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Navi dei veleni: in due note dei servizi il coinvolgimento delle cosche

agosto 14, 2011

da www.strill.it

A partire dal 1992, fino almeno al 2003, ci sarebbe immischiato il gotha della ‘ndrangheta di Reggio Calabria e provincia. Questo, almeno, a detta dei servizi segreti. La Commissione Parlamentare sul Ciclo dei Rifiuti continua le proprie indagini sulle cosiddette “navi a perdere” e lo smaltimento di scorie in Calabria. Il Prefetto Giorgio Piccirillo, direttore dell’Aisi (l’Agenzia d’informazione e sicurezza interna), è stato ascoltato poco più di un mese fa, il 12 luglio, dalla Commissione Ecomafie, proprio sul tema del traffico di rifiuti tossici, anche radioattivi, nei territori e nel mare calabresi.

 Prima dell’inizio dell’audizione, è lo stesso presidente Gaetano Pecorella a dare comunicazione di due informative, del 1992 e del 1994, con cui i servizi segreti, avrebbero comunicato al Ros, il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, l’interessamento delle cosche nello smaltimento delle scorie: “Devo dire – afferma Pecorella rivolgendosi a Piccirillo – che i documenti che ci ha fatto pervenire sono, a nostro avviso, veramente molto significativi. In particolare, sono arrivati i documenti archiviati con i numeri 488/1 e 488/3, secondo i quali sin dal 1992 il servizio avrebbe acquisito notizie fiduciarie relative all’interesse del clan Mammoliti, in particolare i fratelli Cordì, per lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi, che sarebbero pervenuti sia dal centro sia dal nord Italia, ma anche da fonti straniere”. Ad “autorizzare” lo smaltimento di scorie in Calabria, sarebbero state, dunque, alcune tra le più potenti famiglie della ‘ndrangheta. In particolare, la nota del 3 agosto 1994, così come letta, in parte, da Pecorella, reciterebbe testualmente così: “Informatori del settore non in contatto tra loro – la precisazione è rilevante per la cosiddetta convergenza delle fonti – hanno riferito che Morabito Giuseppe, detto Tiradiritto, previo accordo raggiunto nel corso di una riunione tenutasi recentemente con altri boss mafiosi, avrebbe concesso in cambio di una partita di armi l’autorizzazione a far scaricare nella provincia di Africo un quantitativo di scorie tossiche presumibilmente radioattive”.

Il “permesso” di scaricare in Calabria porcherie d’ogni genere, in cambio di armi. Dalle poche righe, riguardanti anni piuttosto lontani (siamo ai primi anni ’90 dello scorso secolo) emergerebbe, dunque, il coinvolgimento di potenti cosche della ionica, Morabito e Cordì, in particolare. Nomi che vanno ad aggiungersi ai presunti interessamenti del clan Iamonte di Melito Porto Salvo, così come riferito, in passato, da alcuni soggetti ascoltati dagli investigatori, il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, oggi ritenuto per nulla credibile, e Giampiero Sebri, un soggetto che, negli anni ’90, ha gravitato attorno agli ambienti del Partito Socialista. Il dato più inquietante, però, sarebbe quello del coinvolgimento delle cosche di Reggio Calabria, i De Stefano e i Tegano, in particolare, e la prosecuzione degli affondamenti di navi in anni assai più recenti. Dice ancora Pecorella, spulciando le carte sul proprio tavolo: “Ci sono anche altre fonti confidenziali che riguardano le cosche Piromalli, De Stefano e Tegano e, infine, vi è una notizia relativa all’affondamento in mare di rifiuti, documento del 2003”.

Ulteriori elementi, dunque, portano a ritenere certo il paventato (e logico) coinvolgimento delle cosche nello smaltimento illecito di scorie in Calabria. Mare e terra insozzati da rifiuti di ogni genere e provenienza. Nulla, in Calabria, si fa senza il lasciapassare delle ‘ndrine. La relazione dei servizi, girata al Ros, riuscirebbe, però, anche a fare qualche nome: Mammoliti, Morabito, Cordì, Piromalli, De Stefano e Tegano. Famiglie tra le più potenti nel panorama criminale reggino, ma non solo, viste le proiezioni della ‘ndrangheta in altri luoghi d’Italia e del mondo.

