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Tony Vallelonga, “il sindaco di Australia”

marzo 9, 2011

da www.strill.it

In un’esilarante scenetta, interpretata per la Gialappa’s Band, il comico Fabio De Luigi, imitando il celebre scrittore e conduttore Carlo Lucarelli, a un certo punto faceva comparire un personaggio individuato come “il sindaco di Australia”. Ma, siccome spesso la realtà supera la fantasia, un “sindaco di Australia” c’è e finisce all’interno dell’inchiesta “Crimine 2”, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.

E’ Domenico Antonio Vallelonga, per tutti Tony Vallelonga. Sindaco dal 1997 al 2005 della cittadina di Stirling, popoloso sobborgo di Perth, la capitale del Western Australia, avrebbe rivestito un ruolo di vertice nel locale di appartenenza. E’ stato esponente di vari consigli regionali e presidente di importanti associazioni locali, di comitati comunitari e di alcune associazioni di cittadini italiani. Considerato un autorevole membro della Chiesa cristiana locale, nel 2002 è stato insignito del Meritorious Service Award, un prestigioso riconoscimento civile rilasciato dal Western Australia Local Government Association, e, nel luglio del 2009, gli è stato conferito l’esclusivo titolo di “Cittadino Onorario” della municipalità di Stirling.

Un recordman, eletto per ben quattro mandati, anche con percentuali plebiscitarie, originario di Nardodipace, in provincia di Vibo Valentia, Vallelonga viene intercettato dai Carabinieri, all’interno della lavanderia “Ape Green”, centro nevralgico della cosca Commisso di Siderno. La lavanderia, infatti, è gestita da Giuseppe Commisso, detto “u mastru”, elemento di spicco della ‘ndrangheta, finito in diverse inchieste dalla Dda negli ultimi mesi.

Vallelonga sembra di casa all’interno della lavanderia “Ape Green”. Lo stesso Commisso lo presenta a un altro soggetto, Carmelo Muià.

Commisso: C’è quest’amico che è venuto dall’Australia ed è di Nardodipace…entrate compare…—Muià:…(incomp)…—///

Commisso: Questo è un amico mio…—///

Vallelonga: Piacere Tony Vallelonga…—///

Muià: Piacere Muià…—///

Parlando con il “mastro”, Vallelonga sottopone diverse criticità che insisterebbero nel locale australiano. Al centro della vicenda vi sarebbe un tale di nome “Cosimo” che, quattro giorni prima, si darebbe per così dire “distaccato” dal “Crimine” australiano, affermando di volersi “chiamare il posto” direttamente a Siderno. Come se non bastasse, ai rimproveri mossigli dallo stesso Vallelonga – che, nella circostanza gli avrebbe detto “…tu a livello ufficiale non puoi chiamare, io ho chiamato e tu l’uomo non lo puoi fare più…” e, ancora, “…tu l’uomo non lo puoi fare più… Basta!” – costui avrebbe risposto: “sapete vado e mi chiamo il posto a Siderno”. Commisso si rivela molto interessato alla discussione e, allo stesso tempo, adirato: “Non gli possiamo permettere queste cose… non gli permettiamo…”, sostenendone anche la ragione, “Se tu non sei buono la non sei buono neanche qua…”.

Vallelonga  non avrebbe voluto sentire ragioni e, alle richieste di autonomia di “Cosimo” avrebbe risposto:“tu locale? fino a quando campo io, tu locale non ne prendi … e basta!”.

 Personaggio particolare, Tony Vallelonga. Dopo aver discusso, per parecchio tempo, con Commisso, di dinamiche criminali, censurando il secessionista “Cosimo”, si lascia andare a uno sfogo. si lamenta con il “Mastro” per il trattamento che la stampa australiana gli avrebbe riservato all’indomani di una sua schiacciante vittoria elettorale, tacciandolo di appartenerne alla mafia: “Si… sapete che cosa mi hanno combinato a me? …(inc.)… io ho vinto con l’ottantacinque per cento dei voti… e in un giornale hanno scritto che io faccio parte della mafia…”; Commisso biasima i media per le accuse infamanti rivolte al suo amico: “Bastardi! Allora sono tutti mafiosi…”.

