoppiato in tutta la sua drammaticita’ – si legge in una nota – a causa del sovraffollamento ed il ministro Alfano non sa come affrontarlo, i sindaci di quei comuni interessati che si sono visti appioppare sulle spalle quegli inutili fardelli, si chiedono perche’ quelle strutture debbono marcire quando invece potrebbero essere utilizzati per snellire l’affollamento del sistema penitenziario”.

Senza poi dimenticare il carcere di Arghillà, a Reggio Calabria.

Ma, per ora, Alfano si è fermato alle chiacchiere.

Ne riparliamo tra 60 giorni quando (si spera) le stesse chiacchiere si saranno trasformati in atti concreti.

Professione vacanze

novembre 18, 2008

professione_vacanze

Leggo che il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria ha vietato la lettura dei giornali locali ai detenuti in regime di 41bis.

Questa la spiegazione fornita da un lancio dell’Ansa:

…in seguito a indagini scaturite dalle minacce rivolte da boss detenuti a giornalisti o imprenditori, alcuni dei quali sono adesso sotto scorta. Molti mafiosi risultano abbonati a giornali della propria citta’ che ricevevano ogni giorno in cella prima che entrasse in vigore il divieto.

Niente paura, però: Santo Araniti, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato (27 agosto 1989), potrà leggere in santa pace, davanti a una buona tazza di caffè, le pregevoli e coraggiose inchieste di Gazzetta del Sud.

Giuro che è vero!

Il carcere, soprattutto per chi se lo merita, sta diventando una barzelletta, come quelle raccontate da Jerry Calà & C. nella fortunata serie “Professione Vacanze”: Santo Araniti, alleato del Supremo Pasquale Condello (anch’egli condannato per l’omicidio Ligato), non è più rinchiuso in regime di 41bis:

Lo ha deciso la Cassazione respingendo il ricorso del Procuratore della Corte di Appello di Torino che chiedeva, appoggiato dal parere favorevole espresso dal Ministero della Giustizia, il ripristino del ‘carcere duro’ per Araniti a causa della sua perdurante pericolosita’ e del ruolo di capocosca che tuttora ricoprirebbe. Senza successo il Pg di Torino ha sostenuto – nel suo ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale di sorveglianza del capoluogo piemontese che a gennaio ha revocato il 41 bis ad Araniti – che la cosca del boss ”e’ tuttora attiva, che perdura la latitanza di Pasquale Condello (ai tempi ancora uccel di bosco, ndr), sodale di Araniti e complice dell’omicidio Ligato, che Araniti e’ indagato per concorso in un altro omicidio”.

Del resto, se Santo Araniti è nato il 25 aprile (classe ’47) un motivo ci sarà.

Lo spessore criminale di Santo Araniti è percepibile fin dai tempi del processo Olimpia, fino ad arrivare, poi, all’operazione Bless, di un anno e mezzo fa.

Santo Araniti è, per esempio, l’esecutore materiale dell’agguato a Sebastiano Utano, del 12 dicembre del 1975 in cui perse la vita la figlioletta di quest’ultimo.

Giuseppina, tre anni.

Già condannato per detenzione di armi, estorsione e traffico di droga, Santo Araniti è il reggente dell’omonima cosca di Sambatello.

Per avvalorare la mia tesi vi propongo questa notizia dello scorso 22 maggio:

Beni per un valore di due milioni e 750 mila euro sono stati confiscati dalla Dia di Reggio Calabria a due presunti affiliati alla ‘ndrangheta.  G.C. indicato dalla Dia come elemento di spicco delle cosca Libri e capo del gruppo criminale dominante nel quartiere San Giorgio Extra di Reggio Calabria, accusato di avere gestito un traffico di droga con il Brasile, dove il suo gruppo criminale avrebbe una base operativa. C. A. secondo l’accusa, sarebbe un prestanome del boss Santo Araniti, con una partecipazione diretta in attivita’ di traffico di droga ed usura. le forze dell’ordine hanno confiscato un fabbricato di cinque piani ed un terreno in localita’ San Giorgio di Reggio Calabria, tre appartamenti ed un edificio di cinque piani. 

Insomma, come si dice in gergo, Santo Araniti, anche da dietro le sbarre è “unu chi cunta”.

Insieme a lui, però, escono dal regime di carcere duro anche altri illustri personaggi della ‘ndrangheta (ma anche esponenti di mafia e camorra): Giuseppe Iamonte, Fioravante Abbruzzese e Mario Pranno,  Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà (per questi ultimi il regalo risale alla scorsa estate).

