Posts Tagged ‘palermo’

Dal 24 luglio ”S” sbarca in Calabria

luglio 23, 2010

I pizzini, i verbali, gli affari e le intercettazioni sulla “Cupola calabrese” colpita al cuore dalle maxiretate di luglio che hanno portato in cella 350 affiliati alla ‘ndrangheta

che avevano fatto di Milano il quartier generale da cui gestire gli affari dei boss. Questi i contenuti con cui il news-magazine S, del gruppo Novantacento, di Palermo, sbarca nelle edicole oltre lo Stretto con un’edizione calabrese interamente dedicata all’organizzazione criminale che si è dotata di una gerarchia simile a Cosa Nostra.

«In 116 pagine full-color – riporta un comunicato – il mensile diretto da Francesco Foresta, ricostruisce punto per punto le fasi delle indagini e i capi di imputazione che coinvolgono l’esercito di 350 uomini agli ordini del super-boss Condello: dagli appalti in Calabria e Lombardia alle relazioni con uomini delle istituzioni, passando per le lettere del boss ai familiari, i retroscena del delitto dell’assicuratore Filianoti e i rapporti tra colletti bianchi e le ‘ndrine.

E poi le estorsioni imposte a tutta Reggio Calabria, il nuovo organigramma delle ‘ndrine, le lupare bianche e gli occhi dell’organizzazione criminale calabrese sull’affare del decennio, l’Expo che si terrà a Milano nel 2015». «È un numero speciale – prosegue la nota – che passa ai raggi X gli affari della ‘ndrangheta a livello nazionale, che raccoglie in un unico volume le fasi delle inchieste ‘Metà e ‘Criminè e che spiega gli equilibri di potere a Reggio Calabria e i collegamenti tra le cosche e gli ambienti politici calabresi».

A firmare gli articoli, oltre a Davide Milosa, Andrea Cottone e Claudio Reale, due cronisti cresciuti alla scuola di strill.it: Claudio Cordova e Antonino Monteleone.

S – Calabria sarà in tutte le edicole calabresi, e nelle principali rivendite di milano a partire da sabato 24 luglio a 3 euro.

Annunci

Berlusconi indagato a Reggio Calabria?

dicembre 6, 2009

da www.strill.it

L’articolo lo firma, a pagina 7, Gian Marco Chiocci. L’attendibilità delle informazioni contenute nel pezzo è tutta da confermare e non di certo per disistima nei confronti dell’inviato de “Il Giornale”. Il punto è questo: il clima, ardente, delle ultime settimane, ha imbarbarito la politica, ma ha imbarbarito, purtroppo, anzi, soprattutto, i giornali, di destra e di sinistra.

La storia è questa.

Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri titola, in maniera eloquente: “Pure i pm di Reggio in gara per ‘avvisare’ il Cav”.

Il Cav è, ovviamente Silvio Berlusconi.

La notizia è fornita dallo stesso collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che, pochi giorni fa, ha tirato in ballo, a Torino, Berlusconi e Dell’Utri che, a dire dell’ex killer di Cosa Nostra (responsabile di oltre 40 omicidi), avrebbero intrattenuto rapporti assai stretti e oscuri con la mafia siciliana. Spatuzza dice di essere stato interrogato, negli ultimi mesi, anche dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L’ufficio reggino, peraltro, è diretto da un anno e mezzo da Giuseppe Pignatone, un palermitano che di indagini su Cosa Nostra ne ha fatte parecchie nella propria carriera: la presunta inchiesta di cui parla “Il Giornale” riguarderebbe gli interessi comuni di mafia e ‘ndrangheta a Milano, con particolare riferimento al mercato ortofrutticolo, alle spedizioni, alle imprese di pulizia.

Tutti business che, come è noto, interessano non poco le mafie.

Si parte da un fotogramma che, in un bar di Milano, ritrae il boss di Africo, Salvatore Morabito. La presenza degli “africoti” nel capoluogo lombardo, infatti, è certificata da ampia letteratura, nonché da sentenze passate in giudicato. Morabito sarebbe stato scovato in compagnia di Giuseppe Porto, che Gian Marco Chiocci definisce “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”.