 Tutto ciò, spiega Vallelonga, sarebbe frutto di un equivoco, giacché, precisa, egli non conosce neanche il significato della parola “mafia”: “…Ma io non so neanche la parola che significa… “e tu perché (inc.) in giro”…gli ho detto: perché io rispetto la gente… rispetto la gente…”.

 Un ragionamento che, forse, fa ridere anche più della scenetta del comico De Luigi….

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Dal 24 luglio ”S” sbarca in Calabria

luglio 23, 2010

I pizzini, i verbali, gli affari e le intercettazioni sulla “Cupola calabrese” colpita al cuore dalle maxiretate di luglio che hanno portato in cella 350 affiliati alla ‘ndrangheta

che avevano fatto di Milano il quartier generale da cui gestire gli affari dei boss. Questi i contenuti con cui il news-magazine S, del gruppo Novantacento, di Palermo, sbarca nelle edicole oltre lo Stretto con un’edizione calabrese interamente dedicata all’organizzazione criminale che si è dotata di una gerarchia simile a Cosa Nostra.

«In 116 pagine full-color – riporta un comunicato – il mensile diretto da Francesco Foresta, ricostruisce punto per punto le fasi delle indagini e i capi di imputazione che coinvolgono l’esercito di 350 uomini agli ordini del super-boss Condello: dagli appalti in Calabria e Lombardia alle relazioni con uomini delle istituzioni, passando per le lettere del boss ai familiari, i retroscena del delitto dell’assicuratore Filianoti e i rapporti tra colletti bianchi e le ‘ndrine.

E poi le estorsioni imposte a tutta Reggio Calabria, il nuovo organigramma delle ‘ndrine, le lupare bianche e gli occhi dell’organizzazione criminale calabrese sull’affare del decennio, l’Expo che si terrà a Milano nel 2015». «È un numero speciale – prosegue la nota – che passa ai raggi X gli affari della ‘ndrangheta a livello nazionale, che raccoglie in un unico volume le fasi delle inchieste ‘Metà e ‘Criminè e che spiega gli equilibri di potere a Reggio Calabria e i collegamenti tra le cosche e gli ambienti politici calabresi».

A firmare gli articoli, oltre a Davide Milosa, Andrea Cottone e Claudio Reale, due cronisti cresciuti alla scuola di strill.it: Claudio Cordova e Antonino Monteleone.

S – Calabria sarà in tutte le edicole calabresi, e nelle principali rivendite di milano a partire da sabato 24 luglio a 3 euro.

Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

A Rosarno la ‘ndrangheta dà lezioni di marketing territoriale allo Stato

gennaio 10, 2010

da www.strill.it

Tra le tante catastrofi, ce n’è una che, pericolosamente, potrebbe concretizzarsi, una volta riportato l’ordine a Rosarno: quella di dove ringraziare la ‘ndrangheta

 e non lo Stato, accorso in Calabria, come spesso accade, in ritardo siderale.

La ‘ndrangheta, invece, è puntualissima.

Anche perché la ‘ndrangheta, a differenza dello Stato, in Calabria vive ogni giorno e non vive di emergenze, ma di un incessante e oscuro lavoro quotidiano.

 Quante volte abbiamo ascoltato o letto pareri di esperti, o pseudo tali, che, interrogati sulla forza delle organizzazioni mafiose hanno risposto “il controllo del territorio”?

Ebbene, minuto dopo minuto, tra i frenetici aggiornamenti sulla rivolta degli immigrati a Rosarno, il “bollettino di guerra” si arricchiva di un sospetto particolare: che dietro la contro-offensiva dei rosarnesi nei confronti degli africani vi fosse la ‘ndrangheta.

Cosa significa tutto ciò?