Sono, sostanzialmente, queste le informazioni più utili che trapelano dall’audizione del Prefetto Piccirillo, che, per il resto, si limita a negare ogni coinvolgimento da parte dei servizi: “Nulla ha avuto a che fare il SISDE con lo spiaggiamento dalla Jolly Rosso né con le indagini relative all’affondamento di altre navi, quindi ritengo che quello che abbiamo già fornito dal punto di vista documentale sia il contributo più complessivo che oggi l’Agenzia può offrire all’attività della Commissione”. Un modo, nemmeno troppo delicato, di dire “questo è tutto, arrivederci”. Il resto dell’audizione, infatti, è caratterizzato da risposte che non forniscono particolari indicazioni sul caso: nemmeno circa i presunti rapporti del pentito Fonti con i servizi, Piccirillo riesce ad aggiungere qualcosa in più.

La Commissione Ecomafie, però, continua a indagare.

Sì perchè sono tanti i misteri insoluti e, almeno fino al 2003 (anche se è ragionevole pensare ben oltre) le cosche avrebbero continuato a utilizzare la Calabria come merce si scambio: l’affondamento di navi cariche di rifiuti, l’interramento di scorie nel sottosuolo, in cambio di denaro o di altri “beni” come le armi. Sul tema delle “navi a perdere” e dello smaltimento di rifiuti, anche radioattivi, nemmeno un mese prima dell’audizione di Piccirillo, il 21 giugno, la Commissione aveva ascoltato anche il Generale Adriano Santini, direttore dell’Aise (l’Agenzia d’informazioni e sicurezza esterna). La sua audizione, però, è stata immediatamente segretata.

”Non è la Cunsky”: come insabbiare una nave in fondo al mare

ottobre 31, 2009

cunsky

da www.strill.it

“C’è una conferenza stampa a Roma? Allora significa che insabbieranno tutto”. Lo ha detto, quando ancora la smentita ufficiale non era arrivata, un magistrato della Repubblica italiana. Che io non creda a quanto detto dal Ministro Stefania Prestigiacomo e dal Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso che giurano che la nave al largo di Cetraro non sia la Cunsky, come invece affermato dal pentito Fonti, ha ben poca importanza. Le mie saranno sicuramente le elucubrazioni di un farabutto complottista.

Dicono che la nave al largo di Cetraro sia un piroscafo silurato dai tedeschi nel 1917, il nome sarebbe scritto sullo scafo, dicono, sostanzialmente che l’indicazione di Francesco Fonti, il collaboratore di giustizia che da anni afferma di aver affondato personalmente una motonave, la Cunsky, nelle acque di Cetraro, sia solo una coincidenza: nel punto indicato da Fonti, a cinquecento metri di profondità, c’è una nave, è vero, ma quella non è la Cunsky.

Insomma il collaboratore di giustizia c’ha provato, magari per rientrare nel protocollo di protezione, attualmente negatogli e che adesso, alla luce della smentita, difficilmente otterrà. Fonti ha indicato un luogo, per qualche settimana il suo gioco ha retto, ma poi è stato smascherato. Ha indicato il mare ha detto: “Lì c’è una nave”. E ha indovinato, perché lì, proprio in quel punto, una nave c’è, ma, stando a quello che dicono Prestigiacomo e Grasso, non è la Cunsky, ma una nave affondata, in guerra, oltre novanta anni fa. Sarebbe stato molto più semplice azzeccare un sei al Superenalotto.

C’è la smentita ufficiale, ma io non credo alle coincidenze.

La mia sarà sicuramente dietrologia, però. Mi piace la definizione di dietrologia fornita, tanto per restare in tema, da Carlo Lucarelli nel suo libro Navi a perdere: “Ci sarà sempre una città che si trova a una distanza dalla piramide di Cheope che moltiplicata, sottratta, divisa ed elevata al quadrato fa 666, il numero della Bestia”.

Vedere qualcosa sotto, pensare che, per l’ennesima volta, le navi dei veleni possano essere risucchiate, nuovamente, nel porto delle nebbie, sarà pure dietrologia ma di certo il caso si chiude (lo hanno detto Grasso e Prestigiacomo che il caso è chiuso) positivamente e nel modo più semplice: “Cari calabresi, la nave di Cetraro non è quella che pensavate che fosse. Arrivederci e grazie”.