Berlusconi e Dell’Utri nella storia rientrerebbero in maniera indiretta. A fare da collante c’è, come spesso accade quando il Premier viene accostato alla mafia, Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, ma anche “uomo d’onore” e pluriomicida di Cosa nostra, appartenente al mandamento di Porta Nuova, retto da don Pippo Calò. Giuseppe Porto, il “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”, infatti, sarebbe stato molto vicino allo stesso Mangano. Scrive Gian Marco Chiocci: “Il nome di Porto spunta infatti in più inchieste ed è spesso affiancato a quello del fattore di Arcore e dei suoi rampolli, Enrico di Grusa, genero di Mangano, e Daniele Formisano, che, secondo il pentito Angelo Chianello (tenuto in grande considerazione dalla Procura di Milano) sarebbero legati a doppio filo proprio a Porto”.

Ci sarebbero anche le figlie di Vittorio Mangano in un filmato agli atti del Procuratore Giuseppe Pignatone: gli intrecci tra Cosa nostra e ‘ndrangheta, quindi, riguarderebbero le infiltrazioni, e anche in questo caso vi sono diverse inchieste sul tema, nel mercato ortofrutticolo milanese.

Che le mafie avessero colonizzato Milano è storia nota e vecchia: qualcuno la definisce, non solo giornalisticamente, “la capitale delle mafie”.

Tanto la ‘ndrangheta, quanto Cosa nostra.

“Il Giornale” fa il proprio “dovere”: si schiera dalla parte di Berlusconi e Dell’Utri. Scrive, in conclusione, Gian Marco Chiocci: “Fatti che possano collegare logicamente tutti questi personaggi? Nessuno. Prove che associano Dell’Utri al “cinese” (Giuseppe Porto)? Nessuna”.

Niente, di niente. Secondo il quotidiano diretto da Vittorio Feltri sarebbe un’ennesima macchinazione: dopo Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano, Reggio Calabria sarebbe la quinta Procura pronta a indagare il Premier.

Sull’attendibilità dell’articolo si è già detto in apertura: “il clima infame”, tanto per citare un politico del passato, delle ultime settimane, ha fatto perdere credibilità a tutti. Pendere dalle labbra di un ex killer come Spatuzza è certamente un eccesso, ma negare aprioristicamente ogni elemento emerso nelle ultime settimane sarebbe altrettanto nocivo.

Si indaghi, se è necessario.

Ma quello tirato fuori da “Il Giornale” potrebbe essere un fatto vero (e quindi grave), ma potrebbe anche essere (e la gravità sarebbe identica) l’ennesima puntata del gioco delle parti, di giornalisti, di destra e sinistra, che si trasformano in “braccia armate” della politica, perdendo di vista il bene supremo per chi voglia tentare di fare informazione: la verità.

Il ritorno dei “Monnezza”

novembre 13, 2009

spazzatura

Il teatro principale è quello del film di Giuseppe Tornatore, Baarìa.

L’Italia, il Sud, vanno avanti di emergenza in emergenza. Probabilmente perchè, nelle fasi di emergenza si prendono, di conseguenza, decisioni straordinarie, si elargiscono, quindi, risorse, soprattutto economiche, straordinarie.

Dopo l’emergenza rifiuti in Campania, quindi, arriva (o, meglio, ritorna) quella siciliana. Sì perchè Palermo, già negli scorsi mesi, era stata sommersa da montagne di spazzatura. Adesso, invece, come detto, l’epicentro è Bagheria, dove, proprio ieri, sono stati bruciati cumuli di immondizia, sparsa per le strade.

E la storia recente, la cronaca giudiziaria, ci hanno dimostrato che dove c’è un’emergenza rifiuti c’è di mezzo la criminalità organizzata.

E’ accaduto in Campania, dove il Governo ha messo in campo persino l’esercito per sgomberare le strade dalla spazzatura.

E c’è, come ben sapete, anche un’ordinanza del Gip di Napoli che accoglie la richiesta d’arresto per un sottosegretario del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino, candidato in pectore alla presidenza della Regione Campania e, secondo i giudici, coinvolto, insieme con i clan dei casalesi, proprio nell’affaire rifiuti.

L’accusa per Cosentino, infatti, è quella di concorso esterno in associazione mafiosa. Il Gip, quindi, ha chiesto l’autorizzazione al Parlamento per poter procedere all’arresto, nel frattempo, però, Cosentino, e qui non si parla di legge ma di morale, non ha ancora manifestato la volontà di dimettersi.