C’è un precedente: non è un mistero che la popolazione di Rosarno abbia sempre sopportato con malumore malcelato la presenza, ingombrante, degli immigrati. Il 12 dicembre del 2008, proprio a Rosarno, vennero feriti due immigrati raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Ma, oltre al precedente, drammatico e poco chiaro, c’è anche una dichiarazione assai inquietante che arriva da lontano e che fa riflettere.

E’ quella dell’ex presidente della Camera dei Deputati, nonché leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini che afferma una cosa gravissima: “Lo Stato in Calabria non c’è e la ‘ndrangheta regola i rapporti sociali. Lì i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore”.

La sensazione, anche tra gli inquirenti, è proprio questa: che la difesa e la reazione, violenta, dei rosarnesi sia stata presa in pugno proprio dalle potenti cosche locali. Con uno Stato che ha impiegato diverse ore prima di trasferire, in massa, gli uomini necessari per fronteggiare la sommossa, la ‘ndrangheta ha sfruttato il vuoto, si è incuneata nello spazio temporale, prendendo in pugno la situazione.

Il sospetto è pericoloso e abominevole: la ‘ndrangheta, sfruttando la propria potenza, avrebbe protetto, anche in maniera violenta, la popolazione rosarnese. Uomini vicini alle cosche, quindi, avrebbero impugnato pistole e fucili e spranghe, avrebbero organizzato vere e proprie “ronde”, al fine di rintracciare e punire gli africani ancora in circolazione. Tutto a causa della colpevole assenza dello Stato.

Sarebbe questo il famoso “controllo del territorio” tanto sbandierato dagli esperti, si concretizzerebbe così il pensiero di Casini: “La ‘ndrangheta regola i rapporti sociali”.

E non sarebbe un caso che tra i soggetti arrestati figurano anche alcuni individui già noti alle forze dell’ordine e ritenuti vicini alle cosche della zona. Territorio e affari, a Rosarno, sono divisi e gestiti da due famiglie i Pesce e i Bellocco ed è al vaglio degli inquirenti l’ipotesi che vorrebbe le famiglie rosarnesi interessate anche al mercato degli agrumi, in cui sono impiegati, sottopagati e in condizioni disumane, gli africani.

In fondo, in zone come Rosarno, dove ci sono soldi c’è, inevitabilmente, anche la ‘ndrangheta.

Ma, a prescindere dagli interessi economici, il rischio concreto è che le ‘ndrine possano aver strumentalizzato la guerriglia, fornendo ai cittadini di Rosarno quella protezione che, evidentemente, lo Stato è riuscito a dare, nella migliore delle ipotesi, solo tardivamente. E allora, alla fine della storia, la popolazione rosarnese, tramite questo meccanismo perverso, potrebbe addirittura ritrovarsi a dover “ringraziare” i dominus locali, lesti a mobilitare uomini e mezzi al fine di ristabilire le gerarchie.

Sulle presunte ingerenze della ‘ndrangheta negli scontri di questi giorni dovrà indagare la Procura della Repubblica di Palmi del Procuratore Giuseppe Creazzo. Ma che le cosche abbiano messo lo zampino è certa, per esempio, la parlamentare del Popolo della Libertà, Angela Napoli, secondo la quale “gli scontri avrebbero deviato l’attenzione dopo l’attentato subito dalla Procura Generale di Reggio Calabria”. E anche il neo prefetto di Reggio, Luigi Varratta, non ha escluso l’ipotesi.

La strategia sarebbe la seguente: la ‘ndrangheta avrebbe sfruttato i disordini per riaffermare, ancora una volta, il proprio predominio sul territorio. Come a voler dire: “Qui c’è qualcuno che comanda”.

E quel “qualcuno” non è lo Stato.

Parlando di una rivoluzione

gennaio 5, 2010

Sul luogo sono arrivato per primo, appena venti minuti dopo l’esplosione. E quasi quasi finivo tra i sospettati. E’ un orgoglio (forse eccessivo) per me dire di aver scritto alle 5:36, in anticipo di almeno tre ore rispetto al resto d’Italia, dell’attentato alla Procura Generale di Reggio Calabria.