Insomma, alla luce delle conclusioni, rese note dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dal Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, Fonti ci ha preso in giro: “Non è un collaboratore di giustizia attendibile”, hanno detto gli investigatori. Però, oltre a Fonti, ci avrebbero preso in giro anche le immagini, realizzate da un filmato girato dalla Regione Calabria, che sembravano mostrare chiaramente che alcuni fusti, a bordo di quello scafo a cinquecento metri di profondità, ci fossero.

E, in mezzo a tutti i calabresi, le immagini hanno preso in giro anche persone piuttosto esperte: l’assessore regionale Silvio Greco, per esempio. Ma anche il Procuratore di Paola, Bruno Giordano, il primo a indagare, con grande impegno, sul relitto di Cetraro, prima che il fascicolo fosse trasferito alla Dda di Catanzaro: “Se sia davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, una serie di elementi lo fanno pensare: la lunghezza complessiva, tra i 110 e i 120 metri, la relativamente recente costruzione, perché non presenta bullonature ma le lamiere sono saldate, il fatto che non sia registrata come affondata, tutto ciò fa pensare che sia una delle tre navi indicate dal pentito”. Insomma, nei giorni successivi allo scorso 12 settembre, data in cui, per la prima volta, si sa qualcosa sul relitto di Cetraro, Giordano manteneva la giusta cautela, ma sembrava convinto della veridicità delle affermazioni di Fonti. Molto più esplicito era stato, per esempio, Nicola Maria Pace, attuale procuratore di Trieste che, nella sua carriera, si è occupato di navi dei veleni di concerto con il giudice Francesco Neri e il Capitano della Marina Militare, Natale De Grazia. Commentando il memoriale di Fonti, Pace aveva detto: “…riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagini che ho condotto proprio come procuratore di Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, su cui svolsi delle indagini in collegamento investigativo con la procura di Reggio Calabria”.

Sarebbe interessante sapere, oggi, cosa pensano dei risultati ottenuti dalla nave “Oceano” quella che il Ministero dell’Ambiente ha inviato in Calabria per gli accertamenti e che, secondo alcuni, non sarebbe attrezzata per una simile opera: ma Giordano e Pace sono magistrati competenti e responsabili, quindi difficilmente interverranno in indagini che non sono più sulle loro scrivanie.

Sarebbe altresì interessante capire perché, circa un anno e mezzo fa, il Dipartimento di Reggio Calabria dell’Arpacal abbia evidenziato nelle acque di Cetraro, esaminando le specie ittiche per i radionuclidi appartenenti alle famiglie dell’uranio, del torio e del cesio, la presenza di tracce di Cesio 137.

Lo stesso elemento diffusosi dopo la catastrofe di Chernobyl.

No, mi dispiace, rispetto la versione data dalle Istituzioni, ma non ci credo. Ma questo ha ben poca importanza: ha molta più importanza il rapporto dell’Arpacal di appena un anno e mezzo fa, hanno molta più importanza i pareri, espressi in periodi diversi, di tre magistrati della Repubblica.

Intanto quella nave c’è, ma, secondo i rilievi, non è la Cunsky: che esigenza c’è di recuperarla? C’è una nave in fondo al mare, ma, adesso, è insabbiata. E se con essa si fosse insabbiata, per l’ennesima volta, la verità?

I veleni della Pertusola Sud che ammorbano i bimbi di Crotone: un’indagine nel cassetto per 10 anni

settembre 30, 2009

pertusolasud

da www.strill.it

Veri e propri viaggi della speranza, in località del Settentrione. I genitori di molti bambini di Crotone le tentano tutte per salvare i propri figli. Glieli hanno avvelenati.

Andavano a scuola ogni giorno, non potevano pensare di poggiare i piedi su un immenso tappeto di scorie radioattive, non potevano pensare di respirare veleno per diverse ore della giornata. Adesso molti di loro sono affetti da patologie tumorali, devono essere curati. Le sostanze, zinco, cadmio, nichel, gliele hanno trovate nello stomaco, nei capelli.