Rifiuti-mafie.

E’ accaduto in Campania (a prescindere dall’innocenza o colpevolezza di Cosentino), sta accadendo in Sicilia e non mi sorprenderei di vedere, quanto prima, una situazione simile in Calabria, dove l’emergenza rifiuti comincia, ufficialmente, nel 1998.

A proposito della Sicilia, il 24 giugno scorso Giuseppe Oddo, su IlSole24ore, scriveva qualcosa di molto giusto, alla luce di quanto sta accadendo:

L’emergenza, però, come dicevamo, va ben oltre Palermo. Dalla città è già arrivata ai Comuni limitrofi e ha cominciato a contagiare altre province della Sicilia. Alle porte di Palermo la situazione è al limite dell’ordine pubblico. Tant’è che la Regione è pronta a erogare crediti ai Comuni travolti dall’emergenza, sotto forma di anticipazioni di cassa sui trasferimenti futuri. Un modo per evitare che la situazione sociale degeneri. Bagheria da oltre una settimana è invasa dalla spazzatura per il dissesto del Coinres. Il consorzio che riunisce ventidue Comuni del palermitano come Villabate, Ficarazzi e Bagheria è una fabbrica di debiti.

“Ecco perchè l’emergenza rifiuti in Sicilia non è affatto risolta” era il titolo profetico dell’articolo.

Sono interessanti anche le dichiarazioni, di qualche settimana fa di Gaetano Pecorella che, oltre a essere avvocato di Berlusconi, è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti:

“In Sicilia non c’è ancora uno stato di emergenza sulla gestione dei rifiuti ma se non sicostruiranno i termovalorizzatori si andra’ prima o poi al collasso”.

Ricordiamoci del legame rifiuti-mafie.

E ricordiamo cosa c’è scritto nell’ordinanza di arresto per Nicola Cosentino sul termovalorizzatore da costruire nel territorio di Santa Maria La Fossa Abbate:

L’intervento dell’indagato Cosentino, del collega Mario Landolfi e del sindaco di Santa Maria La Fossa Abbate, converge con quello dei fratelli Orsi, allorquando i due parlamentari s’impegnano in una ‘forte pressione’ affinché in quel territorio fosse realizzato un termovalorizzatore dopo il
fallimento del progetto iniziale di allocare in quell’area una discarica

Sì perchè costruire un termovalorizzatore costa e se di mezzo ci si mette la criminalità organizzata, allora i soldi, elargiti dallo Stato, rischiano di finire in mani assai sporche.

Emergenza rifiuti in Campania: c’è di mezzo la camorra e si cercano accordi per la costruzione di un termovalorizzatore.

Emergenza rifiuti in Sicilia: Gaetano Pecorella, deputato del Pdl, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, auspica la costruzione di termovalorizzatori sull’isola.

Emergenza rifiuti in Calabria: annunciata nel 1998. C’è chi vorrebbe un raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro.

Il meccanismo del gioco è sempre lo stesso.

Libera informazione

agosto 5, 2009

tre_scimmiette

Proprio ieri ho sorriso, amaramente, di fronte all’affermazione di un collega cosentino che, in un articolo, evitava di citare i nomi dei dodici individui arrestati nell’ambito dell’inchiesta “Cartesio”, coordinata dal pubblico ministero di Cosenza, Vincenzo Luberto, su un presunto maxi giro di usura, legato, ovviamente, anche alla ‘ndrangheta

“Sono garantista”, mi ha scritto tramite mail. E poi, “se questi tizi vengono assolti rischio di essere querelato per diffamazione”.

Psicosi pidielline.