Insomma, seguo la vicenda dall’inizio e continuerò a seguirla.

A distanza di tre giorni sono preoccupato. Sono preoccupato perchè la ‘ndrangheta mai, a Reggio Calabria, si era spinta così in alto, attaccando direttamente lo Stato. In Calabria la criminalità organizzata ha sempre scelto una strategia del silenzio, a differenza di quanto accaduto in Sicilia: la carica più alta assassinata in Calabria è Franco Fortugno, vicepresidente del Consiglio Regionale. E parliamo di storia relativamente recente, essendo il fatto dell’ottobre del 2005.

Adesso, però, qualcuno, tra i denti, paventa un cambio di strategia.

E io, dicevo, ho paura. Ho paura che Reggio possa ripiombare in un clima da coprifuoco: come il clima che si respirava tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, durante la seconda guerra di mafia. Ero piccolo, ho vissuto solo in parte quei tempi.

Adesso sono un po’ più grande. Più grande per capire che gli arresti effettuati negli ultimi mesi, da Pasquale Condello a Giuseppe e Paolo De Stefano, hanno sicuramente colpito le cosche, ma non le hanno sconfitte.

Insomma, non vorrei che la ‘ndrangheta ricominciasse a uccidere per dimostrare di essere viva.

L’attentato alla Procura Generale è, di certo, un fatto di inaudita gravità: e Reggio, per la prima volta, ha risposto per ben due volte, con due sit-in nello spazio di due giorni. Niente di eclatante, a Piazza Castello non c’era di certo il pienone.

Ma è già qualcosa.

E’ sottointesa la mia incondizionata solidarietà ai giudici, ma Reggio dovrebbe scendere in piazza ogni giorno, perchè ogni giorno i cittadini, soprattutto coloro i quali gestiscono attività commerciali, risultano vittime dello strapotere mafioso.

Ecco, se dovessi fare un augurio tardivo a Reggio Calabria, per questo 2010 cominciato in maniera pessima, direi questo: sarebbe bello se l’attentato alla Procura Generale, fortunatamente senza feriti, fosse l’inizio di una rivoluzione. Ma le rivoluzioni non si fanno con i sit-in, con le passerelle, dove un po’ tutti fanno carte false per essere intervistati, ma si fanno con il comportamento quotidiano.

Indipendentemente se, nel mirino delle cosche ci sia un magistrato che, giustamente, vive con cinque uomini di scorta al proprio fianco, o un “povero cristo” che la sera rientra a casa da solo, nel silenzio.

Le cosche gli distruggono il negozio, lo Stato lo risarcisce con 4500 euro

agosto 24, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

Definire “danno” quello che Salvatore D’Amico ha subito per mano della criminalità organizzata è davvero molto poco. E’ parimenti un eufemismo definire “beffa” il

 risarcimento che lo Stato ha riconosciuto a un uomo, della cui storia strill.it si è già occupato, che, in un sol colpo, si è visto distrutta la propria attività commerciale (un negozio di prodotti informatici sito sulla via Nazionale di Archi a Reggio Calabria) e ha dovuto ricominciare da zero, tra mille difficoltà e senza alcuna sicurezza.

A quasi due anni dall’incendio che distrusse il suo esercizio (era il settembre del 2007), Salvatore D’Amico si è visto accogliere la richiesta di contributo economico, inviata, tramite la Prefettura di Reggio Calabria, al Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antisura.

Si chiude un cerchio, almeno dal punto di vista finanziario. Sul fatto, invece, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria sta ancora indagando.

Quanto alla somma che lo Stato elargirà a D’Amico, il Nucleo di Valutazione, esaminati gli atti, consistenti nella perizia di parte, nelle fatture, nelle quietanze relative alle somme ricevute dall’assicurazione a titolo di indennizzo e nella dichiarazione dei redditi del richiedente, ha quantificato il danno emergente subito da Salvatore D’Amico, in seguito alla completa distruzione del proprio esercizio commerciale, in circa 6000 euro e il mancato guadagno in 237 euro.