Appoggiavano i piedi sulle scorie dell’ex Pertusola Sud, respiravano i veleni dell’ex Pertusola Sud.

Lo hanno fatto per dieci anni.

Si perché sui veleni della Pertusola Sud era stata aperta un’indagine già nel 1998. Per dieci anni, però, oblio e polvere hanno avvolto il fascicolo. Ci ha pensato il sostituto procuratore di Crotone, Pierpaolo Bruni, a riaprire il caso nel 2008 con l’inchiesta “Black Mountains”. Secondo la stima effettuata da Bruni, fino al 1996, nei depositi dell’azienda erano stoccati almeno 200.000 metri cubi di materiale, pari a 400.000 mila tonnellate di scorie.

“Black Mountains”, montagne nere. Nere di veleno.

Il sindaco di Crotone, Peppino Vallone, è tra i più attivi: alcuni giorni fa ha disposto la chiusura a tempo indeterminato della scuola elementare San Francesco e dell’istituto tecnico commerciale Lucifero. Deve fare i conti con una città in cui la ‘ndrangheta uccide i bambini mentre giocano a calcetto, “la gente non si indigna più”, ha detto a strill.it il 21 settembre scorso, deve fare i conti con una città avvelenata.

La gente a Crotone muore e i bambini si ammalano. Che qualcosa di strano stesse accadendo, negli anni, è certificato anche nel “Rapporto Annuale su Salute e Ambiente in Italia” del 2001 dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel quale viene considerato, tra le diverse zone di criticità ambientale presenti nel nostro paese, anche quello di Crotone. A riguardo è scritto:

“Gli eccessi osservati a Crotone, con particolare riferimento al tumore polmonare tra gli uomini, suggeriscono un possibile ruolo delle esposizioni legate alle attività industriali dell’area, soprattutto di carattere professionale (…). Anche prescindendo dalle singole cause di morte, è inoltre da segnalare un eccesso di mortalità totale intorno al 10 % in entrambi i sessi, ad indicare un carico negativo non trascurabile sulla salute”.

Lo stabilimento della Pertusola Sud, sequestrato nel dicembre del 2008, cessa la produzione nel 1999, lasciando in attività un numero ridotto di unità lavorative per completare lo smaltimento delle ferriti; l’industria trattava solfuro di zinco, proveniente dal Canada, dall’Australia e dall’Irlanda, per la produzione primaria del metallo, con un ultimo passaggio che avveniva di norma presso gli impianti di Porto Vesme, a Portoscuso, in Sardegna. L’inchiesta “Black Mountains” si occupa dell’utilizzo, a Crotone, per l’esecuzione di lavori pubblici, di scorie tossiche derivanti appunto dalla produzione della Pertusola. Sono in tutto 23 i siti sequestrati, dislocati tra i comuni di Crotone, Isola Capo Rizzuto e Cutro. Sarebbero tutti avvelenati dalle scorie dello stabilimento di Crotone, un tempo appartenuto all’Eni, e da quelle dell’Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa.

Zinco, cadmio, nichel e altri metalli pesanti: le basi delle scuole di Crotone, ma anche di altri edifici pubblici e complessi residenziali. Un piazzale sarebbe stato realizzato con il cubilot, una miscela letale di zinco e altri veleni. La ditta Pertusola si difende: l’uso di tali rifiuti per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali di opere pubbliche e private sarebbe previsto dal Decreto Ministeriale del 5 febbraio 1998 relativo alla procedura semplificata per lo smaltimento di rifiuti.

Ma la realtà è questa: un simile smaltimento appare assai conveniente perché permette di risparmiare, eccome, i costi di costruzione e, nello stesso tempo, di far sparire enormi, e scomodissimi, carichi di veleno.

Appena alcuni giorni fa, il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni ha notificato l’avviso di conclusione dell’indagine “Black Mountains” ai 47 indagati tra cui figurano Edo Ronchi, Ministro dell’Ambiente dal maggio del 1996 all’aprile del 2000; l’allora direttore generale del Ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini; l’ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale, l’ex sindaco ed attuale consigliere regionale della Calabria, Pasquale Senatore. Sono anche indagati il legale rappresentante pro-tempore della Pertusola Sud; quelli di tre imprese edili, due di Crotone e una di Parma, e tre funzionari dell’ex Presidio multizonale di prevenzione dell’ex Azienda sanitaria di Catanzaro. Le accuse sono gravi: si va dal disastro ambientale, alla realizzazione di discariche abusive, passando per avvelenamento di acque, turbativa d’asta e frode in pubblica fornitura.