Da Cosenza, oggi, mi sposto idealmente a Palermo. Leggete un po’ quest’agenzia ANSA:

Inserire notizie di cronaca giudiziaria che riguardano politici sotto processo per mafia e quelle sulla politica regionale nella rassegna stampa dell’azienda siciliana trasporti, rovina ”i sani interessi aziendali” dell’Ast, l’Azienda siciliana trasporti. Per questo motivo la giornalista Valeria Giarrusso, dipendente dell’ azienda, e’ stata sollevata dall’incarico – realizzava la rassegna stampa – e nei suoi confronti il presidente dell’Ast, Dario Lo Bosco, ha pure avviato una contestazione ”a tutela” della societa’. Lo Bosco scrive nella contestazione che nella premessa della rassegna ”con enorme stupore ed amarezza mi accorgevo che, delle sole due notizie a cui veniva dato risalto, una riguardava fatti di politica e l’altra riportava avvenimenti di cronaca giudiziaria (!), ben lungi entrambe da ogni e qualsivoglia interesse specifico di Ast Spa”. La notizia di cronaca riguardava la richiesta di pena per mafia all’ex deputato regionale Giovanni Mercadante (poi condannato) e il commento di Salvatore Borsellino all’inchiesta sulla morte del fratello Paolo. A queste notizie seguivano poi quelle sui trasporti. L’Ast, fino a pochi mesi fa, era stata al centro di polemiche per la nomina, avvenuta senza alcun passaggio in consiglio, alla guida della societa’ controllata Ast Turismo, dell’avvocato Gaetana Maniscalchi, condannata con il patteggiamento a un anno e sei mesi per favoreggiamento alla mafia, in particolare di un boss latitante agrigentino.

Non sono abituato a essere solidale con chi subisce ingiustizie, come è il caso della collega Valeria Giarrusso. Piuttosto preferisco condividere l’incazzatura per un’informazione, quella italiana, quella meridionale, che, salvo poche eccezioni, non esiste.

Il rosso e il nero

luglio 26, 2009

paoloborsellino

C’è il rosso dell’agenda di Paolo Borsellino. Quell’agenda scomparsa, sicuramente sottratta, dal luogo della strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio del 1992, a Palermo. L’agenda che Paolo Borsellino portava sempre con sè, l’agenda che, probabilmente, racchiudeva segreti che, per dirla con Dante, avrebbero fatto tremare le vene ai polsi a tante persone.

E poi c’è il nero. Il nero dell’oscurità: un’oscurità che avvolge il passato, il presente e che, per quanto mi riguarda, avvolgerà anche il futuro.

Il mio inguaribile pessimismo mi suggerisce infatti che sia molto, molto, improbabile che si possa arrivare a una verità dei fatti, l’unica che io riesca ad accettare, sulle stragi del 1992 e sulla presunta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.

Non ho fiducia perchè vedo che, a distanza di 17 anni, nonostante la tragicità di quelle vicende, nonostante l’immensa importanza di scoprire una verità che in primis concederebbe la meritata giustizia alle vittime di quegli eccidi, ma che, soprattutto, aprirebbe nuovi scenari nel nostro Paese, il modus operandi di protagonisti diretti e indiretti sembra dettato principalmente da due verbi: insabbiare e strumentalizzare.

Insabbia il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, accusato da alcuni individui di conoscere l’esistenza del presunto patto tra Stato e Cosa Nostra. Mancino nega con forza di aver incontrato Paolo Borsellino, a poco più di due settimane dalla strage di via d’Amelio, il primo di luglio del 1992, giorno del suo insediamento come Ministro dell’Interno, salvo poi ritrattare e concedere il beneficio del dubbio quando un altro magistrato, Giuseppe Ayala, colui il quale condusse l’accusa nel maxiprocesso alla Cupola, afferma di aver appreso proprio dallo stesso Mancino di un incontro informale con Paolo Borsellino.

Mancino rimane vago:

“Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale”.

Nel mio mondo ideale un vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni chiacchiera, anche strumentale.

Ma torniamo a noi.

Insabbia Totò Riina, e mi piace di più chiamarlo “u curtu”, rispetto a “Il capo dei capi”. Riina insabbia perchè tenta di far credere di sapere determinate cose sulla strage di via D’Amelio, ma soprattutto, di volerle dire.

Ma, la domanda sorge spontanea: se, come dice Riina, Paolo Borsellino è stato assassinato dallo Stato, piuttosto che dalla mafia, come potrebbe conoscere i nomi dei mandanti se tutto è avvenuto fuori da Cosa Nostra? Quelle di Riina sono frasi false, che cercherebbero di celare ulteriormente la verità, nella speranza di ricattare qualche colletto bianco pauroso di essere tirato in ballo, oppure, nella migliore delle ipotesi, sterili a prescindere, per stessa ammissione di Totò u curtu.