Questo il danno quantificato.

A Salvatore D’Amico, 39enne con un passato anche nella vita politica locale della Circoscrizione di Archi, verrà elargita, però, solo una provvisionale di 4500 euro, pari al 70% del danno stimato.

“Una miseria, un’offesa”, dice l’interessato.

D’Amico aveva già inoltrato un’istanza di sussidio, ma, con decreto commissariale 371/2008 era stato disposto il non accoglimento  dell’elargizione richiesta. In quel tempo la Procura della Repubblica di Reggio Calabria aveva espresso parere contrario all’accoglimento della pratica “per carenza del requisito previsto dall’art. 3 della legge 44/99, in ordine alla riconducibilità delle azioni delittuose, a estorsione o intimidazione ambientale”.

In parole povere, non emergeva dagli atti dei magistrati alcuna richiesta estorsiva subita da D’Amico. Risultato: non poteva accedere al fondo destinato a chi è vittima del racket.

Oggi, invece, l’inchiesta dei pubblici ministeri che si occupano del caso sembra aver preso una piega diversa, perché la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, interpellata dalla Prefettura, in merito all’accertamento di nuove ipotesi investigative relative ai fatti delittuosi, ha dichiarato di aver ascoltato lo stesso D’Amico in merito all’incendio subito dal negozio in Via Nazionale e che le sue dichiarazioni “hanno trovato preliminare riscontro nelle attività di indagini svolte”.

E, questa volta, il parere positivo è arrivato.                   

Ma, in ogni caso, i 4500 euro elargiti dallo Stato ai sensi della legge n.44 del 23 febbraio del 1999, per Salvatore D’Amico sono troppo pochi: “E’ una cifra che non mi consentirebbe di ricominciare. Ho intenzione di non arrendermi – dice con rabbia e delusione – mi rivolgerò al Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, voglio che conosca la mia storia”.

Contro il provvedimento di elargizione fondi è possibile proporre ricorso giurisdizionale al Tribunale Amministrativo Regionale e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e Salvatore D’Amico è deciso: “E proprio quello che farò”.

Quel bocconcino dell’Expo 2015

marzo 3, 2009

expo2015

L’annuncio lo ha dato, alcuni giorni fa, Roto San Giorgio, l’agenzia di stampa del Comune di Reggio Calabria:

Sullo skyline di Milano 2015 ci sarà anche Palazzo San Giorgio. La città di Reggio Calabria, infatti, svolgerà un ruolo da protagonista nell’organizzazione di eventi collaterali all’esposizione universale che si terrà tra sei anni nel capoluogo lombardo. E’ quanto prevede il  protocollo d’intesa che martedì prossimo il sindaco Giuseppe Scopelliti  e il primo cittadino di Milano firmeranno  nel corso di una visita ufficiale  dell’onorevole Letizia Moratti  nella sede dell’Amministrazione comunale della città dello Stretto.

L’Esposizione universale 2015 sarà organizzata dalla città di Milano. Il tema proposto per la Expo è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, e include, quindi, tutto ciò che riguarda l’alimentazione, dal problema della mancanza di cibo per alcune zone del mondo, a quello dell’educazione alimentare, fino alle tematiche legate agli OGM.

Sarà un evento di portata internazionale:

L’accordo  permetterà a Reggio Calabria di porsi al centro dell’attenzione mondiale e proseguire così il suo cammino di penetrazione sui mercati turistici internazionali. All’Expo Milano 2015 la città calabrese, storicamente riconosciuta  come una delle più importanti polis  della Magna Grecia, che nei vari periodi storici  è stata luogo  di interesse strategico  per le varie culture del Mediterraneo,  avrà la possibilità di mettere in vetrina  i suoi tesori d’arte custoditi nei musei, nella pinacoteca  ed i reperti di una millenaria civiltà.