Insomma, il carcere si trasforma in villaggio turistico, tanto per ritornare a “Professione vacanze: “libidine, doppia libidine…libidine coi fiocchi!”

Tutto mentre il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si dimena riuscendo a rispedire in 41bis il solo Antonino Madonia, uno dei mandanti dell’omicidio del generale Dalla Chiesa, e l’emendamento sul nuovo 41 bis, approvato all’ unanimità nei giorni scorsi dalla commissione Giustizia e Affari costituzionali del Senato, deve ancora andare in aula.

Ma, francamente me ne infischio e corro dal consigliere regionale Maurizio Feraudo a firmare contro il lodo Alfano: peccato che si possa fare solo una volta… Non c’è gusto!

I professionisti dell’Antimafia

novembre 5, 2008

professionisti_antimafia

Finalmente martedì prossimo si insedierà la nuova Commissione parlamentare antimafia, la cui presidenza verrà affidata, presumibilmente, all’ex ministro dell’Interno, Beppe Pisanu.

Prima di giocare un po’, dico subito che poteva andare molto peggio: all’interno della commissione bicamerale ci sono personaggi di ottimo spessore che hanno fatto della lotta alla criminalità organizzata una ferma battaglia nel corso della loro attività politica. Penso ad Angela Napoli e Fabio Granata, del Pdl, penso a Beppe Lumia, che è, sicuramente, il politico che più stimo in Italia, penso agli ex prefetti Luigi De Sena e Achille Serra, del Pd.

Purtuttavia, tra i componenti della commissione c’è anche qualche personaggio un po’ birichino, per svariati motivi.

A cominciare dal probabile presidente, Beppe Pisanu, intercettato insieme con Luciano Moggi, si interessa per il la Torres Calcio. Coinvolto nello scandalo P2; Beppe Pisanu in persona è stato interrogato, l’ottobre 2005, dalla procura di Cagliari: a proposito di un presunto giro di favori nel corso dell’inchiesta sulla maxi-truffa Ranno-Fideuram per corruzione, peculato, truffa e riciclaggio.

C’è poi Alfonso Papa, del Pdl: magistrato napoletano in aspettativa, vicecapo di gabinetto del ministero della Giustizia sotto i ministeri Castelli e Mastella, viene indagato dal Tribunale dei ministri di Roma per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze “facili” insieme allo stesso Castelli e ad altri dirigenti di Via Arenula. Ma si salva dal processo grazie al voto del Senato, che nel dicembre 2007 respinge la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro leghista e dei suoi collaboratori, regalando l’immunità parlamentare anche a quelli che parlamentari non sono. Come, appunto, Papa.

C’è Carlo Vizzini, del Pdl, condannato in primo grado a 10 mesi e salvato dalla prescrizione in appello per il finanziamento illecito di 300 milioni di lire dalla maxitangente Enimont; assolto dal Tribunale dei ministri di Roma dall’accusa di aver preso tangenti quand’era ministro socialdemocratico delle Poste.

C’è Francantonio Genovese, del Pd, ex sindaco di Messina, decaduto per un’opposizione alla regolarità della competizione elettorale, legata alla mancata presenza del simbolo del Nuovo PSI di Gianni De Michelis, a seguito della quale, quasi un anno dopo, il TAR di Catania dichiarò nulle le stesse elezioni.

C’è Luigi Li Gotti, che non ha alcuna pendenza con la Giustizia, ma che è conosciuto per essere stato difensore di noti pentiti quali Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Giovanni Brusca. Un po’ contraddittorio, dunque.

C’è Luigi Lazzari, del Pdl, già assessore di San Cassiano, in provincia di Lecce, che, dopo appena un anno si dimette insieme al gruppo di maggioranza che amministra il Paese a seguito di vicende giudiziarie che riguardano il “suo” sindaco Raffaele Petracca.

C’è Antonio Gentile, del Pdl, che nel 1987 fu arrestato per la mala gestione della Carical (3500 miliardi di buco. Il processo, comunque, non portò ad alcun tipo di colpevolezza da parte di Gentile.

C’è infine Carolina Lussana, della Lega Nord, moglie del deputato del Pdl, Giuseppe Galati, ex Udc, indagato a Catanzaro per associazione a delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il pm Luigi De Magistris (nell’indagine «Poseidone», poi avocata dal procuratore Mariano Lombardi) ipotizza che Galati facesse parte di un comitato d’affari che si occupava di spartire tra i vari partiti i fondi pubblici stanziati dalla Regione e dall’Unione europea.

C’è poi Tonino Di Pietro, ma su di lui meglio non parlare…