Insabbiare e strumentalizzare.

Strumentalizza Luciano Violante, ex magistrato, ex presidente della Commissione Parlamentare Antimafia che, a distanza di tanti anni, sente l’irrefrenabile voglia di parlare della trattativa tra Stato e Cosa Nostra e incontra i magistrati siciliani, salvo poi lamentarsi, dopo l’audizione di una fuga di notizie sui contenuti dell’incontro, incassando, udite udite, la solidarietà di alcuni esponenti del Popolo della Libertà.

L’unica cosa vera è che tramite questi due verbi, insabbiare e strumentalizzare, non si arriverà di certo alla verità. Ma Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, da tempo si dice sicuro che il giudice sia stato assassinato perchè, da persona onesta quale era, si era rifiutato di stare al gioco delle parti e delle trattative.

Vuoi vedere che la verità sta proprio in questa congettura?

La lezione di State of play

maggio 3, 2009

state_of_play

Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?

Inondati dal cemento?

marzo 14, 2009

scempio_edilizio

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha annunciato che il cosiddetto “piano casa” arriverà per decreto entro due o tre settimane. Perchè?

Siamo inondati di fax e messaggi di cittadini che chiedono informazioni e vogliono partire coi lavori. C’è un sondaggio che dimostra come, dopo l’annuncio del piano casa, i consensi al Governo siano aumentati.

Cosa prevede il piano casa?

Nuovi alloggi per giovani coppie, anziani, immigrati regolari, studenti. Il tutto con la finalità di venire incontro alle esigenze delle classi più disagiate e al tempo stesso dare impulso all’edilizia.

E fin qui sarei più che d’accordo.

Ma, allora, perchè il “segretario ombra” del Partito Democratico, Dario Franceschini parla di “cementificazione del Paese”?

Il Governo ha già raggiunto un accordo con le Regioni e questo accordo prevede, in sostanza:

– 550 milioni per l’edilizia popolare. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto. I primi interventi prevedono la costruzione di circa 5.000-6.000 alloggi.

– Previsto un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti.

– Prevista la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Qualora si utilizzino tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l’aumento della cubatura è del 35%. – Questi interventi dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi.

– Previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se l’abitazione è destinata a prima casa del richiedente o di un suo parente fino al terzo grado.

Aumento del 20% della cubatura, addirittura del 30% se si abbatte un vecchio palazzo, costruito prima del 1989!

E’ vero, è sottolineato che gli “interventi dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi”, ma è anche vero che, se gli sconti fiscali, da un lato non possono che essere qualcosa di positivo, dall’altro, senza un attivo controllo (che, per esperienza, in determinate realtà dubito possa esserci), rischiano di essere un pericoloso lasciapassare per aziende e costruttori senza scrupoli.

Penso subito al sacco di Palermo, una delle più grandi speculazioni edilizie della storia, avvenuta tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Durante tale periodo alcune borgate vengono inglobate da un’espansione edilizia dissennata e abnorme, spesso promossa dalle collusioni tra mafia e politica (ne sono un chiaro esempio le relazioni tra il sindaco di allora Salvo Lima e l’assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, entrambi democristiani, e l’emergente mafia corleonese) e vengono letteralmente distrutti numerosi reperti artistici e architettonici di grande interesse.

Sto dicendo qualcosa di sinistra, me ne rendo conto. 

Il Governo, adesso, aspetta l’ok dell’Anci, ma io adesso sono molto più preoccupato, perchè non oso immaginare cosa possa accadere in città come Reggio Calabria, quando il “piano casa” passerà, per decreto, come ha annunciato Berlusconi.

Reggio Calabria, alcuni (tanti) scempi li ha già subiti: viene ricostruita dopo il terremoto del 1908 con la migliore architettura liberty, ma, negli anni del dopoguerra, tutto viene distrutto da un’attività edilizia assolutamente scomposta, irregolare, squallida e triste. Scrutando alcune zone della città direste di essere a Beirut e non nella “Reggio bella e gentile”.

Reggio i suoi scempi edilizi li ha già avuti, li sta avendo (basta fare un giro in qualche via del centro, vicina al Corso Garibaldi, capisci a mè) e, magari, grazie al “piano casa”, rischia di averne anche in futuro.