I tecnici non si sbilanciano sui possibili danni arrecati alla catena alimentare: “Ci vorrà del tempo per capirlo”, dicono. Quel che è certo è che Crotone è, da anni, immersa nel veleno. C’è una perizia inquietante di un consulente della Procura della Repubblica di Crotone: le scorie adoperate per il conglomerato idraulico catalizzato utilizzato nelle aree sequestrate a Crotone sono

“altamente tossiche e cancerogene, le scorie rilasciano veleni nelle falde acquifere. Se ingerite o inalate sono altamente tossiche e cancerogene”.

La Calabria soffocata dalla ‘ndrangheta, dalla malapolitica, da faccendieri senza scrupoli, dopo le navi dei veleni viene risucchiata in un nuovo incubo. Questa volta, però, tutto è ancora più sconvolgente e spregevole per i responsabili, perché di mezzo ci sono bambini che, come unica colpa, pagano il fatto di essere nati in una terra senza speranza.

Agenda – A Melito Porto Salvo per parlare di “navi dei veleni”

settembre 19, 2009

Cimiteri_Sommersi

Oggi alle ore 17 condurrò a Melito Porto Salvo un convegno nel quale i partecipanti si interrogheranno sulla presenza di una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo, così come dichiarato dal collaboratore di giustizia, Francesco Fonti.

Ecco il comunicato stampa diffuso dal consigliere comunale di Melito, Enzo Domenico Vinci, che è il promotore dell’iniziativa:

Grande interesse ed attesa tra i cittadini della fascia Ionica Reggina e non solo, per il convegno di oggi, sabato 19 settembre, sul tema : CIMITERI SOMMERSI E VERITA’ INABISSATE“ “Una nave dei veleni anche al largo di Melito di Porto Salvo?”. IL programma, all’insegna del giornalismo d’inchiesta, sarà condotto da Domenico Vinci, Claudio Cordova e Francesco Iriti e vedrà la partecipazione del Vice Presidente della provincia di Reggio Cal. Dott. Gesualdo Costantino, dell’assessore provinciale all’Ambiente Avv. Giuseppe Neri e dei Sindaci : Giuseppe Iaria di Melito di Porto Salvo, Pasquale Sapone di San Lorenzo , Antonino Caccamo di Condofuri, Giovanni Squillaci di Bova Marina, Giovanni Nocera di Palizzi, Agostino Zavettieri di Roghudi, Antonino Guarna di Montebello Ionico. Interverranno alla trasmissione Presidenti di Comitati e singoli Cittadini.

L’incontro verrà trasmesso sul sito http://www.melitotv.it/

Se c’è una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo qualcuno sa già tutto

settembre 16, 2009

mare

da www.strill.it

“Le persone che avevo coinvolto nelle deposizioni fatte al dottor Romanelli erano Nicholas Bizzio, mafiosi, gruppo Iamonte”. A parlare non è il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, ritornato alla ribalta per le dichiarazioni su un ingente traffico di rifiuti tra la Calabria e la Somalia, dopo che, per anni, in molti hanno considerato alla stregua di barzellette le sue dichiarazioni. A parlare è, invece, un uomo, si chiama Gianpiero Sebri, al cospetto della Commissione Parlamentare sul duplice omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, trucidati proprio in Somalia il 20 marzo del 1994.

Palazzo San Macuto si trova a Roma, in via del Seminario. E’ un edificio piuttosto antico che, negli anni, ha acquisito anche un significato simbolico: diventa così il luogo ove il tribunale dell’Inquisizione, istituito da Paolo III nel 1542, svolge l’adunanza della Congregazione segreta nella quale si dà lettura delle sentenze. Dal 1974 il complesso è utilizzato dalla Camera dei Deputati. Palazzo San Macuto, infatti, è la sede delle commissioni parlamentari e della biblioteca della Camera dei Deputati.