Oggi, a Palazzo San Giorgio, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, e quello di Milano, Letizia Moratti hanno sottoscritto il protocollo d’intesa che portera’ ad un ”tavolo di cooordinamento”
specifico, finalizzato alla progettazione congiunta di iniziative dedicate alla valorizzazione di eventi culturali, artistici, dell’offerta turistica e del sistema universitario.

Fino al 2015, anno in cui si svolgerà l’Expo, Reggio e Milano saranno gemellate.

E’ una bella cosa l’Expo.

Sì, ma è anche un’altra cosa.

Una cosa brutta, per certi versi. O, meglio, con la sua storia, bella, si intrecciano tante storie brutte, bruttissime.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 26 giugno del 2008 , il Gip di Milano Guido Salvini ha lanciato l’allarme:

Milano è la vera capitale della ‘ndrangheta. Attenti alle infiltrazioni negli appalti dell’esposizione universale.

Del resto, che Milano sia una vera roccaforte delle mafie, della ‘ndrangheta soprattutto, lo sappiamo tutti da tempo. Lo scrive anche Francesco Forgione nella relazione per la Commissione Parlamentare antimafia:

Milano e la Lombardia rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il nord, dalle coste adriatiche della Romagna ai litorali del Lazio e della Liguria, dal cuore verde dell’Umbria alle valli del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Ci sono i Morabito, ci sono i Palamara, ci sono gli Strangio, ci sono le famiglie di Careri e tante altre consorterie. Milano è un terreno congeniale per le mafie: non per niente, tanto per citare un esempio, Lucianeddu Liggio aveva scelto proprio Milano per la propria latitanza, poi sfociata nell’arresto che l’avrebbe relegato al carcere a vita.

Ma questa è un’altra storia. Un po’ vecchia.

A Milano ci sono le mafie, anche perchè le mafie non vengono combattute. Scrive Francesco Forgione:

…le scarse risorse specializzate messe in campo dalla Stato in Lombardia e in genere nel Nord-Italia per combattere la mafia. Basti pensare ad un distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, con le forze in campo costituite da poco più di 200 uomini: 40 uomini del R.O.S. Carabinieri, 50 uomini del G.I.C.O., 55 dello S.C.O. della Polizia di Stato cui si aggiungono 68 uomini della D.I.A. che ha competenza peraltro su tutta la Lombardia.

Eh sì, Milano è “la vera capitale della ‘ndrangheta” (lo dice la Direzione Nazionale Antimafia, non io), ma ci si arma poco e male per combatterla.

La ‘ndrangheta a Milano (e nel suo hinterland) esiste: sono ormai frequentissimi i sequestri di immobili riconducibili alle cosche.

Ma ritorniamo all’Expo 2015 e alle dichiarazioni di Guido Salvini:

Letizia Moratti ha bocciato la proposta dell’opposizione di creare una locale commissione per vigilare sulle organizzazioni criminali. La bocciatura non è stato un buon segnale: è stato un favore concesso a chi vuole che le mafie procedano indisturbate.

Ah, dimenticavo di dirvi: per l’Expo 2015 ci sono degli appalti assai succulenti da aggiudicarsi.

E questi appalti alle mafie, la ‘ndrangheta, cosa nostra, la camorra, interessano moltissimo.

Infatti, oltre alle sagge parole della Dna ci sono anche le inchieste a testimoniare l’interesse delle cosche sugli appalti dell’Expo 2015. Ce ne è una della Procura di Varese, per esempio, cominciata nel marzo 2008 e sfociata nel settembre dello stesso anno: gli accertamenti affidati alla squadra mobile riguardano un traffico di cocaina che sarebbe gestito da Giovanni Cinque, 55 anni, legato alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto. Ma nei progetti delle cosche ci sarebbero anche gli appalti dell’Expo 2015.

Quell’Expo 2015 che, tramite l’accordo siglato tra Scopelliti e la Moratti, potrà dare lustro (e me lo auguro sinceramente) a tutta la città. Quell’Expo 2015 che sarà di sicuro un successo e che rischia, purtroppo, di arricchire anche (e soprattutto) le tasche sbagliate.