Delegittimano anche Messineo

marzo 9, 2009

palazzo_di_giustizia_palermo

Chiunque segua un pochino le vicende giudiziarie italiane, meridionali in particolare, non può non aver notato l’aria nuova che si respira all’interno di alcune Procure. Penso alla Procura di Reggio Calabria, dove l’arrivo di magistrati validissimi come Pignatone e Prestipino e la nomina come procuratore aggiunto di Nicola Gratteri hanno portato ordine, serenità e fiducia, dopo anni di “difficoltà”.

Un’altra Procura che sta lavorando molto bene è quella di Palermo, sotto la guida di Francesco Messineo e grazie alla nomina a procuratore aggiunto di Antonio Ingroia.

Ma, come insegnano i casi di Luigi De Magistris, Clementina Forleo e Luigi Apicella, i magistrati che fanno bene, o, almeno in maniera onesta, il proprio mestiere (e non sono moltissimi, ahimè) non sono affatto graditi alle sfere, sia alte che basse.

Qualche giorno fa, su alcuni quotidiani (La Repubblica, soprattutto) si legge una non-notizia: un’indiscrezione indica come indagato per mafia il cognato di Francesco Messineo, Sergio Maria Sacco, 64 anni, originario di Camporeale, imparentato con il boss Vanni Sacco.

Tale circostanza viene smentita, ma ciò non basta a evitare il solito ciclone di sospetti e interventi destinati a un unico scopo: delegittimare il procuratore capo di un ufficio che, dopo anni di bufere, ha finalmente ripreso a lavorare con serietà.

Sergio Maria Sacco, cognato di Messineo, è imparentato, dunque, con il boss Vanni Sacco, attivo negli anni ’50 e ’60. Sergio Maria Sacco in passato è stato anche indagato, per due volte, per concorso esterno in associazione mafiosa: le storie si concludono con un’assoluzione e un’archiviazione.

Parliamo di quindici-venti anni fa.

Storia vecchia, trita e ritrita. Per questo, prima, ho parlato di non-notizia.

Purtuttavia, sollecitata da Gianfranco Anedda, membro laico (in quota Alleanza Nazionale), la prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura discuterà il caso-Messineo.

Discuterà del nulla.

Sì, perchè, fino a prova contraria, i procuratori vengono nominati proprio dal Csm. E, nel caso di Messineo, Palazzo dei Marescialli aveva già appreso, studiato e valutato come irrilevante la parentela di Messineo con Sacco.

E’ importante, comunque, che il procuratore capo Messineo abbia ricevuto la solidarietà di tutti i pm del capoluogo siciliano, che scrivono:

“Suscita perplessità ed inquietanti interrogativi tale improvvisa e concentrica attenzione mediatica su una circostanza molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore capo di Palermo; circostanza che non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficio. In una fase storica nella quale la procura della Repubblica di Palermo è impegnata in uno straordinario sforzo di contrasto al sistema di potere mafioso, che si è concretato in risultati straordinari quali la disarticolazione della compagine interna dell’organizzazione mediante l’arresto di centinaia di uomini d’onore, anche di vertice, nonché nell’aggressione alle sue immense ricchezze mediante il sequestro di patrimoni per un valore di circa due miliardi e cinquecento milioni di euro, alcuni quotidiani puntano l’attenzione della pubblica opinione sul rapporto di parentela del procuratore Messineo con alcuni soggetti in passato indagati. Tali perplessità si accrescono in considerazione della coincidenza temporale con il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra. In tale momento i magistrati della procura avvertono la necessità di rinnovare la propria incondizionata stima al procuratore capo Francesco Messineo”. 

E’ altresì importante quello che dichiara il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e spero che non cambi idea:

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, non inviera’ ”assolutamente” ispettori nella Procura di Palermo in merito alla parentela del Procuratore capo Francesco Messineo con un indagato per mafia, notizia, riportata nei giorni scorsi da alcuni quotidiani nazionali. ”Ho una stima particolarissima – ha detto Alfano, a margine della cerimonia della posa della prima pietra sulla SS. Agrigento-Caltanissetta – nei confronti di Messineo perche’ ho potuto apprezzare sul campo i risultati nella lotta alla mafia”. In merito alla apertura di un fascicolo da parte del Consiglio superiore della magistratura, Alfano ha aggiunto: ”il lavoro del Csm e’ sempre autonomo”. (Ansa)

“Il lavoro del Csm è sempre autonomo”, dice Angelino Alfano.