La Commissione sul duplice omicidio Alpi-Hrovatin si riunisce proprio a Palazzo San Macuto. E’ difficile seguire in maniera completa e assidua le riunioni della Commissione presieduta da Carlo Taormina: è difficile perché il contenuto delle testimonianze raccolte è delicato, è difficile perché spesso si fa fatica anche ad avere un calendario delle riunioni, è difficile perché spesso la Commissione si riunisce la sera, terminando i lavori a notte fonda.

Succede proprio questo il 20 ottobre del 2004: l’avvocato Taormina apre la seduta alle 20.40.

Ad essere audito, in serata, è Giampiero Sebri.

Sebri è un uomo vicino agli ambienti del Partito Socialista Italiano e, nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con le sue dichiarazioni, consente alla Procura di Milano di avviare un’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maurizio Romanelli, su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. L’inchiesta verrà archiviata nel luglio del 2005.

Parla parecchio Gianpiero Sebri, alcuni giorni prima, il 14 ottobre del 2004, al cospetto della stessa Commissione, dice di essere stato “un uomo di Luciano Spada”. Anzi, per la precisione dice di essere stato “un portaborse per un gruppo che trafficava in rifiuti tossici nocivi radioattivi e credo anche in armi”, fino alla morte dello stesso Spada, faccendiere ritenuto molto vicino a Craxi, avvenuta nel 1989.

Davanti al presidente Carlo Taormina, Sebri non fa altro che ripetere quanto aveva già affermato in un’intervista ai giornalisti di “Famiglia Cristiana” Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari. I giornalisti chiedono: “Quanti rifiuti finirono in Somalia?” La risposta: “E chi può dirlo? Che io sappia, i carichi furono numerosi. La Somalia divenne la nuova pattumiera, nonché il Paese di destinazione di diverse partite d’armi. So, ad esempio, di un container di armi caricato su una nave in partenza da Ravenna, diretta in Somalia. Me lo raccontò Spada. Parlando più in generale, devo dire che spesso questi “affari” potevano avvenire grazie al coinvolgimento di mafiosi che garantivano protezione e, all’occorrenza, lavori sporchi”. C’è sempre un patto con qualche clan mafioso? “Spesso. So che alla Somalia, ad esempio, sono sempre stati molto interessati i calabresi, mentre – parlando delle spedizioni dirette nell’Est europeo – Bizzio fece esplicito riferimento alla mafia, in particolare al clan Iamonte”.

Nickolas Bizzio è un miliardario poco noto al grande pubblico, ma molto influente nel mondo degli affari. Nato a Piacenza nell’agosto 1936, ha origini italiane, passaporto americano e residenza nel Principato di Monaco. Sale agli onori della cronaca un paio d’anni fa per aver tentato la scalata alla Buffetti insieme alla Banca del Gottardo. Di rifiuti, in realtà, Bizzio si occupa da tempo. Si vanta lui stesso: “Io in questo campo ci sono da anni, sono stato uno dei primissimi”.

Sebri parlerà parecchio, citerà numerose persone, alcuni decideranno anche di querelarlo. Ma, adesso che il coperchio sui traffici di rifiuti radioattivi è stato scoperchiato grazie alla tenacia del Procuratore Bruno Giordano, sarebbe forse il caso di rivedere le dichiarazioni rese dall’ex portaborse di Luciano Spada al pubblico ministero Maurizio Romanelli, dalle quali non sfociò altro che un’archiviazione. In quelle dichiarazioni Gianpiero Sebri citava la consorteria mafiosa Iamonte di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria.

Ed è una dichiarazione che fa il paio con quanto affermato dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti, il quale afferma che l’imprenditore Giorgio Comerio, personaggio controverso che aveva inventato un metodo per interrare nei fondali dei siluri carichi di rifiuti radioattivi, ebbe modo di raccontargli di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Rigel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.

E Fonti sembra essere ritenuto piuttosto attendibile.

E allora, se il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, di recente riassegnato al programma di protezione, afferma il vero, quando parla dell’esistenza di un’altra “nave a perdere” al largo delle coste di Melito Porto Salvo, dove anche per un sospiro è necessario chiedere il permesso alla famiglia Iamonte, si sa già chi potrebbe sapere qualcosa in più in merito.