Un Pesce piccolo

dicembre 20, 2008

pesce

Ci aiuterà a capire tutto un po’ meglio. Partiamo, come sempre, dalla relazione sulla ‘ndrangheta della Commissione Parlamentare Antimafia:

Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria le investigazioni confermano l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle estorsioni e all’usura, ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso il controllo e lo sfruttamento delle attività portuali.

Sì, il porto di Gioia Tauro è un bell’affare:

Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei containers, le opportunità di traffici illeciti a livello internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di un salto di qualità internazionale.

E nella piana di Gioia Tauro i cognomi che contano sono quelli di sempre:

Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle zone da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi sia dal punto di vista strettamente criminale che da quello finanziario ed imprenditoriale alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.

Sono in particolare le operazioni “Decollo” e “Decollo bis” a chiarire i traffici di droga della famiglia Pesce di Rosarno, da sempre alleata ai Bellocco.

Una premessa abbastanza ampia, lo so. Ma serviva per spiegarvi che i Pesce, a Rosarno e non solo, sono una famiglia d’onore, sono dei pesci volanti.

E volano alto.

Un po’ meno, magari, Francesco Pesce, 30 anni, figlio del pregiudicato Antonino Pesce, classe 1953, nipote, a sua volta, dell’indiscusso boss Giuseppe, classe 1923.

Sì perchè Francesco Pesce è stato arrestato, proprio ieri, con l’accusa di aver rapito la propria ex fidanzata di 21 anni.

Di aver rapito una ragazza di 21 anni.

Sì, lei non lo voleva più.

Mi piace pensare che non lo volesse perchè Francesco Pesce appartiene a una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta calabrese, ma non mi illudo.

La realtà, magari, sarà diversa. Magari i due non andavano più d’accordo, non si amavano, lui non le piaceva più.

Chi lo sa.

Poco importa il motivo. Lui, Francesco Pesce, l’avrebbe rapita lo scorso 26 agosto.

La madre della ragazza avrebbe raccontato tutto ai carabinieri di Rosarno, facendo proprio il nome di Francesco Pesce.

Non formalizzerà mai una denuncia, però. Meglio non rischiare.

Adesso, però, Francesco Pesce è in carcere accusato di sequestro di persona. Ma non uno di quei sequestri, di cui la ‘ndrangheta è esperta, che fruttano tanti soldi.

Francesco Pesce, rampollo di una famiglia della ‘ndrangheta da sempre dedita al crimine, al traffico di droga e di armi, in particolare, avrebbe rapito, insieme ad altri tre uomini, una ragazza di 21 anni, sotto la minaccia di una pistola.

Proprio un Pesce piccolo.

E’ solo business

ottobre 21, 2008

E la ‘ndrangheta arrivò a Piazza di Spagna…

Del resto, tutte le strade portano a Roma.

E infatti la Direzione distrettuale antimafia della capitale, nella persona del pm Filippo Vitello, ha richiesto il sequestro di uno dei locali più noti del centro: “Alla rampa”, ubicato a pochi metri dalla scalinata di Trinità de’ Monti. Dietro ci sarebbe un accordo tra le ‘ndrine di San Luca, del gruppo Pelle-Vottari-Romeo, e i casalesi, capi sanguinari della camorra.

Ricapitoliamo: Roma si aggiunge a Torino che è, da sempre, una roccaforte delle cosche calabresi, antico retaggio delle emigrazioni dello scorso secolo; delle infiltrazioni delle ‘ndrine nel mercato ortofrutticolo di Milano hanno scritto, invece colleghi più bravi di me e, in più, mi dicono che anche l’Hollywood, storica discoteca del capoluogo lombardo, chiusa per spaccio, sia riconducibile a una potente famiglia reggina.

Torino-Milano-Roma: niente di personale, è solo business.

P.S. Per la penetrazione della criminalità organizzata al nord consiglio di vedere (o rivedere) la puntata di Blu Notte del grande Carlo Lucarelli.