Già. E quando entra in gioco il Csm il pastrocchio è sempre dietro l’angolo.

“Cambiando i governi niente cambia lassù”

febbraio 28, 2009

banca_del_mezzogiorno

In principio era il Verbo.

Subito dopo arrivò la Cassa del Mezzogiorno. E’ il 1950 quando il Governo di Alcide De Gasperi decide di istituire un ente per finanziare iniziative industriali tese allo sviluppo economico del meridione d’Italia, allo scopo di colmare il divario con le regioni settentrionali. Di lì a poco la Penisola avrebbe conosciuto il boom economico, il miracolo italiano.

Al Sud, però, gli unici miracoli che si ricordino sono quelli di San Gennaro, a Napoli, mentre sono stati, sono e saranno tantissimi i “boom”. Firmato mafie.

Dopo la Cassa del Mezzogiorno, per tentare di risollevare il Meridione, in perenne stato di arretratezza, arriva un’altra idea: la 488.

Cos’è la legge 488?

La Legge 488/92 prevede la concessione di agevolazioni in favore delle imprese che intendono promuovere dei programmi di investimento in territori “particolarmente depressi”.

I territori del Meridione.

Non dico nulla, vi copio e incollo soltanto ciò che scriveva, appena pochi giorni fa, Antonello Caporale su la Repubblica. Lo condivido in pieno:

La legge 488, la figlia illegittima della Cassa del Mezzogiorno, provoca l’emigrazione al contrario: imprenditori del Nord che scendono al Sud, nel profondo Sud, ripuliscono le casse del Ministero per lo Sviluppo Economico, gabbano migliaia di ragazzi e si eclissano. Oppure solleticano la verve imprenditoriale della mafia locale, coperta dal silenzio della gente e da un manipolo di prestanome. Chi (pochi) finisce in cella, chi (tanti) fugge all’estero, chi (la maggioranza) aspetta che la giustizia si fermi al traguardo della prescrizione.

E infine:

La legge 488, la famigerata 488, ha generato la più grande catena truffaldina nella già devastata economia del sud.

Cerchiamo di non perdere il filo: abbiamo parlato della Cassa del Mezzogiorno e della legge 488.

Insomma, il Sud non cammina e quando cammina lo fa a marce basse. Lo Stato negli anni fa credere di volerle provare tutte per risollevare una porzione assai significativa, dal punto di vista storico e demografico, del proprio territorio.

Oggi, l’ennesimo tentativo che, probabilmente, farà la brutta fine degli altri due strumenti di cui ho appena finito di parlare: il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha scelto il congresso del Movimento per l’Autonomia per annunciare la notizia dell’istituzione della Banca del Mezzogiorno.

La Banca del Mezzogiorno avrà cinque milioni di euro di capitale: la sua istituzione è prevista dall’articolo 6-ter della Finanziaria 2009.

Vi segnalo il punto uno:

1.Al fine di assicurare la presenza nelle regioni meridionali d’Italia di un istituto bancario in grado di sostenere lo sviluppo economico e di favorirne la crescita, è costituita la società per azioni «Banca del Mezzogiorno».

Il punto tre:

3.Con il decreto di cui al comma 2 sono altresì disciplinati:
a) i criteri per la redazione dello statuto, nel quale è previsto che la Banca abbia necessariamente sede in una regione del Mezzogiorno d’Italia;
b) le modalità di composizione dell’azionariato della Banca, in maggioranza privato e aperto all’azionariato popolare diffuso, e il riconoscimento della funzione di soci fondatori allo Stato, alle Regioni, alle Province, ai Comuni, alle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e altri enti e organismi pubblici, aventi sede nelle regioni meridionali, che conferiscono una quota di capitale sociale;
c) le modalità per provvedere, attraverso trasparenti offerte pubbliche, all’acquisizione di marchi e di denominazioni, entro i limiti delle necessità operative della Banca, di rami di azienda già appartenuti ai banchi meridionali e insulari;
d) le modalità di accesso della Banca ai fondi e ai finanziamenti internazionali, con particolare riferimento alle risorse prestate da organismi sopranazionali per lo sviluppo delle aree geografiche sottoutilizzate.

E il punto quattro:

4.È autorizzata la spesa di 5 milioni di euro per l’anno 2008 per l’apporto al capitale della Banca da parte dello Stato, quale soggetto fondatore. Entro cinque anni dall’inizio dell’operatività della Banca tale importo è restituito allo Stato, il quale cede alla Banca stessa tutte le azioni a esso intestate a eccezione di una.

Tremonti, a margine dell’annuncio, ha detto una cosa giusta: “Il problema non è la quantità ma la capacità di spesa, non è quante risorse sono assegnate ma quante sono spese e spese bene. Non è un problema di stanziamenti, ma dell’effettivo utilizzo degli stanziamenti stessi. Il problema è anche nella necessità che la classe politica abbia responsabilità e capacità di governo”.

E’, come ho detto, un ennesimo tentativo. Uno specchietto per le allodole che, grazie all’incapacità e alla connivenza della politica, probabilmente diverrà ben presto un succulento bocconcino per la criminalità organizzata.

A proposito, il casalese Nicola Cosentino, sottosegretario dell’Economia, a proposito della Banca del Mezzogiorno, dice: “Sarà il principale volano dell’economia meridionale. Il suo atto di nascita aggiunge un pezzo importante al mosaico di sviluppo del Mezzogiorno. La Banca del Sud, di cui ieri è stato firmato il decreto attuativo, servirà a dare ossigeno ai programmi di sviluppo del Meridione”. 

A Casal di Principe, a Palermo e, perchè no, a Reggio Calabria qualcuno sta già brindando.

Brinda anche Mimmo Ganci

gennaio 13, 2009

giustizia

Non parlerò del fatto del giorno, almeno qui a Reggio Calabria: l’arresto di Gioacchino Campolo.

Parlerò dell’ennesimo scandalo della Giustizia.

E’ di poche ore fa, infatti, la notizia che i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41 bis, ovvero il regime di carcere duro, al boss Mimmo Ganci, detenuto a Rebibbia dove sta scontando diverse condanne all’ergastolo, molte delle quali definitive, per alcune stragi (tra cui quella di Capaci del ’92) e delitti eccellenti compiuti in Sicilia. Ganci è accusato di oltre 40 delitti.

Ganci, oltre per che per la strage di Capaci, è condannato anche per la strage del 13 giugno del 1981, avvenuta a Palermo, quando, sotto i colpi dei killer di Cosa nostra, caddero il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bonmarito, il carabiniere Pietro Marici.

La firma di Mimmo Ganci c’è anche sull’omicidio di Giuseppe Insalaco, avvenuto alle 19,45 del 12 gennaio del 1984 in via Alfredo Cesareo, a Palermo. Insalaco era stato sindaco del capoluogo siciliano per cento giorni: aveva denunciato più volte i legami tra mafia e politica.
Si racconta, infine, che, a poche ore dalla strage di via D’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino, in una casa si brindasse al “colpo grosso”.

Tra i commensali c’era anche Mimmo Ganci.

Mimmo Ganci, da poche ore, non è più rinchiuso in regime di 41bis.
Tutto a pochi mesi dai premi ricevuti dai boss Giuseppe La Mattina,  Giuseppe Barranca, Gioacchino Calabrò, Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà, Santo Araniti e Luigi Graziano.

Così lo Stato combatte la mafia.

AGGIORNAMENTO

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano firmera’ oggi una nuova richiesta di applicazione del regime di carcere duro per Domenico Ganci, l’esponente di Cosa Nostra che ha ottenuto dai giudici la revoca del 41 bis. Lo ha dichiarato lo stesso guardasigilli in mattinata presente a Milano per un incontro con i vertici dell’amministrazione giudiziaria e delle istituzioni milanesi. ”Ho incaricato il mio ufficio ieri di valutare nuovi elementi per riproporre il regime di 41 bis nei confronti di Ganci. Oggi – ha sottolineato – ho avuto notizia che questi elementi sono stati trovati. Nel pomeriggio firmero’ una nuova richiesta di applicazione”. (Adnkronos)

Complimenti al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, qualora dovesse rispedire in isolamento Mimmo Ganci.